CAPITOLO XLVI

Villefort ricevè alfine una lettera dell'avvocato di Aix, che

incoraggiava Emilia ad affrettare le sue istanze pel ricupero dei beni

della zia. Poco dopo ricevè un simile avviso per parte di Quesnel; ma

il soccorso della legge non pareva più necessario, giacchè la sola

persona che avesse potuto opporsi non esisteva più. Un amico di

Quesnel, che risiedeva a Venezia, aveagli mandato la relazione della

morte di Montoni, processato con Orsino, come supposto complice

dell'assassinio del nobile veneziano. Orsino, trovato reo, fu

giustiziato; Montoni ed i suoi compagni, riconosciuti innocenti di

quel delitto, furono tutti rilasciati tranne il primo. Il senato vide

in lui un uomo pericolosissimo, e, per diversi motivi, fu ritenuto in

carcere. Vi morì in modo molto segreto e sospettossi che il veleno

troncasse i suoi giorni. La persona dalla quale Quesnel aveva ricevuto

la notizia, meritava tutta la fede. Egli diceva dunque a Emilia che

bastava reclamare i beni della zia per andarne al possesso,

aggiungendo l'avrebbe aiutata a non trascurar veruna formalità.

L'affitto della valle volgea al suo termine, per cui la consigliava di

recarsi a Tolosa.

L'aumento del patrimonio d'Emilia aveva risvegliato in Quesnel

un'improvvisa tenerezza per la nipote, e pareva avere più rispetto per

una ricca fanciulla, di quel che non avesse sentito compassione per

un'orfanella povera e senza amici.

Il piacere provato da Emilia a tale notizia, fu mitigato dall'idea che

colui, pel quale aveva desiderato tanto di essere nell'agiatezza, non

era più degno di lei. Nonpertanto ringraziò il cielo del benefizio

inaspettato, e scrisse a Quesnel che sarebbe stata a Tolosa pel tempo

indicato.

Quando Villefort andò al convento in compagnia di Bianca per far

leggere ad Emilia il consulto dell'avvocato, fu istruito delle

informazioni di Quesnel, e ne felicitò sinceramente la fanciulla.

Tornò quindi a riparlare delle sue inquietudini sulla sorte di

Lodovico; e disse che, volendo far cessare tutte le ciarle e

le paure, aveva l'intenzione decisa di passare una notte intiera

nell'appartamento del nord. Emilia seriamente allarmata, unì le sue

preghiere a quelle di Bianca per distoglierlo da tale progetto.

«Che cos'ho io da temere?» rispos'egli; «non credo aver a combattere

nemici soprannaturali, e quanto agli attacchi umani, sarò parato a

riceverli; d'altronde, vi prometto di non vegliar solo. Mio figlio mi

terrà compagnia; e se stanotte non isparirò come Lodovico, domani

saprete il risultato della mia avventura.»

Il conte e Bianca, congedatisi poco dopo da Emilia, tornarono al

castello.

La sera, dopo cena, Villefort s'incamminò con Enrico all'appartamento

del nord, accompagnato dal barone, da Dupont e da alcuni domestici,

che gli augurarono la buona notte alla porta. Tutto era in quelle

stanze nel medesimo stato come dopo la sparizione di Lodovico. Essi

furon costretti ad accendere il fuoco da sè, poichè nessuno si era

arrischiato a venire fin là. Esaminarono scrupolosamente la camera e

l'oratorio, e sedettero vicino al fuoco. Deposero le spade sul

tavolino, e parlarono a lungo di varie cose. Enrico era spesso

distratto e taciturno, e fissava tratto tratto un occhio diffidente e

curioso sulle parti oscure della camera. Il conte cessò a poco a poco

di parlare, e, per sottrarsi a' pensieri che l'assalivano, si mise a

leggere un volume di Tacito, ond'erasi prudentemente munito.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 11 / 23 题