e la realtà, e dice che si ha l'invettiva, l'ironia, la satira, se
l'ideale del poeta resta offeso acerbamente e sdegnato dalla realtà;
la commedia, la farsa, la beffa, la caricatura, il grottesco, se poco
se ne sdegna e delle apparenze della realtà in contrasto con sè è
piuttosto indotto a ridere più o meno fortemente; e che infine si ha
l'umorismo, se l'ideale del poeta non resta offeso e non si sdegna,
ma transige bonariamente, con indulgenza un po' dolente, mostra
d'avere dell'umorismo una veduta troppo unilaterale e anche un po'
superficiale. Certo molto dipende dalla disposizione d'animo del poeta;
certo l'ideale di questo in contrasto con la realtà può o sdegnarsi o
ridere o transigere; ma un ideale che transige non dimostra in verità
d'esser molto sicuro di sè e profondamente radicato. E consisterà
l'umorismo in questa limitazione dell'ideale? No. La limitazione
dell'ideale sarà, se mai, non causa, ma conseguenza di quel particolar
processo psicologico che si chiama umorismo.
Lasciamo star dunque una buona volta gl'ideali, la fede, le aspirazioni
e via dicendo: lo scetticismo, la tolleranza, il carattere realistico,
che le nostre lettere assunsero fin quasi dal loro inizio, furon
bene disposizioni e condizioni favorevoli all'umorismo; l'ostacolo
maggiore fu la retorica imperante, che impose leggi e norme astratte
di composizione, una letteratura _di testa_, quasi meccanicamente
costruita, in cui gli elementi soggettivi dello spirito eran soffocati.
Infranto il giogo, abbiamo detto, di questa poetica intellettualistica
dalla ribellione appunto degli elementi soggettivi dello spirito, che
caratterizza il movimento romantico, l'umorismo si affermò liberamente,
massime in Lombardia che del romanticismo italiano fu il campo. Ma
questo così detto romanticismo fu l'ultima e clamorosa levata di
scudi della volontà e del sentimento ribelli all'intelletto; in tanti
altri periodi, in tanti altri momenti della storia letteraria d'ogni
nazione avvennero di tali ribellioni, e ci furon sempre solitarie anime
ribelli, e ci fu sempre il popolo che si espresse nei varii dialetti
senza imparare a scuola regole e leggi.
Fra questi scrittori solitarii ribelli alla retorica, fra i dialettali
bisogna cercar gli umoristi e, in senso largo, ne troveremo in gran
copia, fin dagli inizi della nostra letteratura, segnatamente in
Toscana; nel senso vero e proprio pochi ne troveremo, ma non se ne
trovano di più certo nelle letterature degli altri paesi, nè questi
pochi nostri son da meno dei pochi stranieri, che a confusione
nostra ci son messi innanzi di continuo, e son sempre quelli, se ben
s'avverte, da contarli su le dita d'una mano. Solo che il valore e
il sapor dei nostri, noi non lo abbiamo saputo mai nè metter bene
in rilievo, e pregiare, nè avvertire e distinguere a dovere, perchè
alle loro singole e specialissime individualità la critica, guidata
nella maggior parte delle nostre storie letterarie da pregiudizii che
non hanno nulla che vedere con l'estetica o, comunque, da criterii
generali, non ha saputo a volta a volta adattarsi e piegarsi, e ha
giudicato come errori, eccessi o difetti quelli che eran caratteri
peculiari. Dico questo soltanto: chi sa che giudizio troveremmo
nelle nostre storie letterarie d'un libro come la _Vita e opinioni di
Tristram Shandy_, se scritto in italiano, da uno scrittore italiano,
chi sa che capolavoro d'umorismo sarebbero, ad esempio, la _Circe_ o
_I capricci di Giusto Bottajo_, se scritti in inglese, da uno scrittore
inglese, o magari la stessa _Vita di Cicerone_ di Gian Carlo Passeroni!
Discorrevo, qualche anno fa, appunto di questo, con un cultissimo
signore inglese, conoscitore profondo della letteratura italiana.
— Neanche nel Machiavelli? — mi domandava egli con meraviglia quasi
incredula. — I vostri critici non riconoscono umorismo neanche nel
Machiavelli? neanche nella novella di Belfagor?
Ed io pensavo alla grandezza nuda di questo Sommo nostro, che non andò
mai a vestirsi nel guardaroba della retorica; che come pochi comprese
la forza delle cose; a cui la logica venne sempre dai fatti; che contro
ogni sintesi confusa reagì con l'analisi più arguta e più sottile;
che ogni macchina ideale smontò coi due strumenti dell'esperienza
e del discorso; che ogni esagerazione di forma distrusse col riso;
pensavo che nessuno ebbe maggiore intimità di stile di lui e più
acuto spirito d'osservazione; che poche anime furono come la sua
disposte all'apprensione dei contrasti, a ricevere più profondamente
l'impressione delle incongruenze della vita; pensavo che, parendo a
molti un carattere dell'umorismo quella certa cura delle minuzie e una
— come dice il D'Ancona — «a giudicarla astrattamente e a prima vista,
trivialità e volgarità», anche egli, il Machiavelli, alla moltitudine
talvolta si mescolò fino alla volgarità, tanto che scrisse: «Così
involto tra questi pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo
questa malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per
questa via per vedere se la se ne vergognassi»; ma anche:
Però se alcuna volta io rido o canto
Facciol perchè non ho se non quest'una
Via da sfogare il mi' angoscioso pianto;
pensavo anche a un'acuta osservazione del De Sanctis, che cioè: «il
Machiavelli adopera la tolleranza che comprende e assolve: non già la
tolleranza indifferente dello scettico, dell'ebete, dello sciocco; ma
la tolleranza dello scienziato, che non sente odio contro la materia
ch'egli analizza e studia, e la tratta coll'ironia dell'uomo superiore
alle passioni e dice: — ti tollero, non perchè ti approvi, ma perchè
ti comprendo» — pensavo a tutti questi elementi che, a farlo apposta,
se li mettiamo in fila, son proprio quelli che gl'intenditori delle
letterature straniere riconoscono proprii dei veri e più celebrati
umoristi (s'intende, inglesi o tedeschi), e — Dio me lo perdoni —
non sapevo più se piangere o ridere di tutte le meraviglie che questi
intenditori han sempre detto... che so? delle _Lettere d'un drappiere_
e degli altri scritti politici del decano Gionata Swift!
A questi intenditori, che delle letterature straniere ci pongono
innanzi i soliti cinque o sei scrittori umoristi, basta dare della
letteratura nostra un giudizio così fatto: «L'opera d'arte è scherzo
geniale di fantasia, è riso fugace d'impressione destato dalle
immagini, non dalle cose, gajezza accademica di ricordi, erudita
ilarità; manca il sentimento profondo della famiglia (_e ne aveva
tanto lo Swift, difatti!_), della natura, della patria; o meglio
manca in quella forma gaja e ne assume un'altra, acre e violenta (_e
che miele, difatti, nello Swift_), che ricorda Persio e Giovenale.
Non fo nomi; basti accennare che le tradizioni classiche, lo spirito
d'imitazione, la lingua ristretta nel vocabolario, schiva del popolo,
impedirono nell'arte la libertà di atteggiamenti, di forma, di stile
indispensabile all'_humour_: come altri ostacoli, il Papato, la
dominazione straniera, le discordie intestine, la boria regionale e
le accademie e le scuole impedirono la libertà politica, religiosa,
scientifica. Ne affligge antico male; in scienza pedanti, in arte
retori, nella vita attori, solenni sempre o gravi, insofferenti di
analisi, corrivi alle grandi idee, sdegnosi delle modeste e lente
esperienze, cercatori di tesi e di antitesi, vaporosi o empirici,
atei o mistici, manierati o barbari. La nostra coltura è a strati, e
non sempre nazionale; lo straniero persiste dentro a noi; le forme
letterarie hanno tipi fissi; una generazione fa il testo, altre
parecchie fanno le note; così si pensa e sente per riflesso, per
reminiscenza o per fantasia; così ne sfugge il senso reale della
vita, si ottunde quella libertà di percezione e di attitudini che crea
l'umorismo: e si riproduce il circolo vizioso; gli scrittori umoristi
non sorgono perchè mancano le condizioni adatte, e queste non mutano
perchè mancano gli scrittori. Il difetto è alla radice; poco sviluppato
lo spirito di curiosità; fioca la nota intima. L'_humour_ vuole l'uno e
l'altra; vuole il pensatore e l'artista; ma l'arte e la scienza presso
noi son divise tra loro e divise dalla vita».[44]
Ho citato il Machiavelli. Citerò, a questo proposito, un altro piccolo
nostro che non ebbe quella «libertà di atteggiamenti, di forma, di
stile, indispensabile all'_humour_», a cui «il Papato... le accademie e
le scuole impedirono la libertà politica, religiosa e scientifica», un
insofferente d'analisi, pedante in iscienza e retore in arte, uno che
ebbe poco sviluppato lo spirito di curiosità, ecc.: Giordano Bruno, se
permettete, _academico di nulla academia_, autore, tra l'altro, dello
_Spaccio de la Bestia trionfante_, della _Cabala del Cavallo Pegaseo_,
dell'_Asino Cillenico_ e del _Candelajo_; colui che ebbe per motto,
come tutti sanno: _In tristitia hilaris, in hilaritate tristis_, che
pare il motto dello stesso umorismo.
E la candela di quel suo candelajo «potrà chiarir alquanto certe ombre
dell'idee, le quali invero spaventano le bestie», — dice egli stesso;
e dice anche: — «Considerate chi va, chi viene, che si fa, che si
dice, come s'intende, come si può intendere; chè certo, contemplando
quest'azioni e discorsi umani col senso d'Eraclito, o di Democrito,
avrete occasion di molto o ridere o piangere».
Per conto suo, l'autore le ha contemplate col senso di Eraclito e di
Democrito a un tempo.
«Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio
nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel
che fa degno la natura; non copre quel ch'ella mostra aperto, chiama
il pane pane, il vino vino, il piede piede, et altre parti di proprio
nome; dice il mangiare mangiare, il dormire dormire, il bere bere, e
così gli altri atti naturali significa con proprio titolo».
Questo, nella _Epistola esplicatoria_ che precede lo _Spaccio della
Bestia trionfante_. Apriamo un po' questo _Spaccio_ e sentiamo che cosa
Mercurio dice di Giove. Ecco qua: «Ha ordinato che oggi a mezzogiorno
doi meloni tra gli altri, nel melonajo di Fronzino, sieno perfettamente
maturi: ma che non sieno colti se non tre giorni a presso, quando non
saran giudicati buoni a mangiare. Vuole che al medesimo tempo de la
iviuma che sta a le radici del monte di Cicala, in casa di Gioan Bruno,
trenta iviomi sieno perfetti colti, e diecesette cadano scalmati in
terra, quindici siano rosi da' vermi; che Nasta, moglie d'Albenzio,
mentre si vuole increspar li capegli de le tempie, vegna, per aver
troppo scaldato il ferro, a bruciarsene cinquantasette, ma che non
si scotte la testa, o per questa volta non biastemi quando sentirà il
puzzo, ma con pazienza la passe; che dal sterco del suo bove nascano
dugento cinquanta doi scarafoni, de' quali quattordici sieno calpestati
e uccisi per il pie' di Albenzio, vinti sei muojano di rinversato,
vinti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per il
cortile, quaranta doi si retirino a vivere sotto quel ceppo vicino a la
porta, sedici vadano isvoltando le pallottole per dove meglio li vien
comodo, il resto corra a la fortuna... Che Ambrogio ne la centesima e
duodecima spinta abbia spaccio et ispedito il negozio con la mogliera,
e che non la ingravide per questa volta, ma ne l'altra volta, con quel
seme in cui si convertisce quel porro cotto che mangia al presente con
sapa e pane miglio».
E questo per dimostrare a Sofia che s'inganna se pensa che ai celesti
non sieno a cura così le cose minime, come le più grandi.
Come si chiama questo?
Dice di sè Giordano nell'Antiprologo del _Candelajo_: «L'autore, se voi
lo conoscete, direste ch'have una fisionomia smarrita; par che sempre
sia in contemplazione de le pene de l'inferno; par sia stato a la
pressa, come le barrette; un che ride, sol per far come fan gli altri.
Per il più lo vedrete fastidito, restio e bizzarro: non si contenta di
nulla, ritroso come un vecchio d'ottant'anni, fantastico come un cane».
E Dedalo si chiama «circa gli abiti dell'intelletto» nella _proemiale
epistola_ al _Dell'infinito Universo e Mondi_, e come Moro, dio del
riso, s'introduce nello _Spaccio_.
«Lo stile del Bruno, — osserva nel suo studio mirabile su _Tre
commedie italiane nel Cinquecento_ il Graf[45] — lo stile del Bruno
è l'immagine viva della mente onde muove. Ad un'amplissima varietà di
forme, di figurazioni e di processi, s'accoppia in esso un'efficacia
impareggiabile. Pien di vitale fervore esso non si adagia ne'
simmetrici spartimenti retorici, ma si devolve per effluente, organica
funzione. Di natura proteiforme, con pari agevolezza s'adegua al più
arduo pensiero della mente disquisitiva, e al più volgar sentimento di
un'anima abjetta. Le parole vi si affrontano in riscontri impensati,
e dal cozzar loro erompe sfavillando nuova luce d'idee. Esso è
un vivo fermento di peregrini concetti, d'immagini epifaniche, di
clausole feconde. La lingua copiosa, proporzionata alla varietà e al
numero delle cose che per essa si debbono significare, non conosce, o
disprezza, i ritegni e le leggi dell'accademica purità, e s'impingua
di elementi tratti così da' ripositorii più augusti dell'eloquenza
classica, come dagli ultimi fondi della parlata vernacola. Un
istrumento sì fatto era necessario ad un ingegno che, senza smarrire
mai l'equilibrio, trascorre tutti i gradi dell'essere, dagli imi
termini del reale ai supremi dell'ideale. Sia che raffronti, e associi
o sceveri i termini del pensiero, sia che narri o descriva, la virtù
sua rimane sempre uguale a sè stessa».[46]
Le contraddizioni innegabili che il Graf in questo suo studio scopre
nella mente del filosofo panteista, per cui confessa di non intendere
«come si generi in essa il momento del riso» si spiegano, secondo me,
perfettamente con quell'intimo e particolar processo psicologico in
cui consiste appunto l'umorismo e che implica per sè stesso queste e
tant'altre contraddizioni.
Del resto, il Graf stesso soggiunge: «Può darsi che la contraddizione
tragga la origine da una certa disformità preesistente fra l'intelletto
e l'indole da una parte, e fra la virtù apprensiva e la raziocinativa
da un'altra».
Ma io non posso indugiarmi a discorrere su ogni scrittore che mi
avvenga di nominare in questa rapida corsa. Debbo limitarmi a fuggevoli
accenni, rimandando a miglior tempo uno studio compiuto e un'antologia
degli umoristi italiani, che qui, dato il mio compito, sarebbe fuor di
luogo. Basterà porre in vista alcuni pochi nomi; e due ne abbiamo già
citati di sommi, e un terzo di più modesto scrittore, che fu di popolo
e artigiano, uso, come disse egli stesso «tutto il giorno a combattere
con la forbice e con l'ago: cose che se bene sono strumenti da donne,
e le muse son donne, non si legge però ch'elle fussino mai adoperate da
loro»: Giambattista Gelli, voglio dire, che nei giardini del Ruccellai
si pascolò di filosofia e diede fuori quella _Circe_ e quei _Capricci
di Giusto Bottajo_, che — ripeto — chi sa che capolavori d'umorismo
sembrerebbero, se scritti in inglese, da scrittore inglese»
Ma sul serio, se son considerati umoristi in Inghilterra il Congreve,
lo Steele, il Prior, il Gay, non troveremo noi nella letteratura nostra
da contrapporre altri nomi di scrittori, che noi, per conto nostro,
non ci siamo mai sognati di chiamare umoristi, anche del settecento, e
anche di due e di tre secoli innanzi? Ma quanti bizzarri a gaj ingegni
tra quei _bajoni_ nostri del Cinquecento! E il Cellini? Sul serio,
se ci vediamo porre innanzi _The Dunciade_ del Pope, non abbiamo da
prendere a piene mani, per seppellirla, tutta una letteratura, di cui
sogliamo vergognarci, a cominciar dai _Mattaccini_ del Caro? Mancassero
guerre d'inchiostro tra i letterati nostri d'ogni tempo, giù giù dai
sonetti di Cecco Angiolieri contro Dante, all'_Atlantide_ di Mario
Rapisardi! Riso anche questo, sicuro, gajezza mala, umore, cioè fiele,
collera fredda e secca, come la chiama Brunetto Latini, o malinconia
nel senso originario della parola: la malinconia appunto dello Swift
libellista. Penso al Franco, all'Aretino e, più qua, a quel terribile
monsignor Lodovico Sergardi. A questi soltanto? Ma a ben più d'uno
è forza ch'io riguardi,
Il qual mi grida e di lontano accenna
E priega ch'io nol lasci nella penna,
vedendo con quanta larghezza gli altri imbarchino scrittori su questo
_Narrenschiff_ dell'umorismo! Ma sì, perchè no? anche tu, Ortensio
Lando, se pur volontariamente non pazzeggi come Bruto per aver diritto
di vivere e di parlare con libertà, come disse Carlo Tenca; monta anche
tu, autore dei _Paradossi_ e del _Commentario delle cose mostruose
d'Italia e d'altri luoghi_, tu che, non foss'altro, avesti il coraggio
di dare ai tuoi dì dell'animalaccio ad Aristotile. Io, per me, ti
lascerei a terra con tutti gli altri, a terra col Doni, a terra col
Boccalini, Tacito proconsolo nell'isola di Lesbo, a terra col Dotti,
a terra con tanti prima e dopo di te, il Caporali e il Lippi e il
Passeroni; ma non vorrei essere io solo così rigoroso, massime quando
vedo dalla barca uno che ha il diritto di starvi, incontestabile,
Lorenzo Sterne, far cenni e invitar quell'ultimo dei nostri che ho
nominati, a montarvi.
E Alessandro Tassoni? si deve lasciare a terra anche lui? Nelle recenti
feste in suo onore, parecchi han voluto veder stoffa d'umorista vero
in questo acuto e acerbo derisore, anzi disprezzatore del suo tempo. Se
fosse inglese o tedesco, sarebbe già da un pezzo nella barca anche lui
e degno di starvi.
a giudizio de' savi universale.
Siamo sempre lì: in che senso si deve intendere l'umorismo?
L'Arcoleo, su la fine della sua seconda conferenza, dichiara di non
essere incline a quella critica che, rispetto a forme letterarie,
dispensa facilmente scomuniche e ostracismi; e dice che sono molto
complesse le ragioni per le quali in Italia ebbe poca vita la
forma umoristica, e che egli non vuol profanare quest'argomento che
merita studio speciale. Quali sieno queste ragioni molto complesse,
che al lume degli stessi esempii recati dall'Arcoleo appajono qua
e là contraddittorie, abbiamo già veduto: da noi non c'è spirito
d'osservazione nè intimità di stile, siamo pedanti e accademici, siamo
scettici e indifferenti, non aspiriamo a nulla. Contro queste accuse,
noi abbiamo citato parecchi nomi, che mai, neppure in un lampo, sono
sorti in mente all'Arcoleo. Una sola volta, parlando del Heine in fin
di vita, che ride del suo dolore, pensa, per combinazione, al Leopardi
che si sentiva anche lui «un tronco che pena e vive» e al Brighenti
scriveva: «Io sto qui deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti,
di maniera che se vi penso mi fa raccapricciare. Tuttavia mi avvezzo
a ridere e ci riesco». Sì, ma «restò lirico», osserva, «l'educazione
classica non gli permise di essere umorista!» Ma scrisse anche certi
dialoghi se non c'inganniamo, e certe altre prosette... Restò lirico
anche lì? L'educazione classica... Ma almeno la tendenza romantica
avrà permesso al Manzoni di essere umorista? Che! Il suo don Abbondio
«non aspira a nulla, litiga tra il dovere e la paura; è ridicolo
senz'altro». Non è questo un modo abbastanza spiccio di giudicare e
mandare? Ma questo modo, veramente, tiene l'Arcoleo dal principio alla
fine delle due conferenze: l'argomento è trattato così, a sprazzi, per
sentenze inappellabili. Umorismo: fuoco d'artifizio di scoppiettanti
definizioni; poi, prima fase: dubbio e scetticismo — _«ridere del
proprio pensiero»_ — Amleto; seconda fase, lotta e adattamento —
_«ridere del proprio dolore»_ — Don Giovanni. E tra gli umoristi
della prima fase son citati due francesi, Rabelais e Montaigne, e due
inglesi, Swift e Sterne; tra gli umoristi della seconda, due tedeschi,
Richter e Heine, tre inglesi, Carlyle, Dickens, Thackeray e poi...
Marco Twain. Come si vede, nessun italiano. E dire che arriviamo fino a
Marco Twain!
L'Arcoleo conclude così: «Lo spirito comico rimase avviluppato
nell'embrione della commedia dell'arte o nella poesia dialettale; e
molto e ricco sviluppo ebbero invece e in poesia e in prosa, in poemi,
novelle, romanzi e saggi, l'ironia e la satira. Basta confondere con
queste forme l'_humour_, perchè n'esca giudizio opposto al mio, o
perchè io sembri esagerato e ingiusto. Non intendo parlare di tentativi
o abbozzi; si trovano facilmente in ogni storia artistica e di ogni
forma: ma io non so vedere fra noi una letteratura umoristica e
all'uopo non avrei che a fare un paragone tra l'Ariosto e Cervantes».
Questo paragone l'abbiamo fatto noi, e con un giudizio non opposto a
quello ch'egli avrebbe dato, se avesse fatto il paragone. Tra parentesi
però, Cervantes — come Rabelais, come Montaigne — è un latino; e non
crediamo che la Riforma propriamente in Spagna... Lasciamo andare!
Veniamo in Italia. Noi non vogliamo affatto confondere lo spirito
comico, l'ironia, la satira con l'umorismo: tutt'altro! Ma non si deve
neanche confondere l'umorismo vero e proprio con l'_humour_ inglese,
cioè con quel tipico modo di ridere o umore che, come tutti gli altri
popoli, hanno anche gl'Inglesi. Non si pretenderà, che gl'italiani
o i Francesi abbiano l'humour inglese; come non si può pretendere
che gl'Inglesi ridano a modo nostro o facciano dello spirito come i
Francesi. L'avranno magari fatto, qualche volta; ma ciò non vuol dire.
L'umorismo vero e proprio è un'altra cosa, ed è anche per gl'inglesi
un'_eccentricità di stile_. Basta confondere l'una cosa e l'altra —
diciamo anche noi a nostra volta — perchè si venga a riconoscere una
letteratura umoristica a un popolo e a negarla a un altro. Ma una
letteratura umoristica si può avere a questo solo patto, cioè di far
questa confusione; e allora ogni popolo avrà la sua, assommando tutte
le opere in cui questo tipico umore si esprime nei più bizzarri modi;
e noi potremmo cominciar la nostra, ad esempio, con Cecco Angiolieri,
come gl'Inglesi la cominciano col Chaucer, e non direi che la comincino
bene, non per il valore del poeta, ma perchè egli mostra di aver
mescolato alla bevanda nazionale un po' del vino che si vendemmia nel
paese del sole. Altrimenti, una letteratura umoristica vera e propria
non è possibile, presso nessun popolo: si possono avere umoristi, cioè
pochi e rari scrittori in cui per natural disposizione avviene quel
complicato e speciosissimo processo psicologico che si chiama umorismo.
Quanti ne cita l'Arcoleo?
Certamente, l'umorismo nasce da uno speciale stato d'animo, che
può, più o meno, diffondersi. Quando un'espressione d'arte riesce a
conquistare l'attenzione del pubblico, questo si dà subito a pensare
e a parlare e a scrivere secondo le impressioni che ne ha ricevuto;
di modo che quella espressione, sorta dapprima dalla particolare
intuizione d'uno scrittore, penetrata rapidamente nel pubblico, è
poi da questo variamente trasformata e diretta. Così avvenne per il
romanticismo, così per il naturalismo: diventarono le idee del tempo,
quasi un'atmosfera ideale; e molti fecero per moda i romantici o i
naturalisti, come molti per moda fecero gli umoristi in Inghilterra nel
sec. XVIII, e molti furon degli _umidi_ nel Cinquecento in Italia, e
degli _arcadi_ nel settecento. Uno stato d'animo si può creare in noi
e divenir coerente o rimaner fittizio, secondo che risponda o no alla
speciale fisionomia dell'organismo psichico. Ma poi le idee del tempo
mutano, cangia la moda, i pòmpili seguaci si mettono appresso ad altre
navi. Chi resta? Restano quei pochi, da contar su le dita, quei pochi
che ebbero, primi, l'intuizione straordinaria, o in cui quello speciale
stato d'animo divenne così coerente, che poteron creare un'opera
organica, resistente al tempo e alla moda.
Sul serio poi l'Arcoleo crede che nella nostra letteratura dialettale
non ci sia altro che spirito comico? Egli è siciliano, e certamente
ha letto il Meli, e sa quanto sia ingiusto il giudizio di _arcadia
superiore_ dato della poesia di lui, che non fu sonata soltanto su
la zampogna pastorale, ma ebbe anche tutte le corde della lira e
si espresse in tutte le forme. Non c'è vero e proprio umorismo in
tanta parte della poesia del Meli? Ma basterebbe citar soltanto _La
cutuliata_ per dimostrarlo!
_Tic tic... chi fu? Cutuliata._