La mattina di poi, Emilia, nel gabinetto contiguo alla biblioteca,
rifletteva alla scena della sera precedente, allorquando Annetta entrò
anelante, ed abbandonossi senza fiato su d'una sedia. Passarono alcuni
minuti prima che potesse rispondere alle interrogazioni di Emilia;
finalmente esclamò:
«Ho veduto la sua ombra, signorina, sì, ho veduto la sua ombra!
--Che vuoi tu dire?» disse Emilia con impazienza.
--Egli è uscito dal cortile, mentr'io traversava il salotto.
--Ma di chi parli?» ripetè Emilia; «chi è uscito dal cortile?
--Era vestito come lo vidi le centinaia di volte. Ah! chi l'avrebbe
mai creduto?»
Emilia, annoiata da quelle ciarle insipide, si accingeva a
rimproverarle la sua ridicola credulità, quando un servo venne a dirle
che un forestiero chiedeva di parlarle.
Emilia, immaginandosi allora che il forestiere fosse Valancourt,
rispose essere occupata, e non voler veder nessuno. Il servo tornò
subito dopo dicendo che il forestiere aveva cose importantissime da
comunicarle. Annetta, rimasta fin allora muta e stupefatta, si scosse,
e sclamò: «Sì, è Lodovico! sì, è Lodovico.»
E corse fuor dal gabinetto. Emilia ordinò al servitore di seguirla, e,
se era realmente Lodovico, di farlo entrare sul momento.
Poco dopo, comparve l'Italiano accompagnato da Annetta, a cui
l'allegrezza faceva obliare tutte le convenienze, e non voleva parlar
altro che lei. Emilia esternò la sua sorpresa e soddisfazione nel
vederlo. La sua prima emozione crebbe allorchè aprì le lettere del
conte di Villefort e Bianca, che l'informavano della loro avventura e
della situazione loro in un'osteria alle falde de' Pirenei, ov'erano
stati trattenuti dallo stato di Santa-Fè e dall'indisposizione di
Bianca. Quest'ultima aggiungeva che il barone era arrivato, che
avrebbe ricondotto il figlio al suo castello, finchè fosse guarito
dalle sue ferite, e ch'essa con suo padre continuerebbero il viaggio
per la Linguadoca, e sarebbero passati dalla valle, proponendosi di
esservi il giorno seguente. Essa pregava Emilia di trovarsi alle sue
nozze, e d'accompagnarli al castello di Blangy; lasciava poi a
Lodovico la cura di raccontare egli stesso le sue avventure. Emilia,
sebben premurosa di conoscere in qual modo fosse sparito
dall'appartamento del nord, nondimeno volle sospendere questa
soddisfazione finchè non si fosse rifocillato, ed avesse parlato a
lungo colla sua Annetta, la cui gioia non sarebbe stata così
stravagante se fosse risorto dalla tomba.
Emilia, intanto, rileggeva le lettere de' suoi amici. L'espressione
della stima e dell'affetto loro, era in quel momento un vero balsamo
nel suo povero cuore piagato. La sua tristezza, i suoi affanni,
avevano acquistato nell'ultimo colloquio una nuova amarezza.
L'invito di recarsi a Blangy era fatto dal conte e dalla figlia colle
più tenere espressioni. Anche la contessa ne la sollecitava.
L'occasione n'era sì importante per l'amica sua, che Emilia non potea
ricusarvisi. Avrebbe desiderato non abbandonare le placide ombre della
sua dimora, ma sentiva la sconvenienza di restarvi sola mentre
Valancourt trattenevasi ancora nelle vicinanze, oltrechè rifletteva
che la società e la varietà degli oggetti sarebbero riuscite a
tranquillare il suo spirito meglio della solitudine.
Quando Lodovico ritornò nel gabinetto, lo pregò di raccontarle
dettagliatamente le sue avventure, e spiegarle per qual caso abitasse
co' banditi in mezzo ai quali lo aveva trovato il conte.
Egli obbedì. Annetta, la quale, in mezzo alle sue tante ciarle, non
aveva avuto il tempo di parlargliene, si accinse ad ascoltare con
ardente curiosità. Ricordò prima alla padroncina e l'incredulità da
lei dimostrata ad Udolfo a proposito degli spiriti, e la propria
saggezza credendovi invece sì forte. Emilia arrossì suo malgrado
pensando alla fede prestata ultimamente; notò soltanto che se
l'avventura di Lodovico avesse potuto giustificare la superstizione
d'Annetta, e' non sarebbe là a narrargliela.
Il giovane sorrise, inchinossi e cominciò in questi termini:
«Vi rammenterete, o signora, che il signor conte ed il signor Enrico
m'accompagnarono nell'appartamento del nord. Per tutto il tempo che vi
rimasero non si presentò nulla di allarmante: appena furono partiti,
accesi un buon fuoco nella camera, e sedetti presso al camino; aveva
portato un libro per distrarmi, e confesso che tratto tratto io
guardava qua e là con un sentimento simile alla paura. Molte volte,
quando il vento soffiava con violenza, scuotendo le finestre,
m'immaginai di udire rumori molto strani; anzi una volta o due mi
alzai, ed osservando da per tutto non vidi altro che le grottesche
figure dei parati, le quali pareva mi facessero boccacce. Passai così
più di un'ora, e poi mi parve udir rumore, esaminai di nuovo la
camera, e non vedendo nulla, ripresi il libro. Quando l'istoria fu
finita, mi assopii. D'improvviso fui svegliato dal rumore che aveva
già inteso; esso pareva venire dalla parte del letto. Io non so se
l'istoria che aveva letta mi avesse alterata la fantasia,
o se mi venissero in mente tutte le ciarle che si facevano su
quell'appartamento; ma so bene che, guardando il letto, mi parve
vedere la faccia d'un uomo fra le cortine.»
A tai parole, Emilia fremè e divenne inquieta ricordandosi lo
spettacolo veduto colà da lei e dalla vecchia Dorotea. «Vi confesso,
signorina,» continuò Lodovico, «che mi si agghiacciò il cuore. Il
medesimo rumore risvegliò di nuovo la mia attenzione: distinsi lo
scricchiolio d'una chiave che girava in una serratura, e quel che mi
sorprendeva di più era il non vedere alcuna porta d'onde potesse
provenire quel suono. Un istante dopo il cortinaggio del letto fu
alzato lentamente, e comparve una persona: essa usciva da una
porticina nel muro. Restò un momento nella medesima attitudine, col
resto del volto nascosto dal lembo della tappezzeria, cosicchè non
vedeasi altro che i suoi occhi. Quando sollevò il capo, vidi di dietro
a lei la figura d'un altro uomo, che guardava per disopra le spalle
del primo. Non so come andasse la faccenda: la mia spada era sul
tavolino, ma non ebbi la presenza di spirito d'impugnarla: restai
zitto e cheto a considerarli cogli occhi mezzo chiusi, affinchè mi
credessero addormentato. Suppongo che realmente ne fossero persuasi;
li udii concertarsi, e restarono in quella posizione per lo spazio di
circa un minuto; allora credetti vedere altre teste nell'apertura
della porta, ed intesi parlar più forte.
--Questa porticina mi sorprende;» interruppe Emilia; «mi fu detto che
il conte avea fatto levar tutte le cortine ed esaminar le pareti,
credendo che celassero qualche andito pel quale fosse partito.
--Non mi par tanto straordinario, signorina, che quell'usciuolo abbia
potuto sfuggire agli sguardi; esso è praticato in una parete sottile
che sembra far parte del muro esteriore, per cui quand'anco il signor
conte l'avesse osservato, non avrebbe badato ad una porta colla quale
nessun passaggio parea dovesse comunicare. Fatto sta che il passaggio
era nella grossezza del muro. Ma, per tornare agli uomini ch'io
distingueva confusamente nello sfondo della porticina, ei non mi
lasciarono a lungo in sospeso; precipitaronsi nella camera e mi
circondarono: io aveva presa la spada, ma che poteva fare un uomo
contro quattro? Fui ben presto disarmato; mi legarono le braccia, e
postomi un bavaglio in bocca, mi trascinarono nell'andito. Prima di
partire però lasciarono la mia spada sul tavolino, _per soccorrere_,
dicevano essi, _coloro che venissero al par di me, a combattere gli
spiriti_. Mi fecero traversare parecchi corridoi strettissimi formati
nella grossezza del muro, e dopo avere sceso molti gradini, giungemmo
ad una vôlta sotto il castello. Aprirono un uscio di pietra, ch'io
credeva far parte del muro; percorremmo un lunghissimo passaggio
scavato nel masso; un'altra porta ci condusse ad un sotterraneo, e
finalmente, dopo qualche intervallo, mi trovai sul lido del mare appiè
delle rupi stesse, sulle quali sorge il castello: trovammo una barca
che aspettava quei birbanti; mi vi trascinarono, e andammo a bordo
d'un piccolo bastimento ancorato a poca distanza. Quando fui là
dentro, due de' miei compagni restarono con me; gli altri ricondussero
la barca, ed il bastimento si mise alla vela. Compresi allora il
significato di tutto ciò, e che cosa facessero quella gente al
castello. Sbarcammo al Rossiglione: dopo qualche giorno, i loro
compagni vennero dalle montagne, e mi condussero nel forte in cui mi
trovava quando giunse il signor conte. Avean cura d'invigilarmi, ed
anzi m'aveano bendati gli occhi per condurmivi; ma anche senza questa
precauzione, credo mi sarebbe stato assai difficile ritrovar la strada
per quell'aspra contrada. Appena fui colà, mi tenevano come un
prigioniero: non poteva mai uscire senza due o tre de' miei compagni,
ed era sì stanco della vita, che andava studiando il modo di terminare
la mia miserabile esistenza.
--Ma però vi lasciavan parlare,» disse Annetta; «non vi mettevan più
il bavaglio. Non capisco perchè eravate sì stanco di vivere, senza
parlare della probabilità che avevate di rivedermi.»
Lodovico sorrise, siccome anche Emilia, la quale gli domandò per qual
motivo quegli uomini l'avessero rapito.
«Mi accorsi tosto,» ripigliò egli, «che coloro erano pirati, i quali
da molti anni nascondevano il loro bottino nei sotterranei del
castello, che, essendo vicino al mare, conveniva perfettamente ai loro
disegni. Onde non essere scoperti avevano adoperato ogni mezzo per far
credere che il castello era frequentato dagli spiriti e dalle ombre,
ed avendo scoperto la via segreta, la quale conduceva all'appartamento
del nord, che dopo la morte della marchesa stava sempre chiuso, non
fu lor difficile riuscirvi. La custode e suo marito, le uniche persone
che abitassero nel castello, spaventati oltremodo dagli strani rumori
che udivano, ricusarono di soggiornarvi più a lungo. Allora tutto il
paese credè facilmente che il castello fosse abitato da' folletti,
tanto più che la marchesa era morta in una maniera molto strana, e che
il marchese da quel punto non eravi più tornato.
--Ma,» disse Emilia, «perchè mai que' pirati non si contentavano della
cava, e perchè stimavan necessario deporre i loro furti nel castello?
--La cava, madamigella, stava aperta a tutti,» ripigliò il giovane,
«ed i loro tesori sarebbero stati in breve scoperti. Ne' sotterranei
invece erano sicuri, finchè il castello incutesse terrore. E' parve
che i pirati vi recassero a mezzanotte le prese fatte per mare, e ve
le tenessero, finchè potessero venderle vantaggiosamente. Erano essi
intimamente collegati co' contrabbandieri e banditi che vivono ne'
Pirenei, e vi fanno un traffico inesprimibile. Io restai dunque con
questa banda di malandrini fino all'arrivo del signor conte. Non
oblierò giammai la pena che sentii nel vederlo; quasi lo tenni
perduto. Io sapeva che se mi faceva conoscere, i banditi avrebbero
scoperto il suo nome, e probabilmente ci avrebbero ammazzati, tutti,
per impedire ch'egli scoprisse il loro segreto, come proprietario di
Blangy. Evitai la vista del signor conte, e invigilai sui briganti,
risoluto, se progettassero qualche violenza, di mostrarmi, e
combattere per la vita del mio padrone. Non tardai a sentir macchinare
una trama infernale; si trattava di una strage generale. Mi arrischiai
a farmi conoscere alla gente del conte; narrai quanto si progettava, e
ci concertammo insieme. Il signor conte, allarmato per l'assenza della
figlia, domandò dove fosse. I banditi non lo soddisfecero. Il mio
padrone e Santa-Fè divennero furiosi. Pensando allora ch'era tempo di
mostrarci, ci lanciammo nella stanza ov'era preparata la cena,
gridando: _Tradimento! Signor conte difendetevi._ Il conte ed il
cavaliere sguainarono la spada sul momento; la zuffa fu ostinata, ma
in fine noi restammo vincitori, come avrete sentito nella lettera del
mio padrone.
--È un'avventura singolare,» disse Emilia; «certamente, Lodovico, la
vostra prudenza ed intrepidezza meritano molti elogi. Vi sono però
varie circostanze relative all'appartamento del nord, ch'io non
comprendo ancora, e che voi forse sarete in grado di decifrarmi. Avete
mai udito raccontare dai banditi i pretesi prodigi che operavano in
quel luogo?
--No, signorina,» rispose Lodovico; «non li intesi parlarne mai: una
volta sola li udii ridere della vecchia custode, che quasi quasi
stette per sorprendere uno dei pirati. Fu dopo l'arrivo del conte, e
colui che fece la burla ne ridea a crepapelle.»
Emilia arrossì, e pregò Lodovico di raccontargli dettagliatamente
quanto sapeva.
«Ebbene,» diss'egli, «una notte che colui trovavasi nella camera da
letto, udì gente nel salotto contiguo, e credendo non aver il tempo
d'alzare il parato ed aprir la porta, si nascose nel letto, e vi restò
per qualche tempo, credo io, molto intimorito.
--Come lo foste voi,» interruppe Annetta, «quando aveste l'ardire di
passarvi la notte.
--Sì,» rispose Lodovico, «appunto così. La custode si avvicinò al
letto con un'altra donna. Temendo allora di essere scoperto, pensò che
il solo mezzo per salvarsi fosse quello di far loro paura. Alzò dunque
leggermente il trapunto; ma il suo piano non riuscì, se non quando
ebbe mostrata la testa; allora esse fuggirono, ci diss'egli,
come se avessero veduto il diavolo, ed il birbante se ne andò
tranquillamente.»
Emilia non potè trattenersi dal ridere a questa spiegazione. Comprese
l'incidente che l'aveva tanto impaurita, e fu sorpresa di averne
sofferto tanto; ma considerò quindi, che appena lo spirito cede alla
debolezza della superstizione, qualunque inezia basta a fare la
massima impressione. Rammentandosi però la musica misteriosa che si
sentiva verso mezzanotte al castello di Blangy, domandò a Lodovico se
per caso ne avesse saputo nulla, ma egli non potè darne veruna
spiegazione.
«So per altro, signorina,» aggiunse, «che i pirati non vi hanno parte;
so che ne ridono, e dicono che il diavolo è senza dubbio alleato con
loro.
--Scommetterei che hanno ragione,» disse Annetta sempre con volto
ilare. «Ho sempre creduto che lui e gli spiriti fossero gli abitanti
di quell'appartamento; vedete dunque, signorina, che non m'ingannava.
--Non si può negare che lo spirito maligno non v'abbia una estrema
influenza,» disse Emilia sorridendo: «ma stupisco che i pirati
persistessero nella loro condotta; dopo l'arrivo del conte, egli è
certo che prima o poi dovevano essere scoperti.
--Ho motivo di credere,» rispose Lodovico, «ch'essi non contassero
seguitare che il tempo necessario per mettere in salvo i loro tesori.
Pare che se ne occupassero subito dopo l'arrivo del conte; ma non
potevano lavorare che poche ore della notte, e quando mi presero, la
vôlta era già mezzo vuota. Conveniva loro d'altronde di confermare
tutte le superstizioni relative all'appartamento, nel quale ebbero la
maggior premura di lasciar tutto al suo posto per meglio mantener
l'errore. Spesso, celiando fra loro, si figuravano la costernazione
degli abitanti di Blangy per la mia scomparsa. A datare da quel
momento si credettero padroni assoluti del castello. Seppi però che
una notte, malgrado le loro precauzioni, si scopersero quasi da sè.
Andavano, secondo il solito, a ripetere i sordi gemiti che facevano
tanta paura alle serve. Mentre stavano per aprire, udirono voci nella
camera da letto; il signor conte mi disse che vi stava lui stesso col
signor Enrico: udirono ambidue strani lamenti, opera senza dubbio dei
malandrini, fedeli al loro disegno di spargere il terrore. Il signor
conte mi confessò di aver provato una sensazione maggiore della
sorpresa: ma siccome il riposo della famiglia esigeva il silenzio, si
guardarono bene dal farne parola ad alcuno.»
Emilia, rammentandosi allora il cambiamento del conte, dopo aver
passata la notte in quel luogo misterioso, ne riconobbe il motivo. Non
fece nuove interrogazioni a Lodovico, lo mandò a riposare, e diede le
disposizioni necessarie per ricevere i suoi amici.
La sera, Teresa quantunque zoppa, venne a portarle l'anello di
Valancourt. Emilia s'intenerì nel vederlo, ma la rimproverò d'averlo
ricevuto, e ricusò d'accettarlo, malgrado il tristo piacere ch'essa ne
avrebbe avuto. Valancourt lo portava in tempi più felici. Teresa
pregò, supplicò, le rappresentò l'abbattimento in cui era il cavaliere
quando le consegnò l'anello, le ripetè ciò ch'ei le aveva ordinato di
dire. Emilia, non potendo nascondere il dolore che le cagionava quel
racconto, proruppe in dirotto pianto.
«O Dio! Mia cara padroncina,» disse Teresa, «perchè piangete? Vi
conosco fin dall'infanzia, vi amo come mia figlia, e vorrei vedervi
felice. È vero che conosco il signor Valancourt da poco tempo; ma ho
però forti ragioni per amarlo come mio figlio! Io so benissimo che vi
amate scambievolmente! Perchè dunque piangere?» Emilia le fe' segno di
tacere, ma essa continuò: «Vi somigliate amendue per ispirito e
carattere; se foste maritati, sareste la coppia più felice. Chi
impedisce il vostro matrimonio? Dio buono! Dio mio! Come mai si può
veder gente che sfuggono la loro felicità, piangono e si disperano
quasi non dipendesse da loro l'esser contenti, e come se gli affanni
ed il pianto valessero più del riposo e della pace! La scienza è certo
una bella cosa, ma se non rende più saggi di così, preferisco di non
saper mai nulla.»
L'età ed i lunghi servigi di Teresa le accordavano il diritto di dire
il suo parere; non per tanto Emilia l'interruppe, e quantunque
riconoscesse la giustizia delle di lei osservazioni, non volle
spiegarsi. Si limitò a dirle che questo discorso l'affliggeva; che,
per regolare la sua condotta, aveva motivi che non poteva spiegarle, e
che bisognava restituir l'anello al cavaliere, dicendogli com'essa non
potesse accettarlo. Le disse in seguito, che se faceva caso della sua
stima ed amicizia, non doveva più incaricarsi di veruna ambasciata di
Valancourt. Teresa ne fu commossa, e tentò insistere, ma il
malcontento esternato dalla fisonomia della padroncina, le impedì di
proseguire, e partì afflitta e maravigliata.
Per sollevare in qualche modo l'affanno e l'oppressione sua, Emilia si
occupò dei preparativi del viaggio. Annetta, che la aiutava, parlava
incessantemente del ritorno di Lodovico colla più tenera effusione.
Emilia pensò che avrebbe potuto anticipare la loro felicità, e decise
che, se Lodovico era costante quanto la semplice e buona cameriera, le
avrebbe dato una buona dote, e li avrebbe impiegati in qualche parte
de' suoi beni. Queste considerazioni la fecero pensare alla porzione
di patrimonio, dal di lei padre venduta a Quesnel. Desiderava
ricomprarla, perchè Sant'Aubert aveva dimostrato sovente il maggior
rincrescimento che la dimora principale de' suoi avi fosse passata in
mani straniere. Quel luogo, d'altronde, l'aveva veduta nascere, ed era
la culla de' suoi primi anni. Poco le caleva de' beni di Tolosa, e si
propose di venderli per riacquistare il patrimonio avito, se Quesnel
acconsentisse a disfarsene. Tale accomodamento non le pareva
impossibile, dacchè egli s'occupava di stabilirsi in Italia.