CAPITOLO LIV

La sera del giorno dopo, Emilia, volendo saper le nuove di suor Agnese

e rivedere le amiche, persuase Bianca di tenerle compagnia fino al

monastero, alla cui porta videro una carrozza co' cavalli bagnati di

sudore, lo che indicava essere giunti da pochi minuti. Regnava il più

cupo silenzio nel cortile e nei chiostri ch'esse traversarono.

Arrivando nel salone, furono informate da una monaca che suor Agnese

viveva ancora in perfetto sentore, ma che sicuramente sarebbe morta

nel corso della notte. Nel parlatorio, parecchie educande vennero a

salutarla e a discorrere con lei. Di lì a poco sopraggiunse la

badessa, ed espresse la massima soddisfazione nel rivedere Emilia; le

sue maniere però avevano una singolar gravità, ed era di mesto umore.

«La nostra casa,» diss'ella dopo i primi complimenti, «è veramente una

casa di duolo. Una delle nostre sorelle paga in questo momento il

tributo alla natura; voi non ignorate senza dubbio che la nostra

povera Agnese è moribonda. La morte ci presenta una grande ed

importante lezione; sappiamo profittarne, ed impariamo a prepararci al

cambiamento che ci attende. Voi siete giovane, mia cara Emilia, e

potete acquistare l'inapprezzabile pace della coscienza. Conservatela

in gioventù, affinchè divenga un giorno il vostro conforto. Invano

avremo fatto qualche buon'azione nell'età provetta, se i nostri primi

anni saranno stati macchiati da qualche delitto. Gli ultimi giorni di

Agnese sono stati esemplari. Possano dunque espiare le colpe della sua

gioventù! I di lei patimenti attuali sono troppo terribili; ma

speriamo che le assicureranno il riposo eterno. L'ho lasciata col suo

confessore, e con un signore cui desiderava ardentemente di vedere, e

ch'è arrivato or ora da Parigi: ardisco lusingarmi che l'aiuteranno a

riacquistare la calma, della quale il suo spirito ha tanto bisogno.

Durante la sua malattia, essa vi ha rammentata talvolta. Potrebbe

darsi ch'ella provasse qualche consolazione nel vedervi. Quando sarà

sola andremo a trovarla, se ne avrete il coraggio. Queste scene

straziano il cuore, lo confesso; ma è bene abituarvisi, poichè sono

molto salutari per l'anima, e ci preparano a quanto dobbiamo

soffrire.»

Emilia divenne grave e pensierosa; questo discorso le rammentava le

massime del suo buon padre, e sentì il bisogno di piangere nuovamente

sulla di lui tomba. Nell'intervallo del silenzio che susseguì le

parole della badessa, le tornarono in memoria alcune minute

circostanze de' suoi ultimi momenti: la commozione da lui mostrata

udendo d'esser vicino al castello di Blangy, la domanda di essere

sepolto in un certo luogo del monastero, e l'ordine così positivo di

bruciar quelle carte senza leggerle. Si rammentò inoltre le parole

orribili e misteriose del manoscritto lette involontariamente, e cui

non si ricordava mai senza una penosa curiosità sul senso che potevano

avere e sul divieto del padre. Era nonostante contentissima d'avere

obbedito ciecamente.

La badessa non disse altro, essendo tanto commossa dal soggetto

trattato che non poteva proseguire, e stavano tutte in silenzio per

l'egual motivo. La meditazione generale fu poco stante interrotta

dall'arrivo di un forestiere. Era esso il signor Bonnac, che usciva in

quel punto dalla cella d'Agnese. Pareva assai turbato; ma Emilia credè

notare nelle sue espressioni più orrore che dolore. Trasse in disparte

la badessa e le parlò per qualche minuto: ella parve star molto

attenta: parlava con riflessione e cautela, e mostrava grande

interesse. Dopo ch'egli ebbe finito, salutò tutti rispettosamente, e

si ritirò. La badessa propose ad Emilia di andare nella camera di suor

Agnese; essa vi acconsentì con qualche ripugnanza, e Bianca restò

colle educande.

Alla porta della camera, trovarono il confessore, il quale, al loro

accostarsi, alzò il capo, ed Emilia riconobbe lo stesso che aveva

assistito suo padre; ma egli era astratto, e passò senza osservarla.

Entrate nella cella, trovarono suor Agnese distesa sopra una stuoia;

presso di lei eravi un'altra monaca. Era essa così cambiata, che

Emilia avrebbe difficilmente potuto riconoscerla, se non fosse stata

avvertita. La sua fisonomia era tetra ed orribile; gli occhi,

infossati e velati, stavan fissi sopra un crocifisso che stringevasi

al petto; era così assorta, che da principio non vide nè la badessa,

nè Emilia. Finalmente, voltando gli occhi grevi, li fissò con orrore

sopra Emilia, sclamando:

«Ah! questa visione mi perseguita fino all'ultimo respiro.»

Emilia indietreggiò spaventata guardando la badessa, che le fece cenno

di non temere, e poi disse a suor Agnese: «Figliuola, questa giovine

che vi ho condotta è madamigella Sant'Aubert: mi lusingava che

l'avreste veduta con piacere.» Agnese non rispose nulla, e

considerando Emilia con orribile smarrimento, sclamò: «È dessa. Ah!

ell'ha negli sguardi quelle attrattive, che fecero la mia perdita. Che

volete? Che cercate? Una riparazione? L'avrete; anzi l'avete già

avuta. Quanti anni sono scorsi dacchè non vi ho veduta? Il mio delitto

è di ieri; soltanto invecchiai sotto il di lui peso; e voi siete

sempre giovine, sempre bella! Bella come all'epoca in cui mi

costringeste a quell'esecrabile delitto... Oh! se potessi obliarlo!...

Ma a che servirebbe?... Io lo commisi!»

Emilia, estremamente commossa, voleva ritirarsi. La badessa la prese

per mano, la incoraggì, e la pregò di aspettare che suor Agnese fosse

più tranquilla. Procurò di calmarla, ma la delirante non l'ascoltava,

e guardando sempre Emilia, continuò: «A che servono dunque tanti anni

d'orazione e di pentimento? No, essi non bastano a lavar la macchia

dell'omicidio, sì dell'omicidio. Dov'è egli? dov'è? Guardate, guardate

là! s'aggira per questa camera. Perchè venite a turbarmi in questo

momento?» ripigliò Agnese, i cui occhi percorrevano lo spazio. «Non

son io dunque abbastanza punita? Deh! per pietà, non mi guardate con

occhio così severo. Oh cielo! ancora! è dessa! è dessa! Perchè mi

guardate con tanta pietà? perchè sorridete? Sorridere a me! Ma qual

gemito! udiste?...»

Suor Agnese ricadde, e parve spirare, Emilia, non potendo reggersi

s'appoggiò al letto; la badessa e l'assistente s'affrettarono a

soccorrere la derelitta. Emilia voleva parlarle.

«Zitto,» disse la badessa, «il delirio è finito essa sta alquanto

meglio.

--Sorella, è un pezzo che si trova in questo stato?

--Eran parecchie settimane che non aveva avuto un accesso così

violento,» rispose la monaca; «ma l'arrivo di quel gentiluomo, che

desiderava tanto di vedere, l'ha agitata forte.

--Sì,» ripigliò la badessa, «ed ecco per certo la causa del delirio;

quando starà meglio, la lasceremo quieta.»

Emilia acconsentì volentieri; ma benchè fosse di poca utilità, non

volle ritirarsi fin quando potè credere d'essere di qualche aiuto.

Quando suor Agnese ebbe ripresi i sensi, guardò ancora Emilia, ma

senza smarrimento, e con una profonda espressione di dolore; passarono

alcuni minuti prima che potesse parlare, poi disse debolmente: «La

somiglianza è maravigliosa! è più che immaginazione riscaldata!

Ditemi, ve ne scongiuro, se, malgrado il nome di Sant'Aubert, che voi

portate, non siete figlia della marchesa.

--Di qual marchesa?» rispose Emilia attonita. La calma delle maniere

d'Agnese le aveva fatto credere al ritorno della sua ragione. La

badessa le diè un'occhiata d'intelligenza, ma essa ripetè la domanda.

«Di qual marchesa?» sclamò Agnese; «io ne conosco una sola: la

marchesa di Villeroy.»

Emilia, rammentandosi la commozione di suo padre, allorchè gli fu

nominata questa dama, e la domanda da lui fatta di esser sepolto

presso le tombe de' Villeroy, provò un estremo interesse, e pregò suor

Agnese di spiegare i motivi di tale interrogazione. La badessa avrebbe

voluto fare uscire Emilia, la quale, troppo interessata, reiterò la

domanda con calore.

«Portatemi la mia cassetta, sorella,» disse Agnese, «e vi svelerò

tutto. Guardatevi in quello specchio, e lo saprete; voi siete certo

sua figlia; altrimenti come spiegare una somiglianza così perfetta?»

La monaca le portò la cassetta; suor Agnese gliela fece aprire, e ne

cavò una miniatura, che Emilia riconobbe esattamente somigliante a

quella da lei trovata nelle carte di suo padre. Agnese stese la mano

per pigliarla, la contemplò qualche tempo in silenzio, poi alzò gli

occhi al cielo, e recitò sottovoce un'orazione; quand'ebbe finito,

restituì il ritratto ad Emilia. «Tenetelo,» le disse, «ve lo dono, e

credo che ne abbiate diritto; la vostra somiglianza mi ha colpito

sovente, ma fino a questo momento non aveva turbata tanto la mia

coscienza. Ma restate, sorella,» soggiunse, vedendo che l'infermiera

volea partire, «non portate via la cassetta; essa contiene un altro

ritratto.»

Emilia tremava per l'ansietà, e la badessa volea trascinarla via.

«Agnese torna a delirare, le disse; «osservate come vaneggia! Ne' suoi

accessi, essa non è più in sentore, e si accusa, come vedete, de' più

orribili misfatti.»

La giovane per altro credette scorgere in quel delirio tutt'altro che

follia. Il nome della marchesa, il suo ritratto aveano per lei

bastante interesse, e risolse di procurarsi maggiori schiarimenti.

La monaca portò indietro la cassetta. Agnese calcò una molla, e

scoperto un altro ritratto, lo mostrò dicendo:

«Ecco una lezione per la vanità; guardate questo ritratto, ed

osservate se c'è qualche rapporto fra quello ch'io sono e quello che

sono stata.»

Emilia s'affrettò a prenderlo; è impossibile descrivere la sorpresa ed

il terrore di lei, allorchè riconobbe in esso la perfettissima

somiglianza con quello della signora Laurentini, che aveva veduto al

castello di Udolfo: di quella dama sparita in modo così misterioso, e

che si sospettava fatta perire da Montoni.

Muta e attonita, la giovine guardava alternamente il ritratto e la

monaca moribonda, cercando invano una somiglianza che allora non

esisteva più.

«Perchè quegli sguardi severi?» disse suor Agnese, non comprendendo la

sorpresa di Emilia.

--Ho già veduta questa figura,» disse infine la giovine; «è egli

realmente il vostro ritratto?

--Or potete domandarlo,» rispose Agnese; «ma vi accerto che un tempo

era somigliantissimo. Guardatemi attenta e vedete l'effetto del

delitto!... Allora io era innocente, e le mie sciagurate passioni

dormivano ancora. Sorella mia,» soggiunse gravemente, e prendendo

nella sua mano fredda ed umida una mano di Emilia, che fremette a quel

tocco, «sorella mia, guardatevi bene dal primo movimento delle

passioni! Guardatevi dal primo! Se non si arresta il loro corso, esso

è rapido; la loro forza non conosce alcun freno: desse ci trascinano

ciecamente a delitti, che non possono venir cancellati da lunghi anni

di preghiere e di penitenza. È tale l'impero d'una passione, che

domina tutte le altre, e s'impadronisce di tutte le vie del cuore; è

una furia che ci rende insensibili alla pietà e alla coscienza, e

quando il suo scopo è compiuto, furia sempre più spietata e crudele,

ci abbandona per nostro tormento a tutti quei sentimenti che aveva

sospesi, ma non soffocati, ai supplizi della coscienza, del rimorso e

della disperazione. Ci svegliamo come da un sogno: siamo circondati da

un nuovo mondo attoniti e spaventati; ma il delitto è commesso. Il

potere riunito del cielo e della terra non può annientarlo, ed i

fantasmi ci perseguitano. Cosa sono le ricchezze, la salute e la

grandezza, in confronto dell'inestimabil vantaggio di una coscienza

pura, in confronto della salute dell'anima? Cosa sono gli affanni

della povertà, del disprezzo e della miseria, in confronto

dell'angoscia d'una coscienza in preda ai rimorsi? Oh! quanto tempo è

scorso da che ho perduto la pace dell'innocenza. Ho gustato ciò che

chiamavasi dolcezza della vendetta; ma quanto è passaggiera! Ella

spira col di lei oggetto. Rammentatevene, sorella mia, le passioni

sono il germe del vizio, come quello della virtù; ambedue possono

essere il risultato: ciò dipende dalla maniera di governarle, e guai a

coloro che non hanno mai imparato quest'arte tanto necessaria.

--Sventurato colui,» disse la badessa, «che conosce male la nostra

santa religione!»

Emilia ascoltava Agnese in silenzio e con rispetto: considerava la

miniatura, e si accertava della somiglianza del ritratto con quello

veduto a Udolfo.

«Questa figura non mi è ignota,» diss'ella per far ispiegare la

monaca.

--Voi v'ingannate,» rispose suor Agnese, «e non l'avete mai certamente

veduta.

--No,» soggiunse Emilia; «ma ho veduto la sua perfetta somiglianza.

--È impossibile,» disse suor Agnese, che ora potremo chiamare la

signora Laurentini.

--Era nel castello di Udolfo,» continuò Emilia, guardandola fiso.

--Di Udolfo!» esclamò la signora Laurentini «di Udolfo in Italia?

--Precisamente,» rispose Emilia.

--Allora voi mi conoscete, e siete la figlia della marchesa.»

Emilia stupefatta da quella positiva asserzione, rispose:

«Io son figlia di Sant'Aubert, e la dama che voi nominate mi è affatto

estranea.

--Voi lo credete?» rispose la Laurentini.

Emilia le domandò per qual motivo pensasse il contrario.

«La vostra somiglianza,» disse la monaca. «È noto che la marchesa era

molto affezionata ad un gentiluomo di Guascogna, quando sposò il

marchese per obbedire a suo padre. Donna infelice!»

Emilia, rammentandosi l'eccessiva commozione di Sant'Aubert al nome

della marchesa, avrebbe provato allora un sentimento ben diverso dalla

sorpresa, se avesse conosciuto meno la probità del padre. Il rispetto

che aveva per lui non le permise di fermarsi alla supposizione che le

insinuava la Laurentini; la sua curiosità però crebbe a dismisura, e

la scongiurò di spiegarsi più chiaramente.

«Non mi sollecitate a tal proposito,» rispose la monaca; «è troppo

terribile per me: potessi cancellarlo per sempre dalla memoria!»

Sospirò profondamente, e chiese alla giovine in qual modo avesse

saputo il suo nome.

«Dal ritratto che vidi ad Udolfo e dalla somiglianza di questa

miniatura.

--Voi dunque siete stata nel castello di Udolfo?» disse la monaca con

estrema emozione. «Quali scene mi rammenta quel luogo! Scene di

felicità, di patimenti e d'orrore!»

In quel punto, il terribile spettacolo veduto da Emilia in una camera

del castello le tornò alla memoria; guardando la signora Laurentini,

si rammentò le ultime parole di lei, che la macchia d'un assassinio

non poteva esser lavata da molti anni d'orazione e di penitenza, e si

vide costretta di attribuirle a tutt'altra causa che al delirio: provò

un orrore inesprimibile sembrandole di vedere un'omicida... ed

infatti, tutta la condotta della Laurentini confermava questa

supposizione; Emilia si perdè in un abisso di congetture, e non

sapendo in qual modo chiarire simili dubbi, disse soltanto con parole

tronche:

«La vostra improvvisa partenza da Udolfo...» La monaca sospirò. «Tutte

le voci che corrono,» continuò Emilia... «la camera di ponente... quel

velo di lutto... l'oggetto ch'esso cuopre, quando i misfatti son

compiuti...» La monaca sclamò: «Come! ancora?» E cercando di

sollevarsi, gli smarriti suoi sguardi parean discernere un oggetto.

«Risorgere dalla tomba! Come! sangue e sangue sempre... Non ci fu

sangue; tu non puoi dirlo... Oh! non sorridere, non sorridere con quel

piglio pietoso...»

La Laurentini cadde in convulsioni: Emilia, incapace di reggere più a

lungo ad una tale scena, fuggì dalla camera, ed andò a raggiungere

Bianca e le educande ch'erano nel parlatorio. Le si affollarono tutte

intorno, e spaventate dal terrore che ella manifestava, le fecero

mille domande. Essa evitò di rispondervi, aggiungendo solo che suor

Agnese era in agonia. Un quarto d'ora dopo furono informate che stava

un poco meglio. La badessa comparve di lì a poco, e pregò Emilia di

tornar da lei il giorno dipoi, giacchè aveva una cosa di qualche

importanza da comunicarle. La giovane glielo promise, e se ne tornò al

castello con Bianca. Cammin facendo, videro Dupont che parlava col

forestiero veduto al monastero. Allorchè furono ad essi vicino, il

forestiero si congedò, ed egli tornò al castello.

Villefort, udendo nominare Bonnac, disse che lo conosceva da lunga

pezza; seppe il tristo oggetto del suo viaggio, ed avendo inteso

ch'era alloggiato in un'osteria del paese poco distante, pregò l'amico

di andar a cercarlo perchè venisse ad abitare al castello. Dupont vi

si prestò con piacere; Bonnac accettò l'invito. Il conte colle sue

attenzioni ed Enrico col suo brio fecero di tutto per dissipar la

tristezza che sembrava opprimere il loro nuovo ospite. Bonnac era un

uffiziale al servizio francese, dell'età di circa cinquant'anni, alto

di statura, di nobile portamento, affabile di maniere, e di fisonomia

interessantissima. Il di lui volto, che pareva essere stato bello,

portava un'impronta malinconica che sembrava provenire da lunghi

affanni, anzichè da disposizione naturale.

Si separarono subito dopo cena. Quando Emilia si fu ritirata nella sua

camera, le scene di cui era stata testimone se le presentarono

nuovamente con orribile energia. Aver trovato in una monaca moribonda

la signora Laurentini! Colei che, in vece d'essere stata vittima di

Montoni, sembrava anzi rea ella stessa d'un delitto abominevole! Ciò

era per lei un gran soggetto di sorpresa e di meditazione. I discorsi

fatti sul matrimonio della marchesa, e tutte le sue interrogazioni

sulla nascita di Emilia, erano proprie ad ispirare a chiunque sorpresa

ed interesse.

L'istoria di suor Agnese, raccontata da suor Francesca, diveniva

evidentemente falsa; ma qual potesse essere stato il motivo per cui

era stata immaginata, Emilia non sapeva indovinarlo. Quanto poi

eccitava maggiormente la di lei curiosità, era la relazione che la

marchesa di Villeroy poteva aver avuto col di lei padre. La dolorosa

sorpresa dimostrata da Sant'Aubert nell'udirne pronunziare il nome, la

domanda da lui fatta d'essere sepolto vicino a lei, e il ritratto di

quella dama trovato fra le sue carte, provavano esservi stato qualche

rapporto fra loro. Talvolta Emilia pensava che il padre potesse essere

stato l'amante preferito dalla marchesa, quando fu costretta di

sposare Villeroy; ma non poteva persuadersi ch'egli avesse conservata

la sua passione dopo quel matrimonio. Non dubitava però quasi più che

le carte, di cui suo padre avevale ordinata la distruzione, non

fossero relative alla marchesa, e se fosse stata meno certa dei rigidi

principii di Sant'Aubert, avrebbe creduto che il mistero della sua

nascita fosse andato sepolto colle ceneri di quei manoscritti. Queste

riflessioni l'occuparono gran parte della notte; il sonno le

rappresentava del continuo la monaca moribonda, e si svegliò piena

d'idee lugubri.

Alla mattina, si sentì troppo indisposta per andare a trovar la

badessa, e verso mezzogiorno seppe che suor Agnese aveva pagato il

tributo alla natura. Bonnac ne ricevè la nuova con dispiacere, ma

Emilia osservò ch'egli sembrava meno afflitto del giorno precedente:

questa morte senza dubbio l'affliggeva meno della confessione statagli

fatta. Comunque fosse, egli era fors'anco un po' consolato pe' legati

statigli fatti. La di lui famiglia era numerosa; le stravaganze d'un

suo figliuolo l'avevano piombato in un abisso d'affanni, e gettato

perfino in carcere. Il dolore che gli cagionava la condotta

sconsiderata di questo figlio, le spese e la rovina che ne fu la

conseguenza, avevangli dato quell'impressione di tristezza notata da

Emilia. Raccontò dettagliatamente a Dupont tutte le sue disgrazie.

Egli era stato per molti mesi in prigione a Parigi, senza speranza,

per così dire, di uscirne, e trovandosi privo dei conforti della

moglie, che, in una provincia lontana, tentava invano di muovere gli

amici in suo favore. Infine essa andò a trovarlo: ottenne di entrare

nel carcere, ma il cambiamento sensibilissimo in cui gli affanni e la

prigionia avevano piombato il suo marito, l'accorò a segno, che ammalò

gravemente.

«La nostra situazione,» continuò Bonnac, «commosse tutti quelli che

n'erano stati testimoni. Un amico generoso, allora mio compagno di

sventura, ottenne di lì a poco la libertà, ed il primo uso che ne

fece, fu quello di tentare la mia. Vi riuscì; la somma enorme ond'io

era debitore fu pagata, e quando volli esprimere la mia gratitudine al

mio benefattore, egli era già lungi da me. Io dubito molto che la sua

generosità abbia cagionata la sua perdita, e sia ricaduto egli stesso

in quei ferri, dai quali mi ha liberato. Per quante ricerche ne abbia

fatte, non ho mai potuto saper nulla del suo destino. Amabile ed

infelice Valancourt!

--Valancourt!» sclamò Dupont, «di qual famiglia?

--Valancourt dei conti Duverney,» rispose Bonnac.

È impossibile descrivere l'emozione di Dupont quando scoprì nel rivale

il benefattore del suo amico. Dopo il primo moto di sorpresa, dissipò

le inquietudini di Bonnac, facendogli sapere che Valancourt era in

libertà, e trovavasi in Linguadoca. La sua passione per Emilia lo

strinse in seguito a fare alcune domande sulla condotta del suo rivale

a Parigi. Bonnac ne pareva bene informato; le di lui risposte lo

convinsero appieno che Valancourt era stato calunniato, e per quanto

doloroso fosse il suo sacrifizio, formò il progetto di riunire Emilia

all'amante, non parendogli ora più indegno dei sentimenti ch'essa

serbava per lui.

Bonnac raccontò che Valancourt, entrando nel gran mondo, era caduto

nei lacci statigli tesi dal vizio e dall'impudenza; passava tutto il

tempo fra una marchesa dissoluta ed il giuoco, ove l'ingordigia e

l'avarizia de' suoi compagni avevano saputo trascinarlo. Aveva perduto

somme vistose colla speranza di riguadagnarne piccole, ed erano

appunto queste le perdite delle quali Villefort e Enrico erano stati

sovente testimoni. Il conte suo fratello, irritato da tale condotta,

ricusò di fargli rimesse rilevanti per soddisfare ai suoi debiti.

Valancourt fu dunque imprigionato ad istanza de' creditori, ed il

fratello ve lo lasciò per qualche tempo, sperando che un tal castigo

avrebbe corretto i suoi costumi, tanto più non avendo avuto il tempo

materiale per abituarsi radicalmente al vizio ed alla dissolutezza.

Nell'ozio del carcere, Valancourt ebbe campo di riflettere, e si

pentì. La memoria di Emilia, indebolita dalle sue dissipazioni ma

sempre presente al suo cuore, si rianimò con tutte le grazie

dell'innocenza e della bellezza; sembravagli lo rimproverasse di

sacrificare la sua felicità ed i suoi talenti ad occupazioni

vergognose e detestabili. Le sue passioni erano vive, ma il cuore non

era corrotto; l'abitudine non l'aveva stretto nelle catene del vizio,

e dopo molti sforzi e lunghi patimenti spezzò i lacci della seduzione.

Liberato finalmente per cura del conte suo fratello, e impietosito

dalla scena commovente dei coniugi Bonnac, ond'era stato testimonio,

il primo uso che fece della sua libertà fu al tempo istesso un esempio

d'umanità e di temerità; arrischiò, in una casa da giuoco, quasi tutto

il denaro mandatogli dal fratello, coll'unica speranza di restituire

ai voti della sua famiglia l'amico infelice lasciato in prigione. La

fortuna lo favorì, ma colse tal momento per fare il voto solenne di

non ceder mai più alle allettative di quel vizio rovinoso.

Dopo aver ridonato il venerabile Bonnac alla sua riconoscente

famiglia, Valancourt era ripartito per Estuvière. Nell'entusiasmo suo

di aver reso la felicità a quell'infelice, obliò i propri mali. Si

avvide però ben presto di aver perduta tutta la sua sostanza, senza

della quale non poteva mai lusingarsi di sposare Emilia. La vita,

senza di lei, gli pareva insopportabile. La sua bontà e delicatezza, e

la semplicità del suo cuore, ne rendevano la bellezza vie più

incantevole. L'esperienza avevagli insegnato ad apprezzare le qualità

che aveva sempre ammirate, ma che il contrasto del mondo facevagli

allora adorare. Queste riflessioni accrebbero i suoi rimorsi ed il suo

rammarico. Cadde in un abbattimento, che non potè essere distratto

neppure dalla presenza di Emilia, e si conobbe indegno di lei. In

alcun tempo però Valancourt non aveva subìto l'ignominia della

liberalità della marchesa di Campoforte, come aveva creduto Villefort,

nè partecipato mai alle astuzie colpevoli de' giuocatori. Questi

rapporti erano stati fatti da coloro che si compiaciono di avvilire

l'infelice. Il conte avevali avuti da una persona distinta, e

l'imprudenza di Valancourt era bastata per confermarli. Emilia non

glie ne aveva parlato particolarmente, e per conseguenza non aveva

potuto giustificarsi; ed allorquando le confessò che non meritava più

la sua stima, non avrebbe mai creduto di appoggiare egli stesso

un'infame calunnia. L'errore era stato reciproco, e non erasi

presentata fino allora l'occasione di rettificarlo.

Quando Bonnac ebbe spiegata la condotta di un amico generoso, ma

giovine ed imprudente, Dupont, severo, ma giusto, decise tosto che

bisognava disingannare il conte e rinunziare ad Emilia. Un sacrificio

come quello che faceva allora il suo amore, meritava una nobile

ricompensa; e se Bonnac avesse potuto obliare il benefico Valancourt,

avrebbe desiderato che Emilia accettasse la mano di Dupont.

Appena il conte ebbe riconosciuto il suo errore, fu afflittissimo

delle conseguenze della sua credulità. I dettagli di Bonnac sulla

condotta del suo benefattore a Parigi lo convinsero che Valancourt

aveva ceduto agli artifizi del libertinaggio, più per l'occasione di

trovarsi co' compagni, che per inclinazione al vizio. Incantato

dell'umanità generosa, quantunque temeraria, che mostrava il suo

procedere verso Bonnac, ne obliò i falli passaggieri, e riprese per

lui quella stima che avevagli inspirata la sua prima conoscenza. La

più lieve soddisfazione che potesse accordare a Valancourt, era quella

di procurargli il modo di spiegarsi con Emilia. Gli scrisse dunque

immediatamente, pregandolo di perdonargli un'offesa involontaria, e

l'invitò a recarsi subito a Blangy. La delicatezza del conte lo fece

astenere dall'informare Emilia di questa lettera, e siffatta

precauzione preservò la fanciulla da un affanno ancor più terribile di

quello avesse creduto il conte, ignorando egli i sintomi della

disperazione di Valancourt.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 19 / 23 题