CAPITOLO XLVII

Il barone di Santa-Fè, inquieto per l'amico, non avendo potuto chiuder

occhio in tutta notte, erasi alzato di buonissima ora. Andando per

notizie passò vicino al gabinetto del conte, ed udì camminare: bussò,

e venne lo stesso Villefort ad aprirgli: lieto di vederlo sano e

salvo, il barone non ebbe tempo di osservarne la fisonomia

straordinariamente grave; le sue risposte riservate però ne lo resero

ben presto accorto. Il conte affettando di sorridere, rispose

evasivamente alle di lui interrogazioni; ma il barone divenne serio e

così pressante, che Villefort, preso allora un tuono deciso di

gravità, gli disse:

«Amico caro, non mi domandate nulla di più, ve ne scongiuro. Vi

supplico inoltre di tacere su tutto ciò che la mia condotta avvenire

potrà avere di sorprendente. Non ho difficoltà a dirvi che sono

infelice, e che il mio esperimento non mi fece trovare Lodovico.

Scusate la mia riserva sugl'incidenti di stanotte.

--Ma dov'è Enrico?» disse il barone, sorpreso e sconcertato dal

rifiuto.

--È nelle sue stanze; mi farete il piacere a non interrogarlo. Potete

esser certo che il motivo che m'impone silenzio verso un amico di

trent'anni, non può derivare da un caso ordinario. La mia riserva, in

questo momento, non deve farvi dubitare nè della stima, nè

dell'amicizia mia.»

Troncato così il discorso, scesero per la colazione. Il conte mosse

incontro alla sua famiglia con aria allegra: si schermì dalle

molteplici interrogazioni con risposte scherzose, ed assicurò,

ridendo, l'appartamento del nord non essere poi tanto da paventarsi,

se lui e suo figlio n'erano usciti sani e salvi.

Enrico fu però meno felice ne' suoi sforzi per dissimulare; la sua

faccia portava ancora l'impronta del terrore. Era muto e pensieroso, e

quando voleva rispondere, celiando, alle pressanti dimande della

Bearn, si vedeva bene il suo brio non esser naturale.

Dopo pranzo, il conte, a tenore della sua promessa, andò a trovare

Emilia, la quale fu sorpresa di trovare ne' suoi discorsi sugli

appartamenti del nord un misto di motteggio e riservatezza. Non disse

però nulla dell'avventura notturna; e quand'essa ardì favellargliene,

e chiedergli se si fosse accorto che gli spiriti frequentassero

l'appartamento, si fece serio e rispose sorridendo:

«Cara Emilia, non vi guastate il cervello con simili idee che

v'insegnerebbero a trovar uno spettro in tutte le stanze oscure. Ma

credetemi,» soggiunse con un lungo sospiro, «i morti non appariscono

per soggetti frivoli, nè all'unico scopo di spaventare i paurosi.»

Tacque, pensò alquanto, indi ripigliò: «Ma via, non parliamone più.»

E s'accomiatò poco dopo. La fanciulla andò a raggiungere le monache, e

restò sorpresa nel sentire come sapessero già l'avventura. Ammiravano

esse l'intrepidità del conte a passar la notte nell'istesso

appartamento ov'era sparito Lodovico, Emilia non considerava con qual

rapidità circola una notizia superstiziosa. Le monache l'avevano

saputa dal giardiniere, ed i loro sguardi dopo la scomparsa di

Lodovico, stavano sempre fissi sul castello di Blangy.

Emilia ascoltava tacendo tutte le loro dissertazioni sulla condotta

del conte. La maggior parte la condannarono come temeraria e

presuntuosa. Suor Francesca sosteneva che il conte aveva mostrato

tutta la bravura di un'anima grande e virtuosa. Non erasi macchiato di

verun delitto, e non poteva temere lo spirito maligno, avendo diritti

alla protezione di colui che comanda ai cattivi e protegge

l'innocenza.

«I colpevoli non possono reclamare questa protezione,» disse suor

Agnese sospirando e fissati gli occhi in Emilia, la prese per la mano

dicendole: «Voi siete giovine, siete innocente, ma avete passioni in

cuore... veri serpenti. Essi dormono ora: guardate che non si sveglino

perchè vi ferirebbero a morte.»

La fanciulla, colpita da tali parole, e dal modo con cui venivano

pronunziate, non potè trattener le lacrime.

«Ah! è dunque vero!» sclamò allora suor Agnese con tenerezza; «così

giovine, ed essere infelice! Noi siamo adunque sorelle? Esistono

dunque teneri rapporti fra i colpevoli?» Quindi, con occhi smarriti:

«No, non c'è più riposo! non più pace! non più speranza. Le ho gustate

per l'addietro; allora poteva piangere. La mia sorte è decisa.

--C'è speranza per tutti quelli che si pentono e si correggono,» disse

suor Francesca.

--Per tutti, fuorchè per me,» replicò suor Agnese. «Ma la testa mi

bolle, credo esser malata. Oh! perchè non posso cancellare il passato

dalla memoria! Quelle ombre che sorgono come furie per tormentarmi, le

veggo sempre in sogno; quando mi sveglio mi stanno dinanzi! Ed ora le

vedo là, là...»

Restò qualche tempo nell'atteggiamento dell'orrore: i di lei sguardi

erravano per la camera, come se avessero seguito qualche oggetto. Una

monaca la prese dolcemente per la mano onde condurla fuori. Suor

Agnese si calmò, mise un sospiro, e disse:

«Esse sono sparite, sì, sono sparite. Ho la febbre, e non so quel

ch'io dica. Talvolta mi trovo in questo stato, ma presto passa. Fra

poco starò meglio. Addio, care sorelle; vo' ritirarmi in cella;

sovvengavi di me nelle vostre orazioni.»

Appena fu uscita, suor Francesca vedendo l'emozione di Emilia, le

disse:

«Non vi sorprenda. La nostra sorella ha spesso la testa alterata,

sebbene io non l'abbia mai veduta in un delirio così grande come oggi,

ma spero che la solitudine e l'orazione la calmeranno.

--La sua coscienza pareva oppressa,» disse Emilia; «sapete voi per

qual motivo sia ridotta in uno stato così deplorabile?

--Si,» rispose suor Francesca; poi soggiunse sottovoce: «In questo

momento non posso dirvi nulla. Se volete saperne qualcosa, venite a

trovarmi in cella dopo cena. Ma rammentatevi che a mezzanotte io devo

andare al mattutino; venite dunque o prima, o dopo.»

Emilia promise di esser puntuale; sopraggiunse la badessa, e non si

parlò più dell'infelice suor Agnese.

Il conte tornando al castello, trovò Dupont in un trasporto di

disperazione, cagionatogli dal suo amore per Emilia; amore nato in lui

da troppo tempo ond'esser vinto facilmente. Egli avea conosciuta la

fanciulla in Guascogna; il di lui padre, cui erasi confidato, trovando

ch'essa non era abbastanza ricca, lo dissuase dal pensare a cercarla

in isposa. Finchè visse suo padre, gli fu obbediente, ma non potendo

vincere la sua passione, cercava di addolcirla visitando i luoghi

frequentati da Emilia, ed in ispecie la peschiera. Una volta o due

aveale manifestato i suoi sentimenti in versi, ma giammai palesato il

suo nome per non trasgredire agli ordini paterni. Colà aveva cantato

quella canzone patetica, di cui Emilia era stata tanto sorpresa, e vi

aveva trovato a caso quel ritratto che servì ad alimentare una

passione troppo fatale al suo riposo. Abbracciata la carriera

militare, scese a guerreggiare in Italia; intanto suo padre morì, ed

egli aveva riacquistata la libertà quando l'unico oggetto che poteva

rendergliela preziosa non poteva più corrispondergli. Si è veduto in

qual modo ritrovasse Emilia, e come l'avesse aiutata a fuggire. Si è

veduto finalmente a qual debole speranza appoggiasse il suo amore, e

l'inutilità di tutti i di lui sforzi per vincerlo. Il conte procurò

consolarlo collo zelo dell'amicizia, lusingandolo che forse la

pazienza e la perseveranza potrebbero un giorno cattivargli l'affetto

di Emilia.

Appena le monache si furono ritirate, la fanciulla, recatasi da suor

Francesca, la trovò inginocchiata dinanzi ad un crocifisso; appena la

vide, le fece segno di entrare, ed Emilia aspettò in silenzio ch'essa

finisse la sua orazione, allora la monaca si alzò, e postasi a sedere

sul letticciuolo, così cominciò:

«La vostra curiosità, sorella cara, vi ha resa esatta, ma non c'è

nulla di notevole nell'istoria di suor Agnese. Non ho voluto parlare

di lei in presenza delle altre, perchè non mi garba che conoscano il

suo delitto.

--La vostra confidenza mi onora,» disse Emilia, «ma io non ne abuserò.

--Suor Agnese,» soggiunse la monaca, «è d'una famiglia nobile; la

dignità della sua fisonomia ve lo avrà forse già fatto sospettare; ma

non voglio disonorare il suo nome rivelandolo. L'amore fu cagione

delle sue follie e del suo delitto. Fu amata da un gentiluomo poco

ricco, e il di lei padre, da quanto mi fu detto, avendola maritata ad

un signore ch'ella odiava, accelerò la sua perdita: obliò i suoi

doveri e la virtù, e profanò i voti del matrimonio; questo delitto fu

scoperto, ed il marito l'avrebbe sacrificata alla sua vendetta, se il

di lei padre non avesse trovato il mezzo di sottrarla al suo potere.

Non ho mai potuto scoprire in qual modo potè riuscirvi. La chiuse in

questo convento, e la decise a prendere il velo. Si fece spargere la

voce ch'essa era morta; il padre, per salvar la figlia, concorse a

confermare questa notizia, e fece credere perfino al marito ch'era

stata vittima del suo geloso furore. Parmi che quest'istoria vi

sorprenda, e per vero non è comune, ma non è però senz'esempio. Ora

sapete tutto; aggiungerò soltanto che il contrasto nel cuore di Agnese

fra l'amore, i rimorsi ed il sentimento dei doveri claustrali, cagionò

alla perfine il disordine delle sue idee. In principio era

alteratissima; prese in seguito una malinconia abituale, ma da qualche

tempo cade in accessi di delirio più forti e frequenti del solito.»

Emilia fu commossa da quest'istoria, che le parve aver molta analogia

con quella della marchesa di Villeroy, e sparse qualche lacrima sugli

infortunii d'entrambe. «È strano,» soggiunse ella, «ma vi sono momenti

in cui credo rammentarmi la sua figura; io non ho per certo veduta mai

suor Agnese prima di entrare in questo convento; bisogna che abbia

visto in qualche parte una persona che le somigli, eppure non ne ho

nessuna memoria.» E rimase sovrappensieri. Quando suonò mezzanotte,

congedossi e tornò nella sua camera.

Per molti giorni consecutivi, Emilia non vide nè il conte, nè alcuno

della sua famiglia; quand'egli comparve, essa notò con pena l'eccesso

della sua agitazione.

«Non ne posso più,» rispos'egli alle di lei premurose interrogazioni;

«voglio assentarmi per qualche tempo, onde ricuperare un poco di

tranquillità. Mia figlia ed io accompagneremo il barone di Santa-Fè al

di lui castello, situato alle falde dei Pirenei in Guascogna. Ho

pensato, cara Emilia, che se voi andaste alla vostra terra della valle

si potrebbe fare insieme parte del viaggio, ed io sarei lietissimo di

potervi scortare fin là.»

Essa lo ringraziò, facendogli conoscere il dispiacere di non poter

godere della sua compagnia, essendo obbligata di trasferirsi prima a

Tolosa. «Allorchè sarete dal barone,» soggiunse, «vi troverete poco

distante da' miei beni. Mi lusingo pertanto che non ripartirete di

colà senza venire a trovarmi, credendo inutile dirvi qual piacere io

proverò a ricevervi in compagnia di Bianca.

--Ne son convinto appieno,» rispose Villefort; «ed approfitterò molto

volentieri delle vostre gentili profferte.»

E dopo i soliti complimenti, se ne partì.

Pochi giorni dopo, Emilia ricevè una lettera di Quesnel che l'avvisava

di esser già a Tolosa, che la terra della valle era libera, e la

pregava d'affrettarsi, perchè i suoi affari lo chiamavano in

Guascogna. Essa non esitò più; andò a fare i saluti al conte, che non

era ancora partito, e si mise in viaggio per Tolosa, in compagnia

dell'infelice Annetta, e d'un fido servo della famiglia del conte.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 12 / 23 题