CAPITOLO LIII

Il giorno dipoi, l'arrivo de' suoi amici rianimò l'afflittissima

Emilia. La valle fu nuovamente l'asilo d'un'amabile società. La sua

indisposizione e lo spavento avuto, toglievano a Bianca qualcosa della

sua vivacità, ma ella conservava però un'ingenua semplicità, che la

rendeva ancor più interessante. La trista avventura de' Pirenei faceva

desiderare impazientemente al conte di tornare al suo castello. Dopo

una settimana, Emilia si preparò a seguire i di lei ospiti in

Linguadoca, ed affidò a Teresa la cura della casa nella sua assenza.

La vigilia della partenza, la buona vecchia le riportò l'anello di

Valancourt, scongiurandola, colle lagrime agli occhi, di accettarlo.

Non aveva più veduto il cavaliere, nè più udito parlar di lui dal

momento che glie l'aveva consegnato. Sì dicendo esternava in volto

maggior inquietudine che non volesse manifestarne. Emilia represse la

sua, e pensando ch'era per certo tornato dal fratello, persistè nel

rifiuto, e raccomandò a Teresa di conservarlo, finchè rivedesse

Valancourt.

Il giorno seguente partirono tutti dal castello della valle, e

giunsero l'indomani a Blangy. La contessa, Enrico e Dupont, che Emilia

fu sorpresa di trovare colà, li ricevettero con indicibil trasporti di

gioia. La fanciulla si afflisse molto nel vedere che il conte

alimentava sempre le speranze dell'amico. La sera del secondo giorno,

Villefort le parlò nuovamente delle offerte di Dupont: l'estrema

dolcezza di Emilia nell'ascoltarlo lo ingannò sullo stato del di lei

cuore; credè egli che Valancourt fosse quasi dimenticato, e ch'ella

potesse avere favorevoli disposizioni per Dupont. Allorchè la di lei

risposta l'ebbe convinto del suo errore, il suo zelo per assicurare la

felicità di due persone che stimava cotanto lo spinse a farle

conoscere che, per un affetto male impiegato, avvelenava i più bei

giorni della vita. Vedendo il di lei silenzio e l'abbattimento della

sua fisonomia, il conte finì per dirle: «Non insisterò di più, ma son

convinto appieno che non rigetterete sempre un uomo tanto stimabile

come il signor Dupont.» Le risparmiò la pena di rispondere, e

s'allontanò subito.

Emilia continuò a passeggiare, affliggendosi che il conte non

desistesse da un progetto da lei sempre respinto. Perduta nelle sue

tristi riflessioni, si trovò insensibilmente al bosco che circondava

il convento di Santa Chiara, alla vista delle cui torri, accortasi

allora quanto si fosse allontanata, risolse di prolungare un po' più

la passeggiata, e d'andare ad informarsi della badessa e delle monache

sue amiche. Entrò nel parlatorio, e non avendovi trovato nessuno,

suppose che fossero tutte in chiesa; finalmente giunse una monaca

cercando la badessa con aria d'impazienza, senza osservare Emilia.

Ella si fece conoscere, ed intese che stavano pregando per l'anima di

suor Agnese, la quale aveva languito per molto tempo, ed in quel

momento era moribonda. La monaca le fece il dettaglio dei patimenti di

suor Agnese, e le orribili convulsioni da essa patite. Era ricaduta in

uno stato tale di disperazione, che nè le sue proprie orazioni, alle

quali si univano quelle di tutta la comunità, nè le assicurazioni del

confessore, non potevano calmarla, e lasciarle gustare un solo istante

di quiete.

Emilia ascoltò tutto col massimo interesse; si rammentava lo

smarrimento notato sovente nella fisonomia di suor Agnese, non meno

che il racconto di suor Francesca, e la di lei pietà diveniva

maggiore. Era già tardi; Emilia non potè nè vederla, nè andar a

pregare per lei in quel punto; incaricò la monaca de' suoi complimenti

per tutta la comunità, e se ne tornò al castello, pensando tristamente

alla misera agonizzante.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 18 / 23 题