Torniamo a Montoni, la cui sorpresa e rabbia per la fuga di Emilia
fecero tosto luogo ad interessi più urgenti. Le sue depredazioni
eransi talmente moltiplicate, che il senato di Venezia, malgrado la
sua debolezza e l'utilità, che all'occasione avrebbe potuto ritrarre
da Montoni, non volle sopportarle più a lungo. Fu decretato pertanto
di distruggere le di lui forze e punire il suo brigandaggio. Un grosso
stuolo di milizie accingevasi a marciare contro il castello di Udolfo.
Un giovane ufficiale, animato contro Montoni dal risentimento di
qualche ingiuria particolare, o fors'anco dal desiderio di
distinguersi, chiese udienza al ministro che dirigeva quest'impresa.
Gli rappresentò che Udolfo era un forte situato in un luogo troppo
formidabile per essere preso d'assalto. Un corpo di truppe non poteva
avvicinarvisi senza che Montoni ne fosse avvertito. L'onore della
repubblica si opponeva al piano d'assediare quel castello con un
esercito regolare. Bastava un pugno di gente risoluta, ed era
probabilissimo d'incontrare ed attaccare Montoni ed i suoi fuori delle
mura, ovvero avvicinandosi al castello colla cautela compatibile con
pochi soldati, sarebbe stato facile trar vantaggio da qualche
tradimento o negligenza, per penetrare d'improvviso nell'interno.
Il piano, seriamente meditato, fu affidato allo stesso ufficiale che
l'aveva concepito. Dapprincipio egli usò l'astuzia; si accampò nei
dintorni di Udolfo e procurò guadagnarsi l'assistenza de' vari
condottieri. Non ne trovò neppur uno che non fosse pronto a tradire un
padrone imperioso, per assicurarsi così il perdono del senato.
Informatosi del numero delle truppe di Montoni, seppe che i suoi
ultimi successi le avevano aumentate d'assai. Non iscoraggitosi per
questo, appiccò intelligenze nell'interno della piazza, che gli
procurarono la parola d'ordine, e mescolatosi colla sua gente ai
seguaci di Montoni, potè introdursi nel castello e sorprenderlo,
mentre un altro stuolo de' suoi, dopo una lieve resistenza, faceva
cedere le armi alla guarnigione. Tra le persone prese con Montoni,
trovavasi Orsino: avendo saputo, dopo l'inutile sforzo fatto per
rapire Emilia, che quello scellerato aveva raggiunto Montoni ad
Udolfo, Morano ne aveva avvertito il senato. Il desiderio di prendere
quest'uomo, autore dell'assassinio d'un senatore, fu uno dei motivi
che fecero accelerare l'impresa, il cui successo riuscì gradito tanto,
che, malgrado i sospetti politici e l'accusa segreta di Montoni, il
conte Morano fu rimesso in libertà. La celerità e facilità di questa
spedizione prevennero il chiasso e le dicerie, sicchè Emilia, in
Linguadoca, ignorò la disfatta e l'umiliazione del suo crudele
persecutore.
Il di lei spirito era sì oppresso da tanti affanni, che verun sforzo
della sua ragione, valea a superarne l'effetto. Villefort non
risparmiava alcun mezzo per consolarla. L'invitava spesso a
passeggiare con lui e colla figlia, e tenevale acconci discorsi
sperando sradicare gradatamente il soggetto del suo dolore e
risvegliare in lei nuove idee. Emilia, vedendo in lui un vero amico,
il protettore della sua gioventù, lo prese ad amare con affetto
figliale.
Il di lei cuore si apriva con Bianca come con una sorella. La bontà e
semplicità di questa fanciulla compensavala abbastanza della
privazione di qualche vantaggio più lusinghiero. Passò qualche tempo
prima che Emilia potesse distrarsi tanto dal pensiero di Valancourt,
per ascoltare l'istoria promessale dalla vecchia Dorotea, la quale in
fine, premurosa di narrargliela, glie ne fece sovvenire, e Emilia
l'aspettò l'istessa sera.
Infatti, dopo mezzanotte, giunse Dorotea, e dopo pochi minuti di
riposo cominciò così il suo racconto: «Sono ormai venti anni che la
signora marchesa arrivò in questo castello. Quanto era bella allorchè
entrò nella sala ov'eravamo riuniti per riceverla! Quanto sembrava
felice il signore marchese! Chi l'avrebbe potuto indovinare! Ma che
dico? Signora Emilia, mi parve che la marchesa fosse un poco afflitta.
Lo dissi a mio marito, ed egli mi rispose che sbagliava: non glie ne
parlai più, e tenni per me le mie osservazioni. La signora marchesa
aveva all'incirca la vostra età, e, come l'ho spesso notato, vi
somigliava moltissimo. Il signor marchese diede feste splendide, e
pranzi così magnifici, che da quel tempo il castello non fu mai così
brillante. Io allora era giovine ed allegra quanto chicchessia. Mi
rammento che ballava con Filippo il cantiniere; era vestita in gran
gala. Vi giuro che faceva la mia figura. Il signor marchese allora mi
osservava. Ah! egli era pur allora il bravo signore. Chi avrebbe
potuto mai supporre che lui...
--Ma la marchesa cosa faceva?» interruppe Emilia.
--Ah! sì, è vero. La marchesa mi pareva che non fosse felice. Io la
sorpresi una volta a piangere. Allorchè mi vide, si asciugò gli occhi
sforzandosi di ridere. Non osai domandarle che avesse, ma la seconda
volta che la trovai in quello stato, glie ne chiesi il motivo, e parve
offendersene. Non le dissi più nulla, ma però indovinai qualcosa.
Pareva che il padre l'avesse costretta a sposare il marchese per le
sue ricchezze. Essa amava un altro signore, grandemente invaghito di
lei. M'immaginai dunque che si affliggesse d'averlo perduto, ma però
non me ne ha parlato mai. La mia padrona procurava di nascondere le
sue lacrime al marito. Io la vedeva spesso dopo i suoi trasporti di
dolore, prendere un'aria tranquilla quand'egli entrava. Il mio padrone
divenne d'improvviso pensieroso e severo colla moglie, la quale se ne
afflisse, senza però lagnarsene mai. Allora parve disposta a tornare
di buon umore, ma il marchese era così salvatico, e le rispondeva con
tanta durezza, che fuggiva piangendo nella sua stanza. Io ascoltava
tutto nell'anticamera. Povera signora! qualche volta credeva che il
marchese fosse geloso: la mia padrona, benchè ammirata da tutti, era
troppo onesta per meritare il più lieve sospetto. Fra tutti i
cavalieri che frequentavano il castello eravene uno che mi pareva
fatto per lei. Egli era così gentile, così galante! Ho osservato
sempre che, quando veniva in casa il signor marchese era più
malcontento del solito, e la padrona più pensierosa. Mi venne allora
in idea che fosse quello il gentiluomo amante e riamato da lei, ma non
ho potuto mai assicurarmene.
--Quale era il nome di quel cavaliere?» disse Emilia.
--Non posso dirvelo, signorina, perchè non conviene. Una persona morta
poco tempo fa mi ha assicurato che la marchesa non era in buona regola
la moglie del marchese, avendo ella prima sposato segretamente il
cavaliere che amava. Non ardì confessarlo al padre, uomo brutale, ma
non è verosimile, ed io non l'ho mai creduto. Come vi diceva, il
marchese era quasi fuori di sè, allorchè quel cavaliere veniva qui. Il
trattamento che faceva del continuo alla moglie la rese alfine
infelicissima. Non voleva più che vedesse alcuno, e la costringeva a
vivere affatto isolata. Io l'ho sempre servita: vedeva i suoi
patimenti, ma ella non se ne doleva mai. Dopo un anno di questa vita,
la padrona si ammalò: credei da principio che il suo male derivasse
dagli affanni; ma, ohimè! temo molto che quella malattia non avesse un
motivo più terribile.
--Più terribile!» sclamò Emilia; «ed in qual modo?
--Io ne dubito molto; vi furono circostanze strane davvero, ma vi
dirò solo ciò che accadde. Il signor marchese...
--Zitto! Dorotea.»
La vecchia mutò colore. Ascoltarono tuttaddue attentamente, e udirono
cantare.
«Mi pare di aver già sentita questa voce,» disse Emilia.
--L'ho intesa spesso anch'io, e sempre precisamente a quest'ora,»
disse Dorotea con gravità. «Se gli spiriti possono cantare, certo
questa musica non può venire che da loro.»
A misura che la musica si avvicinava, Emilia la riconobbe per
l'istessa già intesa all'epoca della morte del padre. La custode
soggiunse:
«Mi pare d'avervi già detto, signorina, che cominciai a sentire questa
musica poco dopo la morte della mia cara padrona.
--Zitto,» disse Emilia, «apriamo la finestra ed ascoltiamo.» Ma la
musica si allontanò insensibilmente, e tutto rientrò nel silenzio. Il
paese intiero era avvolto nelle tenebre, e lasciava scorgere solo
indistintamente qualche parte del giardino.
Emilia, appoggiata alla finestra, considerava quel tenebrore con
rispettoso silenzio, ed alzava gli occhi al cielo adorando i decreti
del Supremo Fattore. Dorotea allora continuò con voce sommessa:
«Vi diceva adunque, signorina, che mi rammentava della prima sera in
cui intesi questa musica: ciò avvenne una notte poco dopo la morte
della mia cara padrona. Non so per qual motivo non era andata ancora a
dormire, e pensava dolorosamente alla marchesa, ed alla trista scena
ond'era stata testimone. Tutto era tranquillo, e la mia camera era
lontana da quelle degli altri domestici; in quella solitudine, e colla
fantasia piena di tristi idee, mi trovava isolata, e bramava udire
qualche rumore, giacchè sapete che quando si ode movimento, non si ha
tanta paura. Io mi asteneva perfino dal girare gli occhi per la
camera, temendo sempre di vedere la faccia moribonda della mia povera
padrona, che mi stava presente: quando d'improvviso intesi una dolce
armonia, la quale pareva essere sotto la mia finestra; non ebbi la
forza di alzarmi, ma credei fosse la voce della marchesa, e piansi di
tenerezza. Da quella notte, intesi spesso quest'armonia, la quale però
era cessata da qualche mese, ma ora è tornata di nuovo.
--È strano,» disse Emilia, «che non siasi ancora scoperto il cantore.
--Oh! signora, se fosse una persona naturale, si conoscerebbe da molto
tempo; ma chi può avere il coraggio di correr dietro ad uno spirito? E
quand'anco avesse tal coraggio, cosa si scoprirebbe? Gli spiriti, come
sapete, possono prender la figura che vogliono: ora son qui, ora son
là, e poco dopo sono cento miglia distanti.
--Di grazia, riprendiamo l'istoria della marchesa,» disse Emilia;
«informatemi del genere della sua morte.
--Sì, signora... Il marchese divenne sempre più burbero, e la signora
peggiorava tutti i giorni. Una notte vennero a chiamarmi; corsi da
lei, e fui spaventata dallo stato in cui la trovai. Qual cambiamento!
Mi guardò in modo da muovere a compassione i sassi. Mi pregò di
chiamar il marchese, che non si era fatto vedere per tutto il giorno,
avendo cose segrete da comunicargli. Venne; parve afflittissimo di
vederla così malata, e parlò poco. La mia padrona gli disse che si
sentiva moribonda, e desiderava parlargli senza testimoni; io uscii, e
non mi dimenticherò mai l'occhiata che mi lanciò in quel momento.
Allorchè rientrai, dissi al padrone di mandar a chiamare un medico,
immaginando che il dolore gl'impedisse di pensarvi; la signora rispose
ch'era troppo tardi: ma egli pareva non crederle, e riguardare la sua
malattia come leggera. Di lì a poco cadde in terribili convulsioni;
urlava orrendamente. Il marchese fece partire un uomo a cavallo per
cercar il medico. Io restai presso la marchesa, procurando di
sollevarla. In un intervallo molto doloroso mandò a cercar di nuovo il
padrone: egli venne, ed io voleva ritirarmi, ma ella desiderò che non
m'allontanassi. Oh! io non mi scorderò mai quella scena. Il marchese
perdeva quasi la ragione; ma la signora gli parlava con tanta bontà, e
si dava tanta pena per consolarlo, che se mai egli avesse avuto
qualche sospetto, doveva cancellarlo in quel momento. Sembrava
oppresso dalla rimembranza de' suoi maltrattamenti, ed ella ne fu
tanto commossa, che svenne fra le mie braccia. Io feci subito uscire
il marchese, il quale corse nel suo gabinetto, e si gettò per terra,
non volendo più veder nessuno. Quando la signora fu alquanto rimessa,
chiese sue nuove, e disse in seguito che il di lui dolore l'affliggeva
troppo, e che bisognava lasciarla morire in pace. Spirò nelle mie
braccia colla dolcezza d'un angelo, giacchè la crisi violenta era già
passata.»
Dorotea versò un torrente di lagrime. Emilia pianse con lei,
intenerita dalla bontà della marchesa, e dalla rassegnazione colla
quale aveva sofferto.
«Il medico giunse,» continuò Dorotea, «ma troppo tardi. Parve
stupefatto nel vedere il cadavere della mia padrona, la cui faccia era
divenuta livida e nera. Fece uscire tutti, e mi volse singolari
domande a proposito della marchesa e della sua malattia. Scuoteva la
testa alle mie risposte, e pareva giudicare sinistramente. Io lo
compresi pur troppo, ma non comunicai le mie congetture se non a mio
marito, che mi raccomandò di tacere: alcuni altri domestici ebbero
però gli stessi sospetti che circolarono nel vicinato. Allorchè il
marchese seppe che la signora era morta, si rinchiuse nel suo
appartamento, e non volle vedere che il medico. Restarono insieme più
di un'ora, e il dottore non mi parlò più della marchesa, la quale fu
sepolta nella chiesa del convento. Tutti i vassalli assistettero
piangendo al suo funerale, perchè era molto caritatevole. Quanto al
signor marchese, io non ho mai veduto un'afflizione come la sua, e
talvolta nell'eccesso del dolore perdeva l'uso dei sensi. Non restò
molto tempo nel castello, e partì pel suo reggimento. Poco dopo, tutti
furono congedati, tranne mio marito e me, nè l'ho riveduto mai più.
--La morte della marchesa pare straordinaria!» disse Emilia,
desiderando saperne qualcosa di più.
--Sì, signora, fu straordinaria. Vi dico tutto ciò che ho veduto, e
voi potete indovinar quel che ne penso; non posso dir altro per non
diffondere ciarle che potrebbero offendere il signor conte.
--Avete ragione; sapete voi dove sia morto il marchese?
--Nell'Alsazia, a quanto credo,» rispose Dorotea. «Mi rallegrai molto
quando seppi che arrivava il signor conte. Questo luogo è stato lunga
pezza in una trista desolazione. Noi vi udimmo rumori straordinari,
poco dopo la morte della padrona, ed io, con mio marito, ci ritirammo
in una casuccia poco lontana. Adesso, signora Emilia, che vi ho
raccontato questa tragica istoria, vi rammenterò la vostra promessa di
non lasciarne traspirar nulla ad alcuno.
--Sarò fedele alla mia parola,» rispose Emilia; «ciò che mi narraste
m'interessa assai più di quanto potete supporre. Vorrei solo pregarvi
di nominarmi il cavaliere che, secondo voi, s'interessava tanto per la
marchesa.»
Dorotea negò assolutamente di acconsentirvi, e tornò a parlare della
somiglianza di lei colla marchesa.
--«Vi è un altro ritratto di questa,» soggiunse, «ed è in una delle
stanze chiuse. Fu fatto prima del suo matrimonio, e voi le somigliate
assaissimo.»
La fanciulla mostrò desiderio di vederlo, e Dorotea rispose che non
aveva coraggio di entrare in quell'appartamento. Emilia le rammentò
che, il dì innanzi, il conte aveva parlato di farlo aprire. La custode
convenne allora d'andarlo prima a vedere con lei.
La notte era molto avanzata, e Emilia troppo commossa dal racconto
inteso per visitare così tardi quel luogo. Pregò dunque la vecchia di
tornare la notte seguente. Oltre il desiderio di vedere il ritratto,
sentiva un'ansiosa curiosità di visitare la camera ov'era morta la
marchesa, e che, secondo Dorotea, era rimasta nel primiero stato. La
commozione che le cagionava l'aspettativa di una tale scena, era
allora conforme allo stato del di lei spirito. Oppressa dal
cambiamento della sua sorte, gli oggetti piacevoli aumentavano la sua
malinconia in vece di dissiparla; forse aveva torto di piangere sì
amaramente un infortunio inevitabile; ma veruno sforzo della ragione
valeva a lasciarle scorgere con indifferenza l'avvilimento di colui
che aveva già stimato ed amato con tanto trasporto.
Dorotea promise di tornare la notte seguente colle chiavi
dell'appartamento, e si ritirò.
Emilia restò alla finestra, meditando tristamente sul destino
dell'infelice marchesa, ed aspettando ansiosa il ritorno della musica
notturna. La calma non fu turbata se non dallo stormir delle frondi
agitate da lieve brezzolina. La campana del convento suonò mattutino,
e Emilia se ne andò a letto cercando nel sonno l'oblio della dolorosa
storia della marchesa di Villeroy.