Villefort ricevè alfine una lettera dell'avvocato di Aix, che
incoraggiava Emilia ad affrettare le sue istanze pel ricupero dei beni
della zia. Poco dopo ricevè un simile avviso per parte di Quesnel; ma
il soccorso della legge non pareva più necessario, giacchè la sola
persona che avesse potuto opporsi non esisteva più. Un amico di
Quesnel, che risiedeva a Venezia, aveagli mandato la relazione della
morte di Montoni, processato con Orsino, come supposto complice
dell'assassinio del nobile veneziano. Orsino, trovato reo, fu
giustiziato; Montoni ed i suoi compagni, riconosciuti innocenti di
quel delitto, furono tutti rilasciati tranne il primo. Il senato vide
in lui un uomo pericolosissimo, e, per diversi motivi, fu ritenuto in
carcere. Vi morì in modo molto segreto e sospettossi che il veleno
troncasse i suoi giorni. La persona dalla quale Quesnel aveva ricevuto
la notizia, meritava tutta la fede. Egli diceva dunque a Emilia che
bastava reclamare i beni della zia per andarne al possesso,
aggiungendo l'avrebbe aiutata a non trascurar veruna formalità.
L'affitto della valle volgea al suo termine, per cui la consigliava di
recarsi a Tolosa.
L'aumento del patrimonio d'Emilia aveva risvegliato in Quesnel
un'improvvisa tenerezza per la nipote, e pareva avere più rispetto per
una ricca fanciulla, di quel che non avesse sentito compassione per
un'orfanella povera e senza amici.
Il piacere provato da Emilia a tale notizia, fu mitigato dall'idea che
colui, pel quale aveva desiderato tanto di essere nell'agiatezza, non
era più degno di lei. Nonpertanto ringraziò il cielo del benefizio
inaspettato, e scrisse a Quesnel che sarebbe stata a Tolosa pel tempo
indicato.
Quando Villefort andò al convento in compagnia di Bianca per far
leggere ad Emilia il consulto dell'avvocato, fu istruito delle
informazioni di Quesnel, e ne felicitò sinceramente la fanciulla.
Tornò quindi a riparlare delle sue inquietudini sulla sorte di
Lodovico; e disse che, volendo far cessare tutte le ciarle e
le paure, aveva l'intenzione decisa di passare una notte intiera
nell'appartamento del nord. Emilia seriamente allarmata, unì le sue
preghiere a quelle di Bianca per distoglierlo da tale progetto.
«Che cos'ho io da temere?» rispos'egli; «non credo aver a combattere
nemici soprannaturali, e quanto agli attacchi umani, sarò parato a
riceverli; d'altronde, vi prometto di non vegliar solo. Mio figlio mi
terrà compagnia; e se stanotte non isparirò come Lodovico, domani
saprete il risultato della mia avventura.»
Il conte e Bianca, congedatisi poco dopo da Emilia, tornarono al
castello.
La sera, dopo cena, Villefort s'incamminò con Enrico all'appartamento
del nord, accompagnato dal barone, da Dupont e da alcuni domestici,
che gli augurarono la buona notte alla porta. Tutto era in quelle
stanze nel medesimo stato come dopo la sparizione di Lodovico. Essi
furon costretti ad accendere il fuoco da sè, poichè nessuno si era
arrischiato a venire fin là. Esaminarono scrupolosamente la camera e
l'oratorio, e sedettero vicino al fuoco. Deposero le spade sul
tavolino, e parlarono a lungo di varie cose. Enrico era spesso
distratto e taciturno, e fissava tratto tratto un occhio diffidente e
curioso sulle parti oscure della camera. Il conte cessò a poco a poco
di parlare, e, per sottrarsi a' pensieri che l'assalivano, si mise a
leggere un volume di Tacito, ond'erasi prudentemente munito.