CAPITOLO XLIII

Gli ordini precisi dati ad Annetta da Emilia, di tacere, cioè,

sull'occorso, non produssero verun effetto. Il soggetto del di lei

terrore aveva sparso un allarme così vivo tra la servitù, che tutti

affermavano allora di aver sentito nel castello i rumori più

straordinari. Il conte ne fu ben presto informato, e gli disser che

la parte del nord era indubbitatamente frequentata dagli spiriti. Ne

rise in principio, e mise la cosa in ridicolo, ma accorgendosi quindi

che produceva confusione nel castello, proibì di parlarne sotto pena

di castigo. L'arrivo di qualche amico lo distrasse intieramente, ed i

suoi medesimi servi non avean tempo di parlare di quest'affare se non

dopo aver cenato. Riuniti allora nel tinello, raccontavano del

continuo istorie di morti, di maghi, di spiriti e d'ombre fino al

punto che non ardivano più alzar gli occhi, tremavano tutti al più

piccolo rumore, e ricusavano di andar soli in qualunque luogo della

casa.

Annetta si distingueva raccontando non solo i prodigi, ond'era stata

testimone, ma anche tutto ciò che aveva immaginato nel recinto del

castello di Udolfo. Non obliava la strana scomparsa della signora

Laurentini, che faceva una forte impressione sull'animo degli

ascoltanti. Annetta avrebbe anche chiacchierato de' sospetti concepiti

su Montoni, se il prudente Lodovico, allora al servizio di Villefort,

non l'avesse sempre a tal punto interrotta.

Tra i forestieri venuti a visitare il conte nel suo castello, eranvi

il barone di Santa-Fè suo amico, e il di lui figlio, cavaliere

amabilissimo e sensibile. Egli aveva conosciuto Bianca a Parigi l'anno

precedente, e concepita per lei una vera passione. L'antica amicizia

del conte per suo padre, e le reciproche convenienze di cotesto

parentado, aveanlo fatto internamente desiderare al conte. Ma trovando

la figlia ancor troppo giovine per fissare la scelta della sua vita, e

volendo d'altronde provar la costanza del cavaliere, aveva differito

di approvare quest'unione, senza però toglierne la speranza. Or il

giovine veniva col barone suo padre a reclamare il premio della sua

perseveranza; il conte acconsentì, e Bianca non vi si oppose.

Il castello, così bene abitato, divenne ridente e magnifico. Il

casino sulla riva del mare era spessissimo visitato da tutta la

compagnia, che vi cenava quasi sempre quando permettevalo il tempo, e

la sera finiva regolarmente con un'accademia di musica. Il conte e la

contessa erano buoni filarmonici. Enrico, il giovine Santa-Fè, Bianca

ed Emilia avevano tutti bella voce, ed il gusto suppliva alla mancanza

del metodo. Parecchi suonatori di corni e strumenti a fiato, posti nel

bosco, rispondevano con soavi armonie a quella che partiva dal casino.

In ogni altro tempo quei luoghi sarebbero stati deliziosi per Emilia,

ma troppo oppressa allora dalla sua malinconia, trovava che nessun

divertimento poteva riuscire a distrarla, e spesso l'interessantissima

melodia di quelle accademie accresceva invece la sua tristezza.

Preferiva perciò di passeggiar sola ne' boschi circostanti. La calma

che vi regnava influiva sul suo cuore, e non tornava al castello se

non costrettavi dall'assoluta oscurità. Una sera vi si trattenne più

del solito: assisa su d'un masso, vide la luna sorgere sull'orizzonte

a poco a poco, e rivestir successivamente della sua debole luce il

mare, il castello ed il convento di Santa Chiara poco distante.

Pensierosa, contemplava e meditava, quando d'improvviso una voce e la

musica, già udita a mezzanotte, venne a colpirle l'orecchio. Il

sentimento che provò fu un misto di sorpresa e terrore, considerando

il suo isolamento. La musica si avvicinò; si sarebbe alzata per

fuggire, ma i suoni parevan venire dalla parte per cui doveva passare,

e tutta tremante ristette ad aspettar gli eventi; d'improvviso la

musica cessò, e vide uscir dal bosco e passare una figura molto vicino

a lei, ma così ratto, e l'emozione di lei fu si grande, che non

distinse quasi nulla. Finalmente tornò al castello, risoluta di non

venir più sola e così tardi in quel luogo.

Questo leggiero avvenimento produsse grand'impressione sul di lei

spirito. Rientrata in camera, si rammentò sì bene l'altra circostanza

spaventosa di cui era stata testimone pochi di prima, che appena ebbe

coraggio di restar sola. Vegliò a lungo, ma nessun rumore venendo a

rinnovare i suoi timori, andò a letto per cercar di gustare un po' di

riposo.

Fu breve però; un chiasso spaventoso e singolare parve sorgere dal

corridoio: s'udirono gemiti distinti; un corpo pesante urtò l'uscio

che fu scosso dalla violenza del colpo: essa chiamò per sapere che

fosse: non le fu risposto, ma ad intervalli udiva cupi gemiti. Il

terrore la privò sulle prime della favella; ma quando intese strepito

di passi nella galleria, gridò più forte. I passi fermaronsi al di lei

uscio; ella distinse la voce di alcune fantesche, che pareano troppo

occupate per poter risponderle. Annetta entrò a prender acqua, ed

Emilia seppe allora come una donna fosse svenuta; la fece portare in

camera per prestarle soccorso. Quando colei ebbe ricuperato i sensi,

affermò che, salendo le scale per andar a dormire, aveva visto un

fantasma sul secondo ripiano. Essa tenea la lampada abbasso a motivo

dei gradini rovinati; sollevando gli occhi, scorse lo spettro, il

quale dapprima immobile in un cantuccio, erasi poscia cacciato sulla

scala, scomparendo alla porta dell'appartamento visitato ultimamente

da Emilia. Un suono lugubre era susseguito a questo prodigio.

La fante tornò a scendere e correndo spaventata, era andata a cadere

con un grido dinanzi all'uscio d'Emilia.

«Il diavolo senza dubbio,» disse Dorotea, accorsa al chiasso, «ha

preso una chiave di quell'appartamento; non può essere altri; ho

chiusa la porta io stessa.»

La fanciulla sgridò la donna dolcemente, e cercò di farla vergognare

del suo spavento. La fante persistè a sostenere d'aver visto una vera

apparizione. Tutte le altre donne accompagnaronla alla di lei stanza,

tranne Dorotea, che Emilia trattenne seco. La vecchia, tutta paurosa,

narrolle antiche circostanze in appoggio del caso occorso. Di tal

novero era una consimile apparizione da lei vista nel medesimo sito;

tal rimembranza aveala fatta esitare prima di salir la scala, ed avea

accresciuta la di lei ripugnanza ad aprir l'appartamento del nord.

Emilia s'astenne dall'esternare la sua opinione intorno a ciò; ma

ascoltò attentamente la ciarliera, e ne risentì vie maggiore

inquietudine.

Da quella notte il terrore de' servi crebbe al punto, che gran parte

di essi risolse d'accommiatarsi. Se il conte prestava fede ai loro

timori, aveva cura di dissimularlo, e volendo prevenire

gl'inconvenienti che lo minacciavano, impiegava il ridicolo ed i

ragionamenti per distruggere quei timori e quegli spaventi

soprannaturali. Nondimeno, la paura aveva reso tutti gli spiriti

ribelli alla ragione. Lodovico scelse quel momento per provare al

conte il suo coraggio e la riconoscenza pe' di lui buoni trattamenti.

Si offrì di passare una notte nella parte del castello, cui

pretendevano abitata dagli spiriti, ch'egli assicurava di non temere;

e se fosse comparso qualche essere vivente, disse che avrebbe fatto

vedere che nol temea egualmente.

Il conte riflettè alla proposta; i domestici che lo udirono si

guardarono l'un l'altro muti per la sorpresa e la paura. Annetta,

spaventata per Lodovico, impiegò lagrime e preghiere per dissuaderlo

da tale disegno.

«Tu sei un bravo giovane,» disse il conte sorridendo; «pensa bene alla

tua impresa prima di accingerviti, ma se vi persisti, accetto la tua

offerta, e la tua intrepidezza sarà generosamente ricompensata.

--Eccellenza,» rispose Lodovico, «io non desidero ricompense, ma la

vostra approvazione. Vostra eccellenza ha già avuto molta bontà per

me. Desidero soltanto aver qualche arme per difendermi in caso di

bisogno.

--Una spada non potrà difenderti contro gli spiriti,» disse

ironicamente il conte, guardando i servi; «essi non temono nè porte,

nè catenacci: un fantasma, voi lo sapete, passa tanto dal buco d'una

serratura, come da una porta aperta.

--Datemi una spada, signor conte,» disse Lodovico, «ed io m'incarico

di cacciare nel mar Rosso tutti gli spiriti che volessero attaccarmi.

--Ebbene,» rispose il conte, «avrai una spada, e di più una buona

cena. I tuoi camerati avranno forse il coraggio di restare ancora per

istanotte nel castello: certo è che almeno per questa notte il tuo

ardire attirerà su di te tutti i malefizi dello spettro.»

Una estrema curiosità contrastò allora colla paura nello spirito degli

uditori, i quali risolsero d'aspettare l'esito della temeraria impresa

del loro collega.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 4 · 第 8 / 23 题