saggio, nel VII volume di _Critica_, ha voluto credere ch'io, dicendo
così, contrapponessi arte e umorismo e affermassi che umorismo è
l'opposto dell'arte, perchè questa compone e quello scompone. Veda
il lettore intelligente se è lecito e giusto argomentare dalle mie
parole una così recisa e assoluta contrapposizione o opposizione; se è
lecito e giusto, dopo aver con molta leggerezza e senz'alcun fondamento
argomentato così, aggiungere come fa il Croce: «Ma, forse, la parola
è andata di là dal pensiero del P., il quale non voleva già dire
che l'umorismo non sia arte, ma piuttosto che sia un genere d'arte,
che si distingue dagli altri generi d'arte o dal complesso di essi».
Ritornerò su questo appunto più oltre, quando tratterò della speciale
attività della riflessione nella concezione dell'opera umoristica. Mi
contenterò qui per ora di rispondere al Croce, ch'egli fa — non so se
volutamente o no — una confusione tra i così detti «generi letterarii»
come li intendeva la retorica, la cui eliminazione è da accettare, con
quelle distinzioni, che non solo sono legittime, ma anche necessarie
tra le varie espressioni, quando non si voglia confondere l'una con
l'altra, abolendo ogni critica, per concludere filosoficamente che
tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può distinguere dalla
restante arte. L'umorismo non è un «genere letterario», come _poema_,
_commedia_, _romanzo_, _novella_, e via dicendo; tanto vero che ognuno
di questi componimenti letterarii può essere o non essere umoristico.
L'umorismo è qualità d'espressione, che non è possibile negare per il
solo fatto che ogni espressione è arte e come arte non distinguibile
dalla restante arte. La molta preparazione filosofica (la mia, si sa,
è pochissima) ha condotto il Croce a questa edificante conclusione. Si
può sì parlare di questo o di quell'umorista; egli, filosoficamente,
non ha nulla in contrario; ma guai a parlar dell'umorismo! Subito la
filosofia del Croce diventa un formidabile cancello di ferro, che è
vano scrollare. Non si passa! Ma che c'è dietro quel cancello? Niente.
Questa sola equazione: _intuizione_ = _espressione_, e l'affermazione
che è impossibile distinguere arte da non arte, l'intuizione artistica
da intuizione comune. Ah, va bene! Non vi pare che si possa benissimo
passar davanti a questo cancello chiuso, senza neanche voltarci a
guardarlo?
[25] Vedi il mio volume _Arte e Scienza_ (Roma W. Modes ed. 1908) _I
sonetti di Cecco Angiolieri_.
[26] Vedi Morandi, _Prefaz. ai sonetti romaneschi del Belli_ (Città di
Castello, Lapi, Vol. I, 1889).
[27] Città di Castello, Lapi ed., 1888.
[28] Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio! Basterà
ricordare il patto di quel buon'uomo col cantastorie di piazza per
differir la morte di Ettore, che tanto lo addolorava; la risposta di
quel cardinal di Spagna ai soldati della Santa Sede: «Ancora non ho
fame»; la disperazione di quel bandito per la goccia di latte venutagli
in gola durante la quaresima, ecc. ecc.
[29] Vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano _L'indole e il riso
di L. P._ (Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907), da cui però in gran
parte io dissento, come dirò appresso; e quel che dicono del Folengo il
De Sanctis nella sua _Storia d. lett, ital._ cap. XVI, il Canello nel
suo _Cinquecento_ e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni.
[30] Si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo aureo
libro _Attraverso il Cinquecento_ su le condizioni del letterato nel
sec. XVI.
[31] 1879, III, p. 620 e segg.
[32] Paris, 1880.
[33] Trad. del Gorra (Torino, Loescher, 1888). Vedi Lib. III cap. III
(_Valore dell'Epopea_).
[34] I cavalieri si permettono anche, e questo accade negli
stessi poemi della crociata, di farsi beffe dei cerimonieri. Così
nell'Antioche accade una scena piacevole e caratteristica, quando i
cavalieri francesi escono dalla città per combattere contro Kerboga.
Enguerrant de Saint-Pol sta loro alla testa e il suo lucido elmo
forbito e la sua corazza splendente scintillano ai raggi del sole.
Quando sono usciti dalla città, si fermano e un arcivescovo implora
la benedizione dal cielo sopra di loro e vuole aspergerli con acqua
benedetta, ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo prega di non
macchiargli l'elmo: _«Anqui le vourrai bel a Sarrasins mostrer»_ (vedi
Pigeonneau, _Cycle de la Croisade_, p. 90-91).
[35] Firenze, Barbéra, 1859.
[36] Vedi _Scritti varii inediti o rari_, a cura di B. Croce, vol. I,
Napoli, Morano e figlio, 1898. Il De Santis poi nella sua _Storia della
letteratura it._ corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema. Qui ho
citato il suo primo giudizio solo perchè anche da un errore (del resto
riparato) del sommo critico, si può trarre profitto, ponendo in giusta
evidenza, in questa facile confutazione, tra i due casi di cui egli
parla, quale veramente sia quello del Pulci.
[37] Vedi il vol. già citato _L'indole e il riso di L. P._, Rocca S.
Casciano, Cappelli, 1907.
[38] Pag. 120-121 del vol. cit.
[39] Pag. 113.
[40] Vedi _Introduzione alle Fonti dell'Orl. Fur._, seconda ed. pag. 20
(Firenze, Sansoni, 1900).
[41] Vedi in _Critica militare_ (Messina, Trimarchi, 1907) lo studio
_La fantasia dell'Ariosto_ (pubbl. prima su la _Nuova Antologia_).
[42] È curioso veramente il notare a quali aberrazioni potè essere
condotto il Rajna dalla smania di sorprendere a ogni costo il poeta
del _Furioso_ con le mani nel sacco altrui. A proposito di questo
episodio di Sacripante e Angelica, cita nientemeno che 12 esemplari,
che l'Ariosto avrebbe dovuto aver presenti. E non si accorge ch'è
stupido senz'altro il ravvicinamento di queste pretese fonti, poichè
nell'Ariosto, invece del solito cavaliere che ascolta furtivo i
lamenti, abbiamo Angelica, proprio lei in persona. Ma questo, — ha
il coraggio di notare il Rajna, — «è una differenza di sommo momento
per Sacripante, ma _secondaria per noi_.» Già! come dire che, se
veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis nei _Chetif_
a proposito del battesimo di Clorinda, è differenza secondaria che
Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un'altro cavaliere qualsiasi!
Sapete quali sono invece le _parti sostanziali_? Erba, alberi, acqua,
se è giorno o notte, e simili altre amenità. Come se Angelica non fosse
nel bosco fin dal principio del canto! Avrebbe potuto risparmiarsi il
Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz'altro all'episodio di
Prasildo nel Bojardo. La differenza però rimane sempre sostanziale.
L'Ariosto prende un verso al Bojardo:
Che avria spezzato un sasso di pietade;
ma glielo corregge così:
Che avrebbe di pietà spezzato un sasso.
Ecco tutto.
[43] Applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l'umorismo:
«Erhabenheit in der Komik und durch dieselbe» (vedi _Op. cit_., pag.
243). Ma come si spiega questo superamento del comico attraverso il
comico stesso? La spiegazione che dà il Lipps non mi sembra accettabile
per quelle stesse ragioni che infirmano tutta la sua teoria estetica.
Vedi su questa la critica del Croce nella seconda parte della sua
_Estetica_, pag. 434.
[44] Vedi Arcoleo, _op. cit_., pag. 94-95.
[45] Vedi in _Studii drammatici_ (Torino, Loescher, 1878). Le tre
commedie sono _La Calandria, La Mandragola, Il Candelajo_.
[46] Certe tropologie del Bruno sono di un'efficacia senza pari; così,
quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato _di parole
e scommi che si muojono di fame e di freddo_. Certe comparazioni
scolpiscono, come là dove di due presuntuosi sapienti dice che _l'uno
parea il conestabile de la gigantessa dell'orco, l'altro l'amostante
de la dea riputazione_. Nella _Cabala del Cavallo pegaseo_ così è
descritto Don Cocchiarone, mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien
d'infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove
rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or
quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or
questo or quell'altro piede, rigettando or verso il destro or verso il
sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l'ascella, e con
gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra,
con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati,
in gesto d'un uomo fortemente meravigliato, conchiudendola con un grave
et enfatico sospiro, farà pervenire a l'orecchio de' circostanti questa
sentenza: _Hucusque alii Philosophi non pervenerunt._
[47] Vedi _Giovanni Merlino, umorista_, Napoli, Pierro, 1898.
[48] Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell'umorismo di
don Abbondio, che all'Arcoleo sembra una figura ridicola o comica
senz'altro.
[49] Del Richter si possono citare parecchie definizioni. Egli chiama
anche l'umorismo «sublime a rovescio». La descrizione migliore,
secondo il suo modo d'intenderlo, è quella a cui già abbiamo accennato
altrove, parlando della diversità del riso antico dal riso moderno:
«L'umore romantico è l'atteggiamento grave di chi compari il piccolo
mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che
è misto di dolore e di grandezza. È un comico universale, pieno di
tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che, partecipando della
nostra natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che
annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi, anche
applicata in un senso meno filosofico. _Der Humor kann_, dice il Lipps,
_schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein solcher, wenn der
Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der Beschränktheit
seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch relativen
Nichtigkeit bewusst ist._»
[50] Paris, Alcan, 1904, pag. 276.
[51] Vedi nei mio volume già citato _Arte e Scienza_ il saggio _Un
critico fantastico._
[52] Mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro
di Giovanni Marchesini, _Le finzioni dell'anima_ (Bari, Gius. Laterza e
figli, 1905).
[53] «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo,
uno stringere d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare
senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel
fine; e tutto, o più o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io
non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità,
ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il
concetto, e quindi la realtà, del suo potere: come quelle scatole che
si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole
arabe, e dentro non c'è nulla: ma servono per mantenere il credito alla
bottega».
[54] Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel _Libro degli Snobs_
e in quella «Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele
stesse dell'autore».
[55] Vedi nel libro di Alfredo Binet _Les altérations de
la personalité_ quella rassegna di meravigliosi esperimenti
psico-fisiologici, da cui queste e tant'altre considerazioni si possono
trarre, come notava già G. Negri nel libro _Segni dei tempi_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.