CAPITOLO XLVIII

Emilia compì il viaggio felicemente. Avvicinandosi a Tolosa, d'onde

era partita colla zia, riflettè sul tristo fine di lei, la quale,

senza la sua imprudenza, avrebbe potuto vivere ancora felice in quella

città. Anche Montoni le si presentava spesso al pensiero; parevale di

vederlo ne' dì de' suoi trionfi, ardito, intraprendente, altiero,

vendicativo; ed ora ecco che, scorsi pochi mesi, non aveva più il

potere, nè la volontà di nuocerle, nè esisteva nemmen più; i di lui

giorni erano svaniti come ombra fugace...

Giunta a Tolosa, scese al palazzo di sua zia, ora divenuto suo, ed

invece d'incontrarvi Quesnel, vi trovò una sua lettera, colla quale,

oltre a parecchie istruzioni circa i di lei beni, l'informava essere

stato obbligato di partire due giorni prima per un affare importante.

Il poco interesse che Quesnel mostrava di rivederla, non occupò a

lungo i di lei pensieri, i quali si volsero alle persone vedute in

quel palazzo, e sopratutto all'imprudente ed infelice signora Montoni;

essa aveva fatta colazione secolei la mattina della sua partenza per

l'Italia. Il salotto in cui ritrovavasi, rammentavale più che mai

tutto quel che aveva sofferto allora, e le belle speranze di cui

pascevasi a quell'epoca la zia. Affacciandosi alla finestra del

giardino, vide il viale in cui la vigilia del suo viaggio erasi

separata da Valancourt. La di lui ansietà, il premuroso interesse

dimostrato per la sua felicità, le pressanti sollecitazioni fattele,

affinchè non si abbandonasse all'autorità di Montoni, e la sincerità

della sua tenerezza, tutto tornavale in mente. Le parve quasi

impossibile che Valancourt si fosse reso indegno di lei, dubitava di

tutti i rapporti, e perfino delle di lui proprie parole, confermanti

quelle di Villefort. Oppressa dalle idee destatele da quel viale, si

ritirò dalla finestra, e buttossi in una poltrona inabissata nel più

vivo dolore. Annetta, entrando di lì a poco con qualche rinfresco, la

trasse dai tristi pensieri.

Dal dì dopo, serie occupazioni la divagarono dalla sua malinconia;

desiderava partir presto da Tolosa per recarsi alla valle: prese

informazione dello stato de' suoi possessi, e finì di regolarsi

dietro le istruzioni di Quesnel. Abbisognò d'un grande sforzo per

interessarsi in simili oggetti, ma se ne trovò ben compensata, e si

convinse ognor più che la continua occupazione è il miglior rimedio

contro la tristezza. Tutta la giornata la consacrò agli affari;

s'informò degli abitanti più poveri dei dintorni, e distribuì loro

soccorsi copiosi. Andata a passeggiare in giardino, si diresse verso

il padiglione dov'erasi abboccata con Valancourt. Il desiderio di

rivedere un luogo in cui era stata felice, vinse in lei l'estrema

ripugnanza di rinnovare la sua ambascia entrandovi; ne spinse l'uscio:

le finestre erano chiuse. Una sedia stava presso al terrazzino, come

se vi avesse seduto qualcuno di recente. Il silenzio e la solitudine

del luogo secondavano in quel momento le sue malinconiche

disposizioni. Postasi a sedere presso una finestra, si rammentò la

scena dell'abboccamento avuto quivi coll'amante. In quel luogo aveva

passati seco lui i più bei momenti, quando la zia favoriva i loro

progetti. «Come è mai possibile,» sclamò Emilia, «che un cuore così

sensibile abbia potuto darsi in preda al vizio!» Si alzò, e volendo

sfuggire alle chimere d'una felicità che non esisteva più, tornò verso

casa. Traversando il viale, vide da lungi una persona passeggiare

lentamente sotto gli alberi. Il crepuscolo non le permise di

distinguere chi fosse: credè da principio che fosse un servitore, ma

nell'avanzarsi egli volse la testa, e le parve riconoscere Valancourt;

ma tosto sparve nel boschetto. Emilia, cogli occhi fissi al punto dove

era sparito, restò immobile e tremante. Infine, fattasi animo, rientrò

in casa, e temendo di lasciar conoscere la sua alterazione, si astenne

dal chiedere chi fosse andato in giardino. Quando fu sola, si rammentò

la figura veduta; era sparita così presto, che non aveva potuto

distinguer nulla; pure quell'improvvisa partenza le faceva credere che

fosse Valancourt. Passò quella sera nell'incertezza e nei continui

sforzi che faceva per cancellarlo dalla memoria. Vani tentativi: essa

era agitata da mille contrari affetti; temeva al tempo istesso che

fosse lui, oppure un'illusione. Voleva persuadersi che non desiderava

più di rivedere Valancourt, ed il suo cuore con altrettanta costanza

contraddiceva la ragione.

Passò una settimana prima d'arrischiarsi nuovamente a passeggiare in

giardino. Infine, non volendo esporsi sola, si fece accompagnare da

Annetta, la quale, dopo un lungo silenzio, le disse:

«Signora Emilia, perchè mai siete così afflitta? Parrebbe quasi che

voi sapeste che cosa è accaduto.

--Cos'è accaduto?» rispose Emilia con voce tremante.

--La scorsa notte v'era un ladro nel giardino.

--Un ladro!» sclamò Emilia con vivacità.

--Così suppongo; chè altrimenti chi poteva essere?

--Dove l'hai tu veduto, Annetta?» rispose Emilia guardandosi attorno.

--Non l'ho veduto io, ma Giovanni il giardiniere. Era mezzanotte:

Giovanni traversava il cortile per andarsene a dormire, allorchè vide

una figura nel viale in faccia alla porta d'ingresso; indovinò chi

era, ed andò a prendere lo schioppo.

--Lo schioppo!

--Sì, signora. Tornò nel cortile per osservarlo meglio; lo vide

avanzare lentamente nel viale e guardare attento il castello. Vedendo

che il ladro entrava nel cortile, Giovanni credè bene allora

domandargli chi fosse e cosa volesse, ma colui non rispose e tornò

indietro. Giovanni allora gli sparò addosso. Gran Dio! Voi

impallidite! Quell'uomo non fu ucciso, ve ne assicuro; o almeno i suoi

compagni l'hanno portato via. Giovanni, di buon mattino, andò a

cercare il di lui cadavere, e non lo trovò; non vide altro che una

striscia di sangue; la seguì per iscuoprire da qual parte erano

usciti, ma essa si perdeva sull'erba, e...»

Emilia svenne, e sarebbe caduta in terra se Annetta non l'avesse

sostenuta, ed appoggiata ad un sedile di pietra. Allorchè, dopo un

lungo deliquio, Emilia ebbe ripreso l'uso dei sensi, si fece condurre

al suo appartamento, non volendo udir altro per timore di riconoscere

che l'incognito era Valancourt.

Allorchè si credè abbastanza forte per sentir Giovanni, lo mandò a

cercare; egli non potè dare nessuno schiarimento. Essa gli fece forti

rimproveri per aver tirato a palla, ed ordinò di fare esatte ricerche

per iscoprire chi fosse il ferito, ma indarno. Più essa vi riflettea,

e più convincevasi che fosse Valancourt. Alfine l'inquietudine le

cagionò un'ardentissima febbre, che l'obbligò a letto per qualche

giorno.

La sua indisposizione e gli affari avevano già prolungato il di lei

soggiorno a Tolosa al di là del tempo prefisso. La sua presenza ormai

era necessaria alla valle: ricevè una lettera da Bianca, nella quale

l'informava che il conte e lei, essendo tuttavia presso il barone di

Santa-Fè, si proponevano al loro ritorno di andare a trovarla al di

lei castello, se vi fosse stata, aggiungendo che le avrebbero fatta

questa visita colla speranza di ricondurla a Blangy.

Emilia, rispose all'amica che fra pochi giorni sarebbe stata alla

valle; fece in fretta i preparativi di viaggio, e partì sforzandosi di

credere che se fosse accaduto qualche sinistro a Valancourt, ne

sarebbe stata in qualche modo informata.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 13 / 23 题