Il barone di Santa-Fè, inquieto per l'amico, non avendo potuto chiuder
occhio in tutta notte, erasi alzato di buonissima ora. Andando per
notizie passò vicino al gabinetto del conte, ed udì camminare: bussò,
e venne lo stesso Villefort ad aprirgli: lieto di vederlo sano e
salvo, il barone non ebbe tempo di osservarne la fisonomia
straordinariamente grave; le sue risposte riservate però ne lo resero
ben presto accorto. Il conte affettando di sorridere, rispose
evasivamente alle di lui interrogazioni; ma il barone divenne serio e
così pressante, che Villefort, preso allora un tuono deciso di
gravità, gli disse:
«Amico caro, non mi domandate nulla di più, ve ne scongiuro. Vi
supplico inoltre di tacere su tutto ciò che la mia condotta avvenire
potrà avere di sorprendente. Non ho difficoltà a dirvi che sono
infelice, e che il mio esperimento non mi fece trovare Lodovico.
Scusate la mia riserva sugl'incidenti di stanotte.
--Ma dov'è Enrico?» disse il barone, sorpreso e sconcertato dal
rifiuto.
--È nelle sue stanze; mi farete il piacere a non interrogarlo. Potete
esser certo che il motivo che m'impone silenzio verso un amico di
trent'anni, non può derivare da un caso ordinario. La mia riserva, in
questo momento, non deve farvi dubitare nè della stima, nè
dell'amicizia mia.»
Troncato così il discorso, scesero per la colazione. Il conte mosse
incontro alla sua famiglia con aria allegra: si schermì dalle
molteplici interrogazioni con risposte scherzose, ed assicurò,
ridendo, l'appartamento del nord non essere poi tanto da paventarsi,
se lui e suo figlio n'erano usciti sani e salvi.
Enrico fu però meno felice ne' suoi sforzi per dissimulare; la sua
faccia portava ancora l'impronta del terrore. Era muto e pensieroso, e
quando voleva rispondere, celiando, alle pressanti dimande della
Bearn, si vedeva bene il suo brio non esser naturale.
Dopo pranzo, il conte, a tenore della sua promessa, andò a trovare
Emilia, la quale fu sorpresa di trovare ne' suoi discorsi sugli
appartamenti del nord un misto di motteggio e riservatezza. Non disse
però nulla dell'avventura notturna; e quand'essa ardì favellargliene,
e chiedergli se si fosse accorto che gli spiriti frequentassero
l'appartamento, si fece serio e rispose sorridendo:
«Cara Emilia, non vi guastate il cervello con simili idee che
v'insegnerebbero a trovar uno spettro in tutte le stanze oscure. Ma
credetemi,» soggiunse con un lungo sospiro, «i morti non appariscono
per soggetti frivoli, nè all'unico scopo di spaventare i paurosi.»
Tacque, pensò alquanto, indi ripigliò: «Ma via, non parliamone più.»
E s'accomiatò poco dopo. La fanciulla andò a raggiungere le monache, e
restò sorpresa nel sentire come sapessero già l'avventura. Ammiravano
esse l'intrepidità del conte a passar la notte nell'istesso
appartamento ov'era sparito Lodovico, Emilia non considerava con qual
rapidità circola una notizia superstiziosa. Le monache l'avevano
saputa dal giardiniere, ed i loro sguardi dopo la scomparsa di
Lodovico, stavano sempre fissi sul castello di Blangy.
Emilia ascoltava tacendo tutte le loro dissertazioni sulla condotta
del conte. La maggior parte la condannarono come temeraria e
presuntuosa. Suor Francesca sosteneva che il conte aveva mostrato
tutta la bravura di un'anima grande e virtuosa. Non erasi macchiato di
verun delitto, e non poteva temere lo spirito maligno, avendo diritti
alla protezione di colui che comanda ai cattivi e protegge
l'innocenza.
«I colpevoli non possono reclamare questa protezione,» disse suor
Agnese sospirando e fissati gli occhi in Emilia, la prese per la mano
dicendole: «Voi siete giovine, siete innocente, ma avete passioni in
cuore... veri serpenti. Essi dormono ora: guardate che non si sveglino
perchè vi ferirebbero a morte.»
La fanciulla, colpita da tali parole, e dal modo con cui venivano
pronunziate, non potè trattener le lacrime.
«Ah! è dunque vero!» sclamò allora suor Agnese con tenerezza; «così
giovine, ed essere infelice! Noi siamo adunque sorelle? Esistono
dunque teneri rapporti fra i colpevoli?» Quindi, con occhi smarriti:
«No, non c'è più riposo! non più pace! non più speranza. Le ho gustate
per l'addietro; allora poteva piangere. La mia sorte è decisa.
--C'è speranza per tutti quelli che si pentono e si correggono,» disse
suor Francesca.
--Per tutti, fuorchè per me,» replicò suor Agnese. «Ma la testa mi
bolle, credo esser malata. Oh! perchè non posso cancellare il passato
dalla memoria! Quelle ombre che sorgono come furie per tormentarmi, le
veggo sempre in sogno; quando mi sveglio mi stanno dinanzi! Ed ora le
vedo là, là...»
Restò qualche tempo nell'atteggiamento dell'orrore: i di lei sguardi
erravano per la camera, come se avessero seguito qualche oggetto. Una
monaca la prese dolcemente per la mano onde condurla fuori. Suor
Agnese si calmò, mise un sospiro, e disse:
«Esse sono sparite, sì, sono sparite. Ho la febbre, e non so quel
ch'io dica. Talvolta mi trovo in questo stato, ma presto passa. Fra
poco starò meglio. Addio, care sorelle; vo' ritirarmi in cella;
sovvengavi di me nelle vostre orazioni.»
Appena fu uscita, suor Francesca vedendo l'emozione di Emilia, le
disse:
«Non vi sorprenda. La nostra sorella ha spesso la testa alterata,
sebbene io non l'abbia mai veduta in un delirio così grande come oggi,
ma spero che la solitudine e l'orazione la calmeranno.
--La sua coscienza pareva oppressa,» disse Emilia; «sapete voi per
qual motivo sia ridotta in uno stato così deplorabile?
--Si,» rispose suor Francesca; poi soggiunse sottovoce: «In questo
momento non posso dirvi nulla. Se volete saperne qualcosa, venite a
trovarmi in cella dopo cena. Ma rammentatevi che a mezzanotte io devo
andare al mattutino; venite dunque o prima, o dopo.»
Emilia promise di esser puntuale; sopraggiunse la badessa, e non si
parlò più dell'infelice suor Agnese.
Il conte tornando al castello, trovò Dupont in un trasporto di
disperazione, cagionatogli dal suo amore per Emilia; amore nato in lui
da troppo tempo ond'esser vinto facilmente. Egli avea conosciuta la
fanciulla in Guascogna; il di lui padre, cui erasi confidato, trovando
ch'essa non era abbastanza ricca, lo dissuase dal pensare a cercarla
in isposa. Finchè visse suo padre, gli fu obbediente, ma non potendo
vincere la sua passione, cercava di addolcirla visitando i luoghi
frequentati da Emilia, ed in ispecie la peschiera. Una volta o due
aveale manifestato i suoi sentimenti in versi, ma giammai palesato il
suo nome per non trasgredire agli ordini paterni. Colà aveva cantato
quella canzone patetica, di cui Emilia era stata tanto sorpresa, e vi
aveva trovato a caso quel ritratto che servì ad alimentare una
passione troppo fatale al suo riposo. Abbracciata la carriera
militare, scese a guerreggiare in Italia; intanto suo padre morì, ed
egli aveva riacquistata la libertà quando l'unico oggetto che poteva
rendergliela preziosa non poteva più corrispondergli. Si è veduto in
qual modo ritrovasse Emilia, e come l'avesse aiutata a fuggire. Si è
veduto finalmente a qual debole speranza appoggiasse il suo amore, e
l'inutilità di tutti i di lui sforzi per vincerlo. Il conte procurò
consolarlo collo zelo dell'amicizia, lusingandolo che forse la
pazienza e la perseveranza potrebbero un giorno cattivargli l'affetto
di Emilia.
Appena le monache si furono ritirate, la fanciulla, recatasi da suor
Francesca, la trovò inginocchiata dinanzi ad un crocifisso; appena la
vide, le fece segno di entrare, ed Emilia aspettò in silenzio ch'essa
finisse la sua orazione, allora la monaca si alzò, e postasi a sedere
sul letticciuolo, così cominciò:
«La vostra curiosità, sorella cara, vi ha resa esatta, ma non c'è
nulla di notevole nell'istoria di suor Agnese. Non ho voluto parlare
di lei in presenza delle altre, perchè non mi garba che conoscano il
suo delitto.
--La vostra confidenza mi onora,» disse Emilia, «ma io non ne abuserò.
--Suor Agnese,» soggiunse la monaca, «è d'una famiglia nobile; la
dignità della sua fisonomia ve lo avrà forse già fatto sospettare; ma
non voglio disonorare il suo nome rivelandolo. L'amore fu cagione
delle sue follie e del suo delitto. Fu amata da un gentiluomo poco
ricco, e il di lei padre, da quanto mi fu detto, avendola maritata ad
un signore ch'ella odiava, accelerò la sua perdita: obliò i suoi
doveri e la virtù, e profanò i voti del matrimonio; questo delitto fu
scoperto, ed il marito l'avrebbe sacrificata alla sua vendetta, se il
di lei padre non avesse trovato il mezzo di sottrarla al suo potere.
Non ho mai potuto scoprire in qual modo potè riuscirvi. La chiuse in
questo convento, e la decise a prendere il velo. Si fece spargere la
voce ch'essa era morta; il padre, per salvar la figlia, concorse a
confermare questa notizia, e fece credere perfino al marito ch'era
stata vittima del suo geloso furore. Parmi che quest'istoria vi
sorprenda, e per vero non è comune, ma non è però senz'esempio. Ora
sapete tutto; aggiungerò soltanto che il contrasto nel cuore di Agnese
fra l'amore, i rimorsi ed il sentimento dei doveri claustrali, cagionò
alla perfine il disordine delle sue idee. In principio era
alteratissima; prese in seguito una malinconia abituale, ma da qualche
tempo cade in accessi di delirio più forti e frequenti del solito.»
Emilia fu commossa da quest'istoria, che le parve aver molta analogia
con quella della marchesa di Villeroy, e sparse qualche lacrima sugli
infortunii d'entrambe. «È strano,» soggiunse ella, «ma vi sono momenti
in cui credo rammentarmi la sua figura; io non ho per certo veduta mai
suor Agnese prima di entrare in questo convento; bisogna che abbia
visto in qualche parte una persona che le somigli, eppure non ne ho
nessuna memoria.» E rimase sovrappensieri. Quando suonò mezzanotte,
congedossi e tornò nella sua camera.
Per molti giorni consecutivi, Emilia non vide nè il conte, nè alcuno
della sua famiglia; quand'egli comparve, essa notò con pena l'eccesso
della sua agitazione.
«Non ne posso più,» rispos'egli alle di lei premurose interrogazioni;
«voglio assentarmi per qualche tempo, onde ricuperare un poco di
tranquillità. Mia figlia ed io accompagneremo il barone di Santa-Fè al
di lui castello, situato alle falde dei Pirenei in Guascogna. Ho
pensato, cara Emilia, che se voi andaste alla vostra terra della valle
si potrebbe fare insieme parte del viaggio, ed io sarei lietissimo di
potervi scortare fin là.»
Essa lo ringraziò, facendogli conoscere il dispiacere di non poter
godere della sua compagnia, essendo obbligata di trasferirsi prima a
Tolosa. «Allorchè sarete dal barone,» soggiunse, «vi troverete poco
distante da' miei beni. Mi lusingo pertanto che non ripartirete di
colà senza venire a trovarmi, credendo inutile dirvi qual piacere io
proverò a ricevervi in compagnia di Bianca.
--Ne son convinto appieno,» rispose Villefort; «ed approfitterò molto
volentieri delle vostre gentili profferte.»
E dopo i soliti complimenti, se ne partì.
Pochi giorni dopo, Emilia ricevè una lettera di Quesnel che l'avvisava
di esser già a Tolosa, che la terra della valle era libera, e la
pregava d'affrettarsi, perchè i suoi affari lo chiamavano in
Guascogna. Essa non esitò più; andò a fare i saluti al conte, che non
era ancora partito, e si mise in viaggio per Tolosa, in compagnia
dell'infelice Annetta, e d'un fido servo della famiglia del conte.