Emilia compì il viaggio felicemente. Avvicinandosi a Tolosa, d'onde
era partita colla zia, riflettè sul tristo fine di lei, la quale,
senza la sua imprudenza, avrebbe potuto vivere ancora felice in quella
città. Anche Montoni le si presentava spesso al pensiero; parevale di
vederlo ne' dì de' suoi trionfi, ardito, intraprendente, altiero,
vendicativo; ed ora ecco che, scorsi pochi mesi, non aveva più il
potere, nè la volontà di nuocerle, nè esisteva nemmen più; i di lui
giorni erano svaniti come ombra fugace...
Giunta a Tolosa, scese al palazzo di sua zia, ora divenuto suo, ed
invece d'incontrarvi Quesnel, vi trovò una sua lettera, colla quale,
oltre a parecchie istruzioni circa i di lei beni, l'informava essere
stato obbligato di partire due giorni prima per un affare importante.
Il poco interesse che Quesnel mostrava di rivederla, non occupò a
lungo i di lei pensieri, i quali si volsero alle persone vedute in
quel palazzo, e sopratutto all'imprudente ed infelice signora Montoni;
essa aveva fatta colazione secolei la mattina della sua partenza per
l'Italia. Il salotto in cui ritrovavasi, rammentavale più che mai
tutto quel che aveva sofferto allora, e le belle speranze di cui
pascevasi a quell'epoca la zia. Affacciandosi alla finestra del
giardino, vide il viale in cui la vigilia del suo viaggio erasi
separata da Valancourt. La di lui ansietà, il premuroso interesse
dimostrato per la sua felicità, le pressanti sollecitazioni fattele,
affinchè non si abbandonasse all'autorità di Montoni, e la sincerità
della sua tenerezza, tutto tornavale in mente. Le parve quasi
impossibile che Valancourt si fosse reso indegno di lei, dubitava di
tutti i rapporti, e perfino delle di lui proprie parole, confermanti
quelle di Villefort. Oppressa dalle idee destatele da quel viale, si
ritirò dalla finestra, e buttossi in una poltrona inabissata nel più
vivo dolore. Annetta, entrando di lì a poco con qualche rinfresco, la
trasse dai tristi pensieri.
Dal dì dopo, serie occupazioni la divagarono dalla sua malinconia;
desiderava partir presto da Tolosa per recarsi alla valle: prese
informazione dello stato de' suoi possessi, e finì di regolarsi
dietro le istruzioni di Quesnel. Abbisognò d'un grande sforzo per
interessarsi in simili oggetti, ma se ne trovò ben compensata, e si
convinse ognor più che la continua occupazione è il miglior rimedio
contro la tristezza. Tutta la giornata la consacrò agli affari;
s'informò degli abitanti più poveri dei dintorni, e distribuì loro
soccorsi copiosi. Andata a passeggiare in giardino, si diresse verso
il padiglione dov'erasi abboccata con Valancourt. Il desiderio di
rivedere un luogo in cui era stata felice, vinse in lei l'estrema
ripugnanza di rinnovare la sua ambascia entrandovi; ne spinse l'uscio:
le finestre erano chiuse. Una sedia stava presso al terrazzino, come
se vi avesse seduto qualcuno di recente. Il silenzio e la solitudine
del luogo secondavano in quel momento le sue malinconiche
disposizioni. Postasi a sedere presso una finestra, si rammentò la
scena dell'abboccamento avuto quivi coll'amante. In quel luogo aveva
passati seco lui i più bei momenti, quando la zia favoriva i loro
progetti. «Come è mai possibile,» sclamò Emilia, «che un cuore così
sensibile abbia potuto darsi in preda al vizio!» Si alzò, e volendo
sfuggire alle chimere d'una felicità che non esisteva più, tornò verso
casa. Traversando il viale, vide da lungi una persona passeggiare
lentamente sotto gli alberi. Il crepuscolo non le permise di
distinguere chi fosse: credè da principio che fosse un servitore, ma
nell'avanzarsi egli volse la testa, e le parve riconoscere Valancourt;
ma tosto sparve nel boschetto. Emilia, cogli occhi fissi al punto dove
era sparito, restò immobile e tremante. Infine, fattasi animo, rientrò
in casa, e temendo di lasciar conoscere la sua alterazione, si astenne
dal chiedere chi fosse andato in giardino. Quando fu sola, si rammentò
la figura veduta; era sparita così presto, che non aveva potuto
distinguer nulla; pure quell'improvvisa partenza le faceva credere che
fosse Valancourt. Passò quella sera nell'incertezza e nei continui
sforzi che faceva per cancellarlo dalla memoria. Vani tentativi: essa
era agitata da mille contrari affetti; temeva al tempo istesso che
fosse lui, oppure un'illusione. Voleva persuadersi che non desiderava
più di rivedere Valancourt, ed il suo cuore con altrettanta costanza
contraddiceva la ragione.
Passò una settimana prima d'arrischiarsi nuovamente a passeggiare in
giardino. Infine, non volendo esporsi sola, si fece accompagnare da
Annetta, la quale, dopo un lungo silenzio, le disse:
«Signora Emilia, perchè mai siete così afflitta? Parrebbe quasi che
voi sapeste che cosa è accaduto.
--Cos'è accaduto?» rispose Emilia con voce tremante.
--La scorsa notte v'era un ladro nel giardino.
--Un ladro!» sclamò Emilia con vivacità.
--Così suppongo; chè altrimenti chi poteva essere?
--Dove l'hai tu veduto, Annetta?» rispose Emilia guardandosi attorno.
--Non l'ho veduto io, ma Giovanni il giardiniere. Era mezzanotte:
Giovanni traversava il cortile per andarsene a dormire, allorchè vide
una figura nel viale in faccia alla porta d'ingresso; indovinò chi
era, ed andò a prendere lo schioppo.
--Lo schioppo!
--Sì, signora. Tornò nel cortile per osservarlo meglio; lo vide
avanzare lentamente nel viale e guardare attento il castello. Vedendo
che il ladro entrava nel cortile, Giovanni credè bene allora
domandargli chi fosse e cosa volesse, ma colui non rispose e tornò
indietro. Giovanni allora gli sparò addosso. Gran Dio! Voi
impallidite! Quell'uomo non fu ucciso, ve ne assicuro; o almeno i suoi
compagni l'hanno portato via. Giovanni, di buon mattino, andò a
cercare il di lui cadavere, e non lo trovò; non vide altro che una
striscia di sangue; la seguì per iscuoprire da qual parte erano
usciti, ma essa si perdeva sull'erba, e...»
Emilia svenne, e sarebbe caduta in terra se Annetta non l'avesse
sostenuta, ed appoggiata ad un sedile di pietra. Allorchè, dopo un
lungo deliquio, Emilia ebbe ripreso l'uso dei sensi, si fece condurre
al suo appartamento, non volendo udir altro per timore di riconoscere
che l'incognito era Valancourt.
Allorchè si credè abbastanza forte per sentir Giovanni, lo mandò a
cercare; egli non potè dare nessuno schiarimento. Essa gli fece forti
rimproveri per aver tirato a palla, ed ordinò di fare esatte ricerche
per iscoprire chi fosse il ferito, ma indarno. Più essa vi riflettea,
e più convincevasi che fosse Valancourt. Alfine l'inquietudine le
cagionò un'ardentissima febbre, che l'obbligò a letto per qualche
giorno.
La sua indisposizione e gli affari avevano già prolungato il di lei
soggiorno a Tolosa al di là del tempo prefisso. La sua presenza ormai
era necessaria alla valle: ricevè una lettera da Bianca, nella quale
l'informava che il conte e lei, essendo tuttavia presso il barone di
Santa-Fè, si proponevano al loro ritorno di andare a trovarla al di
lei castello, se vi fosse stata, aggiungendo che le avrebbero fatta
questa visita colla speranza di ricondurla a Blangy.
Emilia, rispose all'amica che fra pochi giorni sarebbe stata alla
valle; fece in fretta i preparativi di viaggio, e partì sforzandosi di
credere che se fosse accaduto qualche sinistro a Valancourt, ne
sarebbe stata in qualche modo informata.