Il dì dopo, Emilia arrivò al suo castello della valle verso il
tramonto. Alla malinconia inspiratale dal luogo già abitato da' suoi
genitori, e dove aveva passato anni felici, si unì tosto un tenero
infinito piacere. Il tempo aveva smussato i dardi del suo dolore, ed
allora rivedeva con compiacenza tutto ciò che rinnovavale la memoria
de' suoi cari; le pareva che respirassero ancora in tutti quei luoghi
ove li aveva veduti, e sentiva che la valle era per lei il più
delizioso soggiorno. La prima stanza che visitò fu la sua libreria,
ove, seduta sulla poltrona del padre, riflettè con rassegnazione al
quadro del passato.
Poco dopo il suo arrivo ricevè la visita del venerabile Barreaux, che
venne con premura ad accogliere l'unica figlia del suo rispettabile
vicino, in una casa troppo lungamente derelitta. La presenza del
vecchio amico fu di grande conforto per Emilia; la loro conversazione
fu per amendue interessante, e si comunicarono reciprocamente le
circostanze principali di quanto era accaduto. La mattina di poi, la
giovine andò a passeggiare nel giardino gustando con tenera avidità il
piacere di vagare sotto quegli alberi, piantati dal diletto genitore,
ciascuno dei quali le ne rammentava la bontà i discorsi, il sorriso.
Prima sua cura fu d'informarsi della vecchia Teresa, stata crudelmente
licenziata da Quesnel senza veruna pensione, quando affittò quei beni.
Avendo saputo ch'ella viveva in una casuccia poco lontana, vi andò
subito, e fu lieta di trovarla sana ed allegra; essa si occupava a
potar viti, ed appena la povera vecchia riconobbe Emilia, le saltò al
collo, gridando:
«Ah! mia cara padroncina, io credeva di non rivedervi più; ma ora son
contenta. Sono stata maltrattata assai; non aspettava certo nella mia
età di essere scacciata in tal guisa.»
Entrate nell'abituro rustico, ma decentissimo, Emilia si congratulava
seco lei di averla trovata in quell'abitazione passabilmente bella
nella sua sventura. Teresa la ringraziò colle lagrime agli occhi.
«Sì, signora,» le disse, «è anche troppo bella per me, grazie
all'amico caritatevole che mi ha strappato dalla miseria. Voi eravate
troppo lontana per aiutarmi: egli mi ha messa qui, ed io credeva
quasi... ma non parliamone più.
--Chi è dunque quest'ottimo amico? chiunque ei sia diverrà anche il
mio.
--Ah! signora padrona, egli mi ha proibito di palesare la sua
buon'azione, e perciò non posso nominarvelo. Ma come siete cambiata
dacchè non vi ho veduta! Siete pallida e magra! Ma, a proposito, che
fa adesso quel caro signor Valancourt? Sta bene?»
Emilia, agitatissima, non le rispose; Teresa continuò:
«Dio lo ricolmi di benedizioni! Mia cara padrona, di grazia, non siate
meco così riservata; credete voi ch'io non sappia ch'egli vi ama?
Quando foste partita, veniva sempre al castello. Com'era afflitto!
Voleva entrare in tutte le stanze, qualche volta stava a sedere colle
braccia incrociate sul petto, senza dir verbo, tutto pensieroso. A un
tratto si scuoteva e mi parlava di voi! e con che fuoco, con qual
passione! Io lo amava appunto per questo... Quando poi il signor
Quesnel ebbe affittato il castello, io credeva che il cavaliere
impazzisse dal dolore.
--Teresa,» disse Emilia con serietà, «non mi nominate più il
cavaliere.
--Non nominarvelo più! e per qual ragione! Io amo il cavaliere quasi
quanto voi.
--Potrebbe anche darsi che spendeste male il vostro amore,» soggiunse
Emilia cercando di nascondere le lacrime; «ma, checchè ne sia, noi non
ci rivedremo mai più.
--Gran Dio, che ascolto! Il mio amore non può esser più giusto. È lo
stesso signor Valancourt che mi regalò questa casa, e sorresse la mia
vecchiaia dal momento che il signor Quesnel mi bandì da casa vostra.
--Il cavalier Valancourt?» disse Emilia tutta tremante.
--Sì, signora, lui appunto, sebbene gli abbia promesso di non
nominarlo. Fu egli che mi comprò questa casetta, e mi diè il denaro
necessario per istabilirmivi. Ordinò inoltre al fattore di suo
fratello di pagarmi regolarmente trenta franchi al mese. Ora,
giudicate, signora padrona, se posso dirne male? Temo solo che la sua
generosità abbia oltrepassato le sue forze; sono ormai tre mesi che
non ricevo nulla. Ma non piangete, signorina; mi lusingo che non
sarete meco in collera per avervi raccontato i benefizi del cavaliere?
--In collera!» sclamò Emilia, e versava lagrime in copia. «Quanto
tempo è che non l'avete veduto?
--Oimè! non ne ho più avuta notizia dacchè egli partì improvvisamente
per la Linguadoca; veniva allora da Parigi, e, come vi diceva
poc'anzi, son tre mesi che il fattore non mi manda la mia pensione.
Comincio a temere che gli sia accaduta qualche disgrazia. Se non fossi
così lontana da Estuvière, e potessi camminare, sarei già andata ad
informarmi di lui.»
L'ansietà d'Emilia era divenuta insopportabile; essa non poteva
convenientemente mandare dal fratello di Valancourt; ma pregò Teresa
di far partire, a nome suo però, un espresso per informarsi dal
fattore sul destino del cavaliere. Si fece promettere dalla vecchia di
non nominarla mai in questo affare, e di non parlarne neppure al
giovane. Teresa trovò subito il mezzo di contentar la padrona. Emilia
le diè qualche denaro, e tornò al castello più afflitta che mai: non
poteva persuadersi che un cuore benefico come quello di Valancourt si
fosse lordato di vizi, e sentivasi commossa dalla sua prova di bontà
per la povera Teresa.