La sera del giorno dopo, Emilia, volendo saper le nuove di suor Agnese
e rivedere le amiche, persuase Bianca di tenerle compagnia fino al
monastero, alla cui porta videro una carrozza co' cavalli bagnati di
sudore, lo che indicava essere giunti da pochi minuti. Regnava il più
cupo silenzio nel cortile e nei chiostri ch'esse traversarono.
Arrivando nel salone, furono informate da una monaca che suor Agnese
viveva ancora in perfetto sentore, ma che sicuramente sarebbe morta
nel corso della notte. Nel parlatorio, parecchie educande vennero a
salutarla e a discorrere con lei. Di lì a poco sopraggiunse la
badessa, ed espresse la massima soddisfazione nel rivedere Emilia; le
sue maniere però avevano una singolar gravità, ed era di mesto umore.
«La nostra casa,» diss'ella dopo i primi complimenti, «è veramente una
casa di duolo. Una delle nostre sorelle paga in questo momento il
tributo alla natura; voi non ignorate senza dubbio che la nostra
povera Agnese è moribonda. La morte ci presenta una grande ed
importante lezione; sappiamo profittarne, ed impariamo a prepararci al
cambiamento che ci attende. Voi siete giovane, mia cara Emilia, e
potete acquistare l'inapprezzabile pace della coscienza. Conservatela
in gioventù, affinchè divenga un giorno il vostro conforto. Invano
avremo fatto qualche buon'azione nell'età provetta, se i nostri primi
anni saranno stati macchiati da qualche delitto. Gli ultimi giorni di
Agnese sono stati esemplari. Possano dunque espiare le colpe della sua
gioventù! I di lei patimenti attuali sono troppo terribili; ma
speriamo che le assicureranno il riposo eterno. L'ho lasciata col suo
confessore, e con un signore cui desiderava ardentemente di vedere, e
ch'è arrivato or ora da Parigi: ardisco lusingarmi che l'aiuteranno a
riacquistare la calma, della quale il suo spirito ha tanto bisogno.
Durante la sua malattia, essa vi ha rammentata talvolta. Potrebbe
darsi ch'ella provasse qualche consolazione nel vedervi. Quando sarà
sola andremo a trovarla, se ne avrete il coraggio. Queste scene
straziano il cuore, lo confesso; ma è bene abituarvisi, poichè sono
molto salutari per l'anima, e ci preparano a quanto dobbiamo
soffrire.»
Emilia divenne grave e pensierosa; questo discorso le rammentava le
massime del suo buon padre, e sentì il bisogno di piangere nuovamente
sulla di lui tomba. Nell'intervallo del silenzio che susseguì le
parole della badessa, le tornarono in memoria alcune minute
circostanze de' suoi ultimi momenti: la commozione da lui mostrata
udendo d'esser vicino al castello di Blangy, la domanda di essere
sepolto in un certo luogo del monastero, e l'ordine così positivo di
bruciar quelle carte senza leggerle. Si rammentò inoltre le parole
orribili e misteriose del manoscritto lette involontariamente, e cui
non si ricordava mai senza una penosa curiosità sul senso che potevano
avere e sul divieto del padre. Era nonostante contentissima d'avere
obbedito ciecamente.
La badessa non disse altro, essendo tanto commossa dal soggetto
trattato che non poteva proseguire, e stavano tutte in silenzio per
l'egual motivo. La meditazione generale fu poco stante interrotta
dall'arrivo di un forestiere. Era esso il signor Bonnac, che usciva in
quel punto dalla cella d'Agnese. Pareva assai turbato; ma Emilia credè
notare nelle sue espressioni più orrore che dolore. Trasse in disparte
la badessa e le parlò per qualche minuto: ella parve star molto
attenta: parlava con riflessione e cautela, e mostrava grande
interesse. Dopo ch'egli ebbe finito, salutò tutti rispettosamente, e
si ritirò. La badessa propose ad Emilia di andare nella camera di suor
Agnese; essa vi acconsentì con qualche ripugnanza, e Bianca restò
colle educande.
Alla porta della camera, trovarono il confessore, il quale, al loro
accostarsi, alzò il capo, ed Emilia riconobbe lo stesso che aveva
assistito suo padre; ma egli era astratto, e passò senza osservarla.
Entrate nella cella, trovarono suor Agnese distesa sopra una stuoia;
presso di lei eravi un'altra monaca. Era essa così cambiata, che
Emilia avrebbe difficilmente potuto riconoscerla, se non fosse stata
avvertita. La sua fisonomia era tetra ed orribile; gli occhi,
infossati e velati, stavan fissi sopra un crocifisso che stringevasi
al petto; era così assorta, che da principio non vide nè la badessa,
nè Emilia. Finalmente, voltando gli occhi grevi, li fissò con orrore
sopra Emilia, sclamando:
«Ah! questa visione mi perseguita fino all'ultimo respiro.»
Emilia indietreggiò spaventata guardando la badessa, che le fece cenno
di non temere, e poi disse a suor Agnese: «Figliuola, questa giovine
che vi ho condotta è madamigella Sant'Aubert: mi lusingava che
l'avreste veduta con piacere.» Agnese non rispose nulla, e
considerando Emilia con orribile smarrimento, sclamò: «È dessa. Ah!
ell'ha negli sguardi quelle attrattive, che fecero la mia perdita. Che
volete? Che cercate? Una riparazione? L'avrete; anzi l'avete già
avuta. Quanti anni sono scorsi dacchè non vi ho veduta? Il mio delitto
è di ieri; soltanto invecchiai sotto il di lui peso; e voi siete
sempre giovine, sempre bella! Bella come all'epoca in cui mi
costringeste a quell'esecrabile delitto... Oh! se potessi obliarlo!...
Ma a che servirebbe?... Io lo commisi!»
Emilia, estremamente commossa, voleva ritirarsi. La badessa la prese
per mano, la incoraggì, e la pregò di aspettare che suor Agnese fosse
più tranquilla. Procurò di calmarla, ma la delirante non l'ascoltava,
e guardando sempre Emilia, continuò: «A che servono dunque tanti anni
d'orazione e di pentimento? No, essi non bastano a lavar la macchia
dell'omicidio, sì dell'omicidio. Dov'è egli? dov'è? Guardate, guardate
là! s'aggira per questa camera. Perchè venite a turbarmi in questo
momento?» ripigliò Agnese, i cui occhi percorrevano lo spazio. «Non
son io dunque abbastanza punita? Deh! per pietà, non mi guardate con
occhio così severo. Oh cielo! ancora! è dessa! è dessa! Perchè mi
guardate con tanta pietà? perchè sorridete? Sorridere a me! Ma qual
gemito! udiste?...»
Suor Agnese ricadde, e parve spirare, Emilia, non potendo reggersi
s'appoggiò al letto; la badessa e l'assistente s'affrettarono a
soccorrere la derelitta. Emilia voleva parlarle.
«Zitto,» disse la badessa, «il delirio è finito essa sta alquanto
meglio.
--Sorella, è un pezzo che si trova in questo stato?
--Eran parecchie settimane che non aveva avuto un accesso così
violento,» rispose la monaca; «ma l'arrivo di quel gentiluomo, che
desiderava tanto di vedere, l'ha agitata forte.
--Sì,» ripigliò la badessa, «ed ecco per certo la causa del delirio;
quando starà meglio, la lasceremo quieta.»
Emilia acconsentì volentieri; ma benchè fosse di poca utilità, non
volle ritirarsi fin quando potè credere d'essere di qualche aiuto.
Quando suor Agnese ebbe ripresi i sensi, guardò ancora Emilia, ma
senza smarrimento, e con una profonda espressione di dolore; passarono
alcuni minuti prima che potesse parlare, poi disse debolmente: «La
somiglianza è maravigliosa! è più che immaginazione riscaldata!
Ditemi, ve ne scongiuro, se, malgrado il nome di Sant'Aubert, che voi
portate, non siete figlia della marchesa.
--Di qual marchesa?» rispose Emilia attonita. La calma delle maniere
d'Agnese le aveva fatto credere al ritorno della sua ragione. La
badessa le diè un'occhiata d'intelligenza, ma essa ripetè la domanda.
«Di qual marchesa?» sclamò Agnese; «io ne conosco una sola: la
marchesa di Villeroy.»
Emilia, rammentandosi la commozione di suo padre, allorchè gli fu
nominata questa dama, e la domanda da lui fatta di esser sepolto
presso le tombe de' Villeroy, provò un estremo interesse, e pregò suor
Agnese di spiegare i motivi di tale interrogazione. La badessa avrebbe
voluto fare uscire Emilia, la quale, troppo interessata, reiterò la
domanda con calore.
«Portatemi la mia cassetta, sorella,» disse Agnese, «e vi svelerò
tutto. Guardatevi in quello specchio, e lo saprete; voi siete certo
sua figlia; altrimenti come spiegare una somiglianza così perfetta?»
La monaca le portò la cassetta; suor Agnese gliela fece aprire, e ne
cavò una miniatura, che Emilia riconobbe esattamente somigliante a
quella da lei trovata nelle carte di suo padre. Agnese stese la mano
per pigliarla, la contemplò qualche tempo in silenzio, poi alzò gli
occhi al cielo, e recitò sottovoce un'orazione; quand'ebbe finito,
restituì il ritratto ad Emilia. «Tenetelo,» le disse, «ve lo dono, e
credo che ne abbiate diritto; la vostra somiglianza mi ha colpito
sovente, ma fino a questo momento non aveva turbata tanto la mia
coscienza. Ma restate, sorella,» soggiunse, vedendo che l'infermiera
volea partire, «non portate via la cassetta; essa contiene un altro
ritratto.»
Emilia tremava per l'ansietà, e la badessa volea trascinarla via.
«Agnese torna a delirare, le disse; «osservate come vaneggia! Ne' suoi
accessi, essa non è più in sentore, e si accusa, come vedete, de' più
orribili misfatti.»
La giovane per altro credette scorgere in quel delirio tutt'altro che
follia. Il nome della marchesa, il suo ritratto aveano per lei
bastante interesse, e risolse di procurarsi maggiori schiarimenti.
La monaca portò indietro la cassetta. Agnese calcò una molla, e
scoperto un altro ritratto, lo mostrò dicendo:
«Ecco una lezione per la vanità; guardate questo ritratto, ed
osservate se c'è qualche rapporto fra quello ch'io sono e quello che
sono stata.»
Emilia s'affrettò a prenderlo; è impossibile descrivere la sorpresa ed
il terrore di lei, allorchè riconobbe in esso la perfettissima
somiglianza con quello della signora Laurentini, che aveva veduto al
castello di Udolfo: di quella dama sparita in modo così misterioso, e
che si sospettava fatta perire da Montoni.
Muta e attonita, la giovine guardava alternamente il ritratto e la
monaca moribonda, cercando invano una somiglianza che allora non
esisteva più.
«Perchè quegli sguardi severi?» disse suor Agnese, non comprendendo la
sorpresa di Emilia.
--Ho già veduta questa figura,» disse infine la giovine; «è egli
realmente il vostro ritratto?
--Or potete domandarlo,» rispose Agnese; «ma vi accerto che un tempo
era somigliantissimo. Guardatemi attenta e vedete l'effetto del
delitto!... Allora io era innocente, e le mie sciagurate passioni
dormivano ancora. Sorella mia,» soggiunse gravemente, e prendendo
nella sua mano fredda ed umida una mano di Emilia, che fremette a quel
tocco, «sorella mia, guardatevi bene dal primo movimento delle
passioni! Guardatevi dal primo! Se non si arresta il loro corso, esso
è rapido; la loro forza non conosce alcun freno: desse ci trascinano
ciecamente a delitti, che non possono venir cancellati da lunghi anni
di preghiere e di penitenza. È tale l'impero d'una passione, che
domina tutte le altre, e s'impadronisce di tutte le vie del cuore; è
una furia che ci rende insensibili alla pietà e alla coscienza, e
quando il suo scopo è compiuto, furia sempre più spietata e crudele,
ci abbandona per nostro tormento a tutti quei sentimenti che aveva
sospesi, ma non soffocati, ai supplizi della coscienza, del rimorso e
della disperazione. Ci svegliamo come da un sogno: siamo circondati da
un nuovo mondo attoniti e spaventati; ma il delitto è commesso. Il
potere riunito del cielo e della terra non può annientarlo, ed i
fantasmi ci perseguitano. Cosa sono le ricchezze, la salute e la
grandezza, in confronto dell'inestimabil vantaggio di una coscienza
pura, in confronto della salute dell'anima? Cosa sono gli affanni
della povertà, del disprezzo e della miseria, in confronto
dell'angoscia d'una coscienza in preda ai rimorsi? Oh! quanto tempo è
scorso da che ho perduto la pace dell'innocenza. Ho gustato ciò che
chiamavasi dolcezza della vendetta; ma quanto è passaggiera! Ella
spira col di lei oggetto. Rammentatevene, sorella mia, le passioni
sono il germe del vizio, come quello della virtù; ambedue possono
essere il risultato: ciò dipende dalla maniera di governarle, e guai a
coloro che non hanno mai imparato quest'arte tanto necessaria.
--Sventurato colui,» disse la badessa, «che conosce male la nostra
santa religione!»
Emilia ascoltava Agnese in silenzio e con rispetto: considerava la
miniatura, e si accertava della somiglianza del ritratto con quello
veduto a Udolfo.
«Questa figura non mi è ignota,» diss'ella per far ispiegare la
monaca.
--Voi v'ingannate,» rispose suor Agnese, «e non l'avete mai certamente
veduta.
--No,» soggiunse Emilia; «ma ho veduto la sua perfetta somiglianza.
--È impossibile,» disse suor Agnese, che ora potremo chiamare la
signora Laurentini.
--Era nel castello di Udolfo,» continuò Emilia, guardandola fiso.
--Di Udolfo!» esclamò la signora Laurentini «di Udolfo in Italia?
--Precisamente,» rispose Emilia.
--Allora voi mi conoscete, e siete la figlia della marchesa.»
Emilia stupefatta da quella positiva asserzione, rispose:
«Io son figlia di Sant'Aubert, e la dama che voi nominate mi è affatto
estranea.
--Voi lo credete?» rispose la Laurentini.
Emilia le domandò per qual motivo pensasse il contrario.
«La vostra somiglianza,» disse la monaca. «È noto che la marchesa era
molto affezionata ad un gentiluomo di Guascogna, quando sposò il
marchese per obbedire a suo padre. Donna infelice!»
Emilia, rammentandosi l'eccessiva commozione di Sant'Aubert al nome
della marchesa, avrebbe provato allora un sentimento ben diverso dalla
sorpresa, se avesse conosciuto meno la probità del padre. Il rispetto
che aveva per lui non le permise di fermarsi alla supposizione che le
insinuava la Laurentini; la sua curiosità però crebbe a dismisura, e
la scongiurò di spiegarsi più chiaramente.
«Non mi sollecitate a tal proposito,» rispose la monaca; «è troppo
terribile per me: potessi cancellarlo per sempre dalla memoria!»
Sospirò profondamente, e chiese alla giovine in qual modo avesse
saputo il suo nome.
«Dal ritratto che vidi ad Udolfo e dalla somiglianza di questa
miniatura.
--Voi dunque siete stata nel castello di Udolfo?» disse la monaca con
estrema emozione. «Quali scene mi rammenta quel luogo! Scene di
felicità, di patimenti e d'orrore!»
In quel punto, il terribile spettacolo veduto da Emilia in una camera
del castello le tornò alla memoria; guardando la signora Laurentini,
si rammentò le ultime parole di lei, che la macchia d'un assassinio
non poteva esser lavata da molti anni d'orazione e di penitenza, e si
vide costretta di attribuirle a tutt'altra causa che al delirio: provò
un orrore inesprimibile sembrandole di vedere un'omicida... ed
infatti, tutta la condotta della Laurentini confermava questa
supposizione; Emilia si perdè in un abisso di congetture, e non
sapendo in qual modo chiarire simili dubbi, disse soltanto con parole
tronche:
«La vostra improvvisa partenza da Udolfo...» La monaca sospirò. «Tutte
le voci che corrono,» continuò Emilia... «la camera di ponente... quel
velo di lutto... l'oggetto ch'esso cuopre, quando i misfatti son
compiuti...» La monaca sclamò: «Come! ancora?» E cercando di
sollevarsi, gli smarriti suoi sguardi parean discernere un oggetto.
«Risorgere dalla tomba! Come! sangue e sangue sempre... Non ci fu
sangue; tu non puoi dirlo... Oh! non sorridere, non sorridere con quel
piglio pietoso...»
La Laurentini cadde in convulsioni: Emilia, incapace di reggere più a
lungo ad una tale scena, fuggì dalla camera, ed andò a raggiungere
Bianca e le educande ch'erano nel parlatorio. Le si affollarono tutte
intorno, e spaventate dal terrore che ella manifestava, le fecero
mille domande. Essa evitò di rispondervi, aggiungendo solo che suor
Agnese era in agonia. Un quarto d'ora dopo furono informate che stava
un poco meglio. La badessa comparve di lì a poco, e pregò Emilia di
tornar da lei il giorno dipoi, giacchè aveva una cosa di qualche
importanza da comunicarle. La giovane glielo promise, e se ne tornò al
castello con Bianca. Cammin facendo, videro Dupont che parlava col
forestiero veduto al monastero. Allorchè furono ad essi vicino, il
forestiero si congedò, ed egli tornò al castello.
Villefort, udendo nominare Bonnac, disse che lo conosceva da lunga
pezza; seppe il tristo oggetto del suo viaggio, ed avendo inteso
ch'era alloggiato in un'osteria del paese poco distante, pregò l'amico
di andar a cercarlo perchè venisse ad abitare al castello. Dupont vi
si prestò con piacere; Bonnac accettò l'invito. Il conte colle sue
attenzioni ed Enrico col suo brio fecero di tutto per dissipar la
tristezza che sembrava opprimere il loro nuovo ospite. Bonnac era un
uffiziale al servizio francese, dell'età di circa cinquant'anni, alto
di statura, di nobile portamento, affabile di maniere, e di fisonomia
interessantissima. Il di lui volto, che pareva essere stato bello,
portava un'impronta malinconica che sembrava provenire da lunghi
affanni, anzichè da disposizione naturale.
Si separarono subito dopo cena. Quando Emilia si fu ritirata nella sua
camera, le scene di cui era stata testimone se le presentarono
nuovamente con orribile energia. Aver trovato in una monaca moribonda
la signora Laurentini! Colei che, in vece d'essere stata vittima di
Montoni, sembrava anzi rea ella stessa d'un delitto abominevole! Ciò
era per lei un gran soggetto di sorpresa e di meditazione. I discorsi
fatti sul matrimonio della marchesa, e tutte le sue interrogazioni
sulla nascita di Emilia, erano proprie ad ispirare a chiunque sorpresa
ed interesse.
L'istoria di suor Agnese, raccontata da suor Francesca, diveniva
evidentemente falsa; ma qual potesse essere stato il motivo per cui
era stata immaginata, Emilia non sapeva indovinarlo. Quanto poi
eccitava maggiormente la di lei curiosità, era la relazione che la
marchesa di Villeroy poteva aver avuto col di lei padre. La dolorosa
sorpresa dimostrata da Sant'Aubert nell'udirne pronunziare il nome, la
domanda da lui fatta d'essere sepolto vicino a lei, e il ritratto di
quella dama trovato fra le sue carte, provavano esservi stato qualche
rapporto fra loro. Talvolta Emilia pensava che il padre potesse essere
stato l'amante preferito dalla marchesa, quando fu costretta di
sposare Villeroy; ma non poteva persuadersi ch'egli avesse conservata
la sua passione dopo quel matrimonio. Non dubitava però quasi più che
le carte, di cui suo padre avevale ordinata la distruzione, non
fossero relative alla marchesa, e se fosse stata meno certa dei rigidi
principii di Sant'Aubert, avrebbe creduto che il mistero della sua
nascita fosse andato sepolto colle ceneri di quei manoscritti. Queste
riflessioni l'occuparono gran parte della notte; il sonno le
rappresentava del continuo la monaca moribonda, e si svegliò piena
d'idee lugubri.
Alla mattina, si sentì troppo indisposta per andare a trovar la
badessa, e verso mezzogiorno seppe che suor Agnese aveva pagato il
tributo alla natura. Bonnac ne ricevè la nuova con dispiacere, ma
Emilia osservò ch'egli sembrava meno afflitto del giorno precedente:
questa morte senza dubbio l'affliggeva meno della confessione statagli
fatta. Comunque fosse, egli era fors'anco un po' consolato pe' legati
statigli fatti. La di lui famiglia era numerosa; le stravaganze d'un
suo figliuolo l'avevano piombato in un abisso d'affanni, e gettato
perfino in carcere. Il dolore che gli cagionava la condotta
sconsiderata di questo figlio, le spese e la rovina che ne fu la
conseguenza, avevangli dato quell'impressione di tristezza notata da
Emilia. Raccontò dettagliatamente a Dupont tutte le sue disgrazie.
Egli era stato per molti mesi in prigione a Parigi, senza speranza,
per così dire, di uscirne, e trovandosi privo dei conforti della
moglie, che, in una provincia lontana, tentava invano di muovere gli
amici in suo favore. Infine essa andò a trovarlo: ottenne di entrare
nel carcere, ma il cambiamento sensibilissimo in cui gli affanni e la
prigionia avevano piombato il suo marito, l'accorò a segno, che ammalò
gravemente.
«La nostra situazione,» continuò Bonnac, «commosse tutti quelli che
n'erano stati testimoni. Un amico generoso, allora mio compagno di
sventura, ottenne di lì a poco la libertà, ed il primo uso che ne
fece, fu quello di tentare la mia. Vi riuscì; la somma enorme ond'io
era debitore fu pagata, e quando volli esprimere la mia gratitudine al
mio benefattore, egli era già lungi da me. Io dubito molto che la sua
generosità abbia cagionata la sua perdita, e sia ricaduto egli stesso
in quei ferri, dai quali mi ha liberato. Per quante ricerche ne abbia
fatte, non ho mai potuto saper nulla del suo destino. Amabile ed
infelice Valancourt!
--Valancourt!» sclamò Dupont, «di qual famiglia?
--Valancourt dei conti Duverney,» rispose Bonnac.
È impossibile descrivere l'emozione di Dupont quando scoprì nel rivale
il benefattore del suo amico. Dopo il primo moto di sorpresa, dissipò
le inquietudini di Bonnac, facendogli sapere che Valancourt era in
libertà, e trovavasi in Linguadoca. La sua passione per Emilia lo
strinse in seguito a fare alcune domande sulla condotta del suo rivale
a Parigi. Bonnac ne pareva bene informato; le di lui risposte lo
convinsero appieno che Valancourt era stato calunniato, e per quanto
doloroso fosse il suo sacrifizio, formò il progetto di riunire Emilia
all'amante, non parendogli ora più indegno dei sentimenti ch'essa
serbava per lui.
Bonnac raccontò che Valancourt, entrando nel gran mondo, era caduto
nei lacci statigli tesi dal vizio e dall'impudenza; passava tutto il
tempo fra una marchesa dissoluta ed il giuoco, ove l'ingordigia e
l'avarizia de' suoi compagni avevano saputo trascinarlo. Aveva perduto
somme vistose colla speranza di riguadagnarne piccole, ed erano
appunto queste le perdite delle quali Villefort e Enrico erano stati
sovente testimoni. Il conte suo fratello, irritato da tale condotta,
ricusò di fargli rimesse rilevanti per soddisfare ai suoi debiti.
Valancourt fu dunque imprigionato ad istanza de' creditori, ed il
fratello ve lo lasciò per qualche tempo, sperando che un tal castigo
avrebbe corretto i suoi costumi, tanto più non avendo avuto il tempo
materiale per abituarsi radicalmente al vizio ed alla dissolutezza.
Nell'ozio del carcere, Valancourt ebbe campo di riflettere, e si
pentì. La memoria di Emilia, indebolita dalle sue dissipazioni ma
sempre presente al suo cuore, si rianimò con tutte le grazie
dell'innocenza e della bellezza; sembravagli lo rimproverasse di
sacrificare la sua felicità ed i suoi talenti ad occupazioni
vergognose e detestabili. Le sue passioni erano vive, ma il cuore non
era corrotto; l'abitudine non l'aveva stretto nelle catene del vizio,
e dopo molti sforzi e lunghi patimenti spezzò i lacci della seduzione.
Liberato finalmente per cura del conte suo fratello, e impietosito
dalla scena commovente dei coniugi Bonnac, ond'era stato testimonio,
il primo uso che fece della sua libertà fu al tempo istesso un esempio
d'umanità e di temerità; arrischiò, in una casa da giuoco, quasi tutto
il denaro mandatogli dal fratello, coll'unica speranza di restituire
ai voti della sua famiglia l'amico infelice lasciato in prigione. La
fortuna lo favorì, ma colse tal momento per fare il voto solenne di
non ceder mai più alle allettative di quel vizio rovinoso.
Dopo aver ridonato il venerabile Bonnac alla sua riconoscente
famiglia, Valancourt era ripartito per Estuvière. Nell'entusiasmo suo
di aver reso la felicità a quell'infelice, obliò i propri mali. Si
avvide però ben presto di aver perduta tutta la sua sostanza, senza
della quale non poteva mai lusingarsi di sposare Emilia. La vita,
senza di lei, gli pareva insopportabile. La sua bontà e delicatezza, e
la semplicità del suo cuore, ne rendevano la bellezza vie più
incantevole. L'esperienza avevagli insegnato ad apprezzare le qualità
che aveva sempre ammirate, ma che il contrasto del mondo facevagli
allora adorare. Queste riflessioni accrebbero i suoi rimorsi ed il suo
rammarico. Cadde in un abbattimento, che non potè essere distratto
neppure dalla presenza di Emilia, e si conobbe indegno di lei. In
alcun tempo però Valancourt non aveva subìto l'ignominia della
liberalità della marchesa di Campoforte, come aveva creduto Villefort,
nè partecipato mai alle astuzie colpevoli de' giuocatori. Questi
rapporti erano stati fatti da coloro che si compiaciono di avvilire
l'infelice. Il conte avevali avuti da una persona distinta, e
l'imprudenza di Valancourt era bastata per confermarli. Emilia non
glie ne aveva parlato particolarmente, e per conseguenza non aveva
potuto giustificarsi; ed allorquando le confessò che non meritava più
la sua stima, non avrebbe mai creduto di appoggiare egli stesso
un'infame calunnia. L'errore era stato reciproco, e non erasi
presentata fino allora l'occasione di rettificarlo.
Quando Bonnac ebbe spiegata la condotta di un amico generoso, ma
giovine ed imprudente, Dupont, severo, ma giusto, decise tosto che
bisognava disingannare il conte e rinunziare ad Emilia. Un sacrificio
come quello che faceva allora il suo amore, meritava una nobile
ricompensa; e se Bonnac avesse potuto obliare il benefico Valancourt,
avrebbe desiderato che Emilia accettasse la mano di Dupont.
Appena il conte ebbe riconosciuto il suo errore, fu afflittissimo
delle conseguenze della sua credulità. I dettagli di Bonnac sulla
condotta del suo benefattore a Parigi lo convinsero che Valancourt
aveva ceduto agli artifizi del libertinaggio, più per l'occasione di
trovarsi co' compagni, che per inclinazione al vizio. Incantato
dell'umanità generosa, quantunque temeraria, che mostrava il suo
procedere verso Bonnac, ne obliò i falli passaggieri, e riprese per
lui quella stima che avevagli inspirata la sua prima conoscenza. La
più lieve soddisfazione che potesse accordare a Valancourt, era quella
di procurargli il modo di spiegarsi con Emilia. Gli scrisse dunque
immediatamente, pregandolo di perdonargli un'offesa involontaria, e
l'invitò a recarsi subito a Blangy. La delicatezza del conte lo fece
astenere dall'informare Emilia di questa lettera, e siffatta
precauzione preservò la fanciulla da un affanno ancor più terribile di
quello avesse creduto il conte, ignorando egli i sintomi della
disperazione di Valancourt.