Cioè — intendiamoci bene — al Lipps veramente non si affaccia mai

questo sentimento del contrario. Egli, da un canto, non vede che una

specie di meccanismo così del comico come dell'umore: quello stesso

che il Croce nella sua _Estetica_ cita come un esempio di spiegazione

accettabile di siffatti «concetti»: — «Posto l'organismo nella

situazione _a_, sopravvenendo la circostanza _b_, si ha il fatto _c_.»

— E, dall'altro canto, s'impaccia di continuo di valori etici, poichè

per lui ogni godimento artistico ed estetico in genere è godimento di

qualcosa che ha valore etico: non già come elemento di un complesso,

ma come oggetto dell'intuizione estetica. E tira continuamente in ballo

il valore etico della personalità umana, e parla di positivo umano e di

negazione di esso. Egli dice: _«Dass durch die Negation, die am positiv

Menschlichen geschieht, dies positiv Menschliche uns näher gebracht,

in seinen Wert offenbarer und fühlbarer gemacht wird, darin besteht,

wie wir sahen, das allgemeinste Wesen der Tragik. Ebendarin besteht

auch das allgemeinste Wesen des Humors. Nur dass hier die Negation

anderer Art ist als dort, nämlich komische Negation. Ich sagte vom

Naivkomischen, dass es auf dem Wege liege von der Komik zum Humor. Dies

heisst nicht: die naive Komik ist Humor. Vielmehr ist auch hier die

Komik als solche das Gegenteil des Humors. Die naive Komik entsteht aus

Berechtigte, Gute, Kluge, von unserem Standpunkte aus in gegenteiligen

Lichte erscheint. Der Humor entseht umgekhert, indem jenes relativ

Berechtigte, Gute, Kluge aus dem Prozess der komischen Vernichtung

wiederum emportaucht, und nun erst recht in seinem Werte einleuchtet

und genossen wird»_. E poco più oltre: _«Der eigentliche Grund und

Kern des Humors ist überall und jederzeit das relativ Gute, Schöne,

Vernünftige, das auch da sich findet, wo es nach unserem gewönlichen

Begriffen nicht vorhanden, ja geflissentlich negiert erscheint»._

Dice anche: _«in der Komik nicht nur das Komische in nichts zergeht,

sondern auch wir in gewisser Weise, mit unserer Erwartung, unserem

Glauben an eine Erhabenheit oder Grösse, den Regeln oder Gewohnheiten

unseres Denkens u. s. w. «zu nichte» werden. Über dieses eigene

Zunichtewerden erhebt sich der Humor. Dieser Humor, der Humor, den

wir angesichts des Komischen haben, besteht schliesslich ebenso wie

derjenige, den der Träger des bewusst humoristischen Geschehens hat,

in der Geistesfreiheit, der Gewissheit des eigenen Selbst und des

Vernünftigen, Guten und Erhabenen in der Welt, die bei aller objektiven

und eigenen Nichtigkeit bestehen bleit, oder eben darin zur Geltung

kommt»._ Ma è poi costretto a riconoscere egli stesso che _«nicht

jeder Humor diese höchste Stufe erreicht»_ e che vi ha _«neben dem

versöhnten, einen entzweiten Humor»_.

Ma che bisogno ho io, ripeto, di dare un qualsiasi valore etico a

quello che ho chiamato il sentimento del contrario, o di determinarlo

_a priori_ in alcun modo? Esso si determinerà da sè, volta per volta,

secondo la personalità del poeta o l'oggetto della rappresentazione.

Che importa a me, critico estetico, di sapere in chi o dove stia

la ragion relativa e il giusto e il bene? Io non voglio nè debbo

uscire dal campo della fantasia pura. Io mi pongo dinanzi qualunque

rappresentazione artistica, e mi propongo soltanto di giudicarne il

valore estetico. Per questo giudizio, ho bisogno innanzi tutto di

sapere lo stato d'animo che quella rappresentazione artistica vuol

suscitare: lo saprò dall'impressione che ne ho ricevuto. Questo stato

d'animo, ogni qual volta mi trovo innanzi a una rappresentazione

veramente umoristica, è di perplessità: io mi sento come tenuto tra

due: vorrei ridere, rido, ma il riso mi è turbato e ostacolato da

qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa. Ne cerco la ragione.

Per trovarla, non ho affatto bisogno di sciogliere l'espressione

fantastica in un rapporto etico, di tirare in ballo il valore etico

della personalità umana e via dicendo.

Trovo questo sentimento del contrario, qualunque esso sia, che spira

in tanti modi dalla rappresentazione stessa, costantemente in tutte

le rappresentazioni che soglio chiamare umoristiche. Perchè limitarne

eticamente la causa, oppure astrattamente, attribuendola, ad esempio,

al disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono fra la

vita reale e l'ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre

debolezze e miserie? Nascerà anche da questo, come da tantissime altre

cause indeterminabili _a priori_. A noi preme soltanto accertare che

questo sentimento del contrario nasce, e che nasce da una speciale

attività che assume nella concezione di siffatte opere d'arte la

riflessione.

III

Teniamoci a questo; seguiamo questa attività speciale della

riflessione, e vediamo se essa non ci spiega, a una a una le varie

caratteristiche, che si possono riscontrare in ogni opera umoristica.

Abbiamo detto che, ordinariamente, nella concezione d'un'opera d'arte,

la riflessione è quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio

in cui il sentimento si rimira. Volendo seguitar quest'imagine, si

potrebbe dire che, nella concezione umoristica, la riflessione è, sì,

come uno specchio, ma d'acqua diaccia, in cui la fiamma del sentimento

non si rimira soltanto, ma si tuffa e si smorza: il friggere dell'acqua

è il riso che suscita l'umorista; il vapore che n'esala è la fantasia

spesso un po' fumosa dell'opera umoristica.

— _A questo mondo c'è giustizia finalmente!_ — grida Renzo, il promesso

sposo, appassionato e rivoltato.

— _Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che

si dica,_ — commenta il Manzoni.

Ecco la fiamma là del sentimento, che si tuffa qua e si smorza

nell'acqua diaccia della riflessione.

La riflessione, assumendo quella sua speciale attività, viene a

turbare, a interrompere il movimento spontaneo che organa le idee e

le immagini in una forma armoniosa. È stato tante volte notato che le

opere umoristiche sono scomposte, interrotte, intramezzate di continue

digressioni. Anche in un'opera così armonica nel suo complesso come

_I Promessi Sposi_, è stato notato qualche difetto di composizione,

una soverchia minuzia qua e là e il frequente interrompersi della

rappresentazione o per richiami al famoso Anonimo o per l'arguta

intrusione dell'autore stesso. Questo, che ai critici nostri è

sembrato un eccesso per un verso, un difetto per l'altro, è poi la

caratteristica più evidente di tutti i libri umoristici. Basta citare

il _Tristram Shandy_ dello Sterne, che è tutto quanto un viluppo di

variazioni e digressioni, non ostante che l'autobiografo si proponga

di narrar tutto _ab ovo_, punto per punto, e cominci dall'alvo di sua

madre e dalla pendola che il signor Shandy padre soleva puntualmente

caricare.

Ma se questa caratteristica è stata notata, non se ne son vedute

chiaramente le ragioni. Questa scompostezza, queste digressioni, queste

variazioni non derivano già dal bizzarro arbitrio o dal capriccio degli

scrittori, ma sono appunto necessaria e inovviabile conseguenza del

turbamento e delle interruzioni del movimento organatore delle immagini

per opera della riflessione attiva, la quale suscita un'associazione

per contrarii: le immagini cioè, anzichè associate per similazione o

per contiguità, si presentano in contrasto: ogni immagine, ogni gruppo

d'immagini desta e richiama le contrarie, che naturalmente dividono lo

spirito, il quale, irrequieto, s'ostina a trovare o a stabilir tra loro

le relazioni più impensate.

Ogni vero umorista non è soltanto poeta, è anche critico, ma — si badi

— un critico _sui generis_, un critico fantastico: e dico _fantastico_

non solamente nel senso di bizzarro o di capriccioso, ma anche nel

senso estetico della parola, quantunque possa sembrare a prima giunta

una contraddizione in termini. Ma è proprio così; e però ho sempre

parlato di una _speciale_ attività della riflessione.

Questo apparirà chiaro quando si pensi che se, indubbiamente, una

innata o ereditata malinconia, le tristi vicende, un'amara esperienza

della vita, o anche un pessimismo o uno scetticismo acquisito con

lo studio e con la considerazione su le sorti dell'umana esistenza,

sul destino degli uomini, ecc. possono determinare quella particolar

disposizione d'animo che si suol chiamare umoristica, questa

disposizione poi, da sola, non basta a creare un'opera d'arte. Essa non

è altro che il terreno preparato: l'opera d'arte è il germe che cadrà

in questo terreno, e sorgerà, e si svilupperà nutrendosi dell'umore di

esso, togliendo cioè da esso condizione e qualità. Ma la nascita e lo

sviluppo di questa pianta debbono essere spontanei. Apposta il germe

non cade se non nel terreno preparato a riceverlo, ove meglio cioè può

germogliare. La creazione dell'arte è spontanea: non è composizione

esteriore, per addizione d'elementi di cui si siano studiati i

rapporti: di membra sparse non si compone un corpo vivo, innestando,

combinando. Un'opera d'arte, in somma, è, in quanto è «ingenua»; non

può essere il risultato della riflessione cosciente.

La riflessione, dunque, di cui io parlo, non è un'opposizione del

cosciente verso lo spontaneo; è una specie di proiezione della stessa

attività fantastica: nasce dal fantasma, come l'ombra dal corpo; ha

tutti i caratteri della «ingenuità» o natività spontanea; è nel germe

stesso della creazione, e spira in fatti da essa ciò che ho chiamato il

sentimento del contrario.

Ben per questo ho soggiunto che l'umorismo potrebbe dirsi un fenomeno

di sdoppiamento nell'atto della concezione. La concezione dell'opera

d'arte non è altro, in fondo, che una forma dell'organamento delle

immagini. L'idea dell'artista non è un'idea astratta; è un sentimento,

che divien centro della vita interiore, si impadronisce dello spirito,

l'agita e, agitandolo, tende a crearsi un corpo d'immagini. Quando un

sentimento scuote violentemente lo spirito, d'ordinario, si svegliano

tutte le idee, tutte le immagini che son con esso in accordo: qui,

invece, per la riflessione inserta nel germe del sentimento, come un

vischio maligno, si sveglian le idee e le immagini in contrasto. E la

condizione, è la qualità che prende il germe, cadendo nel terreno che

abbiamo più su descritto: gli s'inserisce il vischio della riflessione;

e la pianta sorge e si veste d'un verde estraneo e pur con essa

connaturato.

A questo punto si fa avanti il Croce con tutta la forza della sua

logica raccolta in un cosicchè, per inferire da quanto ho detto più su,

ch'io contrappongo arte e umorismo. E si domanda: — «Vuol egli dire

che l'umorismo non è arte, o che esso è più che arte? E, in questo

caso, che cosa è mai? Riflessione su l'arte, e cioè critica d'arte?

Riflessione sulla vita, e cioè filosofia della vita? O una forma _sui

generis_ dello spirito, che i filosofi, finora, non hanno conosciuta?

Il P., se l'ha scoperta lui, avrebbe dovuto, a ogni modo, dimostrarla,

assegnarle un posto, dedurla e farne intendere la connessione con

le altre forme dello spirito. Il che non ha fatto, limitandosi ad

affermare che l'umorismo è l'opposto dell'arte».

Io mi guardo attorno sbalordito. Ma dove, ma quando mai ho affermato

questo? Qui sta tra due: o io non so scrivere, o il Croce non sa

leggere. Come c'entra la riflessione _sull_'arte che è critica d'arte,

e la riflessione _sulla_ vita che è filosofia della vita? Io ho

detto che _ordinariamente_, in generale, nella concezione d'un'opera

d'arte, cioè mentre uno scrittore la concepisce, la riflessione ha un

ufficio che ho cercato di determinare, per poi venire a determinare

quale speciale attività essa assuma, non già _sull'_opera d'arte, ma

_in_ quella _speciale_ opera d'arte che si chiama umoristica. Ebbene,

perciò l'umorismo non è arte, o è più che alte? Chi lo dice? Lo dice

lui, il Croce, perchè vuol dirlo, non perchè io non mi sia espresso

chiaramente, dimostrando che è arte con questo particolar carattere,

e chiarendo da che cosa le provenga, cioè da questa speciale attività

della riflessione, la quale scompone l'immagine creata da un primo

sentimento per far sorgere da questa scomposizione e presentarne un

altro contrario, come appunto s'è veduto dagli esempii recati e da

tutti gli altri che avrei potuto recare, esaminando a una a una le più

celebrate opere umoristiche.

Non vorrei ammettere un'ipotesi quanto mai ingiuriosa per il Croce,

che cioè egli creda che un'opera d'arte si componga come un qualunque

pasticcio con tanto d'uova, tanto di farina, tanto di questo o di

quell'altro ingrediente, che si potrebbe anche mettere o lasciar fuori.

Ma purtroppo mi vedo costretto da lui stesso ad ammettere una siffatta

ipotesi, quand'egli «per farmi toccare con mano che l'umorismo come

arte non si può distinguere dalla restante arte» pone questi due casi

circa alla riflessione, di cui io — secondo lui — vorrei fare carattere

distintivo dell'arte umoristica, quasi che fosse lo stesso dire così,

in generale, _la riflessione_ e parlare com'io faccio, d'una _speciale

attività della riflessione_, più come processo intimo, immancabile

nell'atto della concezione o della creazione di tali opere, che come

carattere distintivo che per forza debba mostrarsi. Ma lasciamo andare.

Pone, dicevo, questi due casi: che cioè, la riflessione «o entra, come

componente nella materia dell'opera dell'arte e, in questo caso, tra

l'umorismo e la commedia (o la tragedia o la lirica, e via dicendo),

non vi ha differenza alcuna, giacchè in tutte le opere d'arte entra, o

può entrare, il pensiero e la riflessione; ovvero rimane estrinseca,

all'opera d'arte, e allora si avrà critica e non mai arte, e neppure

arte umoristica».

È chiaro. Il pasticcio! _Recipe_: tanto di fantasia, tanto di

sentimento, tanto di riflessione; impasta e avrai una qualunque opera

d'arte, perchè nella _composizione_ di una qualunque opera d'arte

possono entrare tutti quegli ingredienti, e anche altri.

Ma domando io: come c'entra questo pasticcio, questa _composizione_

d'elementi come _materia_ dell'opera d'arte, qualunque e comunque sia,

con quello che io ho detto più su e che ho fatto vedere, punto per

punto, parlando per esempio del _Sant'Ambrogio_ del Giusti, quando ho

mostrato come la riflessione, inserendosi come un vischio nel primo

sentimento del poeta, che è d'odio verso quei soldatacci stranieri,

generò a poco a poco il contrario del sentimento di prima? E forse

perchè questa riflessione, sempre vigile e specchiante in ogni artista

durante la creazione, non segue qua il primo sentimento, ma a un certo

punto gli s'oppone, diventa perciò estrinseca all'opera d'arte, diventa

perciò critica? Io parlo d'una _attività_ intrinseca della riflessione,

e non della riflessione come _materia_ componente dell'opera d'arte.

È chiaro! E non è credibile che il Croce non l'intenda. Non vuole

intenderlo. E ne è prova quel suo voler far credere che siano imprecise

le mie distinzioni e che io le ripeta e le modifichi e le temperi di

continuo e che, quando altro non sappia, ricorra alle immagini; mentre

invece negli esempii ch'egli cita di queste mie pretese ripetizioni e

modificazioni e soccorrevoli immagini, sfido chiunque a scoprire il

minimo disaccordo, la minima modificazione, il minimo temperamento

della prima asserzione, e non piuttosto una più chiara spiegazione,

una più precisa immagine; sfido chiunque a riconoscere con lui il

mio imbarazzo, poichè i concetti, a suo dire, mi si sformano tra mano

quando li prendo per porgerli altrui.

Tutto questo è veramente pietoso. Ma tanto può sul Croce ciò che una

volta egli s'è lasciato dire: che cioè dell'umorismo non si debba, nè

si possa parlare.

Andiamo avanti.

IV

Per spiegarci la ragione del contrasto tra la riflessione e il

sentimento, dobbiamo penetrar nel terreno in cui il germe cade, voglio

dire nello spirito dello scrittore umorista. Che se la disposizione

umoristica per sè sola non basta, perchè ci vuole il germe della

creazione, questo germe poi si nutre dell'umore che trova. Lo stesso

Lipps che vede tre modi d'essere dell'umore, cioè:

_a_) l'umore, come disposizione, o modo di considerar le cose;

_b_) l'umore, come rappresentazione;

_c_) l'umore obiettivo; conclude poi che in verità l'umore è soltanto

in chi lo ha: soggettivismo e oggettivismo non sono altro che un

diverso atteggiamento dello spirito nell'atto della rappresentazione.

La rappresentazione cioè dell'umore, che è sempre in chi lo ha, può

essere atteggiata in due modi: subiettivamente od obiettivamente.

Quei tre modi d'essere si presentano al Lipps perchè egli limita e

determina eticamente la ragione dell'umorismo, il quale è per lui, come

abbiamo già veduto, superamento del comico attraverso il comico stesso.

Sappiamo che cosa egli intenda per superamento. Io, secondo lui, ho

umore, quando: _«ich selbst bin der Erhabene, der sich Behauptende,

der Träger des Vernünftigen Oder Sittlichen. Als dieser Erhabene, oder

im Lichte dieses Erhabenen betrachte ich die Welt. Ich finde in ihr

Komisches und gehe betrachtend in die Komick ein. Ich gewinne aber

schliesslich mich selbst, oder des Erhabene in mir, erhöht, befestigt,

gesteigert wieder»._

Ora questa per noi è una considerazione assolutamente estranea, prima

di tutto, e poi anche unilaterale. Togliendo alla formula il valore

etico, l'umorismo poi con essa riman considerato, se mai, nel suo

effetto, non nella causa.

Per noi tanto il comico quanto il suo contrario sono nella disposizione

d'animo stessa ed insiti nel processo che ne risulta. Nella sua

anormalità, non può esser che amaramente comica la condizione d'un

uomo che si trova ad esser sempre quasi fuori di chiave, ad essere a

un tempo violino e contrabbasso; d'un uomo a cui un pensiero non può

nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto, contrario; a

cui per una ragione ch'egli abbia di dir _sì_, subito un'altra e due e

tre non ne sorgano che lo costringono a dir _no_; e tra il sì e il no

lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita; d'un uomo che non può

abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito qualcosa dentro che

gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce.

Questo stesso contrasto, che è nella disposizione dell'animo, si scorge

nelle cose e passa nella rappresentazione.

È una speciale fisionomia psichica, a cui è assolutamente arbitrario

attribuire una causa determinante; può esser frutto d'una esperienza

amara della vita e degli uomini, d'una esperienza che se, da un canto,

non permette più al sentimento ingenuo di metter le ali e di levarsi

come un'allodola perchè lanci un trillo nel sole, senza ch'essa

la trattenga per la coda nell'atto di spiccare il volo; dall'altro

induce a riflettere che la tristizia degli uomini si deve spesso alla

tristezza della vita, ai mali di cui essa è piena e che non tutti

sanno o possono sopportare; induce a riflettere che la vita, non avendo

fatalmente per la ragione umana un fine chiaro e determinato, bisogna

che, per non brancolar nel vuoto, ne abbia uno particolare, fittizio,

illusorio, per ciascun uomo, o basso o alto; poco importa, giacchè

non è, nè può essere il fine vero, che tutti cercano affannosamente

e nessuno trova, forse perchè non esiste. Quel che importa è che

si dia importanza a qualche cosa, e sia pur vana: varrà quanto

un'altra stimata seria, perchè in fondo nè l'una nè l'altra daranno

soddisfazione: tanto è vero che durerà sempre ardentissima la sete di

sapere, non si estinguerà mai la facoltà di desiderare, e non è detto

pur troppo che nel progresso consista la felicità degli uomini.

Tutte le finzioni dell'anima, tutte le creazioni del sentimento vedremo

esser materia dell'umorismo, vedremo cioè la riflessione diventar

come un demonietto che smonta il congegno d'ogni immagine, d'ogni

fantasma messo su dal sentimento; smontarlo per veder com'è fatto;

scaricarne la molla, e tutto il congegno striderne, convulso. Può

darsi che questo faccia talvolta con quella _simpatica indulgenza_ di

cui parlan coloro che vedono soltanto un umorismo bonario. Ma non c'è

da fidarsene, perchè se la disposizione umoristica ha talvolta questo

di particolare, cioè questa indulgenza, questo compatimento o anche

questa pietà, bisogna pensare che esse son frutto della riflessione

che si è esercitata sul sentimento opposto; sono un sentimento del

contrario nato dalla riflessione su quei casi, su quei sentimenti, su

quegli uomini, che provocano nello stesso tempo lo sdegno, il dispetto,

l'irrisione dell'umorista, il quale è tanto sincero in questo dispetto,

in questa irrisione, in questo sdegno, quanto in quell'indulgenza, in

quel compatimento, in quella pietà. Se così non fosse, si avrebbe non

più l'umorismo vero e proprio, ma l'ironia, che deriva — come abbiamo

veduto — da una contraddizione soltanto verbale, da un infingimento

retorico, affatto contrario alla natura dello schietto umorismo.

Ogni sentimento, ogni pensiero, ogni moto che sorga nell'umorista

si sdoppia subito nel suo contrario: ogni sì in un no, che viene in

fine ad assumere lo stesso valore del sì. Magari può fingere talvolta

l'umorista di tenere soltanto da una parte: dentro intanto gli parla

l'altro sentimento che pare non abbia il coraggio di rivelarsi in

prima, gli parla e comincia a muovere ora una timida scusa, ora

un'attenuante, che smorzano il calore del primo sentimento, ora

un'arguta riflessione che ne smonta le serietà e induce a ridere.

Così avviene che noi dovremmo tutti provar disprezzo e indignazione

per don Abbondio, per esempio, e stimar ridicolissimo e spesso un matto

da legare Don Quijote; eppure siamo indotti al compatimento, finanche

alla simpatia per quello, e ad ammirare con infinita tenerezza le

ridicolaggini di questo, nobilitate da un ideale così alto e puro.

Dove sta il sentimento del poeta? Nel disprezzo o nel compatimento

per don Abbondio? Il Manzoni ha un ideale astratto, nobilissimo

della missione del sacerdote su la terra, e incarna questo ideale in

Federigo Borromeo. Ma ecco la riflessione, frutto della disposizione

umoristica, suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto

per una rarissima eccezione può incarnarsi, e che le debolezze umane

sono pur tante. Se il Manzoni avesse ascoltato solamente la voce di

quell'ideale astratto, avrebbe rappresentato don Abbondio in modo che

tutti avrebbero dovuto provar per lui odio e disprezzo, ma egli ascolta

entro di sè anche la voce delle debolezze umane. Per la naturale

disposizione dello spirito, per l'esperienza della vita, che gliel'ha

determinata, il Manzoni non può non sdoppiare in germe la concezione

di quell'idealità religiosa, sacerdotale: e tra le due fiamme accese

di Fra Cristoforo e del Cardinal Federigo vede, terra terra, guardinga

e mogia, allungarsi l'ombra di don Abbondio. E si compiace a un

certo punto di porre a fronte, in contrasto, il sentimento attivo,

positivo, e la riflessione negativa; la fiaccola accesa del sentimento

e l'acqua diaccia della riflessione; la predicazione alata, astratta,

dell'altruismo, per veder come si smorzi nelle ragioni pedestri e

concrete dell'egoismo.

Federigo Borromeo domanda a don Abbondio: — «E quando vi siete

presentato alla Chiesa per addossarvi codesto ministero, v'ha essa

fatto sicurtà della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero

fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto

forse che dove cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O

non v'ha espressamente detto il contrario? Non v'ha avvertito che vi

mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c'eran de'

violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che vi sarebbe comandato?

Quello da Cui abbiam la dottrina e l'esempio, ad imitazione di

Cui si lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a

esercitarne l'ufizio, mise forse per condizione d'aver salva la vita?

E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più su la

terra, a spese della carità e del dovere, c'era bisogno dell'unzione

santa, della imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio?

Basta il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che

dico, oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch'esso

le sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo

anch'esso, un vangelo di superbia e d'odio; e non vuol che si dica che

l'amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti. Non

lo vuole ed è ubbidito! E noi! noi figli e annunziatori della promessa!

Che sarebbe la Chiesa se codesto vostro linguaggio fosse quello di

tutti i vostri fratelli? Dove sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con

codeste dottrine?».

L'umorismo · 第 10 / 13 段