Bianca, che intanto trovavasi sola, non vedea l'ora di riveder la
nuova amica, per dividere seco lei il piacere dello spettacolo della
natura. Non aveva più nessuno cui esprimere l'ammirazione e comunicare
le sue idee. Il conte, accortosi del di lei dispiacere, fece ricordare
ad Emilia la visita promessa, ma il silenzio prolungato di Valancourt
inquietava tanto la fanciulla, che fuggiva la società, ed avrebbe
voluto differire il momento di riunirvisi fin quando non fosse calmata
la sua ansietà. I Villefort la sollecitarono però così vivamente, che
non potendo spiegare il motivo che l'attaccava alla solitudine, temè
il suo rifiuto non avesse l'aria del capriccio, ed offendesse quegli
amici dei quali voleva conservare la stima. Ritornò dunque al castello
di Blangy; l'amicizia del conte la incoraggì a parlargli della sua
posizione relativamente ai beni della zia ed a consultarlo sul modo di
rivendicarli: non eravi dubbio che la legge non fosse in suo favore.
Il conte la consigliò di occuparsene, e le offrì perfino di scrivere
ad un avvocato di Aix per averne il parere. L'offerta venne accettata;
le garbatezze che riceveva giornalmente in quella casa, l'avrebbero
resa ancora felice, se avesse potuto esser certa che Valancourt stava
bene e l'amava sempre. Aveva già passata più d'una settimana al
castello senza riceverne notizie; sapeva benissimo che se Valancourt
non fosse stato dal fratello, era molto dubbio che la sua lettera
pervenisse, ed intanto l'inquietudine, il timore che non poteva
vincere turbavano continuamente il di lei riposo. Le passavano per
l'idea i tanti casi, che potevano essere divenuti possibili dopo la
sua cattività nel castello di Udolfo; talvolta era colta da tanto
timore, o che Valancourt non esistesse più, o che non esistesse più
per lei, che la compagnia istessa di Bianca le diveniva
insopportabile. Passava ore intiere sola nella sua stanza, quando le
occupazioni della famiglia le permettevano di farlo senza inciviltà.
In uno di questi momenti di solitudine, aprì una cassettina contenente
le lettere di Valancourt, e qualcuno dei disegni fatti in Toscana; ma
questi ultimi oggetti l'interessavano poco. Cercava in quelle lettere
il piacere di rammentarsi una tenerezza, che aveva formato tutta la
sua consolazione, ed avevale fatto qualche volta obliare ogni affanno;
ma esse non producevano più l'istesso effetto, aumentando invece le
sue angoscie. Pensava, aver forse Valancourt potuto cedere alla forza
del tempo e della lontananza. Oppressa da tai dolorosi pensieri,
appoggiò la testa sulle mani, lasciando libero sfogo alle lacrime. In
quel momento, Dorotea entrò per avvertirla che il pranzo sarebbe stato
anticipato di un'ora. Sussultò Emilia, ed affrettossi a raccogliere le
carte; ma la vecchia notò le sue lagrime e la sua agitazione.
«Ah! signorina,» esclamò essa, «nella vostra fresca età avete anche
voi affanni?»
Emilia si sforzò di sorridere, ma non poteva parlare.
«Oimè! cara fanciulla, quando avrete i miei anni, non piangerete per
inezie. Certo non dovete affliggervi per qualcosa di serio?
--No, Dorotea,» rispose Emilia, «nulla d'importante.»
Dorotea, chinatasi per raccogliere qualcosa, esclamò improvvisamente;
«Cielo! che vedo?» Cominciò a tremare, e si abbandonò su d'una sedia.
--Cosa avete veduto?» disse Emilia guardandosi intorno.
--È ella stessa,» disse Dorotea, «è lei precisamente com'era poco
tempo innanzi la sua morte... Questo ritratto, oh Dio! dove l'avete
trovato? È la mia cara padrona, è lei stessa!» E gettò sul tavolino la
miniatura trovata da Emilia tra le carte che il padre le aveva
ordinato di bruciare; era lo stesso ritratto, sul quale l'aveva una
volta veduto piangere. Rammentandosi a tal proposito le circostanze
della sua condotta, che l'avevano tanto sorpresa, l'emozione di Emilia
fu tale, che non ebbe la forza d'interrogare Dorotea: tremava delle
risposte che avrebbe potuto riceverne, e potè appena domandarle s'era
certa che quello fosse il ritratto della marchesa.
«Ah! signorina,» rispose la vecchia, «come mi avrebbe colpito in
questo modo, se non fosse l'effigie della mia padrona! O cielo,»
soggiunse quindi riprendendo la miniatura, «ecco i suoi begli occhi
azzurri, e quello sguardo così affabile e lusinghiero! Ecco la sua
espressione, quando aveva pianto sola per qualche tempo! Ecco
quell'aria di pazienza e rassegnazione, che mi squarciava il cuore e
me la faceva adorare!
--Dorotea,» disse Emilia, «io prendo per la vostra afflizione un
interesse maggiore che non potete supporre. Vi domando di non negarvi
a soddisfar la mia curiosità, che non è frivola.»
Sì dicendo, ella rammentossi delle carte, fra le quali aveva trovato
il ritratto, e si convinse quasi che fossero relative alla marchesa di
Villeroy. Ma la supposizione le fece nascere uno scrupolo. Temeva che
fosse precisamente il segreto che suo padre aveva voluto nasconderle,
e pareale di mancare al suo dovere cercando di penetrarlo. Qualunque
fosse la sua curiosità sul destino della marchesa, è probabile che vi
avrebbe resistito tuttavia, se fosse stata certa che quelle terribili
parole rimastele impresse appartenessero all'istoria di quella dama, o
che le particolarità che poteva confidarle Dorotea potessero entrare
nel divieto di suo padre. Ma ciò che sapeva Dorotea poteano saperlo
molti altri, e non era presumibile che Sant'Aubert avesse il progetto
di nascondere alla sua figlia ciò ch'essa poteva sapere in altra
guisa. Emilia ne concluse che se quelle carte erano relative alla
marchesa, non versavano su d'un oggetto che Dorotea potesse spiegarle;
per cui, bandito ogni scrupolo, cominciò ad interrogarla.
«Ah! signorina,» disse la vecchia, «la è un'istoria dolorosa, ed ora
non posso raccontarvela; ma che dico? Non ve ne parlerò mai. Son molti
anni ch'è accaduta, questa disgrazia, e non ho mai più parlato della
signora marchesa se non con mio marito. Egli stava in questa casa come
me, e sapeva soltanto da me certi dettagli che gli altri ignoravano.
Io assisteva la padrona nell'ultima sua malattia, e ne seppi più che
non il marchese istesso. Santa donna, quanto era paziente! Quand'essa
morì, credetti morir con lei.
--Dorotea,» la interruppe Emilia, «potete esser certa che quanto mi
dite non uscirà mai dalla mia bocca. Vi ripeto che ho ragioni per
cercar schiarimenti in proposito, e m'impegno coi più sacri giuramenti
a non rivelar mai i vostri segreti.» Dorotea parve commossa dalle
parole di lei; la guardò tacendo, e poi soggiunse: «Mia bella
signorina, la vostra fisonomia mi parla a vantaggio vostro. Voi
somigliate tanto alla mia cara padrona, che mi par di vedermela
innanzi agli occhi. Se foste sua figlia, non potreste rammentarmela
meglio di così. Ma l'ora del pranzo si avvicina, e voi dovete andare
ad unirvi alla famiglia che vi attende.
--Promettetemi prima di aderire alla mia domanda,» disse Emilia.
--E voi, signorina, spero che mi direte in qual modo quel ritratto è
caduto nelle vostre mani, ed i motivi della vostra curiosità a
proposito della mia padrona.
--No, Dorotea,» replicò Emilia ravvedendosi. «Ho ancor io ragioni
particolari per tacere, almeno fin quando non ne sappia qualcosa di
più. Ricordatevi che non vi prometto nulla, e se volete compiacervi di
contentar la mia curiosità, non dovete farlo coll'idea ch'io possa
soddisfare la vostra. Ciò ch'io non voglio rivelare, non interessa me
sola, altrimenti avrei meno riguardo a parlarne, e voi non potete
narrarmi quanto desidero, se non confidando nel mio onore.
--Ebbene, madamigella,» disse Dorotea, dopo averla per qualche tempo
fissata, «voi mostrate tanto interesse; quel ritratto, e la vostra
fisonomia in particolare, mi fanno pensare che potete sì realmente
prenderne, ch'io vi confiderò cose non mai dette ad altri tranne a mio
marito, sebbene molti ne abbiano sospettata una parte. Vi descriverò
la morte della marchesa, e vi dirò le mie idee in proposito. Ma
promettetemi per tutti i santi...»
Emilia, interrompendola, le promise solennemente di non rivelar mai,
senza suo consenso, quanto le avrebbe detto.
«Odo la campana che chiama a pranzo,» disse la vecchia, «io non posso
più trattenermi.
--Quando potrò dunque rivedervi?»
Dorotea riflettè, e riprese:
«Per non dar sospetto, verrò da voi allorchè tutti dormiranno.
--Benissimo, ricordatevi di non mancare.
--Sì, sì, me ne rammenterò. Ma temo di non poter venire stanotte,
essendovi il ballo della vendemmia, e quando cominciano non ismettono
fino a giorno. Io soglio assistervi, e non voglio mancarci...»
Emilia affrettossi a scendere. La sera, il conte e la sua famiglia,
eccettuate la contessa e la Bearn, andarono a passeggiare onde
partecipare alla gioia dei contadini. La festa si faceva in un'aia
intorno alla quale erano appesi lumi agli alberi, da cui pendeva a
festoni l'uva matura. Sotto una pergola vedeansi imbandite tavole
copiosamente provviste di pane, vino, frutta e cacio. I suonatori,
seduti appiè degli alberi, parevano partecipare dell'allegria prodotta
dai loro strumenti. Un fanciullo suonava il cembalo e ballava solo, e
co' suoi gesti, veramente ridicoli, raddoppiava le risa ed il brio di
quella festa campestre.
Il conte gioiva di que' piaceri cui aveva contribuito la sua
liberalità. Bianca prese parte al ballo con un gentiluomo del
vicinato. Dupont venuto a visitare il conte a tenore della sua
promessa, desiderava danzare con Emilia, ma ella era troppo trista,
per prender parte a tanto brio. Questa festa le rammentava quella
dell'anno precedente, gli ultimi momenti del padre, ed il caso
terribile che l'aveva troncata. Piena di tali rimembranze, si
allontanò insensibilmente, internandosi nel bosco; i suoni addolciti
dalla musica tempravano la sua malinconia; la luna diffondea
attraverso le foglie una luce misteriosa; immersa ne' pensieri, senza
accorgersi della distanza si ritrovò nel viale, in cui la notte
dell'arrivo di suo padre colà, Michele aveva procurato di trovargli un
asilo. Il viale era sempre deserto e selvaggio come allora.
Considerando il luogo, si rammentò le emozioni ivi sofferte allo
scorgere la figura ch'erasi dileguata fra gli alberi, ed ebbe qualche
paura; tornò tosto indietro, in quella udì un rumor di passi, e fu
raggiunta da una persona, che riconobbe per Enrico, il quale le
manifestò qualche sorpresa di trovarla così lontana: essa gli disse
che il piacere di passeggiare al chiaro della luna l'aveva fatta
involontariamente inoltrare in quel viale. D'improvviso, udì
un'esclamazione d'un uomo che seguiva Enrico a poca distanza, e le
parve riconoscere Valancourt; era lui stesso. L'incontro fu quale si
può immaginarlo tra due persone sì care l'una all'altra, e separate
per tanto tempo. Nell'ebbrezza del momento, Emilia obliò tutti i suoi
affanni: Valancourt stesso pareva obliare che esistessero nel mondo
altri fuor di lei, ed Enrico, attonito, li considerava in silenzio.
Valancourt le fece tante interrogazioni in una volta, che non ebbe
tempo di rispondergli. Seppe che la sua lettera eragli stata mandata a
Parigi, mentre partiva per la Guascogna; e che finalmente avendola
ricevuta era volato in Linguadoca. Giunto al monastero, d'onde ella
aveva datata la sua lettera, con molto suo dispiacere trovò le porte
chiuse per esser già notte. Credendo di non poter vedere Emilia se non
il giorno dopo, tornava al suo alloggio, quando incontrò Enrico, da
lui conosciuto a Parigi, e per caso infine si trovò presso colei che
non si lusingava di vedere se non la domane.