IV.

Quella sera, prima d’entrare in letto mi ricordai che la catenella

mia, quella che mi legava al collo il numero 13 proprio mio, aveva un

anellino non interamente chiuso, che se si era aperto ancora un poco

più, poteva essere stato la causa dello smarrimento. E subito presi

in esame le catenelle restituite: tutte e due erano intatte: parevano

uscite allora allora dalla bottega.

— Babbo! chiamai dall’uscio.

E il babbo mi rispose dalla vicina camera:

— Sono a letto, entra pure.

— Non entro, perchè... ma ho fatto una scoperta curiosa...

— Che scoperta?

— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono tornati a casa, è il mio.

E mi spiegavo bene dall’uscio.

— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a letto, potremo parlare lo

stesso.

Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo.

Non ci potevamo capacitare che, in uno stesso giorno, per un _amuleto_

perduto, ne tornassero a casa due. Il babbo spiegava a me e io al

babbo inutilmente: pensa che quel gingillo è di moda, che tutte le

vetrine degli orefici ne hanno in mostra una dozzina almeno, che tutti

sono fatti forse nello stesso stampo, forse le catenelle fabbricate a

chilometri, poi tagliate a spanne.

— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato e la mia è proprio d’oro.

Veramente sembravano d’oro anche le altre! Sembravano, ma chi lo sa?

Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere dal letto, infilare

una palandrana e le pantofole. Poi venne in camera mia, con la pietra

di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto le coltri di quella scenetta

e di quell’arnese stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra le

catenelle e i medaglioni e se ne tornò in camera senza dir nulla.

— È oro? domandai.

— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava contento di darmi saggio

di scienza occulta.

— È oro, rispose.

E subito lo sentii entrare in letto.

— Sono oro tutte due.

— Come lo sai?

— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista anch’io.

Era vero; non per nulla aveva studiato il primo anno di medicina.

Ma il caso era dunque più singolare ancora. Un po’ a occhi aperti, un

po’ a occhi chiusi, tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro aveva

la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento di requie che mi davano

il sogno e il pensiero, mi tornava in mente il malessere di Tizia,

sul quale non mi era riescito di avere spiegazioni, non ostante che

l’avessi accompagnata a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata due volte;

che cosa si stava dicendo allora?... si parlava dell’economato, della

visita che bisognava fare al cavalier Codicini.... In questo non vedeva

nulla di male per Tizia; il cavalier Codicini non è il signor Ramelli,

il quale sei anni sono ha piantato la sua fidanzata col pretesto

d’un’improvvisa perdita di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio.

Ah! birbi d’uomini!

Era invece _paura_! perchè questi signorini belli (qualche volta sono

brutti come il peccato) dopo aver scaldata la testa delle ragazze

ingenue, se non hanno a sposare un milione, o mezzo almeno, sono sempre

soggetti a tali sgomenti di non poter bastare a dare la felicità alla

loro compagna... per tutta la vita. Pazienza se fosse un paio d’anni

o un paio di mesi... ma tutta la vita! E non era vero che il signor

Ramelli avesse penuria di quattrini; suo padre era ispettore d’una

banca e cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, Ramelli, il

numero 13, molti numeri tredici... Chiudevo gli occhi al sonno.

Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi si affacciò netta la memoria

d’una risposta di Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa, essa

e il babbo suo accompagnavano noi, come si fa qualche volta. Io volevo

ch’ella mi parlasse del suo antico innamorato avendo la idea fissa

ch’egli dovesse entrare per qualche cosa nello svenimento.

— Non ci penso proprio più; era tanto naturale che non mi sposasse; non

sono ricca, io.

— Come me, esclamai; tanto meglio; così se, per un caso straordinario,

uno che mi piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola; ma siccome

questo caso si va facendo più straordinario ogni giorno in questa cara

Milano, e io non voglio incomodare il cielo a domandargli un miracolo,

ho già deciso, deciso proprio; rimarrò zitella.

Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia!

— Tu pure dunque...

— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi trovare marito, me ne

incarico io, vedrai... Ma per me è chiaro come il giorno chiaro, non mi

marito.

Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi, che ci seguivano a pochi

passi, non ci udissero.

— Bisogna che le ragazze comprendano di buon’ora che si può vivere

zitelle magnificamente e prepararsi la vecchiaia meno difficile.

Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra provato questo: noi donne

non godiamo proprio nulla di nulla; quando i signori uomini ci hanno

vestito bene e ci mandano a spasso sole, perchè essi hanno altro da

fare, quando ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare la

noia coll’uncinetto, o con un romanzo francese, credono d’averci dato

moltissimo; se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo su con pazienza,

allora ci hanno dato tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che cosa

si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo, un _club_, come dicono loro,

un’associazione di mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un piccolo

tanto, finchè fosse zitella; se avesse la disgrazia di sposarsi,

pagherebbe il doppio; almeno le ragazze andrebbero incontro alla

vecchiaia senza terrore.

Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò solo che questa

associazione farebbe il comodo delle brutte: le belle non ci vorrebbero

stare. Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza quando è bella, ne

ha, a dir molto, per quindici anni; se in questo tempo non trova il

marito che le piacerebbe (e nota che se uno le piace, non glielo può

andare a dire), se non trova il suo vero compagno, se non si rassegna a

pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte quante.

— Pare anche a te?

Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non pensava alle zitelle delle

future associazioni; guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio

cuore, innamorato ancora di quel birbo di Ramelli.

I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, parlavano anch’essi; ogni

tanto si fermavano per mettere una maggiore distanza fra di noi, e,

si sentiva bene, abbassavano essi pure la voce; ma che dicessero non

sapevo proprio.

E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto di suo padre, io presi il

braccio del mio e gli domandai:

— Che cosa dicevate con tanto mistero?

Il babbo rise forte.

— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; sarà una cosa da non

pensarci più.

— Si, facciamola, ma mi dirai tutto.

_Tutto_ era semplicemente questo: i nostri genitori, trovandosi nella

medesima condizione di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo la

proposta che io facevo dell’associazione di zitelle, s’erano avviati a

parlar a bassa voce delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, in

una gran città, a pigliare marito. A Milano ci sono tante mogli ad ogni

passo, diceva il babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! E allora

avevano stabilito di fare un patto, ancora una specie di associazione.

Il babbo mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; il babbo di Tizia

si occuperebbe di dar marito a me; se non potessero proprio riuscire,

quando avessero perduto ogni speranza... ma a questo punto il babbo fu

preso da tanto buonumore, che la frase non potè andare alla fine.

Una risata non riesce mai a sviarmi, quando voglio sapere una cosa.

— E quando avrete perduto ogni speranza? insistei.

— Quando il signor Diego Corona avrà perduto ogni speranza di darti

marito, si proporrà lui stesso.

— A me?

— A te.

Il babbo rideva fino a far voltar gente che ci passava accanto; ma

non lacrimava ancora, come quando volle dire che, non riuscendo lui a

maritare Tizia, si farebbe innanzi con un coraggio di leone. A questo

punto soltanto ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli occhi.

Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia fosse contenta di diventare

la mia matrigna, sarei contenta di diventare la sua...

Silenzio; eravamo giunti in via Larga al n. 15.

— Il cavalier Codicini è in casa? domandò il babbo serio serio,

affacciandosi al finestrino della portineria.

— È uscito or ora; deve avere appena voltato il canto.

Oh gioia! una carta di visita piegata da un lato, come usava allora,

e non se ne parla più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome e

recapito due parole con la matita, così: «Venuto con la figlia a

ringraziare caldamente per il _n. 13_...»

— Era proprio necessario scrivere così?

Il babbo mi rispose in strada che era almeno almeno utile; forse il

cavalier Codicini era giovane, forse io potevo andargli a genio, e lui

piacere a me.

— Ma ti vuoi occupare di me che non ho mai pensato a trovare marito,

ora che ce ne ho uno assicurato?

Il babbo rise ancora prima di rispondermi.

— È vero, ma se non a te, potrà servire a Tizia; e io ho preso impegno

di dar la caccia agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una sfilata

di impiegati del movimento; il mio socio ti farà conoscere tutto il

personale non coniugato; io farò conoscere a Tizia gran parte del

personale di controllo. Ne ho in vista parecchi, bellini assai: ma il

difficile è indurli in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi

la gioventù: per trovare gente preparata al matrimonio, temo che mi

toccherà fare un po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire

dal controllo, passare alla manutenzione.

L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna, tra capi e sottocapi, ha

quasi un battaglione e molti non hanno moglie ancora, o l’hanno perduta

da poco, che è il caso più bello; un vedovo ha tanto bisogno d’essere

consolato... Il babbo caro pensò sicuramente alla mamma... e non disse

altro.

Il Numero 13: Racconto Prefazione: Come si scrive un romanzo? · 第 12 / 20 题