Emilia, Valancourt e Enrico tornarono insieme alla festa; quest'ultimo
presentò Valancourt al conte; Emilia credette accorgersi che questi
non lo riceveva coll'ordinaria cordialità, quantunque paresse che si
fossero già veduti. Fu invitato a godere i divertimenti della sera:
quand'ebbe fatti i debiti complimenti al conte, andò a sedere accanto
ad Emilia, e potè parlarle senza riserbo. I lumi appesi agli alberi
permisero alla fanciulla di considerare quel volto, di cui nella sua
assenza aveva procurato di rammentarsi tutti i lineamenti, e vide con
pena che non era più l'istesso. Brillava come pel passato, di spirito
e di fuoco, ma aveva perduto molto di quella semplicità, ed un poco
anche di quella franca bontà, che ne formava il carattere principale:
era sempre però una fisonomia interessante. Emilia credeva travedere
in lui un misto d'inquietudine e di malinconia. Egli cadeva talvolta
in un'astrazione passeggera, e sembrava sforzarsi d'uscirne; tal altra
guardava fiso la fanciulla, ed una specie di fremito pareva agitare la
di lui anima. Ritrovava in Emilia la stessa bontà e beltà semplice che
l'aveva sedotto allorchè la conobbe. Le guance erano un po'
impallidite, ma la di lei dolce fisonomia, sebbene alquanto
malinconica, la rendeva sempre più interessante.
Gli raccontò le più importanti circostanze di quanto erale accaduto
dopo la di lei partenza di Francia. La pietà e lo sdegno penetravano a
vicenda, Valancourt al racconto delle atrocità di Montoni. Più di una
volta, mentr'essa parlava, egli alzossi dalla sedia e passeggiò
agitato. Non parlò se non dei mali da lei sofferti, nelle poche parole
che potè dirigerle, non intese ciò ch'ella gli disse, quantunque con
chiarezza, del sacrifizio necessario dei beni della sua zia, e della
poca speranza di ricuperarli. Il giovane che pareva agitato da qualche
affanno segreto, la lasciò bruscamente; quando tornò, ella si accorse
che aveva pianto, e lo pregò di rimettersi. «Le mie pene sono finite,»
gli disse Emilia, «io sono sfuggita alla tirannia di Montoni. Vi
ritrovo sano, lasciate adunque ch'io vi veda anche felice.»
Valancourt, più agitato che mai, rispose: «Io sono indegno di voi,
Emilia, sono indegno di voi.» Tali parole, e più ancora l'espressione
colla quale vennero pronunziate, afflissero vivamente Emilia. «Non mi
guardate così,» le diss'egli stringendole la mano, «deh! non mi
guardate così!
--Vi vorrei chiedere,» gli diss'ella con voce affettuosa e commossa,
«di spiegarvi chiaramente; ma mi accorgo che in questo momento tal
domanda vi affliggerebbe: parliamo di tutt'altro: domani forse sarete
più tranquillo. Voi eravate una volta ammiratore della natura; vi
rammentate il nostro viaggio dei Pirenei?
--E posso obliarlo? Fu quella l'epoca più felice della mia vita:
allora io amava con entusiasmo tutto ciò ch'era veramente buono e
grande. Promettetemi Emilia di non dimenticarlo mai, ed io sarò
tranquillo.
--La mia condotta dipenderà dalla vostra,» disse Emilia, «ma possiamo
essere ascoltati. Viene appunto madamigella Bianca; andiamole
incontro.»
I due amanti, raggiunta Bianca, recaronsi dal conte, e si misero a
tavola sotto una pergola, ove sedevano i più venerandi vassalli, e
tutti stettero allegri, tranne Emilia e Valancourt. Quando il conte
tornò al castello, non invitò questi a seguirlo; egli prese dunque
congedo da Emilia, e partì. La fanciulla, tornando in camera, pensò a
lungo alla condotta di Valancourt ed all'accoglienza fattagli dal
conte, ed in mezzo a queste riflessioni, obliò Dorotea. La mattina era
già inoltrata quando se ne ricordò, e pensando giustamente che la
buona vecchia non sarebbe venuta, pensò a riposare.
La sera seguente, il conte incontrò a caso Emilia in un viale del
giardino. Parlarono della festa, ed il discorso cadde su Valancourt.
«Quel giovine ha talento,» disse Villefort. «Lo conoscete voi da un
pezzo?
--Da un anno circa.
--Mi fu presentato a Parigi, ed in principio ne fui contentissimo.» E
si fermò.
Emilia tremava, desiderava saperne di più, e temeva di far conoscere
l'interesse che vi prendeva.
«Posso io domandarvi,» soggiunse egli poscia, «da quanto tempo vedete
il signor Valancourt?
--Posso io domandarvi, o signore, il motivo di questa interrogazione?»
diss'ella; «e vi risponderò immediatamente.
--Sicuro io vi dirò i miei motivi. È chiaro che Valancourt vi ama, e
fin qui non vi è nulla di straordinario, chè tutti quelli che vi
vedono fanno altrettanto. Non ve lo dico per complimento, parlo con
sincerità; ciò ch'io temo è ch'egli non sia amante preferito e
corrisposto.
--Perchè lo temete voi, signore?» disse Emilia, cercando nascondere
l'emozione.
--Perchè temo non ne sia degno.»
Emilia, agitatissima, lo pregò di spiegarsi meglio.
«Lo farò,» ripigliò egli, «se voi sarete convinta che solo l'interesse
ch'io prendo per voi, mi ha indotto a parlarvene... Io mi trovo in una
posizione delicata, ma il desiderio di esservi utile deve vincere
tutto il resto. Volete voi aver la compiacenza d'informarmi in qual
modo conosceste il signor Valancourt?»
Emilia raccontò brevemente come l'avesse incontrato, e pregò poscia il
conte di spiegarsi.
«Il cavaliere e mio figlio,» le disse egli, «fecero amicizia nella
casa di un loro compagno, ove l'incontrai io stesso. L'invitai a
venire in casa mia: allora ignorava le sue relazioni con una specie di
uomini, rifiuto della società, che vivono della risorsa del giuoco, e
passano la vita nelle dissolutezze. Io conosceva soltanto qualche
parente del cavaliere, e riguardava questo motivo come sufficiente per
riceverlo in casa mia. Ma mi accorgo che voi soffrite... troncherò
questo discorso.
--No, signore,» gli disse Emilia; «vi supplico di continuare.
--In breve seppi,» soggiunse il conte, «che le sue relazioni l'avevano
trascinato in una vita di dissipazione da cui pareva non aver nè il
potere, nè la volontà di ritirarsi. Perdè al giuoco grosse somme;
questo vizio divenne per lui una vera passione, e si rovinò. Ne parlai
con interesse ai di lui parenti, i quali mi assicurarono che le loro
ammonizioni essendo state inutili, erano stanchi di farne. Seppi in
seguito che pe' suoi talenti era stato iniziato nei segreti della
professione del giuoco, e che aveva avuta la sua parte in certi
ignominiosi profitti.
--È impossibile,» sclamò Emilia; «ma perdonatemi, signore, non so quel
che mi dico; perdonate al mio dolore: io credo, e debbo credere che
foste male informato: il cavaliere ha senza dubbio nemici che hanno
esagerato questi rapporti.
--Vorrei crederlo, ma nol posso; mi son deciso a parlarvene soltanto
per l'interesse che prendo alla vostra felicità, e dietro mia piena
convinzione.»
Emilia taceva, e rammentavasi le parole di Valancourt, che avevano
scoperto tanti rimorsi, è sembravano confermare i detti del conte; non
aveva però il coraggio di convincersene, ed il suo cuore era oppresso
dall'angoscia. Dopo una lunga pausa Villefort soggiunse:
«Mi accorgo dei vostri dubbi, e li trovo naturali; è giusto ch'io vi
dia la prova di quanto ho detto, eppure nol posso senza esporre
qualcuno a me sommamente caro.
--Cosa temete, signore?» disse Emilia; «se posso prevenirlo;
affidatevi al mio onore.
--Mi affido senza dubbio all'onor vostro, ma posso io fidarmi
egualmente del vostro coraggio? Credete voi di poter resistere alle
preghiere di un amante corrisposto, che, nel suo dolore, vorrà sapere
il nome di chi lo priva della sua felicità?
--Non sarò esposta a questa tentazione, signore,» disse Emilia, con
nobile fierezza, pur reprimendo a stento le lagrime; «non potrei
continuare ad amare una persona che non posso più stimare, e perciò vi
do la mia parola d'onore.
--Vi dirò dunque tutto; la convinzione è necessaria alla vostra futura
pace, e la mia intiera confidenza è il solo mezzo per procurarvela.
Enrico, il figlio mio, è stato troppo spesso testimone della cattiva
condotta del cavaliere: vi fu quasi trascinato anche lui, e si
abbandonò a mille stravaganze; ma riuscii a preservarlo dalla
perdizione. Giudicate ora, signora Emilia, se un padre, a cui
l'esempio del cavaliere ha quasi traviato l'unico figlio, non abbia un
titolo bastante per avvertire quelli ch'egli stima, di non affidare la
loro felicità in tali mani. Ho veduto io stesso il cavaliere impegnato
nel giuoco con tai persone, che fremo al solo rammentarle; se ne
dubitate ancora potete informarvi meglio da mio figlio.
--Non dubito, o signore, dei fatti dei quali foste testimone, o che
affermate,» disse Emilia, soccombendo al suo dolore; «il cavaliere si
sarà forse abbandonato ad eccessi nei quali non cadrà più; se aveste
conosciuto la purità dei suoi primi principii, potreste scusare la mia
attuale incredulità.
--Aimè! quanto è difficile il credere ciò che ci affligge! ma non
voglio consolarvi con false speranze... Noi sappiamo tutti quale
attrattiva abbia la passione del giuoco, e quanto sia difficile il
vincerla. Il cavaliere si correggerebbe forse per un certo tempo, ma
tornerebbe ben presto a ricadere nella funesta sua inclinazione. Temo
la forza dell'abitudine, temo anzi che il suo cuore sia già corrotto.
E perchè dovrei nascondervelo? Il giuoco non è il suo unico vizio;
pare ch'egli abbia preso il gusto di tutti i piaceri vergognosi.»
Qui il conte ammutolì; Emilia, addolorata, sentendosi quasi mancare,
aspettava ciò che aveva ancora da dirle. Villefort, visibilmente
agitato, continuò: «Sarebbe una delicatezza crudele se persistessi a
tacerlo; per due volte, le stravaganze del cavaliere lo trassero nelle
carceri di Parigi, d'onde è uscito, a quanto mi fu accertato da
persone degne di fede, la mercè d'una certa contessa notissima, e
colla quale viveva tuttavia quand'io partii da Parigi.»
E cessò di parlare; guardando Emilia, si accorse che cadeva svenuta, e
s'affrettò a soccorrerla. Passò qualche tempo prima ch'ella potesse
riaversi: allora si trovò fra le braccia, non già del conte ma di
Valancourt, il quale l'osservava con occhio smarrito, volgendole la
parola con voce tremante. Al suono di quella voce tanto nota, Emilia
aprì gli occhi, ma li rinchiuse tosto, e svenne di nuovo.
Il conte, con un'occhiata severa, fe' segno al giovane di
allontanarsi. Questi non fece che sospirare e chiamare Emilia
presentandole acqua. Il conte ripetè il suo gesto, e l'accompagnò con
qualche parola; Valancourt rispose con uno sguardo risentito, ricusò
di abbandonare il suo posto, finchè Emilia non fosse rinvenuta, e non
permise ad alcuno di avvicinarsele; ma nell'istante parve che la sua
coscienza l'informasse del soggetto dell'abboccamento del conte e di
Emilia: i suoi occhi si accesero di sdegno, che fu tosto represso
dall'espressione d'un profondo dolore: il conte, osservandolo, fu
mosso a pietà più che ad ira. Emilia, ripreso l'uso dei sensi, si mise
a piangere amaramente, ma facendosi coraggio ringraziò il conte ed
Enrico, con cui Valancourt era entrato nel parco, e s'avviò al
castello, senza dir nulla a quest'ultimo. Colpito nel cuore da tal
condotta, egli esclamò: «Gran Dio! In qual modo ho io meritato questo
trattamento? Che vi hanno detto per cambiarvi a tal punto?» Emilia,
senza rispondere, ma sempre più commossa, raddoppiava il passo.
«Accordatemi pochi minuti di colloquio,» le diss'egli avanzandosi al
di lei fianco, «ve ne scongiuro: io sono infelice.»
Quantunque avesse parlato sottovoce, il conte lo intese, e replicò che
Emilia era troppo indisposta, onde poter parlare con alcuno, ma che
ardiva accertare ch'ella avrebbe veduto il signor Valancourt il dì
seguente se fosse stata meglio. Il giovane arrossì, guardò Villefort
con fierezza, quindi Emilia con espressione di dolorosa sorpresa, poi
raccogliendosi alquanto, soggiunse:
«Ebbene, verrò, signora; approfitterò del _permesso del signor
conte_.»
E fatto un leggiero inchino, si allontanò.
Appena rientrata nel suo appartamento, Emilia fu agitata da mille
pensieri rammentandosi il racconto di Villefort. Talora credea che
avessero falsamente accusato Valancourt, parendole impossibile che
quel carattere sì franco e leale avesse potuto avvilirsi e cadere sì
basso. Tal altra dubitava perfino della buona fede del conte,
supponendolo spinto da motivi segreti a rompere la sua relazione con
Valancourt; ma, riflettendoci, respingeva di poi siffatto pensiero. In
ogni modo sentiva il peso della sua sventura. In mezzo al tumulto de'
contrari affetti, si rammentò la semplicità dimostrata da Valancourt
la sera precedente. Se avesse potuto dar ascolto al cuore, ne avrebbe
sperato bene. Non poteva risolversi ad allontanarsi da lui per sempre,
prima di avere acquistata una prova più convincente della sua cattiva
condotta.
Infine deliberò di tornare al convento per passarvi due o tre giorni.
Nello stato in cui si trovava, la società le diveniva insopportabile.
Sperava che la solitudine del chiostro e la bontà della badessa
l'aiuterebbero a riprendere qualche impero su sè medesima, ed a
sostenere lo scioglimento che pur troppo prevedeva. Le pareva che
sarebbe stata meno afflitta se Valancourt fosse morto, o s'egli avesse
sposato qualche rivale. Ciò che la riduceva alla disperazione, era il
vedere l'amante disonorato e coperto d'obbrobrio, costringendola così
a strapparsi dal cuore un'immagine sì lungamente adorata.
Le triste riflessioni vennero interrotte da un biglietto di
Valancourt, il quale, dipingendo il disordine dell'anima sua, la
scongiurava di riceverlo quella sera medesima, anzichè la mattina.
Provò essa tanta agitazione, che non ebbe la forza di rispondere:
desiderava vederlo, per uscire da quello stato d'incertezza. Recatasi
dal conte, gli domandò consiglio. Villefort le rispose che, se credeva
avere forza bastante da sopportare questa scena, credeva utile ad
ambedue di accelerarla.
La fanciulla rispose all'amante che acconsentiva a vederlo, e procurò
in seguito di raccogliere le forze ed il coraggio di cui aveva tanto
bisogno per sostenere un colloquio che doveva distruggere le sue più
dolci e care speranze.