V.

Il cavaliere Diego Corona si era messo all’opera con coscienza, e il

giorno dopo verso l’una venne a far conoscere il suo primo candidato.

Era il signor Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, il

quale, avendo perduta la moglie da tre mesi appena, portava un lutto

spaventoso da far morire a guardarlo lungamente. Catena di osso nero,

bottoni neri alla camicia e ai paramani, occhiali incorniciati in osso

nero, barba nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, da parere

un carboncino da disegno. Messo al mondo unicamente per scrivere

l’epitaffio di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto a essa;

e invece, appunto perchè penava troppo della privazione della sua

compagna, non vedeva l’ora di sposarne un’altra.

Tutte queste cose il signor Prudenziano non le disse subito, chè

avrebbe smentito il suo nome; si seppero poi; allora egli disse che da

Rimini un amico suo e del babbo gli aveva scritto d’andare a trovarlo

per fare la sua conoscenza.

Mentre egli così spiegava la sua visita, con molta lentezza

burocratica, io mi sentiva venire uno gran voglia di ridere, e mi

riuscì di di vincerla appena appena.

Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare segretamente al

cavalier Corona che impressione gli aveva fatto il discorso del

presidente del Consiglio alla Camera dei deputati; e lasciò che il

signor Prudenziano mi esaminasse bene senza averne l’aria.

Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. Noi donne possiamo

mostrare cento aspetti a chi ci guardi, per confondere il suo criterio,

ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale il nostro uomo.

Il signor Prudenziano non mi piaceva affatto. Non perciò, mentre

egli faceva quella fatica inutile di esaminare la mia persona, volli

spiacergli; tutt’altro; misi in mostra i denti, che ho veramente

belli; guardai in alto per fargli vedere la grandezza dell’occhio; mi

toccai un ricciolo di capelli biondi che mi crescono sotto la nuca al

principio del collo; e, con questa mimica, dimostrai belle mani, bel

collo e bei capelli. Il resto della mia persona non è gran cosa, ne

convengo, ma non è nemmeno il diavolo.

Assolutamente Prudenziano Barbotti, andando via, doveva dire, a sè

stesso prima, al cavaliere Corona poi, che io farei il comodo suo.

E così disse veramente; e io risposi subito subito ch’egli a me non

piaceva affatto.

Il cavalier Diego Corona, quando seppe dell’impressione fatta dal suo

Prudenziano, senza perdere tempo, lo cambiò con un altro sottocapo

della manutenzione: il signor Arturo Meri.

Ma, Dio misericordioso!, dove gli andava a pescare i suoi candidati?

Vi immaginate voi una palla elastica, anzi una piccola palla elastica

rossa e nera? Così era il signor Arturo. Da una pancetta tonda escivano

braccia e gambe corte, inquiete per la impresa difficile di mantenere

la gravità senza ruzzolare per terra, come fanno spesso le palle

elastiche; e su tutto ciò una faccia tonda e infocata.

Ma io cominciavo appena a ridere molto del candidato numero due quando

si presentò, o almeno mi parve, il candidato numero tre.

E questo era proprio tutt’altro. Mio padre era uscito appena, e la

fantesca, la quale non fa mai le cose a modo, fece entrare l’incognito

in salotto senza farsi dire chi doveva annunziare; andò a cercare il

babbo nella sua camera, poi venne nella mia.

— È venuto un signore... domanda del padrone....

— Ma lo sai bene che non è in casa, non hai visto che è uscito appena?

Brigida non aveva visto niente,

— E allora?

— E allora....

— Gli vado a dire che il padrone non è in casa?

— No, aspetta, ti ha detto il nome?

Altro, glielo aveva detto sicuramente, ma Brigida se n’era dimenticata.

Ah! sì... no... forse aveva detto... Berruti o Berrettini...

— Berruti o Berrettini?

— Berruti quasi di certo, oppure no... Berrettini.

Non ascoltai altro, mi rassegnai a riceverlo. Con un’occhiata io avevo

visto che o si chiamasse Berruti o si chiamasse Berrettini, quell’uomo

poteva piacermi; era alto e diritto, non troppo magro; elegante nel

vestito e nel modo di presentarsi; faccia pallida con barba nera

smozzicata, come usa da poco in qua, terminante in punta; occhi

profondi, ma aperti; naso così così e buon sorriso fra i baffi.

— Scusi, la mia fantesca si è sbagliata; il babbo non è in casa...,

dissi io, è uscito appena.

Berruti e Berrettini sorrisero nel rispondere umilmente:

— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo in istrada; appena l’ho

visto escir di casa e avviarsi all’uffizio, io sono venuto.

Questa confessione audace, condita di tanta umiltà, mi fece nascere

quattro o cinque pensieri diversi. Uno di questi era che anche la voce

di Berruti o Berrettini mi contentava, e il gesto sobrio mi piaceva, e

l’umiltà audace più ancora.

— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno il nome; scusi, lei chi è?

— Signorina, lei conosce già il mio nome; io sono Codicini.

— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò di sì), quello del

n. 13? (sì, sì, sì) e si è voluto disturbare... ma si accomodi.

Quanto mi contentava, che questa volta Diego Corona non ci entrasse

menomamente! È il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale dei

matrimoni... che... se mai....

— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche cosa, di poterla

ringraziare a voce per... quell’amuleto... lei avrà capito che era un

amuleto; ed è doloroso perdere gli amuleti che debbono darci tutta la

felicità... ma...

Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli che il n. 13 da

lui ritrovato non era veramente il mio, per paura che allora egli me

l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; mi arrestai in tempo.

Egli sviò subito il discorso e disse gravemente:

— Il n. 13 è stata una felice occasione, un buon pretesto per fare la

conoscenza sua, che per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi pare di

potermi lusingare che l’audacia mi sarà perdonata....

Adagino, signorino bello, ora sembra a me che tu corra troppo, pensai,

e, per farglielo intendere subito, non trovai altra via che continuare

il mio periodo allo stesso punto dove l’avevo interrotto.

— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato non è il mio, deve

averlo smarrito un’altra.

— È possibile, ammise senza scomporsi, ma sempre con grande umiltà:

anzi non è possibile; l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto per

introdurmi in casa sua.

Io lo guardai a bocca aperta.

— Ho comprato io stesso il n. 13 in una bottega; l’orefice mi aveva

assicurato che questi numeri tredici sono tutti simili, o almeno lei

poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene e me ne andrò senza

averle detto la causa che mi conduce.

— Ma allora si ripigli il suo n. 13....

— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto male può rimediare ascoltandomi,

non mi caccerebbe come un impertinente.

Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, ne aveva quasi negli

occhi. E poi non diceva _quanto bene_ gli avrei fatto lasciandolo dire,

diceva solo _quanto male_ potevo rimediare ascoltandolo.

Non ho poi il cuore d’una belva feroce.

— Io non la caccio, perchè è una persona compita; ma dica lei stesso:

posso io ascoltare quanto lei mi vuol dire?

Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce:

— Lei può e deve, perchè non si tratta di lei, ma dell’amica sua

migliore....

— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, mi dica tutto.

Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che in coscienza mi piaceva

tanto, per non vedere in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo

della mia buona Tizia.

Il cavaliere mi confessò che da molti anni era innamorato dell’amica

mia; ma da un pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla

all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, seguendo costantemente

i suoi passi, temendo ogni mattina che gli entrasse in casa la

tristissima novella del fidanzamento di Tizia, e solo da poco avendo

visto ch’essa rimaneva sempre zitella, si era fatto un coraggio di

leone a parlarle un’altra volta.

— Un’altra volta! Ma dunque?

Proprio così; e se il cavaliere Codicini era venuto all’uscio di casa

mia col pretesto del numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto,

nella quarta pagina del _Secolo_, l’avviso con mancia competente, e più

perchè non avrebbe mai osato presentarsi al signor Diego Corona, nè a

sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno alla portinaia, chè vi

è sempre pericolo di trovare questa sorta di gente nell’esercizio delle

sue funzioni, cioè a dire munite d’una scopa....

Diceva proprio così: _munite d’una scopa_, per far ridere me, ma egli

aveva sempre le lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento

scoraggiato.

— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo?

— Tizia non le ha mai detto nulla di me?

— Proprio mai nulla.

— Lei non sa ch’essa si fidanzò una volta prima con un disgraziato,

il quale una settimana delle nozze, quando le pubblicazioni erano già

state fatte in municipio e in chiesa...

— So tutto questo, ma non lo so da Tizia, però lo sposo non era il

cavalier Codicini.

— Era Ramelli, Ramelli non ancora cavaliere, e chi ha il piacere di

parlarle è appunto Annibale Codicini Ramelli, cavaliere della Corona

d’Italia.

Per far questa nuova presentazione, si levò dal divano e s’inchinò come

un peccatore.

Ma no, come un malfattore!

— Ma che spera ora? interrogai senza ombra di amabilità; che Tizia

ricaschi nella... nella... bisogna pur dire, nella trappola? Ma, quale

fanciulla sarebbe tanto sciocchina da domandare le pubblicazioni con lo

stesso fidanzato, dopo che la prima volta lo sposo suo l’ha piantata in

asso? Pensi un poco.

— Ho pensato molto.

— Se non sbaglio, chè io non ho mai provato, le pubblicazioni devono

essere richieste dai due fidanzati insieme; altrimenti l’uffiziale

dello stato civile, mi pare che si dica così, non avendo tempo da

perdere, non pubblica nulla... pazienza se vi fosse modo di sposarsi

senza l’agonia di questa aspettazione! Andare insieme in municipio,

a un tratto dichiarare al sindaco: «noi siamo qui per sposarci, lei

faccia presto, ci sposi subito» forse Tizia, se pure ha conservato un

po’ d’amore per chi l’ha... per lei....

— Crede che ne abbia conservato un poco?

— Forse un poco....

— Un poco.

— Forse molto, io non so nulla. Ma lei vede bene che non è possibile...

no... no... non è possibile.... Giudico da me stessa, e le parlo

chiaro, se fossi in Tizia, non mi fiderei più.

— Nemmeno quando sapesse la ragione imperiosa, orrenda della mia

condotta?

— Ve ne può essere una?

— Ve n’è una.

— E perchè non l’è andata a dire a Tizia o a suo padre? E perchè non

glie la va a dire ora?

— Perchè questa causa non si può dire, balbettò scoraggiato.

Rimanemmo un poco in silenzio entrambi.

— Che cosa posso fare io? Domandai sommessamente.

Mi rispose con un filo di voce guardando il soffitto:

— Poco fa, mi è sembrato che lei potesse fare molto; ora mi pare che

non possa fare nulla e la mia condanna è irrimediabile... eppure...

eppure....

— Dica, dica.

— Eppure, se un’anima buona, un’amica di Tizia, guardandomi bene in

faccia, vi vedesse la sincerità....

— Il pentimento, insinuai.

— No, non il pentimento; quello che feci una volta lo farei sempre,

messo nelle stesse condizioni d’allora; ma, oggi, tutto è mutato; io

sono padrone di me, perchè mi sono fatto una posizione; a quel tempo

vivevo di rendita, ora vivo del mio lavoro; la differenza è tutta

qui....

Stando alle idee ricevute fino allora, mi pareva che la condizione sua

fosse peggiorata. Egli lesse il mio pensiero e sorrise melanconicamente

nel dire con ferma voce:

— Il lavoro soltanto può ridarmi la mia compagna perduta.

Stette un altro poco a riflettere e vedendo che io non indovinavo

nulla, sollevò un piccolo lembo della segreta verità.

— Supponga, signorina, che, quando si facevano le pubblicazioni, io

fossi ricco, o mi credessero ricco, e che a un tratto, per una orrenda

necessità, una necessità orrenda, non confessabile ad altri che a Dio,

avessi dovuto vendere tutto quanto possedevo per salvare qualcuno e me

stesso....

Io non fiatavo più, ora temevo d’indovinare troppo, e ch’egli si

dovesse pentire poi di aver parlato tanto....

— Basta, basta, mormorai....

Ma egli aggiunse ancora una parola che gli uscì di bocca in un rantolo:

il _disonore_.... Poi tacque e le lagrime trattenute gl’irrigarono le

guancie.

Io mi voltai verso l’uscio per non vedere; quando egli si fu asciugato

il volto lagrimoso, gli dissi:

— Perchè non va parlare così a Tizia?

— Perchè non potrei arrivare fino a lei se qualcuno non mi aiuta.

Era verissimo.

— Ma perchè non è andato a dirle queste cose prima di rinunziare alla

sua sposa per sempre, non tutto, ma quello che ora ha confidato a me,

anche meno sarebbe bastato... forse.

— Vi pensai allora; e la triste mattina dell’abbandono corsi a lei con

la morte nel cuore per parlare come ho fatto ora; ma, vedendola lieta

nei suoi preparativi, contenta d’essere fra pochi giorni mia sposa, mi

venne meno il coraggio. Pensavo che ella volesse saper di più, ed era

suo diritto, e che potesse indovinare molto, troppo, e allora a che

serviva il silenzio? Io no, non avevo il diritto di offuscare....

— Non mi dica altro, stia zitto! di là Brigida parla con qualcuno.

Stetti in ascolto un momento.

Brigida parlava in anticamera, e mi venne all’orecchio un’altra

voce nota, ma tanto sommessa da non potere intendere chi fosse

l’interlocutore. Mi pareva che la fantesca dicesse di Berruti o

Berrettini, che era con me in sala da una mezz’ora abbondante, e

che l’altro rimanesse in forse se dovesse o no disturbare il nostro

colloquio. Finalmente l’altro se ne andò.

— Brigida, chiamai forte.

E Brigida venne a dirmi ch’era venuto il dottore Augusto, ma sapendo

che vi era gente in salotto, se n’era andato.

— Gli hai detto che era il signore....

— Sì.

— Come gli hai detto?

Brigida si schermì un poco prima di confessare.

— Gli ho detto che vi era un bel signore giovane...; che il nome mi

era scappato dalla mente, ma doveva essere una cosa come Berretto o

Berrettino. Così gli ho detto.

— Hai fatto bene.

Essa se ne andò; noi non ridemmo nemmeno; rimanevamo come prima

inquieti della tristissima cosa che volevamo accomodare con poca

speranza.

— Dunque?

— Se dà retta a me, vada lei stesso a parlare a Tizia o al babbo suo,

ma a Tizia meglio, perchè tanto bisognerà pur venire a questo, se vuol

ottenere qualche cosa di pratico.

— Sì, ma come arriverò fino a Tizia? Perchè essa dia ancora un

colloquio al suo antico innamorato, quale è la via migliore?

— Qual’è la via migliore? domandai anch’io a lui, e a me stessa.

— Ci pensi un poco; quello che ho pensato io venendo prima da lei, era

farmi un’alleata.

Aveva ancora ragione.

— Sarò meglio che un’alleata, sarò una complice; è contento? Penserò io

a preparare il terreno, e quando lei potrà parlarle... le scriverò.

— Qui, o in casa sua?

— Non so nulla, e ora, prima d’andarsene, mi spieghi ciò che non ho

inteso bene.

Volli sapere tante cose inutili: primo: perchè invece di venire subito

in casa mia dopo l’avviso, aveva aspettato tanto.

Perchè egli era stato assente davvero, e solo al ritorno leggicchiando

vecchi giornali accatastati in portineria gli era venuto sott’occhi

l’avviso.

Secondo: perchè invece di venire a casa mia a consegnarmi la medaglia

comprata, era andato a depositarla all’Economato?

Perchè l’avviso indicava la mia abitazione e anche l’Economato; al

momento di venire da me aveva scelto l’Economato.

Coraggioso, non è vero?

Se ne andò un po’ consolato, ma non molto.

E non era nemmeno sulla cantonata quando il dottor Augusto entrava in

salotto ad aspettarmi.

Aveva da dirmi una cosa.

_Quella cosa_, come accade qualche volta, si mutò prima in _tante

cose_; e le tante in nessuna.

Il mio carissimo cugino mi domandò se il babbo sarebbe tornato presto;

e sapeva bene che poteva essere di ritorno soltanto dopo le quattro;

poi mi confessò di essere stato un’ora prima. (Sapevamcelo. Ma era

appena mezz’ora prima). Perchè avevo una visita se n’era andato.

Sapevamo anche questo.

— E chi era quel signore bruno? domandò con indifferenza.

— Il cavaliere Codicini, quello che ha trovato il mio n. 13, cioè uno

dei numeri 13, ma non il mio, perchè, guardando bene, mi sono accorta,

che nessuno dei numeri 13, resimi dalla sorte, è quello che la sorte,

cioè mio cugino dottore, mi aveva regalato.

— Hai fatto questa scoperta? mi domandò sempre indifferente.

— Sì, l’ho fatta; ti stupisce?

— No, perchè me n’ero accorto anch’io; nessuna delle due medaglie è

quella che ti ho dato.

Sembrò rannuvolarsi a questo pensiero, e tutte le cose che mi doveva

dire gli rimasero in corpo.

— Il n. 13 del cavalier Codicini era nuovo di bottega, osservò poi

sommessamente.

— Anche l’altro del _Ciall_ era nuovo di bottega.

— Lo so.

Altro silenzio.

— Oh! senti, dissi a mio cugino chimico, le cose che mi dovevi dire

sono queste sole?

Si scosse un momentino per ridere; volle pigliare la mia mano, ma non

la trovando subito, troncò l’atto a mezzo.

— Quel cavaliere è un bell’uomo....

— Puoi anche dire un bel giovane; non deve avere molto più di

trentacinque anni.

— È venuto per ringraziare della vostra visita, non è vero?

— Sicuramente.

— E... per null’altro?

Avevo io il diritto di non mentire? Potevo io, tacendo, fare una mezza

confessione? No, non è vero? Dunque mentii.

— Per nient’altro.

— E per ringraziare te e il babbo tuo della visita, si è fermato qui

un’ora.

— Era poi un’ora?

— Sì, un’ora abbondante.

— Allora tu sei stato in sentinella sul portone di casa?

Non disse di no; disse invece:

— Sai tu chi è questo cavalier Codicini?

— Il cavaliere Codicini.

— Non sai che doveva essere lo sposo della signorina Tizia?

Ditelo ancora voi: avevo io il diritto di non mentire?

— Io non so nulla, io.

E mi si affacciarono due strane idee, cioè che mio cugino, essendo

segretamente innamorato di Tizia, fiutasse il pericolo; che mio cugino

fosse semplicemente innamorato di sua cugina... e fiutasse un altro

pericolo. Ma si spieghi in buon ora!

— Che importa a te di tutto questo? gli domandai levandomi da sedere, e

guardandolo bene in faccia per metterlo alle strette. E messo così, mio

cugino fece uno sforzo disperato di resistenza per non dirmi nulla.

— Ecco il babbo, annunziai.

Il Numero 13: Racconto Prefazione: Come si scrive un romanzo? · 第 13 / 20 题