CAPITOLO XLI

Torniamo a Montoni, la cui sorpresa e rabbia per la fuga di Emilia

fecero tosto luogo ad interessi più urgenti. Le sue depredazioni

eransi talmente moltiplicate, che il senato di Venezia, malgrado la

sua debolezza e l'utilità, che all'occasione avrebbe potuto ritrarre

da Montoni, non volle sopportarle più a lungo. Fu decretato pertanto

di distruggere le di lui forze e punire il suo brigandaggio. Un grosso

stuolo di milizie accingevasi a marciare contro il castello di Udolfo.

Un giovane ufficiale, animato contro Montoni dal risentimento di

qualche ingiuria particolare, o fors'anco dal desiderio di

distinguersi, chiese udienza al ministro che dirigeva quest'impresa.

Gli rappresentò che Udolfo era un forte situato in un luogo troppo

formidabile per essere preso d'assalto. Un corpo di truppe non poteva

avvicinarvisi senza che Montoni ne fosse avvertito. L'onore della

repubblica si opponeva al piano d'assediare quel castello con un

esercito regolare. Bastava un pugno di gente risoluta, ed era

probabilissimo d'incontrare ed attaccare Montoni ed i suoi fuori delle

mura, ovvero avvicinandosi al castello colla cautela compatibile con

pochi soldati, sarebbe stato facile trar vantaggio da qualche

tradimento o negligenza, per penetrare d'improvviso nell'interno.

Il piano, seriamente meditato, fu affidato allo stesso ufficiale che

l'aveva concepito. Dapprincipio egli usò l'astuzia; si accampò nei

dintorni di Udolfo e procurò guadagnarsi l'assistenza de' vari

condottieri. Non ne trovò neppur uno che non fosse pronto a tradire un

padrone imperioso, per assicurarsi così il perdono del senato.

Informatosi del numero delle truppe di Montoni, seppe che i suoi

ultimi successi le avevano aumentate d'assai. Non iscoraggitosi per

questo, appiccò intelligenze nell'interno della piazza, che gli

procurarono la parola d'ordine, e mescolatosi colla sua gente ai

seguaci di Montoni, potè introdursi nel castello e sorprenderlo,

mentre un altro stuolo de' suoi, dopo una lieve resistenza, faceva

cedere le armi alla guarnigione. Tra le persone prese con Montoni,

trovavasi Orsino: avendo saputo, dopo l'inutile sforzo fatto per

rapire Emilia, che quello scellerato aveva raggiunto Montoni ad

Udolfo, Morano ne aveva avvertito il senato. Il desiderio di prendere

quest'uomo, autore dell'assassinio d'un senatore, fu uno dei motivi

che fecero accelerare l'impresa, il cui successo riuscì gradito tanto,

che, malgrado i sospetti politici e l'accusa segreta di Montoni, il

conte Morano fu rimesso in libertà. La celerità e facilità di questa

spedizione prevennero il chiasso e le dicerie, sicchè Emilia, in

Linguadoca, ignorò la disfatta e l'umiliazione del suo crudele

persecutore.

Il di lei spirito era sì oppresso da tanti affanni, che verun sforzo

della sua ragione, valea a superarne l'effetto. Villefort non

risparmiava alcun mezzo per consolarla. L'invitava spesso a

passeggiare con lui e colla figlia, e tenevale acconci discorsi

sperando sradicare gradatamente il soggetto del suo dolore e

risvegliare in lei nuove idee. Emilia, vedendo in lui un vero amico,

il protettore della sua gioventù, lo prese ad amare con affetto

figliale.

Il di lei cuore si apriva con Bianca come con una sorella. La bontà e

semplicità di questa fanciulla compensavala abbastanza della

privazione di qualche vantaggio più lusinghiero. Passò qualche tempo

prima che Emilia potesse distrarsi tanto dal pensiero di Valancourt,

per ascoltare l'istoria promessale dalla vecchia Dorotea, la quale in

fine, premurosa di narrargliela, glie ne fece sovvenire, e Emilia

l'aspettò l'istessa sera.

Infatti, dopo mezzanotte, giunse Dorotea, e dopo pochi minuti di

riposo cominciò così il suo racconto: «Sono ormai venti anni che la

signora marchesa arrivò in questo castello. Quanto era bella allorchè

entrò nella sala ov'eravamo riuniti per riceverla! Quanto sembrava

felice il signore marchese! Chi l'avrebbe potuto indovinare! Ma che

dico? Signora Emilia, mi parve che la marchesa fosse un poco afflitta.

Lo dissi a mio marito, ed egli mi rispose che sbagliava: non glie ne

parlai più, e tenni per me le mie osservazioni. La signora marchesa

aveva all'incirca la vostra età, e, come l'ho spesso notato, vi

somigliava moltissimo. Il signor marchese diede feste splendide, e

pranzi così magnifici, che da quel tempo il castello non fu mai così

brillante. Io allora era giovine ed allegra quanto chicchessia. Mi

rammento che ballava con Filippo il cantiniere; era vestita in gran

gala. Vi giuro che faceva la mia figura. Il signor marchese allora mi

osservava. Ah! egli era pur allora il bravo signore. Chi avrebbe

potuto mai supporre che lui...

--Ma la marchesa cosa faceva?» interruppe Emilia.

--Ah! sì, è vero. La marchesa mi pareva che non fosse felice. Io la

sorpresi una volta a piangere. Allorchè mi vide, si asciugò gli occhi

sforzandosi di ridere. Non osai domandarle che avesse, ma la seconda

volta che la trovai in quello stato, glie ne chiesi il motivo, e parve

offendersene. Non le dissi più nulla, ma però indovinai qualcosa.

Pareva che il padre l'avesse costretta a sposare il marchese per le

sue ricchezze. Essa amava un altro signore, grandemente invaghito di

lei. M'immaginai dunque che si affliggesse d'averlo perduto, ma però

non me ne ha parlato mai. La mia padrona procurava di nascondere le

sue lacrime al marito. Io la vedeva spesso dopo i suoi trasporti di

dolore, prendere un'aria tranquilla quand'egli entrava. Il mio padrone

divenne d'improvviso pensieroso e severo colla moglie, la quale se ne

afflisse, senza però lagnarsene mai. Allora parve disposta a tornare

di buon umore, ma il marchese era così salvatico, e le rispondeva con

tanta durezza, che fuggiva piangendo nella sua stanza. Io ascoltava

tutto nell'anticamera. Povera signora! qualche volta credeva che il

marchese fosse geloso: la mia padrona, benchè ammirata da tutti, era

troppo onesta per meritare il più lieve sospetto. Fra tutti i

cavalieri che frequentavano il castello eravene uno che mi pareva

fatto per lei. Egli era così gentile, così galante! Ho osservato

sempre che, quando veniva in casa il signor marchese era più

malcontento del solito, e la padrona più pensierosa. Mi venne allora

in idea che fosse quello il gentiluomo amante e riamato da lei, ma non

ho potuto mai assicurarmene.

--Quale era il nome di quel cavaliere?» disse Emilia.

--Non posso dirvelo, signorina, perchè non conviene. Una persona morta

poco tempo fa mi ha assicurato che la marchesa non era in buona regola

la moglie del marchese, avendo ella prima sposato segretamente il

cavaliere che amava. Non ardì confessarlo al padre, uomo brutale, ma

non è verosimile, ed io non l'ho mai creduto. Come vi diceva, il

marchese era quasi fuori di sè, allorchè quel cavaliere veniva qui. Il

trattamento che faceva del continuo alla moglie la rese alfine

infelicissima. Non voleva più che vedesse alcuno, e la costringeva a

vivere affatto isolata. Io l'ho sempre servita: vedeva i suoi

patimenti, ma ella non se ne doleva mai. Dopo un anno di questa vita,

la padrona si ammalò: credei da principio che il suo male derivasse

dagli affanni; ma, ohimè! temo molto che quella malattia non avesse un

motivo più terribile.

--Più terribile!» sclamò Emilia; «ed in qual modo?

--Io ne dubito molto; vi furono circostanze strane davvero, ma vi

dirò solo ciò che accadde. Il signor marchese...

--Zitto! Dorotea.»

La vecchia mutò colore. Ascoltarono tuttaddue attentamente, e udirono

cantare.

«Mi pare di aver già sentita questa voce,» disse Emilia.

--L'ho intesa spesso anch'io, e sempre precisamente a quest'ora,»

disse Dorotea con gravità. «Se gli spiriti possono cantare, certo

questa musica non può venire che da loro.»

A misura che la musica si avvicinava, Emilia la riconobbe per

l'istessa già intesa all'epoca della morte del padre. La custode

soggiunse:

«Mi pare d'avervi già detto, signorina, che cominciai a sentire questa

musica poco dopo la morte della mia cara padrona.

--Zitto,» disse Emilia, «apriamo la finestra ed ascoltiamo.» Ma la

musica si allontanò insensibilmente, e tutto rientrò nel silenzio. Il

paese intiero era avvolto nelle tenebre, e lasciava scorgere solo

indistintamente qualche parte del giardino.

Emilia, appoggiata alla finestra, considerava quel tenebrore con

rispettoso silenzio, ed alzava gli occhi al cielo adorando i decreti

del Supremo Fattore. Dorotea allora continuò con voce sommessa:

«Vi diceva adunque, signorina, che mi rammentava della prima sera in

cui intesi questa musica: ciò avvenne una notte poco dopo la morte

della mia cara padrona. Non so per qual motivo non era andata ancora a

dormire, e pensava dolorosamente alla marchesa, ed alla trista scena

ond'era stata testimone. Tutto era tranquillo, e la mia camera era

lontana da quelle degli altri domestici; in quella solitudine, e colla

fantasia piena di tristi idee, mi trovava isolata, e bramava udire

qualche rumore, giacchè sapete che quando si ode movimento, non si ha

tanta paura. Io mi asteneva perfino dal girare gli occhi per la

camera, temendo sempre di vedere la faccia moribonda della mia povera

padrona, che mi stava presente: quando d'improvviso intesi una dolce

armonia, la quale pareva essere sotto la mia finestra; non ebbi la

forza di alzarmi, ma credei fosse la voce della marchesa, e piansi di

tenerezza. Da quella notte, intesi spesso quest'armonia, la quale però

era cessata da qualche mese, ma ora è tornata di nuovo.

--È strano,» disse Emilia, «che non siasi ancora scoperto il cantore.

--Oh! signora, se fosse una persona naturale, si conoscerebbe da molto

tempo; ma chi può avere il coraggio di correr dietro ad uno spirito? E

quand'anco avesse tal coraggio, cosa si scoprirebbe? Gli spiriti, come

sapete, possono prender la figura che vogliono: ora son qui, ora son

là, e poco dopo sono cento miglia distanti.

--Di grazia, riprendiamo l'istoria della marchesa,» disse Emilia;

«informatemi del genere della sua morte.

--Sì, signora... Il marchese divenne sempre più burbero, e la signora

peggiorava tutti i giorni. Una notte vennero a chiamarmi; corsi da

lei, e fui spaventata dallo stato in cui la trovai. Qual cambiamento!

Mi guardò in modo da muovere a compassione i sassi. Mi pregò di

chiamar il marchese, che non si era fatto vedere per tutto il giorno,

avendo cose segrete da comunicargli. Venne; parve afflittissimo di

vederla così malata, e parlò poco. La mia padrona gli disse che si

sentiva moribonda, e desiderava parlargli senza testimoni; io uscii, e

non mi dimenticherò mai l'occhiata che mi lanciò in quel momento.

Allorchè rientrai, dissi al padrone di mandar a chiamare un medico,

immaginando che il dolore gl'impedisse di pensarvi; la signora rispose

ch'era troppo tardi: ma egli pareva non crederle, e riguardare la sua

malattia come leggera. Di lì a poco cadde in terribili convulsioni;

urlava orrendamente. Il marchese fece partire un uomo a cavallo per

cercar il medico. Io restai presso la marchesa, procurando di

sollevarla. In un intervallo molto doloroso mandò a cercar di nuovo il

padrone: egli venne, ed io voleva ritirarmi, ma ella desiderò che non

m'allontanassi. Oh! io non mi scorderò mai quella scena. Il marchese

perdeva quasi la ragione; ma la signora gli parlava con tanta bontà, e

si dava tanta pena per consolarlo, che se mai egli avesse avuto

qualche sospetto, doveva cancellarlo in quel momento. Sembrava

oppresso dalla rimembranza de' suoi maltrattamenti, ed ella ne fu

tanto commossa, che svenne fra le mie braccia. Io feci subito uscire

il marchese, il quale corse nel suo gabinetto, e si gettò per terra,

non volendo più veder nessuno. Quando la signora fu alquanto rimessa,

chiese sue nuove, e disse in seguito che il di lui dolore l'affliggeva

troppo, e che bisognava lasciarla morire in pace. Spirò nelle mie

braccia colla dolcezza d'un angelo, giacchè la crisi violenta era già

passata.»

Dorotea versò un torrente di lagrime. Emilia pianse con lei,

intenerita dalla bontà della marchesa, e dalla rassegnazione colla

quale aveva sofferto.

«Il medico giunse,» continuò Dorotea, «ma troppo tardi. Parve

stupefatto nel vedere il cadavere della mia padrona, la cui faccia era

divenuta livida e nera. Fece uscire tutti, e mi volse singolari

domande a proposito della marchesa e della sua malattia. Scuoteva la

testa alle mie risposte, e pareva giudicare sinistramente. Io lo

compresi pur troppo, ma non comunicai le mie congetture se non a mio

marito, che mi raccomandò di tacere: alcuni altri domestici ebbero

però gli stessi sospetti che circolarono nel vicinato. Allorchè il

marchese seppe che la signora era morta, si rinchiuse nel suo

appartamento, e non volle vedere che il medico. Restarono insieme più

di un'ora, e il dottore non mi parlò più della marchesa, la quale fu

sepolta nella chiesa del convento. Tutti i vassalli assistettero

piangendo al suo funerale, perchè era molto caritatevole. Quanto al

signor marchese, io non ho mai veduto un'afflizione come la sua, e

talvolta nell'eccesso del dolore perdeva l'uso dei sensi. Non restò

molto tempo nel castello, e partì pel suo reggimento. Poco dopo, tutti

furono congedati, tranne mio marito e me, nè l'ho riveduto mai più.

--La morte della marchesa pare straordinaria!» disse Emilia,

desiderando saperne qualcosa di più.

--Sì, signora, fu straordinaria. Vi dico tutto ciò che ho veduto, e

voi potete indovinar quel che ne penso; non posso dir altro per non

diffondere ciarle che potrebbero offendere il signor conte.

--Avete ragione; sapete voi dove sia morto il marchese?

--Nell'Alsazia, a quanto credo,» rispose Dorotea. «Mi rallegrai molto

quando seppi che arrivava il signor conte. Questo luogo è stato lunga

pezza in una trista desolazione. Noi vi udimmo rumori straordinari,

poco dopo la morte della padrona, ed io, con mio marito, ci ritirammo

in una casuccia poco lontana. Adesso, signora Emilia, che vi ho

raccontato questa tragica istoria, vi rammenterò la vostra promessa di

non lasciarne traspirar nulla ad alcuno.

--Sarò fedele alla mia parola,» rispose Emilia; «ciò che mi narraste

m'interessa assai più di quanto potete supporre. Vorrei solo pregarvi

di nominarmi il cavaliere che, secondo voi, s'interessava tanto per la

marchesa.»

Dorotea negò assolutamente di acconsentirvi, e tornò a parlare della

somiglianza di lei colla marchesa.

--«Vi è un altro ritratto di questa,» soggiunse, «ed è in una delle

stanze chiuse. Fu fatto prima del suo matrimonio, e voi le somigliate

assaissimo.»

La fanciulla mostrò desiderio di vederlo, e Dorotea rispose che non

aveva coraggio di entrare in quell'appartamento. Emilia le rammentò

che, il dì innanzi, il conte aveva parlato di farlo aprire. La custode

convenne allora d'andarlo prima a vedere con lei.

La notte era molto avanzata, e Emilia troppo commossa dal racconto

inteso per visitare così tardi quel luogo. Pregò dunque la vecchia di

tornare la notte seguente. Oltre il desiderio di vedere il ritratto,

sentiva un'ansiosa curiosità di visitare la camera ov'era morta la

marchesa, e che, secondo Dorotea, era rimasta nel primiero stato. La

commozione che le cagionava l'aspettativa di una tale scena, era

allora conforme allo stato del di lei spirito. Oppressa dal

cambiamento della sua sorte, gli oggetti piacevoli aumentavano la sua

malinconia in vece di dissiparla; forse aveva torto di piangere sì

amaramente un infortunio inevitabile; ma veruno sforzo della ragione

valeva a lasciarle scorgere con indifferenza l'avvilimento di colui

che aveva già stimato ed amato con tanto trasporto.

Dorotea promise di tornare la notte seguente colle chiavi

dell'appartamento, e si ritirò.

Emilia restò alla finestra, meditando tristamente sul destino

dell'infelice marchesa, ed aspettando ansiosa il ritorno della musica

notturna. La calma non fu turbata se non dallo stormir delle frondi

agitate da lieve brezzolina. La campana del convento suonò mattutino,

e Emilia se ne andò a letto cercando nel sonno l'oblio della dolorosa

storia della marchesa di Villeroy.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 6 / 23 题