La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d'arrestare, di fissare

in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perchè noi già

siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili,

e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che,

irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato,

non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d'arrestare, di fissare in noi

questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo

serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo

stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi stessi, in ciò

che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua,

indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo,

componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi

momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme

fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto

gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi

abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo

imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti di

piena straripa e sconvolge tutto.

Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua, che

sdegnano di rapprendersi, d'irrigidirsi in questa o in quella forma di

personalità. Ma anche per quelle più quiete, che si sono adagiate in

una o in un'altra forma, la fusione è sempre possibile: il flusso della

vita è in tutti.

E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura, rispetto

all'anima che si muove e si fonde, il nostro stesso corpo fissato per

sempre in fattezze immutabili. Oh perchè proprio dobbiamo essere così,

noi? — ci domandiamo talvolta allo specchio, — con questa faccia, con

questo corpo? — Alziamo una mano, nell'incoscienza; e il gesto ci resta

sospeso. Ci pare strano che l'abbiamo fatto noi. _Ci vediamo vivere_.

Con quel gesto sospeso possiamo assomigliarci a una statua; a quella

statua d'antico oratore, per esempio, che si vede in una nicchia,

salendo per la scalinata del Quirinale. Con un rotolo di carta in

mano, e l'altra mano protesa a un sobrio gesto, come pare afflitto e

meravigliato quell'oratore antico d'esser rimasto lì, di pietra, per

tutti i secoli, sospeso in quell'atteggiamento, dinanzi a tanta gente

che è salita, che sale e salirà per quella scalinata!

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima nostra si

spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano

più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in sè

stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo

assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si

chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo,

una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell'umana

ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell'esistenza

quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore,

ci appare priva di senso, priva di scopo; e quella realtà diversa ci

appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, poichè tutte

le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d'immagini si

sono scisse e disgregate in essa. Il vuoto interno si allarga, varca i

limiti del nostro corpo, diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano,

come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio

interiore si sprofondasse negli abissi del mistero. Con uno sforzo

supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle

cose, di riallacciar con esse le consuete relazioni, di riconnetter

le idee, di risentirci vivi come per l'innanzi, al modo solito. Ma a

questa coscienza normale, a queste idee riconnesse, a questo sentimento

solito della vita non possiamo più prestar fede, perchè sappiamo ormai

che sono un nostro inganno per vivere e che sotto c'è qualcos'altro, a

cui l'uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o d'impazzire.

È stato un attimo; ma dura a lungo in noi l'impressione di esso, come

di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana,

delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s'aggira

piccola, solita, fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più

per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle

importanza? come portarle rispetto?

Oggi siamo, domani no. Che faccia ci hanno dato per rappresentar la

parte del vivo? Un brutto naso? Che pena doversi portare a spasso un

brutto naso per tutta la vita... Fortuna che, a lungo andare, non

ce n'accorgiamo più. Se ne accorgono gli altri, è vero, quando noi

siamo finanche arrivati a credere d'avere un bel naso; e allora non

sappiamo più spiegarci perchè gli altri ridano, guardandoci. Sono tanti

sciocchi! Consoliamoci guardando che orecchi ha quello e che labbra

quell'altro; i quali non se n'accorgono nemmeno e hanno il coraggio di

ridere di noi. Maschere, maschere... Un soffio e passano, per dar posto

ad altre. Quel povero zoppetto là... Chi è? Correre alla morte con la

stampella... La vita, qua, schiaccia il piede a uno; cava là un occhio

a un altro... Gamba di legno, occhio di vetro, e avanti! Ciascuno si

racconcia la maschera come può — la maschera esteriore. Perchè dentro

poi c'è l'altra, che spesso non s'accorda con quella di fuori. E

niente è vero! Vero il mare, sì, vera la montagna; vero il sasso; vero

un filo d'erba; ma l'uomo? Sempre mascherato, senza volerlo, senza

saperlo, di quella tal cosa ch'egli in buona fede si figura d'essere:

_bello, buono, grazioso, generoso, infelice,_ ecc. ecc. E questo fa

tanto ridere, a pensarci. Sì, perchè un cane, poniamo, quando gli sia

passata la prima febbre della vita, che fa? mangia e dorme: vive come

può vivere, come deve vivere; chiude gli occhi, paziente, e lascia

che il tempo passi, freddo se freddo, caldo se caldo; e se gli dànno

un calcio se lo prende, perchè è segno che gli tocca anche questo.

Ma l'uomo? Anche da vecchio, sempre con la _febbre_: delira e non se

n'avvede: non può fare a meno d'atteggiarsi, anche davanti a sè stesso,

in qualche modo, e si figura tante cose che ha bisogno di creder vere e

di prendere sul serio.

L'ajuta in questo una certa macchinetta infernale che la natura volle

regalargli, aggiustandogliela dentro, per dargli una prova segnalata

della sua benevolenza. Gli uomini, per la loro salute, avrebbero

dovuto tutti lasciarla irrugginire, non muoverla, non toccarla mai.

Ma sì! Certuni si sono mostrati così orgogliosi e stimati così felici

di possederla, che si son messi subito a perfezionarla, con zelo

accanito. E Aristotile ci scrisse sopra finanche un libro, un leggiadro

trattatello che si adotta ancora nelle scuole, perchè i fanciulli

imparino presto e bene a baloccarcisi. È una specie di pompa a filtro

che mette in comunicazione il cervello col cuore.

La chiamano LOGICA i signori filosofi.

Il cervello pompa con essa i sentimenti dal cuore, e ne cava idee.

Attraverso il filtro, il sentimento lascia quanto ha in sè di caldo,

di torbido: si refrigera, si purifica, si i-de-a-liz-za. Un povero

sentimento, così, destato da un caso particolare, da una contingenza

qualsiasi, spesso dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per

mezzo di quella macchinetta, diviene idea astratta generale; e che

ne segue? Ne segue che noi non dobbiamo affliggerci soltanto di

quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma dobbiamo

anche attossicarci la vita con l'estratto concentrato, col sublimato

corrosivo della deduzione logica. E molti disgraziati credono di

guarire così di tutti i mali di cui il mondo è pieno, e pompano e

filtrano, pompano e filtrano, finchè il loro cuore non resti arido come

un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto di

farmacia pieno di quei barattolini che portano su l'etichetta nera un

teschio fra due stinchi in croce e la leggenda: Veleno.

L'uomo non ha della vita un'idea, una nozione assoluta, bensì un

sentimento mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna. Ora

la logica, astraendo dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare

quel che è mobile, mutabile, fluido; tende a dare un valore assoluto a

ciò che è relativo. E aggrava un male già grave per sè stesso. Perchè

la prima radice del nostro male è appunto in questo sentimento che noi

abbiamo della vita. L'albero vive e non si sente: per lui la terra,

il sole, l'aria, la luce, il vento, la pioggia, non sono cose che esso

non sia. All'uomo, invece, nascendo è toccato questo triste privilegio

di sentirsi vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere

cioè come una realtà fuori di sè questo suo interno sentimento della

vita, mutabile e vario.

Gli antichi favoleggiarono che Prometeo rapì una favilla al sole per

farne dono a gli uomini. Orbene, il sentimento che noi abbiamo della

vita è appunto questa favilla prometèa favoleggiata. Essa ci fa vedere

sperduti su la terra; essa proietta tutt'intorno a noi un cerchio più o

meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra nera, l'ombra paurosa che

non esisterebbe, se la favilla non fosse accesa in noi; ombra che noi

però dobbiamo purtroppo creder vera, fintanto che quella ci si mantiene

viva in petto. Spenta alla fine dal soffio della morte, ci accoglierà

davvero quell'ombra fittizia, ci accoglierà la notte perpetua dopo il

giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto

alla mercè dell'Essere, che avrà rotto soltanto le vane forme della

ragione umana? Tutta quell'ombra, l'enorme mistero, che tanti e tanti

filosofi hanno invano speculato e che ora la scienza, pur rinunziando

all'indagine di esso, non esclude, non sarà forse in fondo un inganno

come un altro, un inganno della nostra mente, una fantasia che non

si colora? Se tutto questo mistero, in somma, non esistesse fuori di

noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il famoso privilegio

del sentimento che noi abbiamo della vita? Se la morte fosse soltanto

il soffio che spegne in noi questo sentimento penoso, pauroso, perchè

limitato, definito da questo cerchio d'ombra fittizia oltre il breve

àmbito dello scarso lume che ci proiettiamo attorno, e in cui la vita

nostra rimane come imprigionata, come esclusa per alcun tempo dalla

vita universale, eterna, nella quale ci sembra che dovremo un giorno

rientrare, mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo, ma senza più

questo sentimento di esilio che ci angoscia? Non è anche qui illusorio

il limite, e relativo al poco lume nostro, della nostra individualità?

Forse abbiamo sempre vissuto, sempre vivremo con l'universo; anche

ora, in questa forma nostra, partecipiamo a tutte le manifestazioni

dell'universo; non lo sappiamo, non lo vediamo, perchè purtroppo quella

favilla che Prometeo ci volle donare ci fa vedere soltanto quel poco a

cui essa arriva.

E domani un umorista potrebbe raffigurar Prometeo sul Caucaso in atto

di considerare malinconicamente la sua fiaccola accesa e di scorgere

in essa alla fine la causa fatale del suo supplizio infinito. Egli s'è

finalmente accorto che Giove non è altro che un suo vano fantasima,

un miserevole inganno, l'ombra del suo stesso corpo che si proietta

gigantesca nel cielo, a causa appunto della fiaccola ch'egli tiene

accesa in mano. A un solo patto Giove potrebbe sparire, a patto che

Prometeo spegnesse la candela, cioè la sua fiaccola. Ma egli non sa,

non vuole, non può; e quell'ombra rimane, paurosa e tiranna, per tutti

gli uomini che non riescono a rendersi conto del fatale inganno.

Così il contrasto ci si dimostra inovviabile, inscindibile, come

l'ombra dal corpo. Noi l'abbiamo veduto, in questa rapida visione

allargarsi man mano, varcare i limiti del nostro essere individuale,

ov'ha radice, ed estendersi intorno. Lo ha scoperto la riflessione,

che vede in tutto una costruzione o illusoria o finta o fittizia

del sentimento e con arguta, sottile e minuta analisi la smonta e la

scompone.

Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che smontò

non propriamente la macchina dell'universo, ma l'orgogliosa immagine

che ce n'eravamo fatta. Si legga quel dialogo del Leopardi che

s'intitola appunto dal canonico polacco.

Ci diede il colpo di grazia la scoperta del telescopio: altra

macchinetta infernale, che può fare il pajo con quella che volle

regalarci la natura. Ma questa l'abbiamo inventata noi, per non esser

da meno. Mentre l'occhio guarda di sotto, dalla lente più piccola, e

vede grande ciò che la natura provvidenzialmente aveva voluto farci

veder piccolo, l'anima nostra, che fa? salta a guardar di sopra,

dalla lente più grande, e il telescopio allora diventa un terribile

strumento, che subissa la terra e l'uomo e tutte le nostre glorie e

grandezze.

Fortuna che è proprio della riflessione umoristica il provocare

il sentimento del contrario; il quale, in questo caso, dice: — Ma

è poi veramente così piccolo l'uomo, come il telescopio rivoltato

ce lo fa vedere? Se egli può intendere e concepire l'infinita sua

piccolezza, vuol dire ch'egli intende e concepisce l'infinita grandezza

dell'universo. E come si può dir piccolo dunque l'uomo?

Ma è anche vero che se poi egli si sente grande e un umorista viene a

saperlo, gli può capitare come a Gulliver, gigante a Lilliput e balocco

tra le mani dei giganti di Brobdignac.

VI

Da quanto abbiamo detto finora intorno alla speciale attività

della riflessione nell'umorista, appare chiaramente quale dell'arte

umoristica necessariamente sia l'intimo processo.

Anch'essa l'arte, come tutte le costruzioni ideali o illusorie, tende a

fissar la vita: la fissa in un momento o in varii momenti determinati:

la statua in un gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo,

immutabile. Ma, e la perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la

fusione continua in cui le anime si trovano?

L'arte in genere astrae e concentra, coglie cioè e rappresenta

così degli individui come delle cose, l'idealità essenziale e

caratteristica. Ora pare all'umorista che tutto ciò semplifichi troppo

la natura e tenda a rendere troppo ragionevole o almeno troppo coerente

la vita. Gli pare che delle cause, delle cause vere che muovono spesso

questa povera anima umana a gli atti più inconsulti, assolutamente

imprevedibili, l'arte in genere non tenga quel conto che secondo lui

dovrebbe. Per l'umorista le cause, nella vita, non sono mai così

logiche, così ordinate, come nelle nostre comuni opere d'arte, in

cui tutto è, in fondo, combinato, congegnato, ordinato ai fini che

lo scrittore s'è proposto. L'ordine? la coerenza? Ma se noi abbiamo

dentro quattro, cinque anime in lotta fra loro: l'anima istintiva,

l'anima morale, l'anima affettiva, l'anima sociale? E secondo che

domina questa o quella, s'atteggia la nostra coscienza; e noi riteniamo

valida e sincera quella interpretazione fittizia di noi medesimi, del

nostro essere interiore che ignoriamo, perchè non si manifesta mai

tutt'intero, ma ora in un modo, ora in un altro, come volgano i casi

della vita.

Sì, un poeta epico o drammatico può rappresentare un suo eroe, in cui

si mostrino in lotta elementi opposti e repugnanti; ma egli di questi

elementi _comporrà_ un carattere, e vorrà coglierlo coerente in ogni

suo atto. Ebbene, l'umorista fa proprio l'inverso: egli _scompone_

il carattere nei suoi elementi; e mentre quegli cura di coglierlo

coerente in ogni atto, questi si diverte a rappresentarlo nelle sue

incongruenze.

L'umorista non riconosce eroi; o meglio, lascia che li rappresentino

gli altri, gli eroi; egli, per suo conto sa che cosa è la leggenda

e come si forma, che cosa è la storia e come si forma: composizioni

tutte, più o meno ideali, e tanto più ideali forse, quanto più mostran

pretesa di realtà: composizioni ch'egli si diverte a scomporre; nè si

può dir che sia un divertimento piacevole.

Il mondo, lui, se non propriamente nudo, lo vede, per così dire, in

camicia; in camicia il re, che vi fa così bella impressione a vederlo

composto nella maestà d'un trono con lo scettro e la corona e il manto

di porpora e d'ermellino; e non componete con troppa pompa nelle

camere ardenti su catafalchi i morti, perchè egli è capace di non

rispettar neppure questa composizione, tutto questo apparato; è capace

di sorprendere, per esempio, in mezzo alla compunzione degli astanti,

in quel morto lì, freddo e duro, ma decorato e in marsina, un qualche

borboglìo lugubre nel ventre, e d'esclamare (poichè certe cose si

dicono meglio in latino):

— _Digestio post mortem_.

Anche quei soldatacci austriaci della poesia del Giusti, di cui

ci siamo occupati in principio, son veduti in fine dal poeta come

tanti poveri uomini in camicia: sono spogliati cioè di quelle loro

uniformi odiose, nelle quali il poeta vede un simbolo della schiavitù

della patria. Quelle uniformi _compongono_ nell'animo del poeta una

rappresentazione ideale, della patria schiava; la riflessione scompone

questa rappresentazione, spoglia quei soldati e vede in essi una torma

di poveretti addogliati e derisi.

«L'uomo è un animale vestito, — dice il Carlyle nel suo _Sartor

Resartus_, — la società ha per base il vestiario». E il vestiario

_compone_ anch'esso, compone e _nasconde_: due cose che l'umorismo non

può soffrire.

La vita nuda, la natura senz'ordine almeno apparente, irta di

contraddizioni, pare all'umorista lontanissima dal congegno ideale

delle comuni concezioni artistiche, in cui tutti gli elementi,

visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano.

Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere si

stagliano su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni.

Ebbene, gli scrittori, in genere, non se n'avvalgono, o poco se

ne curano, come se queste vicende, questi particolari non abbiano

alcun valore e siano inutili e trascurabili. Ne fa tesoro invece

l'umorista. L'oro, in natura, non si trova frammisto alla terra?

Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano

l'oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la

loro marca e il loro stemma bene impressi. Ma l'umorista sa che le

vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita

insomma, così varia e complessa, contraddicono poi aspramente quelle

semplificazioni ideali, costringono ad azioni, ispirano pensieri e

sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei

caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii. E l'impreveduto che

è nella vita? E l'abisso che è nelle anime? Non ci sentiamo guizzar

dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri

inconseguenti, inconfessabili finanche a noi stessi, come sorti davvero

da un'anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Di

qui, nell'umorismo, tutta quella ricerca dei particolari più intimi e

minuti, che possono anche parer volgari e triviali se si raffrontano

con le sintesi idealizzatrici dell'arte in genere, e quella ricerca

dei contrasti e delle contraddizioni, su cui l'opera sua si fonda,

in opposizione alla coerenza cercata dagli altri; di qui quel che di

scomposto, di slegato, di capriccioso, tutte quelle digressioni che si

notano nell'opera umoristica, in opposizione al congegno ordinato, alla

_composizione_ dell'opera d'arte in genere.

Sono il frutto della riflessione che scompone. «Se il naso di

Cleopatra fosse stato più lungo, chi sa quali altre vicende avrebbe

avuto il mondo». E questo se, questa minuscola particella, che si può

appuntare, inserire come un cuneo in tutte le vicende, quante e quali

disgregazioni può produrre, di quanta scomposizione può esser causa, in

mano d'un umorista come, ad esempio, lo Sterne, che dall'infinitamente

piccolo vede regolato tutto il mondo!

Riassumendo: l'umorismo consiste nel sentimento del contrario,

provocato dalla speciale attività della riflessione che non si

cela, che non diventa, come ordinariamente nell'arte, una forma

del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il

sentimento come l'ombra segue il corpo. L'artista ordinario bada al

corpo solamente: l'umorista bada al corpo e all'ombra, e talvolta più

all'ombra che al corpo; nota tutti gli scherzi di quest'ombra, com'essa

ora s'allunghi ed ora s'intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che

intanto non la calcola e non se ne cura.

Nelle rappresentazioni comiche medievali del diavolo, troviamo uno

scolare che per farsi beffe di lui gli dà ad acchiappare la propria

ombra sul muro. Chi rappresentò questo diavolo non era certamente

un umorista. Quanto valga un'ombra l'umorista sa bene: il _Peter

Schlemihl_ di Chamisso informi.

FINE

INDICE

PARTE PRIMA

1. _La parola «umorismo»_ » 7

2. _Questioni preliminari_ » 21

3. _Distinzioni sommarie_ » 43

4. _L'umorismo e la retorica_ » 57

5. _L'ironia comica nella poesia cavalleresca_ » 77

6. _Umoristi italiani_ » 141

PARTE SECONDA

=Essenza, caratteri e materia dell'umorismo= » 168

NOTE:

[1] In _Studi di Critica e Storia Letteraria_ (Bologna, Zanichelli ed.,

1880).

[2] Pag. 179.

[3] E anche a Napoli (_Arch. stor. p.le prov. nap_. V. 608). E perchè

non citare anche quella degli _Umidi_ di Firenze di cui il Lasca

disse (Lett. a Mes. Lorenzo Scala, premessa al primo libro delle opere

burlesche, ed. Bern. Giunta 1548): «la quale (_Accademia degli Umidi_)

principalmente fa professione, essendovi tutte persone dentro allegre

e spensierate, dello stil burlesco, giocondo, lieto, amorevole e, per

dir così, _buon compagno_?». Si vedano, per altro, a proposito, delle

parole _umore_ e _umorismo_, il Baldensperger (_Les définitions de

l'humour in Êtudes d'histoires littéraire_, Paris, Hachette, 1907)

e lo Spingarn nell'introduzione del primo volume della sua raccolta

_Critical Essays of the Seventeenth Century_, Oxford, Clarendon Press,

1908; non che ciò ne dice il Croce in _Critica_, vol. VII, pagine

219-20.

[4] Cecco Angiolieri in uno dei suoi sonetti, parlando della madre che

gli vuol male, dopo avere enumerato alcuni cibi dannosi ch'ella gli

consiglia, dice:

E se di questo non avessi voglia

e stessi quasimente su la colla

molto mi loda porri con la foglia.

[5] Lettera XV.

[6] Vedi Victor Basch, _La poëtique di F. Schiller_ (Paris, Alcan,

1902).

[7] _Zur Naturwissenschaft in Allgemeinen_. Tomo XXXIV delle _Opere_,

ed. Hempel, pag. 96-97. Ma il Goethe non tenne conto che prima dello

Schiller lo Herder aveva distinto _Natur-poesie_ da _Kunst-poesie_.

Vedi anche V. Basch, _Op. cit._

[8] Vedi G. Muoni _Note per una poetica storica pel romanticismo_

(Milano, Società Ed. Libr., 1906).

[9] _L'Umorismo nell'arte moderna_. Due conferenze al Circolo

filologico di Napoli, (Napoli, Detken ed., 1885).

[10] Verona, 1885.

[11] _La coltura_, 15 gennaio 1886.

[12] A. Biese, _Die Entwicklung der Naturgefühls bei den Griechen_,

(Kiel 1882). Abbiamo su l'argomento lavori più recenti.

[13] Vedi H. Taine, _Notes sur l'Angleterre_ (Paris, Hachette et Cie,

douzieme édition, 1903) — ch. VIII, _De l'esprit anglais_, pag. 339.

[14] Vedi su lui il mio saggio _Un critico fantastico_ nel vol. _Arte e

scienza_ (Roma, W. Modes ed. 1908).

[15] Il Cantoni chiama propriamente questo suo lavoro _grottesco_,

forse per la contaminazione dell'elemento fantastico con la critica.

[16] Vedi Jacques Denis, _La comedie greque_, vol I, chap. VI, Paris,

Hachette et Cie. 1886, e la bella e dotta prefazione di Ettore

Romagnoli alla sua impareggiabile traduzione delle commedie di A.

(Torino, Bocca 1908).

[17] Teodor Lipps, _Komik und Humor_, eine psychologisch-ästhetische

Untersuchung (Hamburg u. Leipzig, Voss 1898).

[18] Vedi su esse le sei letture del Thackeray, _The English

Humourists, of the eighteenth century_ (Leipzig, Taucknitz, 1853).

Sono: Swift Congreve Addison, Steele, Prior, Gay, Pope, Hogarth,

Smollett, Fielding, Sterne, Goldsmith.

[19] Il Nencioni definisce l'umorismo «una naturale disposizione

del cuore e della mente a osservare con simpatica indulgenza le

contradizioni e le assurdità della vita».

[20] Allude alla _Vita e opinioni di Tristram Shandy_.

[21] Come suonano curiose queste lodi a uno scrittore inglese

raffrontato con uno scrittore francese, dopo aver letto nel Taine la

pagina su l'_esprit_ francese e su l'inglese!

[22] Palermo, R. Sandron ed. 1904.

[23] «La retorica corrisponde alla logica» — aveva già detto Aristotile

(_Ret._ lib. I, c. 1).

L'umorismo · 第 12 / 13 段