La notte seguente, all'istessa ora circa, Dorotea venne a prendere
Emilia e portò le chiavi dell'appartamento della marchesa, che si
trovava dalla parte opposta, al nord. Dovevano passare vicino alle
stanze della servitù, e Dorotea desiderava sfuggire alle loro
osservazioni. Volle dunque aspettare un'altra mezz'ora ond'assicurarsi
che tutti i servitori dormissero. Era quasi un'ora dopo mezzanotte
allorchè si misero in cammino. Dorotea andava innanzi e portava il
lume; ma il suo braccio, indebolito dal timore e dalla vecchiaia,
tremava sì forte, che Emilia, presa ella stessa la lucerna, s'offrì a
sostenere i di lei passi mal sicuri. Bisognava scendere lo scalone,
traversare gran parte del castello, e salire l'altro situato al nord.
Non incontrarono nulla che alterasse vie maggiormente la loro agitata
fantasia, e giunte in cima alla scala Dorotea mise la chiave nella
serratura. «Ah!» diss'ella sforzandosi di girarla; «è chiusa da tanto
tempo, che forse la ruggine non ci permetterà di aprirla.» Emilia
però, più destra di lei, girò la chiave, aprì la porta, ed entrarono
in una stanza antica e spaziosa.
«Dio buono!» disse Dorotea nell'entrare; «l'ultima volta che son
passata da questa porta, io seguiva la salma della mia povera
padrona!»
Traversarono una fila di stanze, e giunsero in un salotto adorno
ancora con magnificenza.
«Riposiamo qui un momento,» disse Dorotea; «quella è la porta della
camera, in cui è morta la padrona. Ah! signorina, perchè mi avete
fatto venir qua?»
Emilia, vedendo la povera vecchia in uno stato compassionevole, la
fece sedere e procurò di tranquillarla.
«Come la vista di questo appartamento mi richiama alla memoria
l'immagine del tempo passato! Mi pare che fosse ieri.»
--Zitto! qual rumore è questo?» disse Emilia.
Dorotea, spaventata, guardò per tutta la camera; ascoltarono ma non
intesero nulla. La vecchia allora riprese il soggetto del suo dolore:
«Questo salotto era, al tempo della signora, la più bella stanza del
castello. Era mobiliato all'ultimo gusto. Tutti questi mobili vennero
da Parigi; quei grandi specchi sono di Venezia. Questi arazzi erano in
ispecie ammirati da tutti; rappresentano essi un'istoria che si trova
in un libro, di cui ora non mi ricordo il nome.»
Emilia si alzò per esaminarli. Alcuni versi in provenzale, in fondo ai
medesimi, le fecero riconoscere la storia di Coriolano.
Dorotea essendosi alquanto rimessa, aprì finalmente la porta fatale.
Entrarono in una camera cupa e spaziosa. La custode si abbandonò tosto
su d'una sedia esalando profondi sospiri, e ardiva appena alzar gli
occhi. Emilia osservò il letto ove dicevasi morta la marchesa. Era
parato di damasco verde. Un gran panno di velluto nero lo cuopriva
fino a terra. Mentre la fanciulla, col lume in mano, girava intorno
alla camera: «Dio buono!» esclamò Dorotea; «mi par di veder la mia
padrona distesa su quel letto, come la vidi per l'ultima volta. Ah!»
soggiunse ella piangendo ed appoggiandosi al letto; «io era qui quella
notte terribile: le teneva la mano; intesi le sue ultime parole, vidi
tutti i suoi patimenti, e spirò fra le mie braccia.
--Non vi abbandonate a queste funeste rimembranze,» disse Emilia;
«usciamo e mostratemi il ritratto di cui mi parlate.
--Egli è nel gabinetto,» rispose Dorotea, mostrandole un uscio.
L'aprì, ed entrarono ambedue nel gabinetto della marchesa.
«Aimè! eccola là,» disse la custode, additando un quadro. «Ecco
com'era allorchè giunse qui. Vedete bene ch'era fresca quanto voi.»
Mentr'ella continuava a smaniarsi, Emilia osservava attenta il
ritratto, che somigliava moltissimo alla miniatura trovata fra le
carte di Sant'Aubert: eravi soltanto una piccola differenza
nell'espressione della fisonomia, e le parve riconoscere nel quadro
un'ombra di quella malinconia pensierosa che caratterizzava sì forte
il ritratto in miniatura.
«Vi prego, signorina,» disse Dorotea, «di situarvi presso questo
quadro, affinchè io possa confrontarvi.»
Emilia la compiacque, e la vecchia rinnovò gli atti di sorpresa sulla
di lei somiglianza. La fanciulla tornò a guardare, e le parve d'aver
veduta in qualche parte una persona simigliante al ritratto; ma non
potè rammentarselo bene. In quel gabinetto eranvi tuttavia molte cose
d'uso della defunta, un abito, una sottana, un cappello, scarpe e
guanti gettati là sul tavolino, come se li avesse cavati poco prima:
eravi inoltre un gran velo nero ricamato; Emilia lo prese in mano per
esaminarlo, ma si avvide tosto che cadeva in pezzi per vetustà; lo
depose, e scorrendo il gabinetto, tutti gli oggetti le pareano parlar
della marchesa.
Rientrata nella camera, Emilia volle vedere di nuovo il letto;
osservando la punta bianca del guanciale che usciva di sotto al
velluto nero, le parve scorgere un movimento. Senz'aprir bocca prese
il braccio di Dorotea, la quale, sorpresa dall'azione e dal terrore di
lei, rivolse gli occhi verso il letto, e vide il velluto sollevarsi ed
abbassarsi; Emilia volle fuggire, ma la vecchia, cogli occhi fissi sul
letto, le disse: «E il vento, signorina; abbiamo lasciato tutte le
porte aperte. Vedete come l'aria agita anche il lume; è il vento
sicuramente.»
Appena ebbe detto così, il panno si agitò con maggior violenza.
Emilia, vergognandosi del suo timore, si riavvicina al letto, volendo
assicurarsi se il vento solo le avesse impaurite: osserva
attentamente, il velluto si agita ancora, si solleva e lascia
vedere... una figura umana. Misero entrambe un grido spaventoso, e
lasciando le porte aperte, fuggirono a precipizio. Allorchè giunsero
alla scala, Dorotea aprì una camera, in cui dormivano due serve, e
cadde svenuta sul letto. Emilia, abbandonata dalla sua solita presenza
di spirito, fece un debole sforzo per nascondere alle donne stupefatte
la vera cagione del suo terrore. Dorotea, riavendosi, si sforzò di
ridere del suo timore; ma quelle serve, giustamente allarmate, non
poterono risolversi a passare il resto della notte in vicinanza del
terribile appartamento.
La custode condusse Emilia alle sue stanze, ove parlarono con più
calma del caso strano. Quest'ultima avrebbe quasi dubitato di quella
visione, se la vecchia non glie ne avesse attestata la realtà. Le
domandò dunque se era ben sicura che qualcuno non si fosse introdotto
segretamente colà: essa le rispose che le chiavi non erano mai uscite
dalle sue mani, e facendo spesso la ronda, aveva più volte esaminata
quella porta, e trovatala sempre chiusa.
«È dunque impossibile,» soggiunse ella, «che nessuno siasi introdotto
in quelle stanze, e quando avessero potuto farlo, com'è probabile che
abbiano scelto d'andar a dormire in un luogo così freddo e solitario!»
Emilia le fece osservare che la loro gita notturna poteva essere stata
spiata; che forse qualcuno, per burla, le aveva seguite
coll'intenzione di far loro paura, e che, mentre esaminavano il
gabinetto, erasi nascosto nel letto. Dorotea convenne da principio che
la cosa era possibile, ma si rammentò quindi che, entrando, aveva per
precauzione levata la chiave della prima porta, e chiusala di dentro.
Non eravi dunque potuto penetrare alcuno, e Dorotea affermò che il
fantasma veduto non aveva nulla d'umano, ed era una spaventevole
apparizione.
Emilia era molto commossa; di qualunque natura fosse
quell'apparizione, umana o soprannaturale, il destino della marchesa
era una verità incontrastabile. L'inesplicabile incidente accaduto nel
luogo istesso dov'era morta, incusse ad Emilia un timore
superstizioso. Scongiurò Dorotea di non parlare di quel caso a
chicchessia, perchè il conte non fosse importunato da rapporti che
avrebbero potuto spargere l'allarme in tutta la casa.
La vecchia acconsentì, ma si rammentò allora che l'appartamento era
rimasto aperto, e non si sentì il coraggio di tornar sola a chiuderlo.
Emilia, vincendo i suoi timori, le offrì di accompagnarla sino in
fondo alla scala, ed ivi aspettarla. Rianimata da tale compiacenza,
Dorotea andò nel modo proposto, e si contentò di chiuder la prima
porta e poi raggiungere Emilia. Avanzandosi lungo l'andito che
conduceva nella sala, udirono sospiri e lamenti che sembravano venire
dal salone medesimo. Emilia ascoltò attenta, e riconobbe subito la
voce di Annetta, che, spaventata dal racconto fattole dalle due serve,
e non credendosi sicura che vicino alla padrona, andava a rifugiarsi
da lei. Emilia cercò indarno di tranquillarla; ebbe pietà del suo
spavento, ed acconsentì a lasciarla dormire nella sua camera.