CAPITOLO LVI

Dopo le ultime scoperte, Emilia fu trattata dal conte e dalla sua

famiglia come una parente della casa Villeroy, e ricevuta, se era

possibile, anche con maggiore amicizia.

Il conte, inquieto e sorpreso di non ricevere alcuna risposta da

Valancourt, s'applaudiva della sua prudenza. Emilia non partecipava a

paure di cui ignorava il motivo; ma quando la vedeva soccombere al

peso del suo errore crudele, aveva bisogno di tutta la sua risoluzione

per privarla d'un sollievo momentaneo e dissimular seco lei. Le nozze

di Bianca si avvicinavano, attirando la sua attenzione e le sue cure.

Si aspettava di giorno in giorno il cavaliere Santa-Fè, e tutto il

castello si occupava dei più brillanti preparativi. Emilia voleva

prender parte all'allegrezza che circondavala, ma lo tentava invano;

preoccupata di quanto avea saputo, ed inquieta soprammodo della sorte

di Valancourt si raffigurava lo stato in cui era quando diè l'anello a

Teresa: essa credea riconoscervi l'espressione della disperazione, e

quando considerava dove questo stato avrebbe potuto spingerlo, il

cuore le sanguinava di dolore e spavento. I dubbi da lei formati sulla

salute e sull'esistenza sua, l'obbligo in cui era di conservar questi

dubbi sino al di lei ritorno alla valle, pareale insopportabile.

Eranvi momenti in cui nulla valea a contenerla. Essa sottraevasi

inosservata da casa, andando a cercare la calma nelle profonde

solitudini de' boschi che contornavano la spiaggia. Il fragor delle

onde spumanti, il sordo stormir delle foreste, s'accordavano collo

stato dell'anima sua: sedeva sopra una rupe o sulle rovine della

vecchia torre; osservava verso sera la sfumatura de' colori nelle

nubi; vedea svolversi i tetri veli del crepuscolo. La candida cresta

dell'onde, eternamente sospinte al lido, distinguevasi appena

sull'oscura superficie dell'acque. Talvolta essa ripetea i versi

incisi dall'amante in que' luoghi; poi, troppo addolorata pe'

dispiaceri che le rinnovavano, cercava distrarsi.

Una sera che col liuto errava a caso sul lido favorito, entrò nella

torre. Salita una scala a lumaca, trovossi in una stanza meno rovinata

del resto. Di là spesse fiate ella aveva ammirato la vasta prospettiva

offertale dal mare e dalla terra: il sole tramontava da quella parte

de' Pirenei che divide la Linguadoca dal Rossiglione; ella si mise ad

una finestra munita di ferriate: i boschi e le onde sotto a lei

conservavano ancora le tinte rossicce del tramonto. Accordato il

liuto, vi unì il suono della voce, e cantò una di quelle romanze

semplici e campestri tanto predilette da Valancourt.

Il tempo era sì queto e sereno, che appena la brezza vespertina

increspava la superficie dell'acqua o gonfiava leggermente la vela

indorata ancora agli ultimi rai del dì. I colpi misurati de' remi di

qualche battello sturbavan soli il riposo ed il silenzio. La tenera

melodia del liuto finiva d'immerger la fanciulla in dolce malinconia;

essa ripetè le antiche canzoni, e le memorie in lei destate diventando

ognor più tenere, le sue lagrime caddero sul liuto, e non potè

proseguire.

Il sole era scomparso dietro le vette de' monti, e le loro cime più

alte non ne ricevevan più la luce; Emilia, trattenendosi ancora nella

torre, vi si abbandonava a' suoi pensieri. Udendo camminare,

sussultò, e guardando abbasso, riconobbe Bonnac. Ricadde nella

meditazione, e dopo alcuni momenti, ripreso il liuto, cantò la sua

aria favorita. Tornò ad udir rumore di passi; ascoltò: salivan la

scala della torre. L'oscurità ispirolle qualche paura; i passi eran

veloci e leggeri; la porta s'aprì ed il debole crepuscolo le celò

sulle prime i lineamenti d'una persona che entrava; ma Emilia potea

ingannarsi al suono della voce? era quella di Valancourt. La

fanciulla, la quale non aveala mai intesa senza emozione, turbata da

sorpresa e piacere a un tempo, appena se l'ebbe visto a' piedi, fu per

venir meno. Tanti contrari affetti agitavanle il cuore, che a stento

udiva quella voce, i cui teneri e timidi accenti cercavan

riassicurarla. Valancourt, vedendola in tale stato, si rimproverava

l'eccesso d'impazienza che l'aveva spinto a sorprenderla così. Appena

giunto al castello di Blangy, non aveva potuto aspettare il ritorno

del conte, ch'era fuori al passeggio, e correndone in cerca, nel

passar presso la torre, avea riconosciuta la voce d'Emilia, ed era

salito subito.

Quand'essa fu rinvenuta, respinse le attenzioni di Valancourt, e gli

domandò, con aria di malcontento, qual fosse il soggetto della sua

visita.

«Ah! Emilia,» disse Valancourt, «queste parole, questo disprezzo...

Gran Dio! Mi sono illuso. Allorchè mi privaste della vostra stima, voi

avete dunque cessato di amarmi?

--Sì, signore,» rispos'ella, sforzandosi di parer tranquilla; «se

faceste caso della mia stima, non mi avreste data questa nuova

occasione di affanno.»

La fisonomia del giovane si alterò visibilmente, e l'ansietà del

dubbio cedè alla sorpresa e allo scoraggiamento. Tacque alcun poco,

poi disse:

«M'avevano lusingato di un'accoglienza molto diversa! È dunque vero, o

Emilia, che ho perduto per sempre il vostro affetto? Debbo io dunque

credere che la vostra stima non può essermi mai restituita, e che il

vostro amore non può rinascere? Il conte ha meditato dunque questa

crudeltà che mi dà una seconda volta la morte?»

L'accento con cui si esprimeva allarmò e sorprese molto Emilia.

Tremante d'impazienza, gli disse che si spiegasse più chiaro.

«E perchè una spiegazione? Ignorate voi,» rispose Valancourt, «quanto

la mia condotta fu calunniata? Ignorate voi che le azioni di cui mi

credeste colpevole... E come poteste, o Emilia, degradarmi fino a

questo punto nella vostra opinione?... Che queste azioni, le disprezzo

e le abborro quanto voi? Ignorate voi che il conte ha scoperte le

falsità che mi privavano dell'unico bene che mi sia caro al mondo; che

mi ha invitato egli medesimo a venire a giustificarmi presso di voi?

Lo ignorate voi, o son io ancora il trastullo d'una falsa speranza?»

Il silenzio di Emilia parea confermare questo timore; il giovane,

nell'oscurità, non poteva distinguere la sorpresa e la gioia che la

rendevano quasi immobile, incapace di parlare, un profondo sospiro

parve sollevarla, e disse finalmente:

«Valancourt! Io ignorava tutto quel che mi avete detto. L'emozione

ch'io sento n'è la prova. Io non poteva stimarvi più, ma non aveva

ancora potuto riuscire a dimenticarvi.

--Qual felicità mi recan le vostre parole! Vi son dunque caro ancora,

o mia Emilia?

--È forse necessario che io ve lo dica? Questo è il primo momento di

gioia dopo la vostra partenza, e m'indennizza di tutto quello che ho

sofferto.»

Valancourt sospirava, non poteva rispondere, bagnava di baci e lagrime

le mani di lei, ed il suo pianto esprimeva assai meglio di qualunque

più tenero linguaggio. La fanciulla, riavutasi alquanto, propose di

tornar al castello. Allora, e per la prima volta, ricordossi che il

conte avea invitato Valancourt a giustificarsi appo lei, e che

nessuna spiegazione era avvenuta. Ma, a questa sola idea, il suo cuore

respinse la possibilità che Valancourt fosse stato reo. I suoi

sguardi, la voce, i modi erano il pegno della sua nobile e costante

sincerità. Ella abbandonossi dunque senza ritegno al sentimento di una

gioia non mai provata fin allora.

Nè Emilia, nè il giovane seppero come fossero tornati al castello: se

un potere magico ve li avesse trasportati, forse ne avrebbero meglio

notato il movimento; erano nel vestibolo prima d'accorgersi che

esistesse qualcuno al mondo. Il conte venne loro incontro con tutta la

franchezza e l'affabilità del suo carattere; accolse cordialmente

Valancourt, e lo pregò di perdonargli la sua ingiustizia. Poco dopo

Bonnac raggiunse quel gruppo felice, e Valancourt ed esso si

abbracciarono con reciproca e tenera soddisfazione.

Dopo i primi complimenti, il conte ebbe una lunga conferenza col

giovane, il quale si giustificò appieno. Confessò così ingenuamente i

suoi torti, e ne mostrò tanto rammarico, che il conte ne concepì le

più liete speranze. Valancourt era dotato delle più eminenti qualità:

l'esperienza gli aveva insegnato a detestare tutte le follie che

l'avevano sviato qualche momento; ed il conte, persuaso ch'esso

avrebbe menato vita onesta, gli confidò alfine senza scrupolo la

felicità della parente cui amava come sua figlia. Le rese conto in due

parole del soggetto del loro colloquio; Emilia aveva già saputo tutto

ciò che Valancourt aveva fatto per Bonnac, e versava in quel momento

copiose lacrime di piacere e di tenerezza. Il colloquio del conte

Villefort finì a dileguare tutti i suoi dubbi, ed ella restituì senza

tema la sua stima e l'amor suo a colui che aveva saputo

inspirarglieli.

L'arrivo del cavaliere di Santa-Fè, guarito dalle sue ferite, finì di

spargere il brio e l'allegrezza in tutti gli abitanti del castello. Il

povero Dupont volle scansar di gettare, colla sua presenza, qualche

ombra di tristezza su tutta quella felice comitiva. Appena fu certo

che Valancourt non era indegno di Emilia, pensò sul serio a guarire

dalla sua passione, e partì. La di lui condotta, ben compresa dalla

fanciulla, le ispirò pietà ed ammirazione insieme.

Quando Annetta seppe l'arrivo di Valancourt, Lodovico durò gran fatica

a trattenerla; voleva correre nella sala ad esprimere tutta la sua

gioia, assicurando che dopo il ritorno del suo caro Lodovico non aveva

provato mai tanta consolazione.

Le nozze di Bianca e di Emilia furon celebrate nel medesimo giorno a

Blangy con tutta la magnificenza. Le feste furono splendidissime: la

sala grande era stata ornata d'un nuovo parato rappresentante Carlo

Magno co' suoi dodici pari. Si vedevano i fieri Saraceni che si

avanzavano in battaglia, e tutti gl'incanti ed il potere magico di

Merlino. Le sontuose bandiere de' Villeroy, sepolte a lungo nella

polvere, sventolarono di nuovo sulle torri gotiche del castello. La

musica rimbombava da tutte le parti. Annetta ammirava tutte quelle

feste, considerava la magnificenza degli abbigliamenti, le ricche

livree dei servitori, i mobili di velluto ricamati in oro, ascoltava i

lieti canti che facevan echeggiar le vôlte, e credevasi trasportata in

un palazzo di geni e di fate. La vecchia Dorotea sospirava, e diceva

che l'aspetto attuale del castello le rammentava tuttavia la sua

gioventù.

Dopo aver per qualche giorno fatto l'ornamento delle feste, Emilia e

Valancourt si congedarono dai loro buoni amici, e tornarono alla

valle. Furono ricevuti dalla buona e fida Teresa con gioia sincera.

Le fresche ombre di quel luogo favorito parvero offrir loro gratamente

le più care memorie. Percorrendo que' luoghi, soggiorno per tanto

tempo de' suoi diletti genitori, Emilia mostrava con tenerezza allo

sposo i luoghi ove solevan riposare, e la sua felicità pareale più

dolce, pensando che entrambi l'avrebbero abbellita d'un sorriso.

Valancourt la condusse al platano ove per la prima volta avea ardito

favellarle d'amore. La memoria de' dispiaceri sofferti poscia, delle

sventure, de' pericoli susseguiti a quell'incontro, aumentò il

sentimento dell'attuale loro felicità. Sotto quelle sacre ombre,

dedicate per sempre alla memoria di Sant'Aubert, giuraronsi

scambievolmente di cercar di rendersene degni, imitando la di lui

dolce benevolenza: ricordandosi che ogni specie di superiorità impone

doveri a chi ne fruisce; offrendo a' loro simili, oltre le

consolazioni ed i benefizi che la prosperità deve ogni giorno

all'infortunio, l'esempio d'una vita passata nella gratitudine verso

Dio, e la costante occupazione d'essere utile all'umanità.

Poco dopo il loro ritorno alla valle, il fratello di Valancourt venne

a felicitarlo sul di lui matrimonio, ed a rendere omaggio ad Emilia.

Fu talmente contento di lei, e della ridente prospettiva che questo

matrimonio offriva a Valancourt, che tosto gli donò la metà de' suoi

averi, e siccome non aveva figli, gli assicurò tutta la sua eredità.

I beni di Tolosa furono venduti. Emilia ricomprò da Quesnel il

patrimonio avito; dotò Annetta, che si maritò a Lodovico, e impiegolli

ambidue a Epourville. Valancourt e lei stessa preferivano gli ombrosi

luoghi della valle ad ogni altra residenza, e vi fissarono stabile

dimora; ma tutti gli anni, per rispetto alla memoria di Sant'Aubert,

andavano a passar qualche mese nell'abitazione ove era stato allevato.

Emilia pregò lo sposo di permetterle che donasse a Bonnac il legato

ricevuto dalla signora Laurentini, e ciò le venne accordato col

massimo piacere. Il castello di Udolfo toccava egualmente alla sposa

di Bonnac, come più prossima parente della Laurentini; e cotesta

famiglia, lungamente infelice, gustò di nuovo l'abbondanza e la pace.

Oh! quanto sarebbe dolce il parlar a lungo della felicità de' due

sposi! dire con qual gioia, dopo aver sofferto l'oppressione de'

malvagi e lo sprezzo de' fiacchi, furono alfine restituiti l'uno

all'altro; con qual piacere ritrovarono i diletti luoghi della patria!

Quanto sarebbe dolce narrare, come, rientrati nella via che adduce più

sicuramente alla felicità, tenendo ognora alla perfezione

dell'intelletto, fruirono delle dolcezze d'una società illuminata, de'

piaceri d'una beneficenza attiva, e come i boschetti della valle

ritornarono il soggiorno della saviezza ed il tempio della domestica

felicità!

Possa almeno aver giovato il dimostrare, che il vizio può talvolta

affliggere la virtù, ma che il suo potere è passeggiero, e certo il

suo castigo, mentre, se la virtù è oppressa dall'ingiustizia,

appoggiata però alla pazienza, trionfa infine di qualunque infortunio!

E se la debole mano che scrisse questi eventi ha potuto sollevar un

momento il cuor mesto degli afflitti; se colla sua morale consolante

ha potuto insegnar loro a sopportarne il peso con rassegnazione, i

suoi umili sforzi non saranno stati vani, e l'autore avrà ottenuto la

sua ricompensa.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 21 / 23 题