E non c'è umorismo, vero e proprio umorismo, in tanti e tanti sonetti

del Belli? E senza parlare delle figure del Maggi, il _Giovannin

Bongè_, il _Marchionn di gamb avert_ di Carlo Porta non son due

capolavori d'umorismo? E, poichè si parla di tipi rimasti imperituri,

il _Monsù Travet_ del Bersezio, _il Nobilomo Vidal_ del Gallina? E un

altro scrittore dialettale abbiamo, finora quasi del tutto ignoto,

grandissimo: umorista vero, se mai ce ne fu, e — a farlo apposta —

meridionalissimo, di Reggio Calabria: Giovanni Merlino, rivelato or

son parecchi anni, in una conferenza[47] da Giuseppe Mantica, suo

conterraneo, che sarebbe stato anche lui un forte scrittore umorista

se, nel breve corso della sua esistenza, la politica non lo avesse

troppo presto distratto dalle lettere. Scrisse il Merlino i suoi libri

per 55 lettori, che nomina uno per uno e divide in quattro categorie,

imponendo a ciascuna di esse alcuni speciali obblighi in ricompensa

del piacere loro procurato. Uno de' suoi volumi, ancora tutti inediti,

è detto: _Miscellanea di varie cose sconnesse e piacevoli_, «fatta

per coloro che, avendo poco cervello, vogliono istruirsi sul modo

più acconcio per perderlo interamente»; gli altri sono _Memorie utili

ed inutili ai posteri, ossia la vita di Giovanni Merlino del quondam

Antonio di Reggio, principiata a 27 decembre 1789 e proseguita fino

al 1850, composta di sette volumi_. Vorrei poter citare per disteso

il lungo _Dialogo alla calabrese tra Domine Dio e Giovanni Merlino_

o il _Conto con Domine Dio_ per dimostrare che umorista fosse il

Merlino. Nell'attesa che gli eredi lo rendano a tutti noto pubblicando

i volumi, rimando alla pubblicazione che il Mantica fece di questi due

impareggiabili _Dialoghi_, con la traduzione a fronte.

Questo, per la letteratura dialettale. Non scopre poi sul serio altro

che ironia e satira l'Arcoleo negli scrittori italiani? Io penso

a un certo _Socrate immaginario_ d'un certo abbate del settecento;

penso al _Didimo chierico_ del Foscolo: ad alcune volate in prosa

del Baretti; penso ai _Promessi Sposi_ del Manzoni, tutto infuso di

genuino umorismo;[48] penso al _Sant'Ambrogio_ del Giusti, vera poesia

umoristica, unica forse tra le tante satiriche o sentimentali; penso

a quei certi dialoghi e a quelle certe prosette del Leopardi; penso

all'_Asino_ e al _Buco nel muro_ del Guerrazzi; penso al _Fanfulla_

del D'Azeglio; penso a Carlo Bini; penso a quella tal cucina nel

castello di Fratta delle _Confessioni d'un ottuagenario_ del Nievo;

penso a Camillo De Meis, al Revere; e, poichè l'Arcoleo arriva fino

a Marco Twain, penso al _Re umorista_, al _Demonio dello stile_,

all'_Altalena delle antipatie_, al _Pietro e Paola_, a _Scaricalasino_,

all'_Illustrissimo_ del Cantoni; al _Demetrio Pianelli_ del De Marchi;

penso ai poeti della scapigliatura lombarda e a tante note di schietto

e profondo umorismo nelle liriche del Carducci e del Graf; penso ai

tanti personaggi umoristici che popolano i romanzi e le novelle del

Fogazzaro, del Farina, del Capuana, del Fucini, e anche ad alcune opere

di più giovani scrittori, da Luigi Antonio Villari all'Albertazzi, al

Panzini... ed ecco, la _Lanterna di Diogene_ di quest'ultimo vorrei

porre in una mano all'Arcoleo e nell'altra la candela del _Candelaio_

del Bruno: son sicuro che parecchi scrittori umoristi scoprirebbe nella

letteratura italiana antica e nuova.

PARTE SECONDA

Essenza, caratteri e materia dell'umorismo

I

Che cosa è l'umorismo?

Se volessimo tener conto di tutte le risposte che si son date a questa

domanda, di tutte le definizioni che autori e critici han tentato,

potremmo riempire parecchie e parecchie pagine, e probabilmente alla

fine, confusi tra tanti pareri e dispareri, non riusciremmo ad altro

che a ripetere la domanda: — Ma, in somma, che cos'è l'umorismo?

Abbiamo già detto che tutti coloro, i quali, o di proposito o

per incidenza, ne han parlato, in una cosa sola si accordano, nel

dichiarare che è difficilissimo dire che cosa sia veramente, perchè

esso ha infinite varietà e tante caratteristiche che, a volerlo

descrivere in generale, si rischia sempre di dimenticarne qualcuna.

Questo è vero; ma è vero altresì che da un pezzo ormai avrebbe dovuto

capirsi che partire da queste caratteristiche non è la via migliore

per arrivare a intendere la vera essenza dell'umorismo, poichè

sempre avviene che una se ne assuma per fondamentale, quella che si è

riscontrata comune a parecchie opere o a parecchi scrittori studiati

con predilezione; di modo che tante definizioni si vengono infine ad

avere dell'umorismo, quante sono le caratteristiche riscontrate, e

tutte naturalmente hanno una parte di vero, e nessuna è la vera.

Certamente, dalla somma di tutte queste varie caratteristiche e

delle conseguenti definizioni si può arrivare a comprendere, così, in

generale, che cosa sia l'umorismo; ma se ne avrà sempre una conoscenza

sommaria ed esteriore, appunto perchè fondata su queste sommarie ed

esteriori determinazioni.

La caratteristica, ad esempio, di quella tale peculiar bonarietà o

benevola indulgenza che scoprono alcuni nell'umorismo, già definito

del Richter «malinconia d'un animo superiore che giunge a divertirsi

finanche di ciò che lo rattrista»,[49] quel «tranquillo, giocondo e

riflesso sguardo su le cose», quel «modo d'accogliere gli spettacoli

divertenti, che sembra, nella sua moderazione, soddisfare il senso del

ridicolo e domandar perdono di ciò che v'è di poco delicato in tal

compiacimento», quella tale «espansione degli spiriti dall'interno

all'esterno incontrata e ritardata dalla corrente contraria d'una

specie di benevolenza pensosa», di cui parla il Sully nel suo _Essai

sur le rire_,[50] non si trovano in tutti gli umoristi. Alcuni di

questi tratti, che al critico francese, e non a lui soltanto, pajono

principali dell'umorismo, si troveranno in alcuni, in altri no; e in

certuni anzi si troverà il contrario, come ad esempio nello Swift, che

è malinconico nel senso originario della parola, cioè pieno di fiele;

e del resto noi vedremo un po' più innanzi, parlando del don Abbondio

del Manzoni, a che cosa in fondo si riduca quella peculiar bonarietà o

simpatica indulgenza.

Al contrario, quella «acre disposizione a scoprire ed esprimere il

ridicolo del serio e il serio del ridicolo umano», di cui parla il

Bonghi, calzerà allo Swift e a umoristi al pari di lui beffardi e

mordaci; non calzerà ad altri; nè del resto, come osserva il Lipps,

opponendosi alla teoria del Lazzarus, che considera anch'esso

l'umorismo soltanto come una disposizione d'animo, questo modo di

considerarlo è compiuto. Nè compiuto sarà quello del Hegel che lo dice

«attitudine speciale d'intelletto e di animo onde l'artista si pone

lui stesso al posto delle cose», definizione che, a non porsi bene a

guardare da quel solo lato da cui l'Hegel lo guarda, ha tutta l'aria

d'un rebus.

Caratteristiche più comuni, e però più generalmente osservate, sono la

«contradizione» fondamentale, a cui si suol dare per causa principale

il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la

vita reale e l'ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre

debolezze e miserie, e per principale effetto quella tal perplessità

tra il pianto e il riso; poi lo scetticismo, di cui si colora ogni

osservazione, ogni pittura umoristica, e in fine il suo procedere

minuziosamente e anche maliziosamente analitico.

Dalla somma, ripeto, di tutte queste caratteristiche e conseguenti

definizioni si può arrivare a comprendere, così, in generale, che cosa

sia l'umorismo, ma nessuno negherà che non ne risulti una conoscenza

troppo sommaria. Che se accanto ad alcune determinazioni affatto

incompiute, come abbiamo veduto, altre ve ne sono indubbiamente

più comuni, l'intima ragione di esse non è poi veduta affatto con

precisione nè spiegata.

Rinunzieremo noi a vederla con precisione e a spiegarla, accettando

l'opinione di Benedetto Croce che nel _Journal of comparative

Literature_ (fasc. III, 1903) dichiarò indefinibile l'umorismo come

tutti gli stati psicologici, e nel libro dell'_Estetica_ lo annoverò

tra i tanti concetti dell'estetica del simpatico? «L'indagine dei

filosofi — egli dice — si è a lungo travagliata intorno a questi

fatti, e specialmente intorno ad alcuni di essi, come, in prima

linea, il _comico_, e poi il _sublime_, il _tragico_, l'_umoristico_

e il _grazioso_. Ma bisogna evitar l'errore di considerarli come

_sentimenti speciali, note_ del sentimento, ammettendo così delle

distinzioni e classi di sentimenti, laddove il sentimento organico per

sè stesso non può dar luogo a classi; e bisogna chiarire in che senso

possano dirsi fatti _misti_. Essi dan luogo a concetti _complessi_,

ossia di complessi di fatti, nei quali entrano sentimenti organici

di piacere e dispiacere (o anche sentimenti spirituali-organici), e

date circostanze esterne che forniscono a quei sentimenti meramente

organici o spirituali-organici un determinato contenuto. Il modo di

definizione di questi concetti è il _genetico_: Posto l'organismo

nella situazione a, sopravvenendo la circostanza b, si ha il fatto c.

Questo e simili processi non hanno col fatto estetico nessun contatto:

salvo quello generale che tutti essi, in quanto costituiscono la

materia o la realtà, possono essere _rappresentati_ dall'arte; e

l'altro, accidentale, che in questi processi entrino talvolta dei fatti

estetici, come nel caso dell'impressione di _sublime_ che può produrre

l'opera di un artista titano, di un Dante o di uno Shakespeare, o di

quella _comica_ del conato di un imbrattatele o di un imbrattacarte.

Anche in questi casi il processo è estrinseco al fatto estetico: al

quale non si lega se non il sentimento del piacere e dispiacere, del

valore e disvalore estetico, del bello e del brutto».

Innanzi tutto, perchè sono indefinibili gli stati psicologici?

Saranno forse indefinibili per un filosofo, ma l'artista, in fondo,

non fa altro che definire e rappresentare stati psicologici. E poi se

l'umorismo è un processo o un fatto che dà luogo a concetti complessi,

ossia di complessi di fatti, come diventa poi esso un concetto?

Concetto sarà quello a cui l'umorismo dà luogo, non l'umorismo.

Certamente se per fatto estetico deve intendersi quel che intende il

Croce, tutto diviene estrinseco ad esso, non che questo processo. Ma

noi abbiamo dimostrato altrove e anche nel corso di questo lavoro, che

il fatto estetico non è nè può essere quel che il Croce intende. E,

del resto, che significa la concessione che «questo e simili processi

non hanno col fatto estetico nessun contatto, salvo quello generale

che tutti essi, in quanto costituiscono la materia o la realtà possono

essere _rappresentati_ dall'arte?». L'arte può rappresentare questo

processo che dà luogo al concetto di umorismo. Ora, come potrò io,

critico, rendermi conto di questa rappresentazione artistica, se non

mi rendo conto del processo da cui risulta? E in che consisterebbe

allora la critica estetica? «Se un'opera d'arte, — osserva il Cesareo

nel suo saggio su _La critica estetica_ appunto, — ha da provocare

uno stato d'animo, appar manifesto che tanto più pieno sarà l'effetto

finale, quanto più intense e concordi vi coopereranno tutte le singole

determinazioni. Anche in estetica la somma è in ragion delle poste.

L'esame di tutte a una a una le particolari espressioni ci darà la

misura dell'espressione totale. _Or come la perfetta riproduzione d'uno

stato d'animo, in cui per l'appunto consiste la bellezza estetica, è

un fatto emozionale che può risultare soltanto dalla somma d'alcune

rappresentazioni sentimentali, così l'analisi psicologica d'un'opera di

poesia è il necessario fondamento di qualsiasi valutazione estetica»_.

Parlando di questo mio saggio sulla sua rivista _La Critica_ (vol.

VII, a. 1909, pagg. 219-23), il Croce, a proposito dello studio del

Baldensperger _Les définitions de l'humour_ (in _Études d'histoire

littéraire_, Paris, Hachette, 1907), si compiace di dire che il

Baldensperger ricorda anche le ricerche del Cazamian, edite nella

_Revue germanique_ del 1906: _Pourquoi nous ne pouvons définir

l'humour_, in cui l'autore, seguace del Bergson, sostiene che

l'umorismo sfugge alla scienza, perchè gli elementi caratteristici

e costanti di esso sono in piccolo numero e sopratutto negativi,

laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato. Per cui,

il compito della critica è di studiare il contenuto e il tono di ogni

umore e, cioè, la personalità di ciascun umorista.

— _Il n'y a pas d'humour, il n'y a que des humouristes_, — dice il

signor Baldensperger.

E il Croce s'affretta a concludere:

— La questione è così esaurita.

Esaurita? Torniamo e torneremo sempre a domandare come mai, se

l'umorismo non c'è, nè si sa, nè si può dire che cosa sia, ci sieno poi

scrittori, di cui si possa sapere e dire che sono umoristi. In base a

che cosa si saprà e si potrà dire?

L'_umorismo_ non c'è; ci sono scrittori umoristi. Il _comico_ non c'è;

ci sono scrittori comici.

Benissimo! E se un tale, sbagliando, afferma che un tale scrittore

umorista è un comico, come farò io a chiarirgli lo sbaglio, a

dimostrargli che è un umorista e non un comico?

Il Croce pone innanzi la pregiudiziale metodica circa la possibilità di

definire un concetto. Io gli pongo innanzi questo caso, e gli domando

come potrebbe egli dimostrare, per esempio, all'Arcoleo, il quale

afferma che il personaggio di don Abbondio è comico, che invece no,

quel personaggio è umoristico, se non avesse ben chiaro in mente che

cosa sia e che debba intendersi per umorismo.

Ma egli dice, in fondo, di non muover guerra alle definizioni, e che

anzi il suo modo di rifiutarle tutte, filosocamente, è l'accettarle

tutte, empiricamente. Anche la mia; che del resto non è, nè vuol essere

una definizione, ma piuttosto la spiegazione di quell'intimo processo

che avviene, e che non può non avvenire, in tutti quegli scrittori che

si dicono umoristi.

L'Estetica del Croce è così astratta e negativa, che applicarla alla

critica non è assolutamente possibile, se non a patto di negarla di

continuo, com'egli stesso fa, accettando questi così detti concetti

empirici che, cacciati dalla porta, gli rientrano dalla finestra.

Ah, una bella soddisfazione, la filosofia!

II

Vediamo dunque, senz'altro, qual è il processo da cui risulta quella

particolar rappresentazione che si suol chiamare umoristica; se questa

ha peculiari caratteri che la distinguono, e da che derivano: se vi è

un particolar modo di considerare il mondo, che costituisce appunto la

materia e la ragione dell'umorismo.

Ordinariamente, — ho già detto altrove,[51] e qui m'è forza ripetere

— l'opera d'arte è creata dal libero movimento della vita interiore

che organa le idee e le imagini in una forma armoniosa, di cui tutti

gli elementi han corrispondenza tra loro e con l'idea-madre che

le coordina. La riflessione, durante la concezione, come durante

l'esecuzione dell'opera d'arte, non resta certamente inattiva: assiste

al nascere e al crescere dell'opera, ne segue le fasi progressive

e ne gode, raccosta i varii elementi, li coordina, li compara. La

coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per l'artista,

essa non è un lume distinto dal pensiero, che permetta alla volontà di

attingere in lei come in un tesoro d'immagini e d'idee. La coscienza,

in somma, non è una potenza creatrice; ma lo specchio interiore in

cui il pensiero si rimira; si può dire anzi ch'essa sia il pensiero

che vede sè stesso, assistendo a quello che esso fa spontaneamente. E,

d'ordinario, nell'artista, nel momento della concezione, la riflessione

si nasconde, resta, per così dire, invisibile: è, quasi, per l'artista

una forma del sentimento. Man mano che l'opera si fa, essa la critica,

non freddamente, come farebbe un giudice spassionato, analizzandola; ma

d'un tratto, mercè l'impressione che ne riceve.

Questo, ordinariamente. Vediamo adesso se, per la natural disposizione

d'animo di quegli scrittori che si chiamano umoristi e per il

particolar modo che essi hanno di intuire e di considerar gli uomini

e la vita, questo stesso procedimento avviene nella concezione delle

loro opere; se cioè la riflessione vi tenga la parte che abbiamo or ora

descritto, o non vi assuma piuttosto una speciale attività.

Ebbene, noi vedremo che nella concezione di ogni opera umoristica,

la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè

quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento

si rimira; ma gli si pone innanzi; lo analizza, spassionandosene; ne

scompone l'imagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un

altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io

difatti chiamo _il sentimento del contrario_.

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si

sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata,

e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. _Avverto_ che

quella vecchia signora è _il contrario_ di ciò che una vecchia

rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima, giunta e

superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico

è appunto un _avvertimento del contrario_. Ma se ora interviene in me

la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova

forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse

ne soffre e lo fa soltanto perchè pietosamente s'inganna che, parata

così, nascondendo così le rughe e le canizie, riesca a trattenere a

sè l'amore del marito molto più giovine di lei, ecco che io non posso

più riderne come prima, perchè appunto la riflessione, lavorando in

me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto,

più addentro: da quel primo avvertimento _del contrario_ mi ha

fatto passare a questo _sentimento del contrario_. Ed è tutta qui la

differenza, tra il comico e l'umoristico.

— «Signore, signore! oh! signore, forse, come gli altri, voi stimate

_ridicolo_ tutto questo; forse vi annojo raccontandovi questi stupidi

e miserabili particolari della mia vita domestica; ma per me non è

_ridicolo_, perchè io _sento_ tutto ciò...» — Così grida Marmeladoff

nell'osteria, in _Delitto e Castigo_ del Dostojevski, a Raskolnikoff

tra le risate degli avventori ubriachi. E questo grido è appunto la

protesta dolorosa ed esasperata d'un personaggio umoristico contro chi,

di fronte a lui, si ferma a un primo avvertimento superficiale e non

riesce a vederne altro che la comicità.

Ed ecco qua un terzo esempio, che per la sua lampante chiarezza, si

potrebbe dir tipico. Un poeta, il Giusti, entra un giorno nella chiesa

di Sant'Ambrogio a Milano, e vi trova un pieno di soldati,

Di que' soldati settentrionali,

Come sarebbe boemi e croati,

Messi qui nella vigna a far da pali....

Il suo primo sentimento è d'odio: quei soldatacci ispidi e duri son lì

a ricordargli la patria schiava. Ma ecco levarsi nel tempio il suono

dell'organo: poi quel cantico tedesco lento lento,

D'un suono grave, flebile, solenne

che è preghiera e pare lamento. Ebbene, questo suono determina a un

tratto una disposizione insolita nel poeta, avvezzo a usare il flagello

della satira politica e civile: determina in lui la disposizione

propriamente umoristica: cioè, lo dispone a quella particolar

riflessione che, spassionandosi del primo sentimento, dell'odio

suscitato dalla vista di quei soldati, genera appunto il sentimento del

contrario. Il poeta ha sentito nell'inno

la dolcezza amara

Dei canti uditi da fanciullo: il core

Che da voce domestica gl'impara,

Ce li ripete i giorni del dolore.

Un pensier mesto della madre cara,

Un desiderio di pace e d'amore,

Uno sgomento di lontano esilio...

E riflette che quei soldati, strappati ai loro tetti da un re pauroso,

A dura vita, a dura disciplina

Muti, derisi, solitari stanno,

Strumenti ciechi d'occhiuta rapina

Che lor non tocca e che forse non sanno.

Ed ecco il contrario dell'odio di prima:

Povera gente! lontana da' suoi

In un paese qui che le vuol male...

Il poeta è costretto a fuggir dalla chiesa perchè

Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,

Colla su' brava mazza di nocciuolo

Duro e piantato lì come un piuolo.

Notando questo, avvertendo cioè questo sentimento del contrario che

nasce da una speciale attività della riflessione, io non esco affatto

dal campo della critica estetica e psicologica. L'analisi psicologica

di questa poesia è il necessario fondamento della valutazione estetica

di essa. Io non posso intenderne la bellezza, se non intendo il

processo psicologico da cui risulta la perfetta riproduzione di quello

stato d'animo che il poeta voleva suscitare, nella quale consiste

appunto la bellezza estetica.

Vediamo ora un esempio più complesso, nel quale la speciale attività

della riflessione non si scopre così a prima giunta; prendiamo un libro

di cui abbiamo già discorso: il _Don Quijote_ del Cervantes. Vogliamo

giudicarne il valore estetico. Che faremo? Dopo la prima lettura e

la prima impressione che ne avremo ricevuto, terremo conto anche qui

dello stato d'animo che l'autore ha voluto suscitare. Qual'è questo

stato d'animo? Noi vorremmo ridere di tutto quanto c'è di comico nella

rappresentazione di questo povero alienato che maschera della sua

follia sè stesso e gli altri e tutte le cose; vorremmo ridere, ma il

riso non ci viene alle labbra schietto e facile; sentiamo che qualcosa

ce lo turba e ce l'ostacola; è un senso di commiserazione, di pena

e anche d'ammirazione, sì, perchè se le eroiche avventure di questo

povero hidalgo sono ridicolissime, pur non v'ha dubbio che egli nella

sua ridicolaggine è veramente eroico. Noi abbiamo una rappresentazione

comica, ma spira da questa un sentimento che ci impedisce di ridere

o ci turba il riso della comicità rappresentata; ce lo rende amaro.

Attraverso il comico stesso, abbiamo anche qui il sentimento del

contrario. L'autore l'ha destato in noi perchè s'è destato in lui,

e noi ne abbiamo già veduto le ragioni. Ebbene, perchè non si scopre

qui la speciale attività della riflessione? Ma perchè essa — frutto

della tristissima esperienza della vita, esperienza che ha determinato

la disposizione umoristica nel poeta — si era già esercitata sul

sentimento di lui, su quel sentimento che lo aveva armato cavaliere

della fede a Lepanto. Spassionandosi di questo sentimento e ponendovisi

contro, da giudice, nella oscura carcere della Mancha, ed analizzandolo

con amara freddezza, la riflessione aveva già destato nel poeta il

sentimento del contrario, e frutto di esso è appunto il _Don Quijote_:

è questo sentimento del contrario oggettivato. Il poeta non ha

rappresentato la causa del processo — come il Giusti nella sua poesia

— ne ha rappresentato soltanto l'effetto, e però il sentimento del

contrario spira attraverso la comicità della rappresentazione; questa

comicità è frutto del sentimento del contrario generato nel poeta

dalla speciale attività della riflessione sul primo sentimento tenuto

nascosto.

Ora, che bisogno ho io d'assegnare un qualsiasi valore etico a questo

sentimento del contrario, come fa Theodor Lipps nel suo libro _Komik

und Humor_?

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