Allorchè vennero ad avvertire Emilia che Villefort desiderava vederla,
s'immaginò che vi fosse Valancourt. Nell'avvicinarsi al gabinetto del
conte, la sua emozione divenne sì forte, che, non osando mostrarsi, si
trattenne in sala per riaversi. Rimessasi alquanto, entrò, e trovò
Valancourt seduto presso il conte. Si alzarono ambidue, e quest'ultimo
si ritirò.
Emilia stava cogli occhi bassi, non potendo parlare, e respirando
appena. Valancourt le sedette vicino; sospirava, e taceva. Finalmente,
con voce tremante disse: «Desiderai vedervi stasera per uscire almeno
dall'orribile incertezza in cui mi piombò il vostro cambiamento.
Alcune parole del conte mi hanno spiegato qualcosa. Mi accorgo che ho
nemici, invidiosi della mia felicità, accaniti a distruggerla; e
m'accorgo parimente che il tempo e la lontananza indebolirono i vostri
sentimenti per me.»
Queste ultime parole furono pronunziate colla massima commozione, ed
Emilia non potè rispondere.
«Quale incontro è il nostro?» esclamò Valancourt alzandosi, e
camminando a gran passi per la stanza; «quale incontro, dopo una sì
lunga e barbara separazione!» Tornò a sedere, poi soggiunse: «Emilia
crudele, voi non mi parlate?» Si coprì la faccia come per nascondere
l'agitazione, e prese la mano di lei, che non seppe ritirarla. Essa
non potè trattenere le lacrime: tutta la sua tenerezza tornò. Il
giovane se ne accorse, un raggio di speranza gli surse nell'anima.
«E che! voi mi compiangete?» diss'egli; «voi mi amate ancora! Siete
sempre la mia Emilia! Soffrite ch'io creda alle vostre lacrime.
--Sì, vi compiango, ma debbo io amarvi? Credete voi di essere tuttavia
quel medesimo stimabile Valancourt ch'io amava pel passato?
--Che voi amavate pel passato?» sclamò egli. «L'istesso, l'istesso...»
Si fermò un istante per la gran commozione, e continuò dolorosamente:
«No, non sono più lo stesso, io son perduto: non son più degno di
voi.» E si coprì di nuovo la faccia. Emilia era troppo colpita da una
confessione tanto sincera per poter rispondere. Lottava contro il suo
cuore, e sentiva il pericolo di fidar troppo nella sua risoluzione in
presenza dell'amante. Le premea di por fine ad un colloquio sì penoso
per entrambi. Ma, quando pensava che probabilmente sarebbe stato
l'ultimo, mancavale ogni coraggio per non sentire più che il dolore e
la tenerezza.
Valancourt intanto, divorato dai rimorsi e dall'affanno, non aveva
forza, nè volontà di esprimersi. Sembrava appena sensibile alla
presenza di Emilia, e non faceva che piangere.
«Risparmiatemi,» gli disse la fanciulla, «il dispiacere di riparlare
dei dettagli della vostra condotta, che mi obbligano a troncare la
nostra relazione; bisogna separarci, ed io or vi vedo per l'ultima
volta.
--No,» esclamò Valancourt, «il vostro cuore non può essere d'accordo
col labbro; non potete pensare a respingermi per sempre da voi.
--Bisogna separarci,» ripetè Emilia, «e per sempre; la vostra condotta
ce ne impone la necessità.
--È la decisione del conte, ma non la vostra; ed io saprò con qual
diritto egli si frappone tra noi.» Ed alzatosi, percorrea a passi
precipitosi la camera.
--Disingannatevi,» disse Emilia non meno commossa. «La decisione è
mia, il mio riposo lo esige.
--Il vostro riposo esige che noi ci separiamo per sempre!» sclamò
Valancourt. «È vero ch'io sono decaduto dalla mia propria stima: ma
come avreste potuto rinunziare così presto a me, se non aveste già
cessato di amarmi, o se non aveste ceduto alle suggestioni d'un
altro?... No, Emilia, voi non vi acconsentirete, se mi amate ancora, e
troverete la vostra felicità nel conservare la mia.
--Come potrei essere scusabile,» rispos'ella, «se io vi affidassi il
riposo della mia vita? Come potreste consigliarmelo, se vi fossi cara?
--Se mi foste cara? è egli possibile che dubitiate dell'amor mio? Ma
sì, avete ragione di dubitarne, poichè io son meno disposto all'orrore
di separarmi da voi, che a quello d'avvolgermi nella mia rovina. Sì,
son rovinato, e rovinato senza risorsa; sono oppresso dai debiti, e
non so come pagarli.»
Sì dicendo, gli occhi di lui erano smarriti e pieni di disperazione.
Emilia fu costretta di ammirare la sua franchezza, e parve essere per
qualche minuto in lotta con sè medesima.
«Io non prolungherò,» diss'ella alfine, «un abboccamento il cui esito
non può essere felice. Valancourt, addio.
--No, voi non partirete,» gridò egli imperiosamente, «non mi lascerete
così prima che l'animo mio abbia raccolta la forza necessaria per
sopportare la mia perdita.»
Emilia, spaventata dal suo disperato dolore, gli disse con dolcezza:
«Riconosceste voi stesso la necessità di separarci; se volete farmi
vedere che mi amate, perchè opporvi?
--Io era uno stolto quando vi confessava... Emilia, è troppo: voi non
v'ingannate sulle mie colpe, ma il conte è la barriera, e non sarà a
lungo l'ostacolo della mia felicità.
--Ora voi parlate veramente da stolto: il conte non è vostro nemico,
Valancourt; gli è mio amico, e questa sola considerazione dovrebbe
bastare per farvelo riguardare come vostro.
--Vostro amico!» disse vivamente Valancourt; «da quanto tempo è egli
tale, per farvi obliare così presto l'amante? È egli vostro amico
colui che vi suggerì di preferire Dupont? Dupont, che voi dite avervi
ricondotta dall'Italia? Dupont, ch'io dico avermi rapito il vostro
cuore? Ma io non ho diritto d'interrogarvi. Siete padrona di voi
stessa; ma quel Dupont non trionferà a lungo della mia sciagura.»
Emilia, più spaventata che mai dal furore di Valancourt, gli disse:
«In nome del cielo, siate ragionevole; calmatevi; Dupont non è vostro
rivale, ed il conte non è suo difensore; voi non avete altri nemici
che voi stesso, e mi convinco sempre più che non siete quel Valancourt
che ho amato tanto.»
Egli non rispose; coi gomiti appoggiati sul tavolino, stava
silenzioso. Emilia era muta e tremante, e non osava lasciarlo.
«Infelice!» esclamò egli poco dopo; «io non posso lagnarmi senza
accusarmi! Perchè fui io trascinato a Parigi? Perchè non seppi
difendermi dalle seduzioni che dovevano rendermi disprezzabile per
sempre?» Voltosi quindi vêr lei, le prese la mano, e le disse
affettuosamente: «Emilia, potete voi sopportare l'idea della nostra
separazione? Potete voi abbandonare un cuore che vi ama come il mio?
Un cuore che, malgrado i suoi errori, apparterrà a voi sola?» La
fanciulla non rispondeva se non colle lacrime. «Io non aveva,»
soggiunse egli, «un solo pensiero che volessi nascondervi non un
piacere, nè un desiderio, ai quali voi non poteste prender parte.
Queste virtù potrebbero appartenermi tuttora, se la vostra tenerezza,
che le aveva alimentate, non fosse cambiata senza rimedio; ma voi non
mi amate più: quelle ore felici passate insieme si presenterebbero
alla vostra immaginazione, e non potreste pensarvi con indifferenza.
Non vi affliggerò oltre, ma prima ch'io parta, permettetemi di
ripetervi, che qualunque possa essere il mio destino ed i miei
patimenti, non cesserò mai d'amarvi teneramente. Io parto, Emilia, vi
lascio per sempre.»
La di lui voce s'indebolì, e cadde sulla sedia nel massimo
abbattimento. Emilia non poteva nè uscire, nè dirgli addio. Tutte le
di lui follie erano quasi cancellate dal suo spirito, e non sentiva
più che dolore e pietà.
«Ditemi almeno,» disse Valancourt, «che mi vedrete un'altra volta.» Il
cuore di lei fu in certa qual guisa sollevato da tale preghiera. Si
sforzò di persuadersi che non doveva negargliela; ma provava nondimeno
qualche imbarazzo pensando ch'era in casa del conte, il quale avrebbe
potuto offendersi del ritorno di Valancourt; finì ad acconsentirvi a
patto che non avrebbe considerato il conte come nemico, nè Dupont come
rivale; allora egli partì talmente consolato dalle ultime parole di
lei, che perdè il primiero sentimento della sua disgrazia.
Emilia tornò in camera per ricomporsi e nascondere le orme delle
lacrime: ella ebbe però difficoltà a calmarsi, non potendo bandire la
rimembranza di quest'ultima scena, nè l'idea di rivedere Valancourt,
giacchè quest'ultimo abboccamento sembravale dover essere più
terribile del precedente. Il giovane le aveva fatta grand'impressione,
malgrado quanto aveva saputo. Pareale impossibile ch'egli avesse
potuto depravarsi al punto che le si voleva far credere, ed avrebbe
ceduto forse alle lusinghiere persuasioni del suo cuore, senza la
prudenza di Villefort, il quale le rappresentò il pericolo della sua
situazione, e la poca speranza che poteva offrire un nodo la cui
felicità doveva consistere nel ristabilimento d'un patrimonio
scialacquato, e nell'obblìo delle più viziose abitudini; e' fu perciò
afflittissimo, ch'ella avesse condisceso ad un secondo colloquio.
Quella notte Emilia non potè chiuder occhio.
Valancourt intanto era in preda all'angosce della disperazione. La
vista di Emilia aveva rinnovata l'antica fiamma, indebolita solo
leggermente dall'assenza e dalle distrazioni d'una vita tumultuosa.
Allorchè, ricevendo la sua lettera era partito per la Linguadoca,
sapeva pur troppo che le sue follie l'aveano rovinato, nè pensava di
nasconderlo all'amante; si affliggeva solo del ritardo che la sua
condotta potrebbe cagionare al loro matrimonio, nè prevedeva come tale
informazione avrebbe potuto indurla a rompere ogni loro legame.
Oppresso all'idea di questa eterna separazione, lacerato dai rimorsi,
attendeva il secondo abboccamento in uno stato quasi di delirio; ma
sperava però sempre di ottenere a forza di preghiere qualche mutamento
nella di lei risoluzione.
La mattina le fece domandare a che ora avrebbe potuto riceverlo:
quand'essa ricevè il biglietto, era col conte, che approfittò del
nuovo pretesto per riparlarle di Valancourt. Vedeva la disperazione
della giovine amica, e temeva che il coraggio l'abbandonasse. Emilia
rispose al biglietto, ed il conte ritornò sul proposito dell'ultima
conversazione. Egli parve temere le tentazioni di Valancourt, e le
disgrazie alle quali si esporrebbe per l'avvenire, se non resisteva ad
un dispiacere presente e passaggiero: queste ripetute ammonizioni
potevano sole premunirla contro gli effetti della sua affezione, ed
ella risolse di seguire i di lui consigli.
Giunse alfine l'ora dell'abboccamento: Emilia si presentò sostenuta
nel contegno, ma Valancourt, troppo agitato, restò qualche minuto
senza poter parlare; le sue prime frasi furono preghiere, lamenti,
rimproveri contro sè medesimo; in seguito le disse: «Emilia, vi ho
amata, e vi amo più di me stesso; son rovinato per colpa mia, ma
intanto non posso negare ch'io preferissi trascinarvi in un'unione
infelice, anzichè soffrire, perdendovi il castigo che merito... Io
sono un infelice, ma non voglio più esser un vile; non cercherò più di
smovervi dalla vostra risoluzione colle istanze d'una passione
egoista. Io rinunzio a voi, Emilia, e cercherò di consolarmi, pensando
che, se sono disgraziato, voi potete almeno esser felice. Non ho, è
vero, il merito del sacrifizio, e non avrei mai avuta la forza di
farvi libera, se la vostra prudenza non l'avesse esigiuto.»
La fanciulla procurava di rattenere le lagrime, e stava per dirgli:
«Voi parlate ora come facevate una volta.» Ma restò in silenzio.
«Perdonatemi, Emilia,» ripigliò egli, «tutte le inquietudini che vi ho
cagionate. Pensate talvolta al povero Valancourt, e ricordatevi, che
la di lui sola consolazione sarà di sapere che le sue follie non vi
resero infelice.»
Le lagrime sgorgarono in copia dagli occhi di Emilia, la quale si
sforzò di farsi coraggio e por fine ad un colloquio che aumentava la
loro comune afflizione. Valancourt la vide piangere mentre si alzava;
fece un nuovo sforzo per contenere i propri sentimenti, e calmare
quelli di Emilia.
«La rimembranza di questo doloroso momento,» le diss'egli, «sarà in
futuro la mia salvaguardia. L'esempio e la tentazione non potranno più
sedurmi. La memoria di quel pianto che versate per me, mi darà la
forza di superare ogni pericolo.»
Emilia, alquanto consolata da tale assicurazione, rispose:
«Noi ci separiamo per sempre; ma se la mia felicità vi è cara,
ricordatevi ognora che nulla vi potrà maggiormente contribuirvi colla
certezza che voi riacquistaste la vostra propria stima.»
Valancourt le prese la mano, aveva gli occhi lagrimosi, e l'addio che
voleva pronunziare veniva soffocato dai singulti. Dopo qualche
momento, Emilia, tutta commossa, disse:
«Addio, Valancourt, possiate essere eternamente felice! Addio,» ripetè
nuovamente volendo ritirare la mano; ma egli la teneva stretta fra le
sue, e la bagnava di lacrime. «Perchè prolungare questi momenti?»
continuò ella, con voce inarticolata; «essi son troppo penosi per noi.
--Troppo, sì, troppo, davvero,» sclamò Valancourt, lasciandole la
mano, e abbandonandosi sulla sedia, celossi la faccia. Dopo un lungo
intervallo, durante il quale Emilia piangeva amaramente e Valancourt
lottava contro il suo dolore, egli si alzò di nuovo, e prendendo un
accento più fermo, disse: «Io vi affliggo, ma l'ambascia che provo
dev'essere la mia scusa. Addio, Emilia, voi sarete sempre l'unico
oggetto della mia tenerezza. Pensate qualche volta all'infelice
Valancourt, almeno per compassione, se non per istima, giacchè cosa
sarebbe per me il mondo intiero senza di voi e senza la vostra stima?
Cara Emilia, addio per sempre.»
Le baciò la mano, la guardò per l'ultima volta e fuggì
precipitosamente.
Emilia restò nell'atteggiamento in cui l'aveva lasciata, col cuore
così oppresso, che poteva appena respirare; udì il rumore dei di lui
passi indebolirsi mano mano. Fu scossa da tale stato dalla voce della
contessa che parlava in giardino. Allora versò lagrime che la
sollevarono, e così, ripreso vigore, ebbe la forza di recarsi alla sua
camera.