[24] Il Croce, in una recensione sulla prima edizione di questo mio

saggio, nel VII volume di _Critica_, ha voluto credere ch'io, dicendo

così, contrapponessi arte e umorismo e affermassi che umorismo è

l'opposto dell'arte, perchè questa compone e quello scompone. Veda

il lettore intelligente se è lecito e giusto argomentare dalle mie

parole una così recisa e assoluta contrapposizione o opposizione; se è

lecito e giusto, dopo aver con molta leggerezza e senz'alcun fondamento

argomentato così, aggiungere come fa il Croce: «Ma, forse, la parola

è andata di là dal pensiero del P., il quale non voleva già dire

che l'umorismo non sia arte, ma piuttosto che sia un genere d'arte,

che si distingue dagli altri generi d'arte o dal complesso di essi».

Ritornerò su questo appunto più oltre, quando tratterò della speciale

attività della riflessione nella concezione dell'opera umoristica. Mi

contenterò qui per ora di rispondere al Croce, ch'egli fa — non so se

volutamente o no — una confusione tra i così detti «generi letterarii»

come li intendeva la retorica, la cui eliminazione è da accettare, con

quelle distinzioni, che non solo sono legittime, ma anche necessarie

tra le varie espressioni, quando non si voglia confondere l'una con

l'altra, abolendo ogni critica, per concludere filosoficamente che

tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può distinguere dalla

restante arte. L'umorismo non è un «genere letterario», come _poema_,

_commedia_, _romanzo_, _novella_, e via dicendo; tanto vero che ognuno

di questi componimenti letterarii può essere o non essere umoristico.

L'umorismo è qualità d'espressione, che non è possibile negare per il

solo fatto che ogni espressione è arte e come arte non distinguibile

dalla restante arte. La molta preparazione filosofica (la mia, si sa,

è pochissima) ha condotto il Croce a questa edificante conclusione. Si

può sì parlare di questo o di quell'umorista; egli, filosoficamente,

non ha nulla in contrario; ma guai a parlar dell'umorismo! Subito la

filosofia del Croce diventa un formidabile cancello di ferro, che è

vano scrollare. Non si passa! Ma che c'è dietro quel cancello? Niente.

Questa sola equazione: _intuizione_ = _espressione_, e l'affermazione

che è impossibile distinguere arte da non arte, l'intuizione artistica

da intuizione comune. Ah, va bene! Non vi pare che si possa benissimo

passar davanti a questo cancello chiuso, senza neanche voltarci a

guardarlo?

[25] Vedi il mio volume _Arte e Scienza_ (Roma W. Modes ed. 1908) _I

sonetti di Cecco Angiolieri_.

[26] Vedi Morandi, _Prefaz. ai sonetti romaneschi del Belli_ (Città di

Castello, Lapi, Vol. I, 1889).

[27] Città di Castello, Lapi ed., 1888.

[28] Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio! Basterà

ricordare il patto di quel buon'uomo col cantastorie di piazza per

differir la morte di Ettore, che tanto lo addolorava; la risposta di

quel cardinal di Spagna ai soldati della Santa Sede: «Ancora non ho

fame»; la disperazione di quel bandito per la goccia di latte venutagli

in gola durante la quaresima, ecc. ecc.

[29] Vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano _L'indole e il riso

di L. P._ (Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907), da cui però in gran

parte io dissento, come dirò appresso; e quel che dicono del Folengo il

De Sanctis nella sua _Storia d. lett, ital._ cap. XVI, il Canello nel

suo _Cinquecento_ e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni.

[30] Si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo aureo

libro _Attraverso il Cinquecento_ su le condizioni del letterato nel

sec. XVI.

[31] 1879, III, p. 620 e segg.

[32] Paris, 1880.

[33] Trad. del Gorra (Torino, Loescher, 1888). Vedi Lib. III cap. III

(_Valore dell'Epopea_).

[34] I cavalieri si permettono anche, e questo accade negli

stessi poemi della crociata, di farsi beffe dei cerimonieri. Così

nell'Antioche accade una scena piacevole e caratteristica, quando i

cavalieri francesi escono dalla città per combattere contro Kerboga.

Enguerrant de Saint-Pol sta loro alla testa e il suo lucido elmo

forbito e la sua corazza splendente scintillano ai raggi del sole.

Quando sono usciti dalla città, si fermano e un arcivescovo implora

la benedizione dal cielo sopra di loro e vuole aspergerli con acqua

benedetta, ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo prega di non

macchiargli l'elmo: _«Anqui le vourrai bel a Sarrasins mostrer»_ (vedi

Pigeonneau, _Cycle de la Croisade_, p. 90-91).

[35] Firenze, Barbéra, 1859.

[36] Vedi _Scritti varii inediti o rari_, a cura di B. Croce, vol. I,

Napoli, Morano e figlio, 1898. Il De Santis poi nella sua _Storia della

letteratura it._ corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema. Qui ho

citato il suo primo giudizio solo perchè anche da un errore (del resto

riparato) del sommo critico, si può trarre profitto, ponendo in giusta

evidenza, in questa facile confutazione, tra i due casi di cui egli

parla, quale veramente sia quello del Pulci.

[37] Vedi il vol. già citato _L'indole e il riso di L. P._, Rocca S.

Casciano, Cappelli, 1907.

[38] Pag. 120-121 del vol. cit.

[39] Pag. 113.

[40] Vedi _Introduzione alle Fonti dell'Orl. Fur._, seconda ed. pag. 20

(Firenze, Sansoni, 1900).

[41] Vedi in _Critica militare_ (Messina, Trimarchi, 1907) lo studio

_La fantasia dell'Ariosto_ (pubbl. prima su la _Nuova Antologia_).

[42] È curioso veramente il notare a quali aberrazioni potè essere

condotto il Rajna dalla smania di sorprendere a ogni costo il poeta

del _Furioso_ con le mani nel sacco altrui. A proposito di questo

episodio di Sacripante e Angelica, cita nientemeno che 12 esemplari,

che l'Ariosto avrebbe dovuto aver presenti. E non si accorge ch'è

stupido senz'altro il ravvicinamento di queste pretese fonti, poichè

nell'Ariosto, invece del solito cavaliere che ascolta furtivo i

lamenti, abbiamo Angelica, proprio lei in persona. Ma questo, — ha

il coraggio di notare il Rajna, — «è una differenza di sommo momento

per Sacripante, ma _secondaria per noi_.» Già! come dire che, se

veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis nei _Chetif_

a proposito del battesimo di Clorinda, è differenza secondaria che

Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un'altro cavaliere qualsiasi!

Sapete quali sono invece le _parti sostanziali_? Erba, alberi, acqua,

se è giorno o notte, e simili altre amenità. Come se Angelica non fosse

nel bosco fin dal principio del canto! Avrebbe potuto risparmiarsi il

Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz'altro all'episodio di

Prasildo nel Bojardo. La differenza però rimane sempre sostanziale.

L'Ariosto prende un verso al Bojardo:

Che avria spezzato un sasso di pietade;

ma glielo corregge così:

Che avrebbe di pietà spezzato un sasso.

Ecco tutto.

[43] Applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l'umorismo:

«Erhabenheit in der Komik und durch dieselbe» (vedi _Op. cit_., pag.

243). Ma come si spiega questo superamento del comico attraverso il

comico stesso? La spiegazione che dà il Lipps non mi sembra accettabile

per quelle stesse ragioni che infirmano tutta la sua teoria estetica.

Vedi su questa la critica del Croce nella seconda parte della sua

_Estetica_, pag. 434.

[44] Vedi Arcoleo, _op. cit_., pag. 94-95.

[45] Vedi in _Studii drammatici_ (Torino, Loescher, 1878). Le tre

commedie sono _La Calandria, La Mandragola, Il Candelajo_.

[46] Certe tropologie del Bruno sono di un'efficacia senza pari; così,

quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato _di parole

e scommi che si muojono di fame e di freddo_. Certe comparazioni

scolpiscono, come là dove di due presuntuosi sapienti dice che _l'uno

parea il conestabile de la gigantessa dell'orco, l'altro l'amostante

de la dea riputazione_. Nella _Cabala del Cavallo pegaseo_ così è

descritto Don Cocchiarone, mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien

d'infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove

rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or

quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or

questo or quell'altro piede, rigettando or verso il destro or verso il

sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l'ascella, e con

gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra,

con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati,

in gesto d'un uomo fortemente meravigliato, conchiudendola con un grave

et enfatico sospiro, farà pervenire a l'orecchio de' circostanti questa

sentenza: _Hucusque alii Philosophi non pervenerunt._

[47] Vedi _Giovanni Merlino, umorista_, Napoli, Pierro, 1898.

[48] Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell'umorismo di

don Abbondio, che all'Arcoleo sembra una figura ridicola o comica

senz'altro.

[49] Del Richter si possono citare parecchie definizioni. Egli chiama

anche l'umorismo «sublime a rovescio». La descrizione migliore,

secondo il suo modo d'intenderlo, è quella a cui già abbiamo accennato

altrove, parlando della diversità del riso antico dal riso moderno:

«L'umore romantico è l'atteggiamento grave di chi compari il piccolo

mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che

è misto di dolore e di grandezza. È un comico universale, pieno di

tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che, partecipando della

nostra natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che

annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi, anche

applicata in un senso meno filosofico. _Der Humor kann_, dice il Lipps,

_schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein solcher, wenn der

Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der Beschränktheit

seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch relativen

Nichtigkeit bewusst ist._»

[50] Paris, Alcan, 1904, pag. 276.

[51] Vedi nei mio volume già citato _Arte e Scienza_ il saggio _Un

critico fantastico._

[52] Mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro

di Giovanni Marchesini, _Le finzioni dell'anima_ (Bari, Gius. Laterza e

figli, 1905).

[53] «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo,

uno stringere d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare

senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel

fine; e tutto, o più o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io

non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità,

ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il

concetto, e quindi la realtà, del suo potere: come quelle scatole che

si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole

arabe, e dentro non c'è nulla: ma servono per mantenere il credito alla

bottega».

[54] Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel _Libro degli Snobs_

e in quella «Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele

stesse dell'autore».

[55] Vedi nel libro di Alfredo Binet _Les altérations de

la personalité_ quella rassegna di meravigliosi esperimenti

psico-fisiologici, da cui queste e tant'altre considerazioni si possono

trarre, come notava già G. Negri nel libro _Segni dei tempi_.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

L'umorismo · 第 13 / 13 段