CAPITOLO XLV

Il conte dormì pochissimo, si alzò di buon'ora, e premuroso di parlar

con Lodovico, corse all'appartamento del nord. La prima porta era

chiusa di dentro, e fu perciò costretto a batter forte, ma nè i suoi

colpi, nè la sua voce vennero ascoltati. Considerando la distanza che

separava quella porta dalla camera da letto, credè che Lodovico,

stanco di vegliare, si fosse profondamente addormentato. Poco sorpreso

adunque di non ricevere veruna risposta, si ritirò e andò a

passeggiare pe' boschi.

Il tempo era oscuro; i fiochi raggi del sole combattevano i vapori che

sorgevano dal mare, ricoprendo la cima degli alberi dalle frondi

gialleggianti per la stagione autunnale. La bufera era calmata, ma

l'onde, sempre commosse, muggivano tuttora.

Emilia erasi egualmente alzata di buon'ora, ed aveva diretto i passi

verso il promontorio alpestre dal quale scoprivasi l'Oceano. Gli

avvenimenti del castello occupavano il suo spirito, e Valancourt

formava eziandio l'oggetto de' suoi tristi pensieri; non poteva

esserle ancora indifferente. La sua ragione le rimproverava sempre una

tenerezza che sopravviveva nel suo cuore alla stima; rammentavasi

l'espressione de' suoi sguardi allorchè l'avea abbandonato, l'accento

con cui le disse addio, e se qualche caso aumentava l'energia de' suoi

pensieri, struggevasi in amare lacrime. Giunta all'antica torre, si

riposò su di un gradino mezzo rovinato, osservando le onde che

venivano lentamente a frangersi sulla riva, cospargendo gli scogli

dalla bianca loro spuma. Il monotono loro fragore, e le grige nubi che

velavano il cielo, rendeano la scena più misteriosa ed analoga allo

stato del suo cuore. Tale stato le divenne troppo penoso; si alzò, e

traversando una parte delle ruine, guardando a caso su d'un muro vide

alcune parole malamente scolpite colla punta d'un coltello; le

esaminò, e riconobbe il carattere di Valancourt: le lesse tremando.

Chiaro dunque appariva che Valancourt aveva visitato quella torre, ed

era anzi probabile che fosse stato nella notte precedente ch'era stata

burrascosa, e quei versi descrivevano un naufragio: inoltre parea che

non avesse abbandonato quelle rovine se non da poco tempo, chè il sole

essendo sorto allora, non poteva avere scolpiti quei caratteri

all'oscuro. Era dunque probabilissimo che Valancourt fosse nelle

vicinanze.

Mentre tutte queste idee si presentavano con rapidità

all'immaginazione di Emilia, tante emozioni la combatterono, che ne fu

quasi oppressa; ma ebbe la prudenza di sfuggire un incontro pericoloso

alla sua virtù, e s'incamminò in fretta alla volta del castello.

Ricordandosi allora della musica già sentita e della figura passatale

così vicino quella sera, fu quasi tentata di credere nella sua

agitazione che fosse lo stesso Valancourt. Fatti pochi passi, incontrò

il conte, che per distrarla dall'afflizione in cui la vide, le fece

conoscere la risposta dell'avvocato di Aix, suo amico, a proposito

della cessione dei beni della signora Montoni.

Ritornati al castello, Emilia si ritirò nella sua camera, ed il conte

andò all'appartamento del nord. La porta n'era peranco chiusa. Il

conte chiamò forte Lodovico, senza ricevere risposta. Sorpreso di tale

silenzio, cominciò a temere non fosse accaduta qualche disgrazia

all'infelice, o che la paura di qualche oggetto immaginario l'avesse

fatto svenire. Cercò alcuni servitori, ai quali chiese se avessero

veduto Lodovico, ma tutti risposero che, dalla sera precedente,

nessuno erasi più avvicinato all'appartamento del nord.

«Egli dorme profondamente,» disse il conte, «è così lontano dalla

porta d'ingresso, che non può sentire; bisognerà gettarla a terra.

Prendete una leva e seguitemi.»

I servi rimasero muti e confusi; nessuno si movea. Dorotea parlò di

un'altra porta che dalla galleria dello scalone metteva

nell'anticamera del salotto, ed era per conseguenza assai più vicina

alla camera da letto. Il conte vi andò, ma tutti i suoi sforzi furono

inutili; per cui la fece atterrare. Esso entrò pel primo; Enrico lo

seguì co' più coraggiosi, e gli altri aspettarono sulla scala. Regnava

in quel luogo il più cupo silenzio. Entrato nel salotto, il conte

chiamò Lodovico, ma, non ricevendo risposta, aprì egli stesso, ed

entrò. Il silenzio assoluto regnante colà confermò i suoi timori;

Enrico fece aprire le imposte d'una finestra, ma Lodovico non fu

trovato, malgrado le più esatte ricerche nell'oratorio, nel letto, ed

in tutte le altre stanze. Tutte le porte che comunicavano al di fuori,

erano chiuse internamente come pure tutte le finestre. Lo stupore del

conte fu inesprimibile; rientrò nella camera, ove tutto era al suo

luogo. La spada stava sul tavolino, colla lucerna, un libro ed un

mezzo bicchier di vino. Accanto al caminetto eravi il paniere con un

resto di provvisioni, e legna col fuoco spento. Il conte parlava poco,

ma il di lui silenzio esprimeva molto. Pareva che Lodovico avesse

dovuto fuggire per qualche uscio segreto ed ignoto. Il conte non

poteva risolversi ad ammettere una causa soprannaturale; e poi, quando

anche vi fosse, quest'uscio segreto, come spiegare i motivi della sua

fuga?

Villefort aiutò egli stesso a staccare il parato di tutte le stanze,

per iscuoprire se nascondeva qualche apertura, ma tutto indarno. Egli

si ritirò dunque dopo aver chiuso il salotto, e messasene la chiave in

tasca. Diede ordini pressanti perchè si cercasse Lodovico fino ne'

dintorni, e si ritirò con Enrico nel suo gabinetto, ove restarono

un'ora circa. Qualunque fosse stato il soggetto della loro conferenza,

Enrico da allora perdè tutto il brio, e diveniva grave e riservato

allorchè trattavasi il soggetto che allarmava tutta la famiglia. La

paura dei servi crebbe al punto che la maggior parte di essi partì

immediatamente, e gli altri restarono finchè il conte non li avesse

surrogati. Le ricerche più esatte sul destino di Lodovico furono

inutili. Dopo molti giorni d'indagini, la povera Annetta si abbandonò

alla disperazione, e la sorpresa generale fu al colmo.

Emilia, il cui spirito era stato vivamente commosso dalla strana fine

della marchesa, e dalla misteriosa relazione ch'essa immaginava aver

esistito fra lei e Sant'Aubert, era colpita in ispecie da un caso sì

straordinario. Era inoltre afflittissima della perdita di Lodovico, la

cui probità, fedeltà ed i servigi meritavano tutta la sua stima e

riconoscenza. Desiderava trovarsi nella placida solitudine del suo

convento; ma tutte le volte che ne parlava al conte, questi ne la

dissuadea teneramente; ella sentiva per lui l'affetto, l'ammirazione

ed il rispetto di una figlia; e Dorotea consentì alfine ch'ella

l'informasse dell'apparizione da loro veduta nella camera da letto

della marchesa. In tutt'altro momento avrebbe sorriso della di lei

relazione, ma allora ascoltolla sul serio, ed allorchè ebbe finito, le

raccomandò il più scrupoloso segreto. «Qualunque possa essere la causa

di questi avvenimenti singolari,» disse il conte, «il tempo solo può

spiegargli. Io veglierò con cura su quanto accadrà nel castello, ed

impiegherò ogni mezzo per iscuoprire il destino di Lodovico. Intanto

usiamo prudenza e circospezione. Andrò io stesso a passare una notte

intiera in quell'appartamento, ma fintantochè ne determini l'istante,

voglio che l'ignorino tutti.» La vecchia Dorotea gli raccontò allora

le particolarità della morte della marchesa, che cagionarongli alta

sorpresa.

La settimana seguente, tutti gli ospiti del conte partirono,

eccettuato il barone, suo figlio ed Emilia. Quest'ultima ebbe

l'imbarazzo di un'altra visita del signor Dupont, che la fece

risolvere a tornar subito al convento. La gioia manifestata da

quell'uomo appassionato nel rivederla, la persuase come non avesse

rinunziato alla speranza di farla sua, Emilia però fu seco lui molto

riservata. Il conte lo ricevè con piacere, glielo presentò sorridendo,

e parve ritrarre buon augurio dall'impaccio in cui la vedea.

Dupont però lo comprese meglio, perdè d'improvviso ogni brio, e

ricadde nel languore e nello scoraggiamento.

Il giorno seguente, nondimeno, spiò l'occasione di spiegare il motivo

della sua visita, e rinnovò la domanda. Questa dichiarazione fu

ricevuta da Emilia con visibile dispiacere: procurò di addolcirgli la

pena d'un secondo rifiuto, coll'assicurazione reiterata della sua

stima e amicizia. Più persuasa che mai dell'inconvenienza d'un più

lungo soggiorno nel castello, andò subito ad informare il conte della

sua volontà di tornare al convento.

«Cara Emilia,» le diss'egli, «vedo con dispiacere che incoraggite le

illusioni pur troppo comuni ai giovani cuori: il vostro ha ricevuto un

colpo violento, e credete non doverne guarir più. Cercate di

respingere queste idee; scacciate le illusioni, e svegliatevi al

sentimento del pericolo.»

Emilia sorrise forzatamente, e rispose: «So che cosa volete dire, o

signore, e son preparata a rispondervi. Sento che il mio cuore non

proverà mai un secondo affetto, e perderei la speranza di ricuperare

ancora la pace e la tranquillità, se mi lasciassi trascinare a nuovi

impegni.

--So bene che voi sentite tutto questo, ma so eziandio che il tempo

indebolirà tale sentimento; io posso parlarvene in proposito, e so

compatire i vostri affanni, chè conosco per esperienza cosa vuol dire

amare e piangere l'oggetto amato,» soggiunse commosso assai;

«giudicate dunque s'io debbo premunir voi contro i terribili effetti

di un'inclinazione, che può influire su tutta la vita, e abbreviare

quegli anni che avrebbero potuto esser felici. Il signor Dupont è uomo

amabile e sensibile; vi adora da lungo tempo, la sua famiglia e le

sue sostanze non son suscettibili d'alcuna obiezione. Or è superfluo

aggiungere ch'io credo il signor Dupont capace di fare la vostra

felicità. Non piangete, mia cara Emilia,» continuò il conte,

prendendole una mano; «io non voglio indurvi a sforzi violenti per

domare i vostri affetti, ma pregarvi solo a star lontana da tutte le

occasioni, che possono rammentarvi gli oggetti della vostra tristezza,

pensando qualche volta all'infelice Dupont, senza condannarlo a quello

stato di disperazione da cui bramerei veder guarita voi stessa.

--Ah! signore,» disse Emilia, versando un torrente di lacrime, «non

vorrei che i vostri voti a tal proposito ingannassero il signor

Dupont, colla speranza ch'io possa accordargli la mia mano. Se

consulto il cuore, ciò non accadrà mai, ed io posso sopportar tutto

fuorchè l'idea che possa mai cambiar di pensiero.

--Soffrite ch'io mi faccia interprete del vostro cuore,» ripigliò il

conte con un sorriso; «se mi fate l'onore di seguire i miei consigli

sul resto, vi perdonerò l'incredulità sulla vostra condotta futura

verso Dupont. Non vi solleciterò di restar qui più a lungo che non vi

piaccia; ma astenendomi adesso dall'oppormi alla vostra partenza,

reclamo dalla vostra amicizia qualche visita per l'avvenire.»

Emilia ringraziollo di tante prove d'affetto, e promise di seguire i

suoi consigli, uno solo eccettuato, assicurandolo del piacere con cui

profitterebbe del suo grazioso invito, allorchè Dupont non fosse più

al castello.

Villefort, sorridendo di questa condizione, riprese: «Vi acconsento,

il monastero è qui vicino; mia figlia ed io potremo venire spesso a

vedervi. Se però qualche volta ci permettessimo di associare un

compagno alla nostra passeggiata, ce lo perdonereste voi?»

Emilia parve afflitta, e non rispose.

«Ebbene,» soggiunse il conte, «non ne parliamo più; vi domando perdono

d'essermi spinto troppo oltre. Vi supplico di credere che il mio unico

scopo è un vero interesse per la vostra felicità e per quella del mio

buon amico.»

La fanciulla scrisse alla badessa, e partì la sera del giorno

seguente. Dupont la vide partire con rammarico; ma il conte cercò

incoraggiarlo colla speranza che col tempo essa gli sarebbe stata più

favorevole.

Emilia fu contentissima di trovarsi nel placido ritiro del chiostro,

ove la badessa le rinnovò le maggiori prove di materna bontà,

avvalorate dall'amicizia veramente fraterna delle altre monache.

Sapevano esse di già l'avvenimento straordinario del castello, e la

stessa sera, dopo cena, pregarono Emilia di raccontarne i dettagli;

essa lo fece con circospezione, estendendosi assai poco sulla

scomparsa di Lodovico. Tutte le ascoltanti convennero unanimemente a

darle una causa soprannaturale.

«Fu creduto per molto tempo,» disse una monaca chiamata suor

Francesca, «che il castello fosse frequentato dagli spiriti, e rimasi

assai sorpresa quando seppi che il conte aveva la temerità di venire

ad abitarlo. Credo che l'antico proprietario avesse qualche peccato da

espiare. Speriamo che le virtù dell'attual possessore possano

preservarlo dal castigo riserbato al primo, se realmente era reo.

--E di qual delitto lo sospettano?» disse una certa Feydeau, educanda.

--Preghiamo per l'anima sua,» rispose una monaca, la quale fin allora

non avea aperto bocca. «Se fu reo, il suo castigo quaggiù bastò ad

espiarne la colpa.»

Eravi nell'accento di tai detti un misto di serio e di singolarità che

colpì Emilia. L'educanda ripetè l'inchiesta senza badare alle parole

della monaca.

«Non oso dire qual fu il suo delitto,» ripigliò suor Francesca.

«Intesi racconti strani a proposito del marchese di Villeroy. Dicono,

tra altri, che dopo la morte della moglie partì da Blangy, e non vi

tornò più. A quell'epoca io non era qui, e non posso dir nulla di

preciso; la marchesa era morta già da molto tempo, e la maggior parte

delle nostre suore non potrebbe dirne di più.

--Io lo potrei,» ripigliò la monaca che avea già parlato, e che si

chiamava suor Agnese.

--Voi sapete dunque,» disse l'educanda, «le circostanze che vi fanno

giudicare s'egli fosse colpevole o no, e qual delitto gli venisse

imputato?

--Sì,» rispose suor Agnese; «ma chi potrebbe mai indagare i miei

pensieri? Chi oserà mescolarsi ne' miei segreti? Dio solo è il suo

giudice, ed egli è già al cospetto di quel giudice terribile.

--Vi domandava soltanto la vostra opinione, se questo discorso vi

spiace, lo cambieremo subito.

--Spiacevole!» rispose la monaca con affettazione. «Noi parliamo a

caso, senza pesare il valore delle parole. Spiacevole! è

un'espressione miserabile. Io vado a pregare Iddio.»

Ed alzatasi sospirando, se ne andò.

«Che significa ciò?» chiese Emilia.

--Non è straordinario,» rispose suor Francesca; «ella è spesso così. La

sua ragione è alterata; vaneggia.

--Povera donna!» soggiunse Emilia; «pregherò Dio per lei.

--Le vostre preci in tal caso si uniranno alle nostre, giacchè ne ha

bisogno.

--Signora,» disse la Feydeau, «fatemi la grazia di dirmi la vostra

opinione sul marchese di Villeroy. Lo strano avvenimento del castello

ha tanto eccitato la mia curiosità, che mi rende ardita a tal segno:

qual è dunque il delitto che gli viene imputato?

--Non si può,» rispose la badessa con aria grave, «non si può

avventurare veruna proposizione sopra un soggetto così delicato.

Quanto al castigo di cui parla suor Agnese, non so che ne abbia

sofferto alcuno, ed avrà voluto di certo alludere al crudele

rimordimento di coscienza. Guardatevi bene, figliuole, di provare

questo terribile castigo, ch'è il purgatorio della nostra vita. La

marchesa è stata un modello di virtù e rassegnazione, ed il chiostro

istesso non avrebbe arrossito d'imitarla. La nostra chiesa ha ricevuto

la di lei spoglia mortale, e la sua anima è volata senza dubbio in

grembo al Creatore. Andiamo, figliuole, a pregare per gl'infelici

peccatori.»

Ella si alzò, e la seguirono tutte alla cappella.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 10 / 23 题