Il cavaliere Diego Corona si era messo all’opera con coscienza, e il
giorno dopo verso l’una venne a far conoscere il suo primo candidato.
Era il signor Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, il
quale, avendo perduta la moglie da tre mesi appena, portava un lutto
spaventoso da far morire a guardarlo lungamente. Catena di osso nero,
bottoni neri alla camicia e ai paramani, occhiali incorniciati in osso
nero, barba nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, da parere
un carboncino da disegno. Messo al mondo unicamente per scrivere
l’epitaffio di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto a essa;
e invece, appunto perchè penava troppo della privazione della sua
compagna, non vedeva l’ora di sposarne un’altra.
Tutte queste cose il signor Prudenziano non le disse subito, chè
avrebbe smentito il suo nome; si seppero poi; allora egli disse che da
Rimini un amico suo e del babbo gli aveva scritto d’andare a trovarlo
per fare la sua conoscenza.
Mentre egli così spiegava la sua visita, con molta lentezza
burocratica, io mi sentiva venire uno gran voglia di ridere, e mi
riuscì di di vincerla appena appena.
Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare segretamente al
cavalier Corona che impressione gli aveva fatto il discorso del
presidente del Consiglio alla Camera dei deputati; e lasciò che il
signor Prudenziano mi esaminasse bene senza averne l’aria.
Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. Noi donne possiamo
mostrare cento aspetti a chi ci guardi, per confondere il suo criterio,
ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale il nostro uomo.
Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto. Non perciò, mentre
egli faceva quella fatica inutile di esaminare la mia persona, volli
spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i denti, che ho veramente
belli; guardai in alto per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi
toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono sotto la nuca al
principio del collo; e, con questa mimica, dimostrai belle mani, bel
collo e bei capelli. Il resto della mia persona non è gran cosa, ne
convengo, ma non è nemmeno il diavolo.
Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando via, doveva dire, a sè
stesso prima, al cavaliere Corona poi, che io farei il comodo suo.
E così disse veramente; e io risposi subito subito ch’egli a me non
piaceva affatto.
Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione fatta dal suo
Prudenziano, senza perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo
della manutenzione: il signor Arturo Meri.
Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a pescare i suoi candidati?
Vi immaginate voi una palla elastica, anzi una piccola palla elastica
rossa e nera? Così era il signor Arturo. Da una pancetta tonda escivano
braccia e gambe corte, inquiete per la impresa difficile di mantenere
la gravità senza ruzzolare per terra, come fanno spesso le palle
elastiche; e su tutto ciò una faccia tonda e infocata.
Ma io cominciavo appena a ridere molto del candidato numero due quando
si presentò, o almeno mi parve, il candidato numero tre.
E questo era proprio tutt’altro. Mio padre era uscito appena, e la
fantesca, la quale non fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito
in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare; andò a cercare il
babbo nella sua camera, poi venne nella mia.
— È venuto un signore... domanda del padrone....
— Ma lo sai bene che non è in casa, non hai visto che è uscito appena?
Brigida non aveva visto niente,
— E allora?
— E allora....
— Gli vado a dire che il padrone non è in casa?
— No, aspetta, ti ha detto il nome?
Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma Brigida se n’era dimenticata.
Ah! sì... no... forse aveva detto... Berruti o Berrettini...
— Berruti o Berrettini?
— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini.
Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo. Con un’occhiata io avevo
visto che o si chiamasse Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo
poteva piacermi; era alto e diritto, non troppo magro; elegante nel
vestito e nel modo di presentarsi; faccia pallida con barba nera
smozzicata, come usa da poco in qua, terminante in punta; occhi
profondi, ma aperti; naso così così e buon sorriso fra i baffi.
— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il babbo non è in casa...,
dissi io, è uscito appena.
Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere umilmente:
— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo in istrada; appena l’ho
visto escir di casa e avviarsi all’uffizio, io sono venuto.
Questa confessione audace, condita di tanta umiltà, mi fece nascere
quattro o cinque pensieri diversi. Uno di questi era che anche la voce
di Berruti o Berrettini mi contentava, e il gesto sobrio mi piaceva, e
l’umiltà audace più ancora.
— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno il nome; scusi, lei chi è?
— Signorina, lei conosce già il mio nome; io sono Codicini.
— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò di sì), quello del
n. 13? (sì, sì, sì) e si è voluto disturbare... ma si accomodi.
Quanto mi contentava, che questa volta Diego Corona non ci entrasse
menomamente! È il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale dei
matrimoni... che... se mai....
— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche cosa, di poterla
ringraziare a voce per... quell’amuleto... lei avrà capito che era un
amuleto; ed è doloroso perdere gli amuleti che debbono darci tutta la
felicità... ma...
Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli che il n. 13 da
lui ritrovato non era veramente il mio, per paura che allora egli me
l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; mi arrestai in tempo.
Egli sviò subito il discorso e disse gravemente:
— Il n. 13 è stata una felice occasione, un buon pretesto per fare la
conoscenza sua, che per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi pare di
potermi lusingare che l’audacia mi sarà perdonata....
Adagino, signorino bello, ora sembra a me che tu corra troppo, pensai,
e, per farglielo intendere subito, non trovai altra via che continuare
il mio periodo allo stesso punto dove l’avevo interrotto.
— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato non è il mio, deve
averlo smarrito un’altra.
— È possibile, ammise senza scomporsi, ma sempre con grande umiltà:
anzi non è possibile; l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto per
introdurmi in casa sua.
Io lo guardai a bocca aperta.
— Ho comprato io stesso il n. 13 in una bottega; l’orefice mi aveva
assicurato che questi numeri tredici sono tutti simili, o almeno lei
poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene e me ne andrò senza
averle detto la causa che mi conduce.
— Ma allora si ripigli il suo n. 13....
— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto male può rimediare ascoltandomi,
non mi caccerebbe come un impertinente.
Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, ne aveva quasi negli
occhi. E poi non diceva _quanto bene_ gli avrei fatto lasciandolo dire,
diceva solo _quanto male_ potevo rimediare ascoltandolo.
Non ho poi il cuore d’una belva feroce.
— Io non la caccio, perchè è una persona compita; ma dica lei stesso:
posso io ascoltare quanto lei mi vuol dire?
Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce:
— Lei può e deve, perchè non si tratta di lei, ma dell’amica sua
migliore....
— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, mi dica tutto.
Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che in coscienza mi piaceva
tanto, per non vedere in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo
della mia buona Tizia.
Il cavaliere mi confessò che da molti anni era innamorato dell’amica
mia; ma da un pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla
all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, seguendo costantemente
i suoi passi, temendo ogni mattina che gli entrasse in casa la
tristissima novella del fidanzamento di Tizia, e solo da poco avendo
visto ch’essa rimaneva sempre zitella, si era fatto un coraggio di
leone a parlarle un’altra volta.
— Un’altra volta! Ma dunque?
Proprio così; e se il cavaliere Codicini era venuto all’uscio di casa
mia col pretesto del numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto,
nella quarta pagina del _Secolo_, l’avviso con mancia competente, e più
perchè non avrebbe mai osato presentarsi al signor Diego Corona, nè a
sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno alla portinaia, chè vi
è sempre pericolo di trovare questa sorta di gente nell’esercizio delle
sue funzioni, cioè a dire munite d’una scopa....
Diceva proprio così: _munite d’una scopa_, per far ridere me, ma egli
aveva sempre le lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento
scoraggiato.
— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo?
— Tizia non le ha mai detto nulla di me?
— Proprio mai nulla.
— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta prima con un disgraziato,
il quale una settimana delle nozze, quando le pubblicazioni erano già
state fatte in municipio e in chiesa...
— So tutto questo, ma non lo so da Tizia, però lo sposo non era il
cavalier Codicini.
— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere, e chi ha il piacere di
parlarle è appunto Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona
d’Italia.
Per far questa nuova presentazione, si levò dal divano e s’inchinò come
un peccatore.
Ma no, come un malfattore!
— Ma che spera ora? interrogai senza ombra di amabilità; che Tizia
ricaschi nella... nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma, quale
fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare le pubblicazioni con lo
stesso fidanzato, dopo che la prima volta lo sposo suo l’ha piantata in
asso? Pensi un poco.
— Ho pensato molto.
— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato, le pubblicazioni devono
essere richieste dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale
dello stato civile, mi pare che si dica così, non avendo tempo da
perdere, non pubblica nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi
senza l’agonia di questa aspettazione! Andare insieme in municipio,
a un tratto dichiarare al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei
faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se pure ha conservato un
po’ d’amore per chi l’ha... per lei....
— Crede che ne abbia conservato un poco?
— Forse un poco....
— Un poco.
— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede bene che non è possibile...
no... no... non è possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo
chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più.
— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa, orrenda della mia
condotta?
— Ve ne può essere una?
— Ve n’è una.
— E perchè non l’è andata a dire a Tizia o a suo padre? E perchè non
glie la va a dire ora?
— Perchè questa causa non si può dire, balbettò scoraggiato.
Rimanemmo un poco in silenzio entrambi.
— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente.
Mi rispose con un filo di voce guardando il soffitto:
— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse fare molto; ora mi pare che
non possa fare nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure...
eppure....
— Dica, dica.
— Eppure, se un’anima buona, un’amica di Tizia, guardandomi bene in
faccia, vi vedesse la sincerità....
— Il pentimento, insinuai.
— No, non il pentimento; quello che feci una volta lo farei sempre,
messo nelle stesse condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato; io
sono padrone di me, perchè mi sono fatto una posizione; a quel tempo
vivevo di rendita, ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta
qui....
Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva che la condizione sua
fosse peggiorata. Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente
nel dire con ferma voce:
— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia compagna perduta.
Stette un altro poco a riflettere e vedendo che io non indovinavo
nulla, sollevò un piccolo lembo della segreta verità.
— Supponga, signorina, che, quando si facevano le pubblicazioni, io
fossi ricco, o mi credessero ricco, e che a un tratto, per una orrenda
necessità, una necessità orrenda, non confessabile ad altri che a Dio,
avessi dovuto vendere tutto quanto possedevo per salvare qualcuno e me
stesso....
Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare troppo, e ch’egli si
dovesse pentire poi di aver parlato tanto....
— Basta, basta, mormorai....
Ma egli aggiunse ancora una parola che gli uscì di bocca in un rantolo:
il _disonore_.... Poi tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le
guancie.
Io mi voltai verso l’uscio per non vedere; quando egli si fu asciugato
il volto lagrimoso, gli dissi:
— Perchè non va parlare così a Tizia?
— Perchè non potrei arrivare fino a lei se qualcuno non mi aiuta.
Era verissimo.
— Ma perchè non è andato a dirle queste cose prima di rinunziare alla
sua sposa per sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato a me,
anche meno sarebbe bastato... forse.
— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono corsi a lei con
la morte nel cuore per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola lieta
nei suoi preparativi, contenta d’essere fra pochi giorni mia sposa, mi
venne meno il coraggio. Pensavo che ella volesse saper di più, ed era
suo diritto, e che potesse indovinare molto, troppo, e allora a che
serviva il silenzio? Io no, non avevo il diritto di offuscare....
— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida parla con qualcuno.
Stetti in ascolto un momento.
Brigida parlava in anticamera, e mi venne all’orecchio un’altra
voce nota, ma tanto sommessa da non potere intendere chi fosse
l’interlocutore. Mi pareva che la fantesca dicesse di Berruti o
Berrettini, che era con me in sala da una mezz’ora abbondante, e
che l’altro rimanesse in forse se dovesse o no disturbare il nostro
colloquio. Finalmente l’altro se ne andò.
— Brigida, chiamai forte.
E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il dottore Augusto, ma sapendo
che vi era gente in salotto, se n’era andato.
— Gli hai detto che era il signore....
— Sì.
— Come gli hai detto?
Brigida si schermì un poco prima di confessare.
— Gli ho detto che vi era un bel signore giovane...; che il nome mi
era scappato dalla mente, ma doveva essere una cosa come Berretto o
Berrettino. Così gli ho detto.
— Hai fatto bene.
Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno; rimanevamo come prima
inquieti della tristissima cosa che volevamo accomodare con poca
speranza.
— Dunque?
— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare a Tizia o al babbo suo,
ma a Tizia meglio, perchè tanto bisognerà pur venire a questo, se vuol
ottenere qualche cosa di pratico.
— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè essa dia ancora un
colloquio al suo antico innamorato, quale è la via migliore?
— Qual’è la via migliore? domandai anch’io a lui, e a me stessa.
— Ci pensi un poco; quello che ho pensato io venendo prima da lei, era
farmi un’alleata.
Aveva ancora ragione.
— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice; è contento? Penserò io
a preparare il terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò.
— Qui, o in casa sua?
— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene, mi spieghi ciò che non ho
inteso bene.
Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè invece di venire subito
in casa mia dopo l’avviso, aveva aspettato tanto.
Perchè egli era stato assente davvero, e solo al ritorno leggicchiando
vecchi giornali accatastati in portineria gli era venuto sott’occhi
l’avviso.
Secondo: perchè invece di venire a casa mia a consegnarmi la medaglia
comprata, era andato a depositarla all’Economato?
Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e anche l’Economato; al
momento di venire da me aveva scelto l’Economato.
Coraggioso, non è vero?
Se ne andò un po’ consolato, ma non molto.
E non era nemmeno sulla cantonata quando il dottor Augusto entrava in
salotto ad aspettarmi.
Aveva da dirmi una cosa.
_Quella cosa_, come accade qualche volta, si mutò prima in _tante
cose_; e le tante in nessuna.
Il mio carissimo cugino mi domandò se il babbo sarebbe tornato presto;
e sapeva bene che poteva essere di ritorno soltanto dopo le quattro;
poi mi confessò di essere stato un’ora prima. (Sapevamcelo. Ma era
appena mezz’ora prima). Perchè avevo una visita se n’era andato.
Sapevamo anche questo.
— E chi era quel signore bruno? domandò con indifferenza.
— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato il mio n. 13, cioè uno
dei numeri 13, ma non il mio, perchè, guardando bene, mi sono accorta,
che nessuno dei numeri 13, resimi dalla sorte, è quello che la sorte,
cioè mio cugino dottore, mi aveva regalato.
— Hai fatto questa scoperta? mi domandò sempre indifferente.
— Sì, l’ho fatta; ti stupisce?
— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna delle due medaglie è
quella che ti ho dato.
Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e tutte le cose che mi doveva
dire gli rimasero in corpo.
— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo di bottega, osservò poi
sommessamente.
— Anche l’altro del _Ciall_ era nuovo di bottega.
— Lo so.
Altro silenzio.
— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico, le cose che mi dovevi dire
sono queste sole?
Si scosse un momentino per ridere; volle pigliare la mia mano, ma non
la trovando subito, troncò l’atto a mezzo.
— Quel cavaliere è un bell’uomo....
— Puoi anche dire un bel giovane; non deve avere molto più di
trentacinque anni.
— È venuto per ringraziare della vostra visita, non è vero?
— Sicuramente.
— E... per null’altro?
Avevo io il diritto di non mentire? Potevo io, tacendo, fare una mezza
confessione? No, non è vero? Dunque mentii.
— Per nient’altro.
— E per ringraziare te e il babbo tuo della visita, si è fermato qui
un’ora.
— Era poi un’ora?
— Sì, un’ora abbondante.
— Allora tu sei stato in sentinella sul portone di casa?
Non disse di no; disse invece:
— Sai tu chi è questo cavalier Codicini?
— Il cavaliere Codicini.
— Non sai che doveva essere lo sposo della signorina Tizia?
Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non mentire?
— Io non so nulla, io.
E mi si affacciarono due strane idee, cioè che mio cugino, essendo
segretamente innamorato di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio cugino
fosse semplicemente innamorato di sua cugina... e fiutasse un altro
pericolo. Ma si spieghi in buon ora!
— Che importa a te di tutto questo? gli domandai levandomi da sedere, e
guardandolo bene in faccia per metterlo alle strette. E messo così, mio
cugino fece uno sforzo disperato di resistenza per non dirmi nulla.
— Ecco il babbo, annunziai.