CAPITOLO L

Nell'intervallo, il conte di Villefort e Bianca avevano passato

quindici giorni nel castello del barone di Santa-Fè. Avevan fatte

molte gite ne' Pirenei ed ammiratene le bellezze. Il conte erasi

separato dagli amici con dispiacere, quantunque dovessero in breve

formare una sola famiglia, essendosi stabilito, che il giovane

Santa-Fè, il quale l'accompagnava in Guascogna, avrebbe sposato Bianca

appena giunti a Blangy. La strada che andava alla valle era nella

parte più alpestre de' Pirenei ed impraticabile alle carrozze. Il

conte noleggiò muli per sè e per tutto il suo seguito; prese due guide

bene armate e pratiche di quelle montagne, le quali vantavansi di

conoscere tutti i sentieri, non che la posizione delle scarse capanne

di pastori, presso le quali dovevano passare.

Il conte partì di buon'ora coll'intenzione di passar la notte in

un'osteriuccia a mezza strada dalla valle, di cui avevangli parlato le

guide, e dove solevan riposare i mulattieri spagnuoli.

Dopo una giornata d'ammirazione e di fatiche, i viaggiatori trovaronsi

in una valle coperta di boschi, e circondata da alture scoscese.

Avevano già percorse molte leghe senza incontrare una sola abitazione,

e udendo solo tratto tratto i campanelli degli armenti, quando

intesero da lontano una musica bizzarra, e videro sopra un'eminenza un

gruppo di montanari che ballavano allegramente. Il conte si fermò per

godere di quella festa campestre. Erano contadini spagnuoli e francesi

che abitavano in un villaggio poco distante. Villefort sospirava

pensando che le grazie ed i piaceri innocenti fiorivano nella

solitudine, rifuggendo dalle città incivilite. Il sole aveva già

percorsa metà della sua carriera, ed i viaggiatori, riflettendo che

non avevan tempo da perdere, si rimisero in cammino.

Strada facendo, Bianca osservava in silenzio quelle solitudini,

sentiva il lene stormir degli abeti, ed a misura che il sole scendeva

all'occaso, sentivasi colta da insolita malinconia. Domandò al padre,

quanto fosse ancor distante l'osteria, e se la strada era sicura di

notte. Il conte ripetè alle guide la prima di queste due domande:

n'ebbe risposta ambigua; e soggiunsero che se la notte si avanzava,

sarebbe stato meglio fermarsi, finchè sorgesse la luna. «Ma adesso non

si può forse viaggiare con sicurezza?» disse il conte. Le guide

l'assicurarono che non eravi nessun pericolo, ed andarono innanzi.

Bianca, tranquillata da tale risposta, si compiaceva ad osservare i

progressi della notte. Il giovine Santa-Fè, la cui immaginazione,

scevra da timore, vedeva in ogni cosa oggetti d'ammirazione, faceva

osservare a Bianca i punti di vista più interessanti.

La notte diveniva più cupa, e negre nubi ne raddoppiavano l'oscurità;

le guide proposero di aspettare il sorger della luna, aggiungendo che

il tempo minacciava. Guardando intorno per trovare un ricovero,

scorsero un oggetto sulla punta d'una rupe. La curiosità li spinse ad

andar a veder cosa fosse, e quando furono a poca distanza scorsero una

gran croce piantata colà a mo' di monumento per attestare ch'eravi

stato commesso un omicidio. L'oscurità non permise di leggerne

l'iscrizione; ma le guide si rammentarono allora esservi stata eretta

in memoria del conte Beliard, stato ucciso da una banda di malfattori

che infestavano i Pirenei qualche anno addietro. Bianca fremè all'udir

raccontare alcune orribili particolarità sul destino delle sventurato

conte. Una delle guide le narrava con voce sommessa, come se i suoi

propri accenti gli facessero paura. Mentre i viaggiatori ascoltavano

quel racconto cominciò a lampeggiare, laonde ripartirono tosto in

traccia di qualche ricovero. Tornati sulla strada, le guide si misero

a narrare molte istorie di rapine, e d'assassinii commessi in quei

luoghi medesimi, aggiungendo molte ciarle e millanterie sul loro

coraggio, e sul modo maraviglioso con cui n'erano sfuggiti. La guida

meglio armata cavò dalla cintura una delle sue quattro pistole, e

giurò che quell'arme aveva purgata la terra in quell'istesso anno da

tre assassini. Sguainò quindi uno stile lunghissimo, accingendosi a

raccontare le prodezze in cui aveva figurato; ma Santa-Fè, accortosi

che cotesto racconto affliggeva Bianca, cercò d'interromperlo. Infine,

minacciando il tempo ognor più, rifugiaronsi in una grotta che

scorsero appiè dei dirupi al chiaror de' baleni. Una guida accese un

buon fuoco, e quella fiamma, insieme al riposo, fu di gran sollievo ai

viaggiatori.

I servi del conte trassero fuori alcune provvigioni, ed imbandirono

una buona cena. Dopo essersi rifocillati, Santa-Fè ascese la rupe

dirimpetto. Tutto era tenebre, e nulla turbava in quel punto il

silenzio notturno, meno il mormorio del vento, il rimbombo lontano dei

tuoni e le voci della carovana.

Il giovine osservava il quadro che formavano i viaggiatori sotto la

grotta. La figura elegante di Bianca contrastava colla maestà del

conte, assiso accanto a lei sopra una pietra. Gli abiti grotteschi e

le figure spiccate delle guide e dei servi situati in fondo alla

grotta, producevano un bellissimo effetto. La luce della fiamma faceva

parer pallida la faccia dei circostanti, e scintillare le armi,

imporporando al contrario le foglie d'un castagno gigantesco, che

ombreggiava la grotta, e questa tinta si confondeva gradatamente

coll'oscurità del resto della scena.

La luna spuntò alfine ad oriente; e mentre Santa-Fè contemplava con

ammirazione il suo disco atraverso le nubi, fu scosso dalle voci delle

guide che lo chiamavano. Tornò subito alla grotta, e la di lui

presenza calmò Bianca ed il conte, inquieti per la sua assenza.

La burrasca che cominciava ad imperversare li obbligò a trattenersi

colà. Il conte in mezzo alla figlia ed a Santa-Fè, procurava distrarre

la prima, parlandole dei fatti celebri avvenuti in que' monti.

D'improvviso, udirono latrare un cane. I viaggiatori ascoltarono con

qualche speranza; il vento soffiava forte, e le guide parvero non

dubitar più, a quel segno, di essere vicini all'osteria che cercavano.

Il conte allora si decise a proseguire il suo cammino.

I viaggiatori, diretti dai latrati del cane, costeggiarono nuovamente

il precipizio, preceduti da una torcia a vento, che le guide avevano

per mero caso. Si udiva il cane ora più, ora meno; talvolta cessava, e

le guide cercavano dirigersi verso quella parte. Tutt'a un tratto il

fracasso, spaventoso d'una cascata giunse al loro orecchio, e

trovaronsi in faccia ad un burrone. Bianca scese dalla mula; il conte

e Santa-Fè fecero altrettanto, le guide andarono in traccia di un

ponte che potesse condurli dalla parte opposta, dove chiaro appariva

trovarsi il cane; e confessarono alfine che avevano smarrita la

strada. Trovarono da ultimo un passaggio pericolosissimo formato da

due grossi abeti con rami d'albero e terra sopra. Tutta la comitiva

fremeva all'idea di traversare un ponte di quella sorta. I mulattieri

nondimeno si disposero a passare con le loro bestie. Bianca, tremante

sull'orlo del torrente, ascoltava il mormorio dell'acqua, che a quel

debolissimo chiaro di luna si vedeva precipitare dalle rupi in mezzo

ad abeti d'altezza smisurata, e inabissarsi quindi in un'immensa

voragine. Le povere mule traversarono il ponte colla precauzione lor

dettata dall'istinto naturale. Quell'unica torcia, di cui fino a quel

momento non era stato conosciuto il prezzo, fu pe' viaggiatori un

tesoro inestimabile. Bianca, fattasi coraggio, preceduta dall'amante,

ed appoggiata al braccio del padre, all'incerta luce della torcia,

toccò finalmente l'opposta riva.

Nell'avanzarsi, le montagne si ristringevano, non formando più che una

gola angustissima, in fondo alla quale scorreva con fragore il

torrente. I viaggiatori intanto si consolavano nell'udire del continuo

abbaiare il cane, che forse vegliava all'ingresso di qualche capanna.

Guardando attorno, videro in distanza scintillare un lume a

considerevole altezza. Si vedeva esso e si perdeva a misura che i rami

degli alberi ne intercettavano o ne scoprivano i raggi. I mulattieri

chiamarono ad alta voce, ma nessuno rispose. Finalmente, credendo di

non poter essere intesi a quella distanza, spararono una pistola. Il

rumore dell'esplosione, ripetuto dagli echi, fu la sola risposta, cui

successe assoluto silenzio. Il lume però si vedeva più distintamente.

Poco dopo udirono un suono confuso di voci. I mulattieri rinnovarono

le loro grida; ma le voci tacquero, ed il lume sparì.

Bianca soccombeva quasi all'inquietudine ed alla stanchezza. Il conte

e Santa-Fè andavano incoraggiandola, allorchè distinsero una torre

dalla parte ov'erasi veduto il lume. Villefort, alla di lei situazione

ed a qualche altra circostanza, non dubitò più non fosse una torre

d'osservazione, e persuaso che il lume venisse di là, procurò di

rianimare la figlia colla prospettiva dell'imminente riposo in un

luogo fortificato, ancorchè senza comodi.

«Nei Pirenei fu fabbricato un gran numero di queste torri,» disse il

conte, procurando distrarre l'attenzione di Bianca. «Il metodo che

s'impiega per avvisare dell'avvicinarsi del nemico come voi sapete, è

di accendere un gran fuoco in cima di esse. Gli antichi forti e le

torri che difendono i passi più importanti son custoditi con molta

cura. Alcune vennero abbandonate, e son divenute per lo più

l'abitazione pacifica di qualche cacciatore o pastore. Dopo una

giornata faticosa, la sera, accompagnati dai loro fedeli cani, tornano

presso un buon fuoco a gustare il frutto della caccia, od a contare

gli armenti. Qualche volta servono anche d'asilo ai contrabbandieri, i

quali fanno un immenso commercio in queste montagne; talvolta si

spediscono truppe per distruggerli. Il coraggio disperato di questi

avventurieri li fa affrontare impavidamente i soldati; ma non sono mai

i primi ad attaccare, quando possono farne a meno. I militari poi, i

quali non ignorano che, in simili scaramucce, il pericolo è certo, e

la gloria molto dubbia, non si danno gran premura di combatterli. Ma

ecco la torre che cerchiamo.»

Bianca, osservando attentamente, si vide appiè di una rupe sulla quale

sorgea la torre. Non vi si scorgeva alcun lume: i cani non latravano

più, e le guide cominciarono a dubitare di essersi nuovamente

ingannate. Al fioco chiaror della luna, quasi sempre coperta dalle

nubi, riconobbero che quell'edifizio aveva un'estensione maggiore

d'una semplice torre d'osservazione. Tutta la difficoltà dunque

consisteva allora nel salire lassù, nè si vedeva nessuna traccia di

strada.

Le guide presero la torcia per iscuoprirne il sentiero. Il conte,

Bianca e Santa-Fè restarono appiè della rupe, e gli uomini

deliberarono in segreto, se, trovandone anche la strada, la prudenza,

permetteva d'entrare in un edifizio che poteva anche essere un covo

d'assassini. Rifletterono nondimeno che il loro seguito era numeroso e

ben armato, e calcolando il pericolo di passar la notte a cielo

scoperto, esposti alla pioggia ed alla burrasca, risolsero cercare ad

ogni costo di farsi ricevere.

Un grido delle guide fissò la loro attenzione. Un servo tornò ad

annunciare la scoperta della strada; si affrettarono dunque

raggiungerle salendo un angusto sentiero in mezzo ai cespugli ed ai

rovi. Dopo molta fatica, ed anche con pericolo, giunsero sullo

spianato. Alcune torri rovinate, circondate da un grosso muro, si

offersero ai loro sguardi. L'esteriore di quell'edifizio annunziava un

totale abbandono; ma il conte, conservando tutta la sua prudenza,

disse sottovoce: «Camminate piano finchè abbiamo esaminato questi

luoghi.» Si trovarono tosto in faccia ad un'immensa porta rovinata.

Dopo qualche incertezza penetrarono in un recinto dove sorgea il

fabbricato. Riconobbero allora che non era un semplice posto, ma

un'antica fortezza abbandonata, di stile gotico; le sue torri erano

enormi e le fortificazioni in proporzione. L'imponenza dell'edifizio

risaltava ancor più per la rovina e la degradazione dei muri quasi

distrutti, e pel disordine delle macerie sparse qua e là nell'immenso

recinto solitario e coperto d'erbe selvatiche. Nel cortile d'ingresso

un'annosa querce giganteggiava. La fortezza era stata importantissima:

essa dominava il vallone, poteva arrestare il nemico e difendersi con

facilità. Il conte, esaminandola attentamente, restò sorpreso di

vederla negletta. Tanto abbandono e tanta solitudine gl'inspiravano

malinconia. Mentre continuava le sue osservazioni, gli parve di

distinguer voci nell'interno. Considerò la facciata, e non vide alcun

lume. Fatti alcuni passi, udì latrare un cane, e parvegli riconoscer

quello la cui voce li aveva guidati fin là, non si poteva più dunque

dubitare che il luogo non fosse abitato; ma il conte, titubante,

consultossi di nuovo con Santa-Fè. Dopo un secondo esame, le ragioni

che li avevano decisi in principio, gli parvero convincentissime per

tentar di passare la notte al coperto.

Bussarono dunque al portone: i cani ricominciarono ad abbaiare, ma

nessuno rispose: tornarono a batter più forte, ed allora udirono un

mormorio di voci lontane; pareva adunque che gli abitanti di quel

luogo avessero udito battere, e le precauzioni che prendevano per

rispondere, ne fecero concepire un'opinione favorevole. «Io credo che

siano cacciatori,» disse il conte, «i quali abbiano cercato come noi

un asilo in queste mura: sembra che temano in noi de' veri banditi:

convien dunque rassicurarli. Noi siamo amici,» gridò ad alta voce, «e

cerchiamo asilo per istanotte.» Allora udì camminare, ed una voce

dimandò: «Chi va là?» «Amici,» rispose il conte; «aprite, e saprete

tutto.» Fu tirato il catenaccio, si presentò sulla porta un uomo col

lume in mano, vestito ed armato come un cacciatore, e disse: «Che

cercate ad ora sì tarda?» Il conte rispose che aveva smarrita la

strada, e che, se caso mai non potessero accordargli ricovero per

poche ore, lo pregava ad insegnargli la via dell'abitazione o capanna

più vicina. «Conoscete poco le nostre montagne,» rispose colui; «non

se ne trova se non a qualche lega distante: io non posso insegnarvene

la strada; e giacchè c'è la luna, cercatela da per voi.» Sì dicendo,

accingevasi a chiuder la porta, quando parlò un'altra voce, ed il

conte vide un altro lume, ed un uomo alla ferriata d'una finestra di

sopra al portone. «Restate, amici,» disse questi; «vi siete smarriti,

e senza dubbio siete cacciatori come noi.» Allora gli fu aperta la

porta: alcuni uomini si presentarono all'ingresso dicendo al conte che

entrasse ed invitandolo a passar la notte nella loro abitazione. Gli

fecero un'accoglienza cortese, e gli offrirono di divider seco la loro

cena già preparata. Il conte li osservava attentamente, e benchè

circospetto, ed anche sospettoso, la stanchezza, il timore della

tempesta, e sopra tutto la sicurezza che inspiravagli il suo numeroso

corteggio, l'indussero ad accettar l'offerta. Fece entrar la sua

gente, e furono condotti tutti insieme in un'immensa sala, illuminata

in parte da un gran fuoco, intorno al quale stavano seduti due uomini

in abito da cacciatore, che facevano arrostire carne sulla graticola,

con alcuni cani accovacciati ai loro piedi. In mezzo alla sala eravi

una gran tavola. Quando il conte si avvicinò, coloro si alzarono, ed i

cani ricominciarono a latrare, ma, ad un cenno dei padroni, tornarono

al loro posto.

Bianca osservava minutamente quella sala oscura e spaziosa, quegli

uomini, e suo padre che sorrideva. «Ecco,» disse il conte, «un buon

fuoco adattatissimo per l'ospitalità; la fiamma fa piacere dopo aver

viaggiato molto per questi deserti selvaggi. I vostri cani sembrano

stanchi: avete fatta una buona caccia?

--Secondo il solito,» rispose uno di coloro; «noi torniamo quasi

sempre carichi di cacciagione.

--Son cacciatori come noi,» disse uno di quelli che avevano introdotto

il conte; «eransi smarriti, ed io li accolsi dicendo che c'era posto

per tutti.

--È vero, è vero,» rispose il suo compagno.

--V'ingannate, amico,» disse il conte; «noi siamo viaggiatori.

Trattateci però come cacciatori, che ne saremo contenti, e sapremo

ricompensare la vostra cortese accoglienza.

--Sedete dunque,» rispose un altro. «Giacomo, metti legna sul fuoco:

mi pare che l'arrosto sia all'ordine. Dà una sedia a questa signorina:

di grazia, assaggiate la nostra acquavite, ch'è di Barcellona, e di

prima qualità.»

Bianca sorrise con timidezza, e non voleva accettarla, ma suo padre la

prevenne prendendo egli stesso il bicchiere. Santa-Fè, seduto vicino a

lei, stringendole la mano, la incoraggi con un'occhiata; ma ella

occupavasi d'un uomo che taciturno vicino al fuoco, fissava

costantemente Santa-Fè.

«Voi fate una vita deliziosa,» disse il conte; «la vita del cacciatore

è piacevole e salubre, ed il riposo è più caro allorchè succede alla

stanchezza.

--Sì,» rispose uno degli ospiti, «la nostra vita è piacevolissima, ma

solamente nella stagione d'estate e d'autunno; nell'inverno, questi

luoghi sono orribili, e non si può fare veruna caccia.

--È una vita libera ed amena,» soggiunse il conte; «passerei

volentieri un mese con voi.

--A proposito,» disse Giacomo, «non mi rammentava che abbiamo tordi;

Pietro, va a prenderli; li cuoceremo per questi tre signori.»

Il conte fece alcune interrogazioni sul loro modo di cacciare, ed

ascoltava attento e con molta compiacenza i loro curiosi dettagli,

quando si udì il suono d'un corno. Bianca guardò il padre: ma egli

continuava il suo discorso, quantunque girasse spesso gli occhi verso

la porta con qualche inquietudine. «Sono i nostri compagni,» disse

negligentemente uno di quegli uomini.

Comparvero di lì a poco due altri col moschetto in ispalla e le

pistole alla cintura.

«Ebbene, fratelli, avete fatto buona caccia? Se portate nulla, non

avrete da cena.

--Chi diavolo son costoro?» dissero essi in cattivo spagnuolo,

accennando il conte ed il suo seguito. «Sono Spagnuoli o Francesi?

Dove li avete incontrati?

--Son loro che hanno incontrato noi,» disse Giacomo in francese, «e

l'incontro è gradevolissimo. Il cavaliere e la sua comitiva s'erano

smarriti in queste montagne, e ci hanno chiesto di passar la notte nel

forte.»

Gli altri non risposero nulla, e cavarono da una bisaccia una gran

provvisione di uccelli: quindi lasciarono cascare in terra la

bisaccia, che risuonò facendo conoscere che conteneva una quantità non

indifferente di monete. Il conte allora, insospettito, considerò colui

che la portava. Era un uomo grande e robusto, di faccia audace, ed

invece di un abito da cacciatore, vestiva una divisa militare logora;

i suoi sandali laceri erano affibbiati sulle gambe nude e nerborute;

portava in testa una specie di berretto di cuoio somigliante molto ad

un antico elmo romano. Il conte alla perfino abbassò gli occhi, e

restò muto e pensieroso. Nel rialzarli, vide in un canto della sala

l'uomo che non cessava di guardare Santa-Fè, il quale parlava con

Bianca e non gli badava. Poco dopo, vide quell'istesso uomo battere

sulla spalla del soldato, egualmente attento ad osservare Santa-Fè;

egli, vedendo che il conte lo guardava, volse gli occhi altrove, ma

Villefort concepì qualche diffidenza, che però non volle esternare, e

facendo ogni sforzo per sorridere, si mise a parlar con Bianca. Poco

dopo rialzò gli occhi, ma il soldato ed il suo compagno erano

scomparsi.

Colui che si chiamava Pietro ritornò quasi nell'istesso momento

dicendo: «Il fuoco è acceso, e gli uccelli son pelati. Ceneremo in

un'altra stanza più piccola ma più calda di questa.» Tutti i compagni

applaudirono, ed invitarono gli ospiti a seguirli. Bianca parve

afflitta di cotesto cambiamento, e se ne stava al suo posto. Santa-Fè

guardò il conte, il quale dichiarò che avrebbe preferito di non uscir

dalla sala. I cacciatori però reiterarono le loro istanze con tanta

cortesia, che Villefort, malgrado i suoi dubbi e temendo di

manifestarli, acconsentì finalmente ai loro inviti. Gli anditi lunghi

e rovinati pei quali li fecero passare lo spaventarono; ma il

rumoreggiar del tuono, che aveva già cominciato a farsi udire, non

permetteva più di uscire da quel luogo a notte così avanzata, ed il

conte temeva di provocare i suoi conduttori, lasciando travedere la

sua diffidenza.

I cacciatori lo precedevano. Il conte e Santa-Fè, desiderando

amicarseli, affettando famigliarità, portavano una sedia per

ciascheduno, e Bianca li seguiva lentamente. Il di lei abito si

attaccò ad un chiodo d'un uscio, e fu costretta a fermarsi per

liberarsene. Il conte, che parlava con Santa Fè, non se ne accorse, e

svoltando essi da un'altra parte dietro i cacciatori, Bianca restò

sola in perfetta oscurità. Chiamò il padre; ma la burrasca aumentava,

e lo scroscio dei fulmini impedì loro di udirla. Appena ebbe staccato

l'abito dal chiodo, seguitò con celerità il cammino per dove credeva

fossero andati. Un lume che vide da lontano la confermò in quest'idea.

Si avanzò verso una porta aperta, credendo trovare la stanza ove

dovevano cenare. Sentì alcune voci, e s'arrestò a qualche distanza per

assicurarsi di non essersi ingannata. Al debole chiarore d'una lampada

vide quattro uomini intorno ad una tavola, i quali sembravan tener

consiglio, e riconobbe fra loro colui che aveva fissato Santa-Fè con

tanta attenzione: egli parlava con veemenza, benchè sottovoce. Un

altro pareva contraddirlo, rispondendo con piglio imperioso. Bianca,

inquieta di non trovarsi vicina nè al padre, nè a Santa-Fè e

spaventata dall'aspetto di coloro, stava per allontanarsi, allorchè

udì dire ad uno di coloro:

«Non litighiamo più. Seguite il mio consiglio, e svanirà ogni

pericolo. Assicuratevi di quei due; il resto è una preda facilissima.»

Bianca allarmata da queste parole, volle sentire qualche cosa di più.

«Non si guadagnerebbe nulla col resto,» disse un altro; «io non son

mai di parere di versare il sangue, quando si può risparmiarlo.

Sbrigatevi di quei due, e il nostro affare è fatto; gli altri potranno

andarsene.

--Oibò!» disse il primo, bestemmiando orribilmente; «andrebbero a dire

ciò che abbiamo fatto dei loro padroni, verrebbero le truppe reali, e

ci trarrebbero al supplizio. Bravo! tu dai sempre di buoni consigli;

ma io però mi rammento il giorno di san Tommaso dell'anno scorso.»

Bianca fremè d'orrore. Il suo primo sentimento fu quello di fuggire,

ma pensò che, ascoltando ancora, avrebbe forse potuto esser a tutti di

qualche utilità, ed intese il dialogo seguente:

«E perchè non ammazzarli tutti?

--Giuraddio! La nostra vita è cara più della loro; se non li

ammazziamo, ci faranno impiccare.

--Sì, sì,» gridarono tutti.

--Commettere un omicidio è il mezzo più sicuro per iscansare la

ruota,» disse il primo brigante.

--Dove diavolo sono andati stasera gli altri nostri compagni?» disse un

altro con impazienza; «se erano qui, a quest'ora la faccenda era già

spicciata. Non potremo far il colpo stanotte, perchè il seguito è più

numeroso di noi. Appena farà giorno vorranno partire; e come impedirlo

senza impiegar la forza?

--Ho formato un bel piano,» disse un altro. «Se possiamo sbrigare

cheti cheti i due padroni, tutto il resto ci darà poca pena.

--È un piano maraviglioso,» rispose un altro ironicamente. «Se io

posso fuggire di prigione, sarò certamente in libertà! Come vuoi far

tu a sbrigarli cheti cheti?

--Col veleno,» rispose colui.

--Ben pensato!» disse un'altra voce; «così la mia vendetta sarà

pienamente soddisfatta con una morte più lenta. Un'altra volta i

signori baroni impareranno a non irritarla.

--Ho riconosciuto subito il figlio, appena l'ho veduto,» disse uno,

che Bianca riconobbe per l'individuo che fissava Santa-Fè; «ma non mi

rammento più la fisonomia di suo padre.

--Potete dire tutto quello che volete,» soggiunse un altro, «ma io

scommetterei che quello non è il barone. Lo conosco bene quanto voi,

giacchè io era uno di quelli che l'attaccarono coi nostri bravi

colleghi che son periti.

--Che! forse non c'era anch'io?» disse il primo. «Vi assicuro che è il

barone. Ma cosa importa che sia o non sia lui? Dovremo perciò

lasciarci sfuggire questo bottino? non ci capitano tanto spesso sì

fatte avventure. Quando si arrischia la ruota per frodare una pezza di

raso, rompendosi il collo attraverso precipizi; quando svaligiamo un

infelice viaggiatore, o qualche contrabbandiere nostro collega, che

c'indennizzano appena della polvere che ci costano, ci lasceremo noi

scappare questa ricca preda? Hanno seco denari ed oggetti di valore...

--Non è per questo, non è per questo,» disse il terzo; «prenderemo

quel che troveremo. Ma, se è il barone, voglio dargli un colpo di più,

in onore dei nostri bravi compagni che fece andare al patibolo.

--Sì, ciarlate quanto volete, io vi ripeto che il barone è di statura

più alta.

--Maledette le vostre liti,» disse il secondo; «dovremo noi lasciarli

partire sì o no? Ecco ciò che dobbiamo decidere. Se perdiamo ancora

tempo, sospetteranno il nostro progetto, e se ne andranno subito.

Siano pure quel che si vogliono, mi sembrano ricchi; hanno tanti

servitori! Avete osservato il brillante che aveva il conte? ma ora lo

ha nascosto, essendosi accorto ch'io lo guardavo.

--Sì, è bellissimo, e quel ritratto che pende al collo della giovine,

contornato di diamanti?

--Convien dunque pensare ad assicurarsene,» dissero gli altri; «li

avveleneremo; ma ricordiamoci che il loro seguito è composto di nove o

dieci persone bene armate. Noi siamo in sei soli. Potremo attaccarne

dieci a forza aperta? Diamo intanto il veleno, e poi penseremo al

resto.

--Io vi consiglierò un altro mezzo più sicuro,» disse uno di coloro

impazientemente; «sentite.»

Bianca, che ascoltava tal diverbio con orribile ambascia, non potè

sentir più nulla, perchè coloro si parlarono sottovoce. La speranza di

salvare il padre, Santa-Fè e tutto il seguito, se poteva raggiungerli

subito, le somministrò all'improvviso forza novella, e si diresse di

volo verso il corridoio. Il terrore e l'oscurità cospirarono allora

contro di lei. Appena ebbe fatto qualche passo, urtò in un gradino,

all'ingresso del corridoio, e cadde al suolo. I masnadieri si

riscossero a tal rumore, e precipitaronsi immediatamente fuori per

assicurarsi se ci fosse qualcuno che ascoltasse i loro discorsi.

Bianca li vide avvicinarsi, e prima che potesse alzarsi, la presero

per un braccio, la trascinarono nella stanza e le sue strida non

servirono che a ricevere le più spaventose minacce. Consultarono su

quel che dovevan fare di lei.

«Procuriamo prima di sapere ciò ch'essa ha inteso,» disse uno di loro.

«Da quanto tempo eravate nel corridoio? Ed a far che?» le chiese

colui.

--Assicuriamoci intanto di questo ritratto,» disse un altro,

avvicinandosi a Bianca. «Bella signorina, con vostro permesso, questo

gioiello è mio: datemelo, o ve lo prendo.»

Bianca, chiedendo misericordia, gli diè il medaglione, ed intanto un

altro ladro l'interrogava con fiero cipiglio. La sua confusione ed il

suo spavento spiegavano troppo chiaramente quel che la sua lingua non

ardiva confessare. I briganti si guardarono con aria significante, e

due di essi ritiraronsi in un canto, come per deliberare.

«Giur'al cielo! Sono brillanti di molto valore,» disse colui che

guardava il medaglione; «anche il ritratto è bello: senza dubbio sarà

quello di vostro marito, signora, che m'immagino debba essere il

giovine cavaliere ch'era in vostra compagnia.»

Bianca, smarrita e disperata, lo scongiurava di aver pietà di lei: gli

diè la sua borsa, e gli promise di tacere, se la riconduceva ai suoi

compagni di viaggio; sorrideva egli ironicamente alle di lei parole,

allorchè un rumore lontano fissò la di lui attenzione. Mentre

ascoltava, afferrolla pel braccio con violenza, quasi temendo ch'ella

volesse fuggire. Bianca gridò aiuto. Il rumore, avvicinandosi, scosse

i banditi dalla loro irresolutezza.

«Siamo traditi,» dissero essi; «ma potrebbe darsi che fossero i nostri

colleghi di ritorno dalla scorreria: in tal caso l'affare è fatto:

ascoltiamo meglio.»

Una scarica in lontananza confermò la loro supposizione; ma il primo

rumore si avvicinava sempre più: si udiva uno strepito d'armi, il

fracasso di una zuffa, e qualche gemito che partiva dal fondo del

corridoio. I briganti allora prepararono le armi: fu suonato un corno

al di fuori; tre di essi lasciarono Bianca in custodia del quarto, ed

uscirono a precipizio.

Intanto che Bianca, tremante e confusa, implorava pietà, riconobbe la

voce di Santa-Fè, il quale comparve tutto coperto di sangue ed

inseguito da alcuni banditi. Bianca non vide, non sentì più nulla, e

cadde svenuta nelle braccia di chi la teneva.

Appena riacquistò l'uso de' sensi, riconobbe, all'incerta luce che

vacillava intorno a lei, d'esser sempre nella medesima stanza. Restò

alcun momento nell'incertezza e nello stupore. Un sordo gemito vicino

a lei la fece memore di Santa-Fè, e dello stato in cui l'aveva veduto;

allora alzandosi, si avanzò dalla parte d'onde veniva il sospiro. Non

tardò molto a riconoscere, in un corpo steso sul pavimento, Santa-Fè

pallido e sfigurato, che non poteva parlare. Aveva gli occhi chiusi,

ed una delle sue mani, ch'ella prese nell'ambascia della disperazione,

era bagnata di freddo sudore. Lo chiamò per nome, e gridò aiuto;

qualcuno s'avvicina, un uomo entra: non era il conte; ma qual fu la di

lei sorpresa, quando, supplicandolo di soccorrere Santa-Fè, riconobbe

Lodovico! Ebbe egli appena tempo di riconoscerla; si occupò subito

delle ferite del cavaliere, e giudicando che l'immensa perdita del

sangue cagionava probabilmente la sua debolezza, corse a cercare acqua

per lavargli le ferite e fasciargliele alla meglio.

Appena egli fu uscito, Bianca udì camminare, e vide entrare Villefort

con una torcia nella mano sinistra, e la spada insanguinata nella

destra, che, tutto anelante, chiamava impazientemente la figlia. Al

suono di questa voce ben nota essa volò nelle di lui braccia. Il

conte, lasciando cadere la spada, la strinse al seno con indicibil

trasporto di gioia e stupore: le domandò di Santa-Fè, e lo vide per

terra dando qualche segno di vita. Lodovico tornò di lì a poco ben

provvisto d'acqua e di acquavite; gli applicò l'una alla bocca e

l'altra alle tempie, e Bianca lo vide finalmente aprir gli occhi,

domandando subito di lei. La gioia ch'essa provò in quel momento, fu

subito sturbata da una nuova inquietudine: Lodovico dichiarò che

bisognava senza ritardo trasportare il cavaliere.

«I banditi che sono di fuori erano aspettati, e se perdiamo tempo ci

troveranno qui. Sanno benissimo che il suono del corno, ad un'ora così

strana, è sempre il segnale d'un estremo pericolo, e l'eco di questi

monti ne porta la voce a molta distanza. Li ho veduti tornare in

consimili casi dalle falde del Melicante. Avete voi appostata una

vedetta all'ingresso del forte?

--No,» disse il conte, «la mia gente è dispersa, e non so dove sia.

Lodovico, va tosto a riunirla, ma abbi cura di te stesso, e ascolta se

senti i muli.»

Lodovico uscì immediatamente, ed il conte riflettè al modo di

trasportar Santa-Fè, il quale non avrebbe potuto sopportare il moto

d'una mula, quand'anche fosse stato in grado di reggersi in sella.

Mentre il conte raccontava come i banditi fossero stati rinchiusi

nella torre, Bianca osservò che era ferito anch'esso nel braccio

sinistro; egli le rispose, sorridendo, quella ferita esser

leggerissima. I servi, tranne due che furon lasciati alla porta della

fortezza, comparvero allora tutti, preceduti da Lodovico.

«Mi pare, signore,» diss'egli, «di sentir venire de' muli dal fondo

della valle, ma il mormorio del torrente m'impedisce di accertarmene;

ho portato meco l'occorrente pel trasporto del signor cavaliere.»

Mostrò allora una gran pelle d'orso attaccata a due pertiche che

formava una comoda lettiga, di cui si servivano i banditi per

trasportare i loro feriti. Lodovico la spiegò, vi adattò sopra alcune

pelli di capra per renderla più morbida, fasciò le ferite del

cavaliere, ed avendovelo posato dolcemente, le due guide, prendendo le

quattro estremità delle pertiche sulle spalle, s'incamminarono per

andarsene insieme ai servitori del conte, alcuni dei quali erano stati

leggermente feriti. Passando per la sala, udirono da lontano un

tumulto orribile: Bianca ne fu molto allarmata.

«Non temete,» disse Lodovico, «son tutti quei birbanti chiusi nella

torre.

--Mi sembra che atterrino la porta,» disse il conte.

--È impossibile, signore,» rispose Lodovico, «perchè la porta è di

ferro. Noi non abbiamo nulla da temere: intanto io andrò avanti per

osservar meglio se mai si ode o non si vede nulla.»

Tutti lo seguirono; dopo essere stati alcun poco in ascolto, non

udirono altro che il mormorio del torrente, ed una fresca brezzolina

che agitava i rami dell'antica quercia nel cortile. I viaggiatori

videro allora con estremo piacere che cominciava a spuntar il giorno,

e Lodovico, alla testa della comitiva, la fece scendere nella valle

per un sentiero opposto a quello pel quale erano venuti colà.

«Evitiamo la strada,» diss'egli, «che hanno preso i banditi

stamattina.»

I viaggiatori si trovarono ben presto in una strettissima valle:

l'alba imbianchiva gradatamente i monti, e scopriva verdi praticelli

che ricoprivan le falde delle rupi, sulle quali sorgevano le querce ed

i lecci; la tempesta era cessata; l'aria del mattino e la vista di

quella verzura, ancor più fresca per la pioggia della notte,

rianimarono gli spiriti abbattuti della comitiva. Il sole sorse di lì

a poco, e tutte le piante rosseggiarono in breve de' suoi raggi

dorati; un resto di nebbia aggiravasi ancora in fondo alla valle, ma

il vento la cacciava, ed a poco a poco il sole la fece sparir tutta.

Dopo aver percorso una lega di cammino, Santa-Fè si querelò

dell'eccessiva debolezza: sostarono per ristorarlo, e lasciar riposare

i portatori. Lodovico si era munito, prima di partire, di qualche

bottiglia di vino di Spagna, e ne distribuì a tutta la carovana; ma

Santa-Fè non potè risentirne che un sollievo momentaneo. Una febbre

ardentissima acquistò nuova forza per l'uso di questa bibita; egli non

poteva nascondere i suoi orribili patimenti, nè astenersi

dall'esprimere il desiderio impaziente di giungere all'osteria, in cui

avevano prefisso di passar la notte precedente.

Mentre riposavano tutti all'ombra degli abeti, il conte pregò Lodovico

di spiegargli brevemente in qual modo fosse sparito dall'appartamento

del nord, come avesse potuto cadere nelle mani di quei banditi, e

contribuito in una maniera così prodigiosa a salvarlo colla sua

famiglia. Il conte gli attribuiva giustamente la loro salvezza.

Lodovico accingevasi ad obbedirlo, ma un colpo di pistola sparato

nella strada già da essi percorsa cagionando nuovi timori, obbligò i

viaggiatori a rimettersi in cammino.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 15 / 23 题