Dopo le ultime scoperte, Emilia fu trattata dal conte e dalla sua
famiglia come una parente della casa Villeroy, e ricevuta, se era
possibile, anche con maggiore amicizia.
Il conte, inquieto e sorpreso di non ricevere alcuna risposta da
Valancourt, s'applaudiva della sua prudenza. Emilia non partecipava a
paure di cui ignorava il motivo; ma quando la vedeva soccombere al
peso del suo errore crudele, aveva bisogno di tutta la sua risoluzione
per privarla d'un sollievo momentaneo e dissimular seco lei. Le nozze
di Bianca si avvicinavano, attirando la sua attenzione e le sue cure.
Si aspettava di giorno in giorno il cavaliere Santa-Fè, e tutto il
castello si occupava dei più brillanti preparativi. Emilia voleva
prender parte all'allegrezza che circondavala, ma lo tentava invano;
preoccupata di quanto avea saputo, ed inquieta soprammodo della sorte
di Valancourt si raffigurava lo stato in cui era quando diè l'anello a
Teresa: essa credea riconoscervi l'espressione della disperazione, e
quando considerava dove questo stato avrebbe potuto spingerlo, il
cuore le sanguinava di dolore e spavento. I dubbi da lei formati sulla
salute e sull'esistenza sua, l'obbligo in cui era di conservar questi
dubbi sino al di lei ritorno alla valle, pareale insopportabile.
Eranvi momenti in cui nulla valea a contenerla. Essa sottraevasi
inosservata da casa, andando a cercare la calma nelle profonde
solitudini de' boschi che contornavano la spiaggia. Il fragor delle
onde spumanti, il sordo stormir delle foreste, s'accordavano collo
stato dell'anima sua: sedeva sopra una rupe o sulle rovine della
vecchia torre; osservava verso sera la sfumatura de' colori nelle
nubi; vedea svolversi i tetri veli del crepuscolo. La candida cresta
dell'onde, eternamente sospinte al lido, distinguevasi appena
sull'oscura superficie dell'acque. Talvolta essa ripetea i versi
incisi dall'amante in que' luoghi; poi, troppo addolorata pe'
dispiaceri che le rinnovavano, cercava distrarsi.
Una sera che col liuto errava a caso sul lido favorito, entrò nella
torre. Salita una scala a lumaca, trovossi in una stanza meno rovinata
del resto. Di là spesse fiate ella aveva ammirato la vasta prospettiva
offertale dal mare e dalla terra: il sole tramontava da quella parte
de' Pirenei che divide la Linguadoca dal Rossiglione; ella si mise ad
una finestra munita di ferriate: i boschi e le onde sotto a lei
conservavano ancora le tinte rossicce del tramonto. Accordato il
liuto, vi unì il suono della voce, e cantò una di quelle romanze
semplici e campestri tanto predilette da Valancourt.
Il tempo era sì queto e sereno, che appena la brezza vespertina
increspava la superficie dell'acqua o gonfiava leggermente la vela
indorata ancora agli ultimi rai del dì. I colpi misurati de' remi di
qualche battello sturbavan soli il riposo ed il silenzio. La tenera
melodia del liuto finiva d'immerger la fanciulla in dolce malinconia;
essa ripetè le antiche canzoni, e le memorie in lei destate diventando
ognor più tenere, le sue lagrime caddero sul liuto, e non potè
proseguire.
Il sole era scomparso dietro le vette de' monti, e le loro cime più
alte non ne ricevevan più la luce; Emilia, trattenendosi ancora nella
torre, vi si abbandonava a' suoi pensieri. Udendo camminare,
sussultò, e guardando abbasso, riconobbe Bonnac. Ricadde nella
meditazione, e dopo alcuni momenti, ripreso il liuto, cantò la sua
aria favorita. Tornò ad udir rumore di passi; ascoltò: salivan la
scala della torre. L'oscurità ispirolle qualche paura; i passi eran
veloci e leggeri; la porta s'aprì ed il debole crepuscolo le celò
sulle prime i lineamenti d'una persona che entrava; ma Emilia potea
ingannarsi al suono della voce? era quella di Valancourt. La
fanciulla, la quale non aveala mai intesa senza emozione, turbata da
sorpresa e piacere a un tempo, appena se l'ebbe visto a' piedi, fu per
venir meno. Tanti contrari affetti agitavanle il cuore, che a stento
udiva quella voce, i cui teneri e timidi accenti cercavan
riassicurarla. Valancourt, vedendola in tale stato, si rimproverava
l'eccesso d'impazienza che l'aveva spinto a sorprenderla così. Appena
giunto al castello di Blangy, non aveva potuto aspettare il ritorno
del conte, ch'era fuori al passeggio, e correndone in cerca, nel
passar presso la torre, avea riconosciuta la voce d'Emilia, ed era
salito subito.
Quand'essa fu rinvenuta, respinse le attenzioni di Valancourt, e gli
domandò, con aria di malcontento, qual fosse il soggetto della sua
visita.
«Ah! Emilia,» disse Valancourt, «queste parole, questo disprezzo...
Gran Dio! Mi sono illuso. Allorchè mi privaste della vostra stima, voi
avete dunque cessato di amarmi?
--Sì, signore,» rispos'ella, sforzandosi di parer tranquilla; «se
faceste caso della mia stima, non mi avreste data questa nuova
occasione di affanno.»
La fisonomia del giovane si alterò visibilmente, e l'ansietà del
dubbio cedè alla sorpresa e allo scoraggiamento. Tacque alcun poco,
poi disse:
«M'avevano lusingato di un'accoglienza molto diversa! È dunque vero, o
Emilia, che ho perduto per sempre il vostro affetto? Debbo io dunque
credere che la vostra stima non può essermi mai restituita, e che il
vostro amore non può rinascere? Il conte ha meditato dunque questa
crudeltà che mi dà una seconda volta la morte?»
L'accento con cui si esprimeva allarmò e sorprese molto Emilia.
Tremante d'impazienza, gli disse che si spiegasse più chiaro.
«E perchè una spiegazione? Ignorate voi,» rispose Valancourt, «quanto
la mia condotta fu calunniata? Ignorate voi che le azioni di cui mi
credeste colpevole... E come poteste, o Emilia, degradarmi fino a
questo punto nella vostra opinione?... Che queste azioni, le disprezzo
e le abborro quanto voi? Ignorate voi che il conte ha scoperte le
falsità che mi privavano dell'unico bene che mi sia caro al mondo; che
mi ha invitato egli medesimo a venire a giustificarmi presso di voi?
Lo ignorate voi, o son io ancora il trastullo d'una falsa speranza?»
Il silenzio di Emilia parea confermare questo timore; il giovane,
nell'oscurità, non poteva distinguere la sorpresa e la gioia che la
rendevano quasi immobile, incapace di parlare, un profondo sospiro
parve sollevarla, e disse finalmente:
«Valancourt! Io ignorava tutto quel che mi avete detto. L'emozione
ch'io sento n'è la prova. Io non poteva stimarvi più, ma non aveva
ancora potuto riuscire a dimenticarvi.
--Qual felicità mi recan le vostre parole! Vi son dunque caro ancora,
o mia Emilia?
--È forse necessario che io ve lo dica? Questo è il primo momento di
gioia dopo la vostra partenza, e m'indennizza di tutto quello che ho
sofferto.»
Valancourt sospirava, non poteva rispondere, bagnava di baci e lagrime
le mani di lei, ed il suo pianto esprimeva assai meglio di qualunque
più tenero linguaggio. La fanciulla, riavutasi alquanto, propose di
tornar al castello. Allora, e per la prima volta, ricordossi che il
conte avea invitato Valancourt a giustificarsi appo lei, e che
nessuna spiegazione era avvenuta. Ma, a questa sola idea, il suo cuore
respinse la possibilità che Valancourt fosse stato reo. I suoi
sguardi, la voce, i modi erano il pegno della sua nobile e costante
sincerità. Ella abbandonossi dunque senza ritegno al sentimento di una
gioia non mai provata fin allora.
Nè Emilia, nè il giovane seppero come fossero tornati al castello: se
un potere magico ve li avesse trasportati, forse ne avrebbero meglio
notato il movimento; erano nel vestibolo prima d'accorgersi che
esistesse qualcuno al mondo. Il conte venne loro incontro con tutta la
franchezza e l'affabilità del suo carattere; accolse cordialmente
Valancourt, e lo pregò di perdonargli la sua ingiustizia. Poco dopo
Bonnac raggiunse quel gruppo felice, e Valancourt ed esso si
abbracciarono con reciproca e tenera soddisfazione.
Dopo i primi complimenti, il conte ebbe una lunga conferenza col
giovane, il quale si giustificò appieno. Confessò così ingenuamente i
suoi torti, e ne mostrò tanto rammarico, che il conte ne concepì le
più liete speranze. Valancourt era dotato delle più eminenti qualità:
l'esperienza gli aveva insegnato a detestare tutte le follie che
l'avevano sviato qualche momento; ed il conte, persuaso ch'esso
avrebbe menato vita onesta, gli confidò alfine senza scrupolo la
felicità della parente cui amava come sua figlia. Le rese conto in due
parole del soggetto del loro colloquio; Emilia aveva già saputo tutto
ciò che Valancourt aveva fatto per Bonnac, e versava in quel momento
copiose lacrime di piacere e di tenerezza. Il colloquio del conte
Villefort finì a dileguare tutti i suoi dubbi, ed ella restituì senza
tema la sua stima e l'amor suo a colui che aveva saputo
inspirarglieli.
L'arrivo del cavaliere di Santa-Fè, guarito dalle sue ferite, finì di
spargere il brio e l'allegrezza in tutti gli abitanti del castello. Il
povero Dupont volle scansar di gettare, colla sua presenza, qualche
ombra di tristezza su tutta quella felice comitiva. Appena fu certo
che Valancourt non era indegno di Emilia, pensò sul serio a guarire
dalla sua passione, e partì. La di lui condotta, ben compresa dalla
fanciulla, le ispirò pietà ed ammirazione insieme.
Quando Annetta seppe l'arrivo di Valancourt, Lodovico durò gran fatica
a trattenerla; voleva correre nella sala ad esprimere tutta la sua
gioia, assicurando che dopo il ritorno del suo caro Lodovico non aveva
provato mai tanta consolazione.
Le nozze di Bianca e di Emilia furon celebrate nel medesimo giorno a
Blangy con tutta la magnificenza. Le feste furono splendidissime: la
sala grande era stata ornata d'un nuovo parato rappresentante Carlo
Magno co' suoi dodici pari. Si vedevano i fieri Saraceni che si
avanzavano in battaglia, e tutti gl'incanti ed il potere magico di
Merlino. Le sontuose bandiere de' Villeroy, sepolte a lungo nella
polvere, sventolarono di nuovo sulle torri gotiche del castello. La
musica rimbombava da tutte le parti. Annetta ammirava tutte quelle
feste, considerava la magnificenza degli abbigliamenti, le ricche
livree dei servitori, i mobili di velluto ricamati in oro, ascoltava i
lieti canti che facevan echeggiar le vôlte, e credevasi trasportata in
un palazzo di geni e di fate. La vecchia Dorotea sospirava, e diceva
che l'aspetto attuale del castello le rammentava tuttavia la sua
gioventù.
Dopo aver per qualche giorno fatto l'ornamento delle feste, Emilia e
Valancourt si congedarono dai loro buoni amici, e tornarono alla
valle. Furono ricevuti dalla buona e fida Teresa con gioia sincera.
Le fresche ombre di quel luogo favorito parvero offrir loro gratamente
le più care memorie. Percorrendo que' luoghi, soggiorno per tanto
tempo de' suoi diletti genitori, Emilia mostrava con tenerezza allo
sposo i luoghi ove solevan riposare, e la sua felicità pareale più
dolce, pensando che entrambi l'avrebbero abbellita d'un sorriso.
Valancourt la condusse al platano ove per la prima volta avea ardito
favellarle d'amore. La memoria de' dispiaceri sofferti poscia, delle
sventure, de' pericoli susseguiti a quell'incontro, aumentò il
sentimento dell'attuale loro felicità. Sotto quelle sacre ombre,
dedicate per sempre alla memoria di Sant'Aubert, giuraronsi
scambievolmente di cercar di rendersene degni, imitando la di lui
dolce benevolenza: ricordandosi che ogni specie di superiorità impone
doveri a chi ne fruisce; offrendo a' loro simili, oltre le
consolazioni ed i benefizi che la prosperità deve ogni giorno
all'infortunio, l'esempio d'una vita passata nella gratitudine verso
Dio, e la costante occupazione d'essere utile all'umanità.
Poco dopo il loro ritorno alla valle, il fratello di Valancourt venne
a felicitarlo sul di lui matrimonio, ed a rendere omaggio ad Emilia.
Fu talmente contento di lei, e della ridente prospettiva che questo
matrimonio offriva a Valancourt, che tosto gli donò la metà de' suoi
averi, e siccome non aveva figli, gli assicurò tutta la sua eredità.
I beni di Tolosa furono venduti. Emilia ricomprò da Quesnel il
patrimonio avito; dotò Annetta, che si maritò a Lodovico, e impiegolli
ambidue a Epourville. Valancourt e lei stessa preferivano gli ombrosi
luoghi della valle ad ogni altra residenza, e vi fissarono stabile
dimora; ma tutti gli anni, per rispetto alla memoria di Sant'Aubert,
andavano a passar qualche mese nell'abitazione ove era stato allevato.
Emilia pregò lo sposo di permetterle che donasse a Bonnac il legato
ricevuto dalla signora Laurentini, e ciò le venne accordato col
massimo piacere. Il castello di Udolfo toccava egualmente alla sposa
di Bonnac, come più prossima parente della Laurentini; e cotesta
famiglia, lungamente infelice, gustò di nuovo l'abbondanza e la pace.
Oh! quanto sarebbe dolce il parlar a lungo della felicità de' due
sposi! dire con qual gioia, dopo aver sofferto l'oppressione de'
malvagi e lo sprezzo de' fiacchi, furono alfine restituiti l'uno
all'altro; con qual piacere ritrovarono i diletti luoghi della patria!
Quanto sarebbe dolce narrare, come, rientrati nella via che adduce più
sicuramente alla felicità, tenendo ognora alla perfezione
dell'intelletto, fruirono delle dolcezze d'una società illuminata, de'
piaceri d'una beneficenza attiva, e come i boschetti della valle
ritornarono il soggiorno della saviezza ed il tempio della domestica
felicità!
Possa almeno aver giovato il dimostrare, che il vizio può talvolta
affliggere la virtù, ma che il suo potere è passeggiero, e certo il
suo castigo, mentre, se la virtù è oppressa dall'ingiustizia,
appoggiata però alla pazienza, trionfa infine di qualunque infortunio!
E se la debole mano che scrisse questi eventi ha potuto sollevar un
momento il cuor mesto degli afflitti; se colla sua morale consolante
ha potuto insegnar loro a sopportarne il peso con rassegnazione, i
suoi umili sforzi non saranno stati vani, e l'autore avrà ottenuto la
sua ricompensa.