CAPITOLO XLIX

Il dì dopo, Emilia arrivò al suo castello della valle verso il

tramonto. Alla malinconia inspiratale dal luogo già abitato da' suoi

genitori, e dove aveva passato anni felici, si unì tosto un tenero

infinito piacere. Il tempo aveva smussato i dardi del suo dolore, ed

allora rivedeva con compiacenza tutto ciò che rinnovavale la memoria

de' suoi cari; le pareva che respirassero ancora in tutti quei luoghi

ove li aveva veduti, e sentiva che la valle era per lei il più

delizioso soggiorno. La prima stanza che visitò fu la sua libreria,

ove, seduta sulla poltrona del padre, riflettè con rassegnazione al

quadro del passato.

Poco dopo il suo arrivo ricevè la visita del venerabile Barreaux, che

venne con premura ad accogliere l'unica figlia del suo rispettabile

vicino, in una casa troppo lungamente derelitta. La presenza del

vecchio amico fu di grande conforto per Emilia; la loro conversazione

fu per amendue interessante, e si comunicarono reciprocamente le

circostanze principali di quanto era accaduto. La mattina di poi, la

giovine andò a passeggiare nel giardino gustando con tenera avidità il

piacere di vagare sotto quegli alberi, piantati dal diletto genitore,

ciascuno dei quali le ne rammentava la bontà i discorsi, il sorriso.

Prima sua cura fu d'informarsi della vecchia Teresa, stata crudelmente

licenziata da Quesnel senza veruna pensione, quando affittò quei beni.

Avendo saputo ch'ella viveva in una casuccia poco lontana, vi andò

subito, e fu lieta di trovarla sana ed allegra; essa si occupava a

potar viti, ed appena la povera vecchia riconobbe Emilia, le saltò al

collo, gridando:

«Ah! mia cara padroncina, io credeva di non rivedervi più; ma ora son

contenta. Sono stata maltrattata assai; non aspettava certo nella mia

età di essere scacciata in tal guisa.»

Entrate nell'abituro rustico, ma decentissimo, Emilia si congratulava

seco lei di averla trovata in quell'abitazione passabilmente bella

nella sua sventura. Teresa la ringraziò colle lagrime agli occhi.

«Sì, signora,» le disse, «è anche troppo bella per me, grazie

all'amico caritatevole che mi ha strappato dalla miseria. Voi eravate

troppo lontana per aiutarmi: egli mi ha messa qui, ed io credeva

quasi... ma non parliamone più.

--Chi è dunque quest'ottimo amico? chiunque ei sia diverrà anche il

mio.

--Ah! signora padrona, egli mi ha proibito di palesare la sua

buon'azione, e perciò non posso nominarvelo. Ma come siete cambiata

dacchè non vi ho veduta! Siete pallida e magra! Ma, a proposito, che

fa adesso quel caro signor Valancourt? Sta bene?»

Emilia, agitatissima, non le rispose; Teresa continuò:

«Dio lo ricolmi di benedizioni! Mia cara padrona, di grazia, non siate

meco così riservata; credete voi ch'io non sappia ch'egli vi ama?

Quando foste partita, veniva sempre al castello. Com'era afflitto!

Voleva entrare in tutte le stanze, qualche volta stava a sedere colle

braccia incrociate sul petto, senza dir verbo, tutto pensieroso. A un

tratto si scuoteva e mi parlava di voi! e con che fuoco, con qual

passione! Io lo amava appunto per questo... Quando poi il signor

Quesnel ebbe affittato il castello, io credeva che il cavaliere

impazzisse dal dolore.

--Teresa,» disse Emilia con serietà, «non mi nominate più il

cavaliere.

--Non nominarvelo più! e per qual ragione! Io amo il cavaliere quasi

quanto voi.

--Potrebbe anche darsi che spendeste male il vostro amore,» soggiunse

Emilia cercando di nascondere le lacrime; «ma, checchè ne sia, noi non

ci rivedremo mai più.

--Gran Dio, che ascolto! Il mio amore non può esser più giusto. È lo

stesso signor Valancourt che mi regalò questa casa, e sorresse la mia

vecchiaia dal momento che il signor Quesnel mi bandì da casa vostra.

--Il cavalier Valancourt?» disse Emilia tutta tremante.

--Sì, signora, lui appunto, sebbene gli abbia promesso di non

nominarlo. Fu egli che mi comprò questa casetta, e mi diè il denaro

necessario per istabilirmivi. Ordinò inoltre al fattore di suo

fratello di pagarmi regolarmente trenta franchi al mese. Ora,

giudicate, signora padrona, se posso dirne male? Temo solo che la sua

generosità abbia oltrepassato le sue forze; sono ormai tre mesi che

non ricevo nulla. Ma non piangete, signorina; mi lusingo che non

sarete meco in collera per avervi raccontato i benefizi del cavaliere?

--In collera!» sclamò Emilia, e versava lagrime in copia. «Quanto

tempo è che non l'avete veduto?

--Oimè! non ne ho più avuta notizia dacchè egli partì improvvisamente

per la Linguadoca; veniva allora da Parigi, e, come vi diceva

poc'anzi, son tre mesi che il fattore non mi manda la mia pensione.

Comincio a temere che gli sia accaduta qualche disgrazia. Se non fossi

così lontana da Estuvière, e potessi camminare, sarei già andata ad

informarmi di lui.»

L'ansietà d'Emilia era divenuta insopportabile; essa non poteva

convenientemente mandare dal fratello di Valancourt; ma pregò Teresa

di far partire, a nome suo però, un espresso per informarsi dal

fattore sul destino del cavaliere. Si fece promettere dalla vecchia di

non nominarla mai in questo affare, e di non parlarne neppure al

giovane. Teresa trovò subito il mezzo di contentar la padrona. Emilia

le diè qualche denaro, e tornò al castello più afflitta che mai: non

poteva persuadersi che un cuore benefico come quello di Valancourt si

fosse lordato di vizi, e sentivasi commossa dalla sua prova di bontà

per la povera Teresa.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 14 / 23 题