CAPITOLO LV

Alcune circostanze singolari distrassero Emilia dalle sue

inquietudini, eccitando in lei sorpresa pari ad orrore.

Pochi giorni dopo la morte della signora Laurentini, fu aperto il

testamento di quella dama in presenza della superiora del convento e

di Bonnac. Un terzo de' suoi beni era stato lasciato al parente più

prossimo della marchesa di Villeroy, e questo legato riguardava

Emilia.

La badessa conosceva da molto tempo il segreto della sua famiglia; ma

Sant'Aubert, ch'erasi fatto conoscere al religioso che avevalo

assistito, aveva prescritto che questo segreto restasse celato sempre

alla sua figlia. I discorsi però sfuggiti alla signora Laurentini, e

la strana confessione da lei fatta nei suoi ultimi momenti, fecero

creder necessario alla badessa di parlare alla sua giovane amica d'un

soggetto che poteva illuminarla. Per questo motivo adunque avrebbe

voluto vederla il giorno seguente a quello in cui era stata a visitare

suor Agnese. L'indisposizione di Emilia avevale impedito di recarsi al

monastero, ma dopo l'apertura del testamento, essendo andata a Santa

Chiara, venne informata di molti dettagli che l'afflissero molto.

Siccome poi il racconto fatto dalla badessa sopprimeva varie

particolarità che possono interessare il lettore, e che l'istoria

della monaca è legata con quella della marchesa, ometteremo la

conversazione del parlatorio, e daremo qui un ristretto della storia

della defunta.

=Storia della signora Laurentini di Udolfo.=

Era essa figlia unica ed erede dell'antica famiglia di Udolfo nel

territorio di Venezia. Il primo infortunio della sua vita, e la vera

sorgente di tutte le di lei sciagure fu che i suoi genitori, i quali

avrebbero dovuto moderare la violenza delle sue passioni, ed

insegnarle a regolarle, non fecero che fomentarle con una colpevole

indulgenza. Amavano in lei i propri sentimenti. Lodavano sgridavano,

la figlia non secondo una tenerezza ragionevole, ma dietro la loro

inclinazione. L'educazione non fu per essa che un misto di debolezza e

di pertinacia che l'irritò. I consigli che le venivano dati divennero

altrettante contese, in cui il rispetto figliale e l'amor paterno

erano egualmente dimenticati. Ma siccome quest'amor paterno era sempre

più forte, e si disarmava più facilmente, la figlia credeva aver

vinto, e lo sforzo che facevano per moderare le sue passioni lor

somministrava sempre nuova forza.

La morte de' genitori la lasciò padrona di sè medesima nell'età tanto

pericolosa della gioventù e della bellezza. Amava il gran mondo,

s'inebbriava del veleno della lode, e sprezzava la pubblica opinione

quando contraddiceva a' suoi gusti. Il di lei spirito era vivo e

brillante; aveva tutti i talenti, tutte le attrattive che formano la

grand'arte di sedurre. La sua condotta fu quale potevano farlo

presagire la debolezza de' suoi principii e la forza delle sue

passioni.

Nel numero infinito de' suoi adoratori, vi fu il marchese di Villeroy.

Viaggiando in Italia, la vide a Venezia, e se ne innamorò. Anch'essa

fu colpita dalla bella figura, dalle grazie e dalle qualità del

marchese, il più amabile de' gentiluomini francesi. Seppe nascondere i

pericoli del suo carattere, le macchie della sua condotta, e il

marchese chiese la di lei mano.

Prima della conclusione delle sue nozze andò al castello di Udolfo,

ove il marchese la seguì. Là, meno riservata e prudente forse di

quello fosse stata fino allora, diè luogo all'amante di formar qualche

dubbio sulla convenienza nel nodo che stava per istringere.

Un'informazione più esatta lo convinse del suo errore, e colei che

doveva esser sua moglie, divenne la sua concubina.

Dopo aver passato alcune settimane a Udolfo, fu d'improvviso

richiamato in Francia: partì con ripugnanza, e col cuore pieno della

sua bella, colla quale però aveva saputo differire la conclusione del

matrimonio. Per incoraggirla a sopportare tale separazione, le diè

parola di tornare a celebrar le nozze appena i suoi affari glielo

avessero permesso.

Consolata da tale assicurazione, la signora Laurentini lo lasciò

partire. Poco dopo, Montoni, suo parente, venne a Udolfo, e le rinnovò

proposte da lei già respinte, che rigettò nuovamente. I suoi pensieri

eran tutti rivolti al marchese di Villeroy. Provava per lui tutto il

delirio d'un amore costante, fomentato dalla solitudine in cui erasi

confinata. Aveva perduto il gusto de' piaceri e della società, e la

sua unica consolazione consisteva nel contemplare e bagnar di lacrime

un ritratto del marchese. Visitava i luoghi testimoni della loro

felicità, e sollevavasi il cuore scrivendogli del continuo lettere

affettuosissime. Contava i giorni, e le ore, i minuti che dovevano

scorrere prima dell'epoca probabile del suo ritorno. Questo periodo

immaginario finì; le settimane che susseguirono, divennero per lei

d'un peso insopportabile. La di lei fantasia occupata in una sola

idea, si disordinò. Il suo cuore era dedito ad un solo oggetto, e

quando credè averlo perduto, la vita le divenne odiosa.

Scorsero parecchi mesi senza ch'ella ricevesse una sola parola del

marchese. Passava i giorni intieri fra i trasporti di una passione

furiosa ed il cupo languore della più nera disperazione. Isolata da

tutto, e da tutti, si chiudeva in casa settimane intiere senza parlare

ad altri che alla sua confidente. Scriveva lettere, rileggeva quelle

ricevute una volta dal marchese, piangeva sul di lui ritratto, e

parlavagli del continuo, ora per rimproverarlo, ora per baciarlo con

fervore.

Finalmente, si sparse la voce nel castello che il marchese si fosse

maritato in Francia. Straziata dall'amore, dalla gelosia e dallo

sdegno, prese il partito di andar segretamente in quel paese, e

vendicarsi, se il fatto era vero. Comunicò alla sola sua confidente il

progetto formato, e l'indusse a seguirla. Prese tutte le sue gioie, e

quelle raccolte nelle successive eredità di vari membri della

famiglia, ch'erano d'immenso valore; e partita segretamente in

compagnia d'una sola cameriera, andò a Livorno, ove s'imbarcò per la

Francia.

Al suo arrivo in Linguadoca, venne a sapere che il marchese di

Villeroy era già ammogliato da qualche tempo. La disperazione alterò

la sua ragione. Formava ed abbandonava contemporaneamente l'orribile

progetto di pugnalare il marchese, la di lui sposa e sè medesima.

Decise finalmente di presentarsegli, rimproverargli la sua condotta,

ed uccidersi alla sua presenza. Ma quando l'ebbe riveduto, quand'ebbe

ritrovato il costante oggetto de' suoi pensieri e della sua tenerezza,

il risentimento cedè all'amore: le mancò il coraggio; il conflitto di

tanti affetti contrari la rese tremante, e cadde svenuta ai suoi

piedi.

Il marchese non potè resistere alla prova di tanta bellezza e

sensibilità; tutta l'energia di un primo sentimento si risvegliò; la

ragione, ma non l'indifferenza, aveva combattuto la sua passione.

L'onore non avevagli permesso di sposar la Laurentini; aveva cercato

di vincersi; aveva cercato una compagna, per la quale non aveva che

stima, considerazione ed un ragionevole affetto. Ma la dolcezza e le

virtù di quella donna adorabile non poterono consolarlo di

un'indifferenza, ch'essa cercava indarno nascondere. Egli sospettava

da qualche tempo che il di lei cuore fosse impegnato ad un altro,

allorchè la Laurentini giunse in Linguadoca. Questa donna artifiziosa

conobbe in breve tutto l'impero ripreso su di lui. Calmata da tale

scoperta, si determinò a vivere, e moltiplicare gli artifizi per

ridurre il marchese all'esecrabile misfatto cui credeva necessario

per assicurare la sua felicità. Perseverò nel suo progetto con

profonda dissimulazione ed imperturbabile pazienza. Riuscì a staccare

intieramente il marchese dalla consorte. La sua dolcezza, bontà e

freddezza, così opposte alle maniere insinuanti, alla voluttà

inesprimibile d'una Veneziana, cessarono ben tosto di piacergli. La

Laurentini ne profittò per destare nel di lui cuore la gelosia

dell'orgoglio, non potendo più risentir quello dell'amore: giunse

perfino a designargli la persona per la quale affermava che la

marchesa lo tradisse, dopo avergli strappato il giuramento, che il

rivale non sarebbe stato mai l'oggetto della sua vendetta, nella

persuasione, che, restringendola così da una parte, avrebbe preso

dall'altra maggior violenza ed atrocità. Pensò che così il marchese si

sarebbe determinato più facilmente all'atto orribile che diveniva

indispensabile a' suoi disegni, e doveva annichilare l'unico ostacolo

che sembrava impedire la di lei felicità.

L'innocente marchesa osservava con estremo dolore il cambiamento del

marito verso di lei. Alla sua presenza, egli era pensieroso e

riservato. La di lui condotta diveniva sempre più austera ed aspra: la

lasciava struggere in lacrime, e per ore intiere essa piangeva sulla

di lui freddezza, facendo sempre nuovi progetti per riguadagnarne

l'affetto. La di lui condotta l'affliggeva tanto più in quanto che

aveva sposato il marchese unicamente per obbedienza: ne aveva amato un

altro, col quale sarebbe stata al certo felice; ma aveva saputo

sacrificare la passione ai doveri coniugali. La Laurentini, la quale

non tardò a scoprirlo, ne approfittò sagacemente. Suggerì al marchese

tante prove apparenti sull'infedeltà della moglie, che, nell'eccesso

del furore e del risentimento per l'oltraggio che credeva aver

ricevuto, pronunciò il decreto fatale della sua morte. Le fu dato un

lento veleno, e quell'infelice morì vittima d'un'astuta gelosia e

d'una colpevole debolezza.

Il trionfo della Laurentini fu di breve durata. Quel momento, ch'essa

aveva riguardato come il colmo di tutti i suoi voti, divenne il

principio di un supplizio che la tormentò fino alla morte. La sete

della vendetta, prima motrice della sua atrocità, fu spenta appena

soddisfatta, e lasciolla in preda alla pietà e ad inutili rimorsi. Gli

anni di felicità ch'erasi ripromessa col marchese di Villeroy ne

sarebbero stati indubbiamente avvelenati; ma anch'egli trovò il

rimorso nel compimento della sua vendetta e la sua complice gli

divenne odiosa. Tutto ciò che gli era sembrato una convinzione,

parvegli allora svanire come un sogno; e fu oltremodo sorpreso, dopo

che la moglie ebbe subìto il suo supplizio, di non trovare alcuna

prova del delitto pel quale l'aveva condannata. Al sapere ch'ella era

in fin di vita, sentì d'improvviso la persuasione della sua innocenza,

la quale gli venne confermata dall'assicurazione solenne ch'essa

gliene diede in punto di morte.

Nel primo orrore del rimorso e della disperazione, voleva darsi da per

sè nelle mani della giustizia con colei che l'aveva piombato

nell'abisso del delitto. Dopo questa crisi violenta, cambiò

risoluzione: vide una volta sola la Laurentini, ma per maledirla come

l'autrice detestabile di tanto misfatto. Le dichiarò che non la

risparmiava se non perchè consacrasse i giorni all'orazione e alla

penitenza. Oppressa dal disprezzo e dall'odio d'un uomo, pel quale

erasi resa tanto colpevole; sovrappresa d'orrore per l'inutile

delitto, di cui si era macchiata, la Laurentini rinunziò al mondo, e,

vittima orribile d'una passione sfrenata, prese il velo nel convento

di Santa Chiara.

Il marchese partì dal castello di Blangy, nè vi tornò più. Procurò di

spegnere i rimorsi nel tumulto della guerra e nelle dissipazioni della

capitale; ma i suoi sforzi furono vani. Gli pareva d'esser sempre

circondato da una nube impenetrabile; i suoi più intimi amici non

valsero a consolarlo, e infine morì fra tormenti quasi eguali a quelli

della Laurentini. Il medico che aveva osservato lo stato della

marchesa dopo la sua morte, era stato indotto a tacere a furia di

regali. I sospetti di qualche domestico si limitarono ad una voce

vaga. Se questa voce giungesse al padre della marchesa, o se la

mancanza di prove lo impedisse di accusarlo, è egualmente incerto. È

indubitato però che la di lei perdita rincrebbe a tutta la famiglia, e

specialmente a Sant'Aubert suo fratello, tal essendo il grado di

parentela esistente tra la marchesa ed il padre di Emilia: egli

sospettò il genere della sua morte, e scrisse immediatamente al

marchese, da cui ricevè parecchie lettere, le quali, insieme a quelle

della marchesa, che confidava al fratello il motivo della sua

sventura, componevano le carte che Sant'Aubert aveva ordinato di

bruciare. L'interesse, il riposo di Emilia aveangli fatto desiderare

ch'ella ignorasse questa tragica istoria. L'afflizione cagionatagli

dalla morte prematura d'una sorella da lui tanto amata, avevagli

impedito di pronunziarne mai il nome, se non alla defunta consorte.

Temendo specialmente la viva sensibilità di Emilia, le aveva lasciato

ignorare affatto l'istoria ed il nome della marchesa, non che la

parentela esistente tra loro, ed aveva prescritto il medesimo silenzio

alla signora Cheron sua sorella, che l'aveva rigorosamente osservato.

Era sur alcune lettere della marchesa che, partendo dalla valle,

Emilia vide piangere il padre; era al di lei ritratto ch'egli aveva

fatto sì teneri baci. Una morte sì crudele può spiegare l'emozione cui

dimostrò quando Voisin la nominò a lui dinanzi. Egli volle esser

sepolto presso al mausoleo de' Villeroy, ove giaceano le ceneri di sua

sorella. Il marito di questa essendo morto nella Francia

settentrionale, ve l'avean sepolto colà.

Il confessore, il quale assistè Sant'Aubert al letto di morte, lo

riconobbe pel fratello della defunta marchesa. Per tenerezza verso

Emilia, Sant'Aubert scongiurollo di celarle siffatta circostanza, e

fe' chiedere la medesima grazia alla badessa, raccomandandole la

figlia.

La Laurentini, arrivando in Francia, aveva scrupolosamente celato il

suo nome. Entrando in convento, per meglio nascondere la sua vera

storia, aveva ella stessa fatta circolare quella stata raccontata da

suor Francesca. La badessa non era nel monastero quando fece

professione, e non conoscea tutta la verità. I crudeli rimorsi che

opprimevano la rea, la disperazione d'un amore deluso, e la passione

che conservava pel marchese, aveanle alterata la fantasia. Dopo le

prime crisi, una cupa malinconia s'impadronì di lei, e fu di rado sino

alla morte interrotta da accessi violenti di delirio. Per vari anni il

di lei solo piacere fu quello di passeggiare la notte pei boschi;

portava seco un liuto, e s'accompagnava sovente colla sua bella voce

cantando le più squisite ariette italiane coll'energico sentimento che

occupava costantemente il suo cuore. Il medico che la curava,

raccomandò alla badessa di tollerare questo capriccio, come l'unico

mezzo di calmarla. Soffrivano adunque che la notte errasse pe' boschi,

accompagnata dalla sola donna che fosse venuta seco da Udolfo; ma

siccome un tale permesso alterava la regola del monastero, fu tenuto

segreto; e quella musica misteriosa, unita a tante altre circostanze,

fece credere che il castello di Blangy ed i suoi dintorni fossero

frequentati dagli spiriti.

Avanti che la sua ragione si alterasse, e prima di prendere il velo,

aveva fatto testamento. Oltre un lascito importante al monastero, essa

divideva il resto de' suoi beni, che le sue gioie rendevano

ragguardevoli, tra un'Italiana sua parente, sposa di Bonnac, ed il

parente più prossimo della marchesa di Villeroy. Emilia era la

parente più prossima di questa dama, e la condotta misteriosa di suo

padre venne giustificata in tal guisa.

La somiglianza d'Emilia colla sventurata sua zia era stata spesso

osservata dalla Laurentini; ma fu specialmente all'ora della sua

morte, nel momento stesso in cui la sua coscienza mostravale del

continuo la marchesa, che siffatta somiglianza la colpì, e che, nel

suo delirio, credette vedere la marchesa in persona. Ardì affermare,

ricuperando i sensi, che Emilia doveva esser la figlia di quella dama.

N'era convinta; sapeva che la sua rivale, sposando il marchese, gli

preferiva un altro, e non dubitava che una passione sfrenata non

avesse, come la sua, trascinata la marchesa a qualche fallo.

Intanto il delitto che, per un malinteso, Emilia supponeva essere

stato commesso dalla signora Laurentini in Udolfo, non aveva mai avuto

luogo. Emilia era stata ingannata dalla vista orribile del quadro

coperto da un velo nero, onde si parlò negli scorsi capitoli, e che

aveale fatto attribuire i rimorsi della monaca ad un omicidio accaduto

in quel castello. Quel velo nascondeva un oggetto che la riempì di

orrore; sollevandolo, invece di un quadro, vide nello sfondo una

figura umana, i cui lineamenti sfigurati avevano il pallore della

morte. Era coperta da un lenzuolo, e distesa in una specie di tomba.

Ciò che rendeva tal vista ancor più spaventosa, era che quella figura

parea esser già in preda ai vermi, e che le mani ed il volto ne

lasciavano vedere le orme. È facile immaginare, che un oggetto tanto

schifoso non si dovea guardar due volte. Emilia, quando lo vide,

lasciò cadere il velo, e se ne allontanò spaventata, nè tornovvi più.

Se avesse avuto il coraggio di osservarla più attentamente, l'orrore e

lo spavento suo si sarebbero dissipati, perchè avrebbe riconosciuto

che quella figura era di cera. Questo fatto, sebbene straordinario,

non è però senza qualch'esempio negli annali della dura servitù in

cui la superstizione monastica ha sovente piombato il genere umano. Un

membro della casa di Udolfo aveva offeso in qualche punto le

prerogative della Chiesa, e fu condannato a contemplare due ore per

giorno l'immagine in cera di un cadavere. Questa penitenza, che doveva

servire a rammentargli una sorte inevitabile, aveva per iscopo di

reprimere nel signore di Udolfo un orgoglio di cui quello di Roma era

offeso. Non solo egli subì esattamente la sua penitenza, ma nel suo

testamento, prescrisse la conservazione di quella figura, mettendo a

tal prezzo la proprietà del dominio, e riguardando come utilissima

l'umiliante moralità che insegnava il finto cadavere, l'avea fatto

incorniciare nel muro del suo appartamento, ma nessuno degli eredi

però volle imitarne la penitenza.

L'immagine era così naturale, che non è da stupirsi se Emilia la credè

un corpo umano. Aveva udito raccontare la strana scomparsa della

padrona del castello, e il carattere di Montoni autorizzava in lei il

sospetto che il cadavere fosse quello della signora Laurentini

assassinata dallo stesso suo parente.

Venendo a conoscere che la marchesa di Villeroy era sorella di

Sant'Aubert, Emilia si sentì combattuta da contrari affetti. In mezzo

alla mestizia cagionatale della morte prematura dell'infelice, si

sentì alleviata dalle penose congetture in cui l'avea gettata la

temeraria asserzione della Laurentini sulla di lei nascita e

sull'onore de' suoi parenti. La sua fiducia ne' principii del padre

non permetteale guari d'immaginare ch'egli avesse mancato alla

delicatezza. Ripugnava a credersi figlia di tutt'altra che di colei

ch'ella avea sempre amata e rispettata come sua madre; avrebbe

stentato molto a crederlo; ma la di lei somiglianza colla defunta

marchesa, la condotta di Dorotea, le asserzioni della Laurentini, il

misterioso affetto di Sant'Aubert aveanle ispirati dubbi che la sua

ragione non poteano nè distruggere, nè confermare; ella se ne trovava

così sbarazzata, e la condotta del padre si spiegava. Il suo cuore non

era più oppresso che dalla sventura d'una parente amabile, e per la

terribile lezione data dalla monaca moribonda. Troppa indulgenza per

le sue prime passioni, avean trascinata grado grado la signora

Laurentini ad un delitto il cui solo nome in gioventù l'avrebbe al

certo fatta fremere d'orrore; delitto di cui lunghi anni di penitenza

non avean potuto cancellar la memoria, nè alleviare la di lei

coscienza.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 20 / 23 题