CAPITOLO LII

La mattina di poi, Emilia, nel gabinetto contiguo alla biblioteca,

rifletteva alla scena della sera precedente, allorquando Annetta entrò

anelante, ed abbandonossi senza fiato su d'una sedia. Passarono alcuni

minuti prima che potesse rispondere alle interrogazioni di Emilia;

finalmente esclamò:

«Ho veduto la sua ombra, signorina, sì, ho veduto la sua ombra!

--Che vuoi tu dire?» disse Emilia con impazienza.

--Egli è uscito dal cortile, mentr'io traversava il salotto.

--Ma di chi parli?» ripetè Emilia; «chi è uscito dal cortile?

--Era vestito come lo vidi le centinaia di volte. Ah! chi l'avrebbe

mai creduto?»

Emilia, annoiata da quelle ciarle insipide, si accingeva a

rimproverarle la sua ridicola credulità, quando un servo venne a dirle

che un forestiero chiedeva di parlarle.

Emilia, immaginandosi allora che il forestiere fosse Valancourt,

rispose essere occupata, e non voler veder nessuno. Il servo tornò

subito dopo dicendo che il forestiere aveva cose importantissime da

comunicarle. Annetta, rimasta fin allora muta e stupefatta, si scosse,

e sclamò: «Sì, è Lodovico! sì, è Lodovico.»

E corse fuor dal gabinetto. Emilia ordinò al servitore di seguirla, e,

se era realmente Lodovico, di farlo entrare sul momento.

Poco dopo, comparve l'Italiano accompagnato da Annetta, a cui

l'allegrezza faceva obliare tutte le convenienze, e non voleva parlar

altro che lei. Emilia esternò la sua sorpresa e soddisfazione nel

vederlo. La sua prima emozione crebbe allorchè aprì le lettere del

conte di Villefort e Bianca, che l'informavano della loro avventura e

della situazione loro in un'osteria alle falde de' Pirenei, ov'erano

stati trattenuti dallo stato di Santa-Fè e dall'indisposizione di

Bianca. Quest'ultima aggiungeva che il barone era arrivato, che

avrebbe ricondotto il figlio al suo castello, finchè fosse guarito

dalle sue ferite, e ch'essa con suo padre continuerebbero il viaggio

per la Linguadoca, e sarebbero passati dalla valle, proponendosi di

esservi il giorno seguente. Essa pregava Emilia di trovarsi alle sue

nozze, e d'accompagnarli al castello di Blangy; lasciava poi a

Lodovico la cura di raccontare egli stesso le sue avventure. Emilia,

sebben premurosa di conoscere in qual modo fosse sparito

dall'appartamento del nord, nondimeno volle sospendere questa

soddisfazione finchè non si fosse rifocillato, ed avesse parlato a

lungo colla sua Annetta, la cui gioia non sarebbe stata così

stravagante se fosse risorto dalla tomba.

Emilia, intanto, rileggeva le lettere de' suoi amici. L'espressione

della stima e dell'affetto loro, era in quel momento un vero balsamo

nel suo povero cuore piagato. La sua tristezza, i suoi affanni,

avevano acquistato nell'ultimo colloquio una nuova amarezza.

L'invito di recarsi a Blangy era fatto dal conte e dalla figlia colle

più tenere espressioni. Anche la contessa ne la sollecitava.

L'occasione n'era sì importante per l'amica sua, che Emilia non potea

ricusarvisi. Avrebbe desiderato non abbandonare le placide ombre della

sua dimora, ma sentiva la sconvenienza di restarvi sola mentre

Valancourt trattenevasi ancora nelle vicinanze, oltrechè rifletteva

che la società e la varietà degli oggetti sarebbero riuscite a

tranquillare il suo spirito meglio della solitudine.

Quando Lodovico ritornò nel gabinetto, lo pregò di raccontarle

dettagliatamente le sue avventure, e spiegarle per qual caso abitasse

co' banditi in mezzo ai quali lo aveva trovato il conte.

Egli obbedì. Annetta, la quale, in mezzo alle sue tante ciarle, non

aveva avuto il tempo di parlargliene, si accinse ad ascoltare con

ardente curiosità. Ricordò prima alla padroncina e l'incredulità da

lei dimostrata ad Udolfo a proposito degli spiriti, e la propria

saggezza credendovi invece sì forte. Emilia arrossì suo malgrado

pensando alla fede prestata ultimamente; notò soltanto che se

l'avventura di Lodovico avesse potuto giustificare la superstizione

d'Annetta, e' non sarebbe là a narrargliela.

Il giovane sorrise, inchinossi e cominciò in questi termini:

«Vi rammenterete, o signora, che il signor conte ed il signor Enrico

m'accompagnarono nell'appartamento del nord. Per tutto il tempo che vi

rimasero non si presentò nulla di allarmante: appena furono partiti,

accesi un buon fuoco nella camera, e sedetti presso al camino; aveva

portato un libro per distrarmi, e confesso che tratto tratto io

guardava qua e là con un sentimento simile alla paura. Molte volte,

quando il vento soffiava con violenza, scuotendo le finestre,

m'immaginai di udire rumori molto strani; anzi una volta o due mi

alzai, ed osservando da per tutto non vidi altro che le grottesche

figure dei parati, le quali pareva mi facessero boccacce. Passai così

più di un'ora, e poi mi parve udir rumore, esaminai di nuovo la

camera, e non vedendo nulla, ripresi il libro. Quando l'istoria fu

finita, mi assopii. D'improvviso fui svegliato dal rumore che aveva

già inteso; esso pareva venire dalla parte del letto. Io non so se

l'istoria che aveva letta mi avesse alterata la fantasia,

o se mi venissero in mente tutte le ciarle che si facevano su

quell'appartamento; ma so bene che, guardando il letto, mi parve

vedere la faccia d'un uomo fra le cortine.»

A tai parole, Emilia fremè e divenne inquieta ricordandosi lo

spettacolo veduto colà da lei e dalla vecchia Dorotea. «Vi confesso,

signorina,» continuò Lodovico, «che mi si agghiacciò il cuore. Il

medesimo rumore risvegliò di nuovo la mia attenzione: distinsi lo

scricchiolio d'una chiave che girava in una serratura, e quel che mi

sorprendeva di più era il non vedere alcuna porta d'onde potesse

provenire quel suono. Un istante dopo il cortinaggio del letto fu

alzato lentamente, e comparve una persona: essa usciva da una

porticina nel muro. Restò un momento nella medesima attitudine, col

resto del volto nascosto dal lembo della tappezzeria, cosicchè non

vedeasi altro che i suoi occhi. Quando sollevò il capo, vidi di dietro

a lei la figura d'un altro uomo, che guardava per disopra le spalle

del primo. Non so come andasse la faccenda: la mia spada era sul

tavolino, ma non ebbi la presenza di spirito d'impugnarla: restai

zitto e cheto a considerarli cogli occhi mezzo chiusi, affinchè mi

credessero addormentato. Suppongo che realmente ne fossero persuasi;

li udii concertarsi, e restarono in quella posizione per lo spazio di

circa un minuto; allora credetti vedere altre teste nell'apertura

della porta, ed intesi parlar più forte.

--Questa porticina mi sorprende;» interruppe Emilia; «mi fu detto che

il conte avea fatto levar tutte le cortine ed esaminar le pareti,

credendo che celassero qualche andito pel quale fosse partito.

--Non mi par tanto straordinario, signorina, che quell'usciuolo abbia

potuto sfuggire agli sguardi; esso è praticato in una parete sottile

che sembra far parte del muro esteriore, per cui quand'anco il signor

conte l'avesse osservato, non avrebbe badato ad una porta colla quale

nessun passaggio parea dovesse comunicare. Fatto sta che il passaggio

era nella grossezza del muro. Ma, per tornare agli uomini ch'io

distingueva confusamente nello sfondo della porticina, ei non mi

lasciarono a lungo in sospeso; precipitaronsi nella camera e mi

circondarono: io aveva presa la spada, ma che poteva fare un uomo

contro quattro? Fui ben presto disarmato; mi legarono le braccia, e

postomi un bavaglio in bocca, mi trascinarono nell'andito. Prima di

partire però lasciarono la mia spada sul tavolino, _per soccorrere_,

dicevano essi, _coloro che venissero al par di me, a combattere gli

spiriti_. Mi fecero traversare parecchi corridoi strettissimi formati

nella grossezza del muro, e dopo avere sceso molti gradini, giungemmo

ad una vôlta sotto il castello. Aprirono un uscio di pietra, ch'io

credeva far parte del muro; percorremmo un lunghissimo passaggio

scavato nel masso; un'altra porta ci condusse ad un sotterraneo, e

finalmente, dopo qualche intervallo, mi trovai sul lido del mare appiè

delle rupi stesse, sulle quali sorge il castello: trovammo una barca

che aspettava quei birbanti; mi vi trascinarono, e andammo a bordo

d'un piccolo bastimento ancorato a poca distanza. Quando fui là

dentro, due de' miei compagni restarono con me; gli altri ricondussero

la barca, ed il bastimento si mise alla vela. Compresi allora il

significato di tutto ciò, e che cosa facessero quella gente al

castello. Sbarcammo al Rossiglione: dopo qualche giorno, i loro

compagni vennero dalle montagne, e mi condussero nel forte in cui mi

trovava quando giunse il signor conte. Avean cura d'invigilarmi, ed

anzi m'aveano bendati gli occhi per condurmivi; ma anche senza questa

precauzione, credo mi sarebbe stato assai difficile ritrovar la strada

per quell'aspra contrada. Appena fui colà, mi tenevano come un

prigioniero: non poteva mai uscire senza due o tre de' miei compagni,

ed era sì stanco della vita, che andava studiando il modo di terminare

la mia miserabile esistenza.

--Ma però vi lasciavan parlare,» disse Annetta; «non vi mettevan più

il bavaglio. Non capisco perchè eravate sì stanco di vivere, senza

parlare della probabilità che avevate di rivedermi.»

Lodovico sorrise, siccome anche Emilia, la quale gli domandò per qual

motivo quegli uomini l'avessero rapito.

«Mi accorsi tosto,» ripigliò egli, «che coloro erano pirati, i quali

da molti anni nascondevano il loro bottino nei sotterranei del

castello, che, essendo vicino al mare, conveniva perfettamente ai loro

disegni. Onde non essere scoperti avevano adoperato ogni mezzo per far

credere che il castello era frequentato dagli spiriti e dalle ombre,

ed avendo scoperto la via segreta, la quale conduceva all'appartamento

del nord, che dopo la morte della marchesa stava sempre chiuso, non

fu lor difficile riuscirvi. La custode e suo marito, le uniche persone

che abitassero nel castello, spaventati oltremodo dagli strani rumori

che udivano, ricusarono di soggiornarvi più a lungo. Allora tutto il

paese credè facilmente che il castello fosse abitato da' folletti,

tanto più che la marchesa era morta in una maniera molto strana, e che

il marchese da quel punto non eravi più tornato.

--Ma,» disse Emilia, «perchè mai que' pirati non si contentavano della

cava, e perchè stimavan necessario deporre i loro furti nel castello?

--La cava, madamigella, stava aperta a tutti,» ripigliò il giovane,

«ed i loro tesori sarebbero stati in breve scoperti. Ne' sotterranei

invece erano sicuri, finchè il castello incutesse terrore. E' parve

che i pirati vi recassero a mezzanotte le prese fatte per mare, e ve

le tenessero, finchè potessero venderle vantaggiosamente. Erano essi

intimamente collegati co' contrabbandieri e banditi che vivono ne'

Pirenei, e vi fanno un traffico inesprimibile. Io restai dunque con

questa banda di malandrini fino all'arrivo del signor conte. Non

oblierò giammai la pena che sentii nel vederlo; quasi lo tenni

perduto. Io sapeva che se mi faceva conoscere, i banditi avrebbero

scoperto il suo nome, e probabilmente ci avrebbero ammazzati, tutti,

per impedire ch'egli scoprisse il loro segreto, come proprietario di

Blangy. Evitai la vista del signor conte, e invigilai sui briganti,

risoluto, se progettassero qualche violenza, di mostrarmi, e

combattere per la vita del mio padrone. Non tardai a sentir macchinare

una trama infernale; si trattava di una strage generale. Mi arrischiai

a farmi conoscere alla gente del conte; narrai quanto si progettava, e

ci concertammo insieme. Il signor conte, allarmato per l'assenza della

figlia, domandò dove fosse. I banditi non lo soddisfecero. Il mio

padrone e Santa-Fè divennero furiosi. Pensando allora ch'era tempo di

mostrarci, ci lanciammo nella stanza ov'era preparata la cena,

gridando: _Tradimento! Signor conte difendetevi._ Il conte ed il

cavaliere sguainarono la spada sul momento; la zuffa fu ostinata, ma

in fine noi restammo vincitori, come avrete sentito nella lettera del

mio padrone.

--È un'avventura singolare,» disse Emilia; «certamente, Lodovico, la

vostra prudenza ed intrepidezza meritano molti elogi. Vi sono però

varie circostanze relative all'appartamento del nord, ch'io non

comprendo ancora, e che voi forse sarete in grado di decifrarmi. Avete

mai udito raccontare dai banditi i pretesi prodigi che operavano in

quel luogo?

--No, signorina,» rispose Lodovico; «non li intesi parlarne mai: una

volta sola li udii ridere della vecchia custode, che quasi quasi

stette per sorprendere uno dei pirati. Fu dopo l'arrivo del conte, e

colui che fece la burla ne ridea a crepapelle.»

Emilia arrossì, e pregò Lodovico di raccontargli dettagliatamente

quanto sapeva.

«Ebbene,» diss'egli, «una notte che colui trovavasi nella camera da

letto, udì gente nel salotto contiguo, e credendo non aver il tempo

d'alzare il parato ed aprir la porta, si nascose nel letto, e vi restò

per qualche tempo, credo io, molto intimorito.

--Come lo foste voi,» interruppe Annetta, «quando aveste l'ardire di

passarvi la notte.

--Sì,» rispose Lodovico, «appunto così. La custode si avvicinò al

letto con un'altra donna. Temendo allora di essere scoperto, pensò che

il solo mezzo per salvarsi fosse quello di far loro paura. Alzò dunque

leggermente il trapunto; ma il suo piano non riuscì, se non quando

ebbe mostrata la testa; allora esse fuggirono, ci diss'egli,

come se avessero veduto il diavolo, ed il birbante se ne andò

tranquillamente.»

Emilia non potè trattenersi dal ridere a questa spiegazione. Comprese

l'incidente che l'aveva tanto impaurita, e fu sorpresa di averne

sofferto tanto; ma considerò quindi, che appena lo spirito cede alla

debolezza della superstizione, qualunque inezia basta a fare la

massima impressione. Rammentandosi però la musica misteriosa che si

sentiva verso mezzanotte al castello di Blangy, domandò a Lodovico se

per caso ne avesse saputo nulla, ma egli non potè darne veruna

spiegazione.

«So per altro, signorina,» aggiunse, «che i pirati non vi hanno parte;

so che ne ridono, e dicono che il diavolo è senza dubbio alleato con

loro.

--Scommetterei che hanno ragione,» disse Annetta sempre con volto

ilare. «Ho sempre creduto che lui e gli spiriti fossero gli abitanti

di quell'appartamento; vedete dunque, signorina, che non m'ingannava.

--Non si può negare che lo spirito maligno non v'abbia una estrema

influenza,» disse Emilia sorridendo: «ma stupisco che i pirati

persistessero nella loro condotta; dopo l'arrivo del conte, egli è

certo che prima o poi dovevano essere scoperti.

--Ho motivo di credere,» rispose Lodovico, «ch'essi non contassero

seguitare che il tempo necessario per mettere in salvo i loro tesori.

Pare che se ne occupassero subito dopo l'arrivo del conte; ma non

potevano lavorare che poche ore della notte, e quando mi presero, la

vôlta era già mezzo vuota. Conveniva loro d'altronde di confermare

tutte le superstizioni relative all'appartamento, nel quale ebbero la

maggior premura di lasciar tutto al suo posto per meglio mantener

l'errore. Spesso, celiando fra loro, si figuravano la costernazione

degli abitanti di Blangy per la mia scomparsa. A datare da quel

momento si credettero padroni assoluti del castello. Seppi però che

una notte, malgrado le loro precauzioni, si scopersero quasi da sè.

Andavano, secondo il solito, a ripetere i sordi gemiti che facevano

tanta paura alle serve. Mentre stavano per aprire, udirono voci nella

camera da letto; il signor conte mi disse che vi stava lui stesso col

signor Enrico: udirono ambidue strani lamenti, opera senza dubbio dei

malandrini, fedeli al loro disegno di spargere il terrore. Il signor

conte mi confessò di aver provato una sensazione maggiore della

sorpresa: ma siccome il riposo della famiglia esigeva il silenzio, si

guardarono bene dal farne parola ad alcuno.»

Emilia, rammentandosi allora il cambiamento del conte, dopo aver

passata la notte in quel luogo misterioso, ne riconobbe il motivo. Non

fece nuove interrogazioni a Lodovico, lo mandò a riposare, e diede le

disposizioni necessarie per ricevere i suoi amici.

La sera, Teresa quantunque zoppa, venne a portarle l'anello di

Valancourt. Emilia s'intenerì nel vederlo, ma la rimproverò d'averlo

ricevuto, e ricusò d'accettarlo, malgrado il tristo piacere ch'essa ne

avrebbe avuto. Valancourt lo portava in tempi più felici. Teresa

pregò, supplicò, le rappresentò l'abbattimento in cui era il cavaliere

quando le consegnò l'anello, le ripetè ciò ch'ei le aveva ordinato di

dire. Emilia, non potendo nascondere il dolore che le cagionava quel

racconto, proruppe in dirotto pianto.

«O Dio! Mia cara padroncina,» disse Teresa, «perchè piangete? Vi

conosco fin dall'infanzia, vi amo come mia figlia, e vorrei vedervi

felice. È vero che conosco il signor Valancourt da poco tempo; ma ho

però forti ragioni per amarlo come mio figlio! Io so benissimo che vi

amate scambievolmente! Perchè dunque piangere?» Emilia le fe' segno di

tacere, ma essa continuò: «Vi somigliate amendue per ispirito e

carattere; se foste maritati, sareste la coppia più felice. Chi

impedisce il vostro matrimonio? Dio buono! Dio mio! Come mai si può

veder gente che sfuggono la loro felicità, piangono e si disperano

quasi non dipendesse da loro l'esser contenti, e come se gli affanni

ed il pianto valessero più del riposo e della pace! La scienza è certo

una bella cosa, ma se non rende più saggi di così, preferisco di non

saper mai nulla.»

L'età ed i lunghi servigi di Teresa le accordavano il diritto di dire

il suo parere; non per tanto Emilia l'interruppe, e quantunque

riconoscesse la giustizia delle di lei osservazioni, non volle

spiegarsi. Si limitò a dirle che questo discorso l'affliggeva; che,

per regolare la sua condotta, aveva motivi che non poteva spiegarle, e

che bisognava restituir l'anello al cavaliere, dicendogli com'essa non

potesse accettarlo. Le disse in seguito, che se faceva caso della sua

stima ed amicizia, non doveva più incaricarsi di veruna ambasciata di

Valancourt. Teresa ne fu commossa, e tentò insistere, ma il

malcontento esternato dalla fisonomia della padroncina, le impedì di

proseguire, e partì afflitta e maravigliata.

Per sollevare in qualche modo l'affanno e l'oppressione sua, Emilia si

occupò dei preparativi del viaggio. Annetta, che la aiutava, parlava

incessantemente del ritorno di Lodovico colla più tenera effusione.

Emilia pensò che avrebbe potuto anticipare la loro felicità, e decise

che, se Lodovico era costante quanto la semplice e buona cameriera, le

avrebbe dato una buona dote, e li avrebbe impiegati in qualche parte

de' suoi beni. Queste considerazioni la fecero pensare alla porzione

di patrimonio, dal di lei padre venduta a Quesnel. Desiderava

ricomprarla, perchè Sant'Aubert aveva dimostrato sovente il maggior

rincrescimento che la dimora principale de' suoi avi fosse passata in

mani straniere. Quel luogo, d'altronde, l'aveva veduta nascere, ed era

la culla de' suoi primi anni. Poco le caleva de' beni di Tolosa, e si

propose di venderli per riacquistare il patrimonio avito, se Quesnel

acconsentisse a disfarsene. Tale accomodamento non le pareva

impossibile, dacchè egli s'occupava di stabilirsi in Italia.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 17 / 23 题