negli elementi di quel mondo lontano capaci d'accogliere, e allora
possiamo anche avere il dramma, ma seriamente e finanche tragicamente
rappresentato: Ginevra, Olimpia, la pazzia d'Orlando. I due elementi —
comico e tragico — non si fondono mai.
Si fonderanno in un'opera, nella quale il poeta, ben lungi dal mostrar
coscienza della irrealità di quel mondo fantastico; ben lungi dal
cercar con esso l'accordo, che di necessità non è possibile se non
ironicamente, palesata in tanti modi la coscienza di quella irrealità;
ben lungi dal trasportare in quel mondo fantastico le ragione del
presente per investirne gli elementi capaci d'accoglierle; darà a
questo mondo fantastico del passato consistenza di persona viva, corpo,
e lo chiamerà Don Quijote, e gli porrà in mente e gli darà per anima
tutte quelle fole e lo porrà in contrasto, in urto continuo e doloroso
col presente. Doloroso, perchè il poeta sentirà viva e vera entro di sè
questa sua creatura e soffrirà con essa dei contrasti e degli urti.
A chi cerca contatti e somiglianze tra l'Ariosto e il Cervantes,
basterà semplicemente pôr bene in chiaro in due parole le condizioni in
cui fin da principio il Cervantes ha messo il suo eroe e quelle in cui
s'è messo l'Ariosto. Don Quijote non finge di credere, come l'Ariosto,
a quel mondo meraviglioso delle leggende cavalleresche: ci crede sul
serio; lo porta, lo ha in sè quel mondo, che è la sua realtà, la sua
ragion d'essere. La realtà che porta e sente in sè l'Ariosto è ben
altra; e con questa realtà in sè, egli è come sperduto nella leggenda.
Don Quijote, invece, che ha in sè la leggenda, è come sperduto nella
realtà. Tanto è vero che, per non vaneggiar del tutto, per ritrovarsi
in qualche modo, così sperduti come sono, l'uno si mette a cercar la
realtà nella leggenda; l'altro, la leggenda nella realtà.
Come si vede, son due condizioni al tutto opposte.
Sì: vi dice Don Quijote, i molini a vento son molini a vento, ma sono
anche giganti: non io, Don Quijote, ho scambiato per giganti i molini a
vento; ma il mago Freston ha cangiato in molini a vento i giganti.
Ecco la leggenda nella realtà evidente.
Sì: vi dice l'Ariosto, Ruggero vola su l'ippogrifo: il mago Freston,
cioè la stramba immaginazione dei miei antecessori, ha cacciato dentro
a questo mondo anche bestie siffatte, e bisogna ch'io ci faccia volar
su il mio Ruggero: però vi dico che ogni sera egli se ne va all'albergo
e schiva a suo potere d'alloggiar male.
Ecco nella leggenda evidente la realtà.
Ma intanto, altro è fingere di credere, altro è credere sul serio.
Quella finzione, per sè stessa ironica, può condurre a un accordo
con la leggenda, la quale, o si scioglie facilmente nell'ironia, come
abbiamo veduto, o con un procedimento inverso a quello fantastico, cioè
con una impalcatura logica, si lascia ridurre a parvenza di realtà.
La realtà vera, invece, se per un momento si lascia alterare in forme
inverosimili dalla contemplazione fantastica d'un maniaco, resiste e
rompe il naso, se questo maniaco non si contenta più di contemplarla
a suo modo da lontano, ma viene a darvi di cozzo. Altro è abbattersi a
un castello finto, che si lascia a un tratto sciogliere in fumo, altro
a un molino a vento vero, che non si lascia atterrare come un gigante
immaginario.
— _Mire vuestra merced_, grida Sancho al suo padrone, _que aquellos
que allì se parecen, no son gigantes, sino molinos de viento, y lo que
en ellos parecen brazos son las aspas, que volteadas del viento hacen
andar la piedra del molin_o.
Ma Don Quijote volge uno sguardo compassionevole al suo panciuto
scudiero, e grida ai molini:
_ — Pues aunque moveis mas brazos que los del gigante Briareo, me lo
habeis de pagar._
La paga lui, ohimè. E noi ridiamo. Ma il riso che qua scoppia per
quest'urto con la realtà è ben diverso di quello che nasce là per
l'accordo che il poeta cerca con quel mondo fantastico per mezzo
dell'ironia, che nega appunto la realtà di quel mondo. L'uno è il riso
dell'ironia, l'altro il riso dell'umorismo.
Allorchè Orlando urta anche lui contro la realtà e smarrisce del tutto
il senno, getta via le armi, si smaschera, si spoglia d'ogni apparato
leggendario, e precipita, uomo nudo, nella realtà. Scoppia la tragedia.
Nessuno può ridere del suo aspetto e de' suoi atti; quanto vi può esser
di comico in essi è superato dal tragico del suo furore.
Don Quijote è matto anche lui; ma è un matto che non si spoglia; è un
matto anzi che si veste, si maschera di quell'apparato leggendario e,
così mascherato, muove con la massima serietà verso le sue ridicole
avventure.
Quella nudità e questa mascheratura sono i segni più manifesti della
loro follia. Quella, nella sua tragicità, ha del comico; questa ha del
tragico nella sua comicità. Noi però non ridiamo dei furori di quel
nudo; ridiamo delle prodezze di questo mascherato, ma pur sentiamo
che quanto vi è di tragico in lui non è del tutto annientato dal
comico della sua mascheratura, così come il comico di quella nudità è
annientato dal tragico della furibonda passione. Sentiamo insomma che
qui il comico è anche superato, non però dal tragico, ma attraverso il
comico stesso.[43] Noi commiseriamo ridendo, o ridiamo commiserando.
Come è riuscito il poeta a ottenere questo effetto?
* * *
Per conto mio, non so proprio capacitarmi che l'ingegnoso gentiluomo
Don Quijote sia nato _en un lugar de la Mancha_, e non piuttosto in
Alcalà de Henáres nell'anno 1547. Non so capacitarmi che la famosa
battaglia di Lepanto, che doveva, come tante magnanime imprese della
cavalleria, strepitosamente apparecchiate, cader nel vuoto, così che
l'arguto Gran Visir di Selim potè dire ai cristiani: — «Noi vi abbiamo
tagliato un braccio prendendovi l'isola di Cipro; ma voi che ci avete
fatto, distruggendoci tante navi subito ricostruite? La barba, che ci
è rinata il giorno dopo!» — non so capacitarmi, dicevo, che la famosa
battaglia di Lepanto, di cui i confederati cristiani non seppero trarre
alcun profitto, non sia qualcosa come _la espantable y jamas imaginada
aventura de los molinos de viento_.
— Questa è, — dice Don Quijote al suo fido scudiero, — questa è,
Sancho, buona guerra, e gran servizio a Dio toglier tanto mal seme
dalla faccia della terra!
Non vedeva dunque il turbante turco Don Quijote in capo a quei giganti,
che al buon Sancho parevano molini a vento?
Forse erano, per la Spagna.
L'isola di Cipro poteva premere ai signori veneziani, una guerra
contro i Turchi poteva premere a Pio V, fiero papa domenicano, nelle
cui vecchie vene fremeva ancor saldo il sangue della giovinezza. Ma a
que' bei dì di primavera, quando il Torres giunse in Ispagna, inviato
dal Papa a patrocinar la causa de' Veneziani, Filippo II moveva verso
i festeggiamenti sontuosi di Cordova e di Siviglia: molini a vento, le
navi del Gran Visir!
Non per Don Quijote, però: dico per il Don Quijote, non della Mancha,
ma di Alcalà. Eran giganti veri per lui, e con che cuore di gigante
mosse incontro a loro.
Gli avvenne male, ahimè! Ma all'evidenza, come ad alcun nemico, come
alla sorte ingrata, egli non volle arrendersi mai! E disse allora che
le cose della guerra van soggette più delle altre a continui mutamenti:
pensò, e gli parve la verità, che il tristo incantatore suo nemico,
il mago Freston, colui che gli aveva tolto i libri e la casa, aveva
cangiato i giganti in molini per togliergli anche il vanto della
vittoria.
Questo soltanto? Anche una mano gli tolse, il tristo mago. Una mano, e
poi la libertà.
Molti han voluto cercar la ragione per cui Miguel Cervantes de
Saavedra, prode soldato, reduce di Lepanto e di Terceira, piuttosto
che cantare epicamente, come alla sua natura eroica sarebbe meglio
convenuto, le gesta del Cid o i trionfi di Carlo V, o la stessa
giornata di Lepanto o la spedizione delle Azzorre, potè concepire un
tipo come il Cavaliere dalla Trista Figura e comporre un libro come il
_Don Quijote_. E si è voluto finanche supporre che il Cervantes creasse
il suo eroe per la stessa ragione per cui più tardi il nostro buon
Tassoni il suo Conte di Culagna. Qualcuno, è vero, si è spinto fino a
dire che la vera ragione del lavoro sta nel contrasto, costante in noi,
fra le tendenze poetiche e quelle prosaiche della nostra natura, fra
le illusioni della generosità e dell'eroismo e le dure esperienze della
realtà. Ma questa che, se mai, vorrebbe essere una spiegazione astratta
del libro, non ci dà la ragione per cui fu composto.
Scartate come inammissibili le vedute del Sismondi e del Bouterwek,
tutti, o più o meno, si sono attenuti a ciò che lo stesso Cervantes
dichiara nel prologo della prima parte del suo capolavoro e nella
chiusa del secondo volume: che il libro cioè non ha altro fine che
quello d'arrestare e di distruggere l'importanza che hanno nel mondo e
presso il volgo i libri di cavalleria, e che il desiderio dell'autore
altro non è stato che quello di abbandonare all'esecrazione degli
uomini le false e stravaganti storie della cavalleria, le quali,
colpite a morte da quella del suo vero _Don Quijote_, non camminano più
se non traballando e hanno indubbiamente a cadere del tutto.
Ora noi ci guarderemo bene dal contraddire allo stesso autore; tanto
più che è noto a tutti qual potere avessero a quei dì in Ispagna i
libri di cavalleria e come il gusto per siffatta letteratura avesse
assunto il grado della follia. Ci avvarremo anzi anche noi di queste
parole e ci serviremo dell'autore stesso e della stessa storia della
sua vita per dimostrare la vera ragione del libro e quella, più
profonda, dell'umorismo di esso.
Come nasce al Cervantes l'idea di coglier vivo e vero nel suo paese e
nel tempo suo, anzichè lontano, in Francia, al tempo di Carlomagno,
l'eroe da celebrare con quell'intento espresso nelle parole del
prologo? Quando e dove gli nasce questa idea e perchè?
Non è senza ragione il favore straordinario per la letteratura epica e
cavalleresca in quel tempo: è l'incubo del secolo del poeta la lotta
fra Cristianità e Islamismo. E il poeta, fin dall'infanzia anche
lui sotto il fascino dello spirito cavalleresco, povero, ma altero
discendente d'una nobile famiglia da più secoli devota alla monarchia e
alle armi, fu per tutta la vita uno strenuo difensore della sua fede.
Non aveva dunque bisogno d'andarlo a cercar lontano, nella leggenda,
l'eroe, cavaliere della fede e della giustizia: lo aveva presente, in
sè. E quest'eroe combatte a Lepanto; quest'eroe tien testa per cinque
anni, schiavo in Algeri, ad Hassan, il feroce re berbero; quest'eroe
combatte in tre altre campagne per il suo re contro a Francesi e
Inglesi.
Come mai, tutt'a un tratto, gli si mutano in molini a vento queste
campagne, e l'elmo che ha in testa in un vil piatto da barbiere?
Ha avuto molta fortuna una considerazione del Sainte-Beuve, che
cioè nei capolavori del genio umano viva nascosta una _plusvalenza_
futura, la quale si svolge di per sè sola, indipendentemente dagli
autori medesimi, come dal germe si svolgono il fiore ed il frutto
senza che il giardiniere abbia fatto altro se non avere zappato bene,
rastrellato, innaffiato il terreno, e dato ad esso tutte quelle cure
e conferito quegli elementi che meglio valessero a fecondarlo. Di
questa considerazione avrebbero potuto farsi forti tutti coloro che
nel medio evo scoprivano non so che allegorie nei poeti greci e latini.
Era anche questo un modo di sciogliere in rapporti logici le creazioni
della fantasia. Certo, quando un poeta riesce veramente a dar vita a
una sua creatura, questa vive indipendentemente dal suo autore, tanto
che noi possiamo immaginarla in altre situazioni in cui l'autore non
pensò di collocarla, e vederla agire secondo le intime leggi della sua
propria vita, leggi che neanche l'autore avrebbe potuto violare; certo,
questa creatura, in cui il poeta riuscì a raccogliere instintivamente,
ad assommare e a far vivere tanti particolari caratteristici e tanti
elementi sparsi qua e là, può divenir poi quel che suol dirsi _un
tipo_, ciò che non era nell'intenzione dell'autore nell'atto della
creazione.
Ma si può dir questo veramente del _Don Quijote_ del Cervantes? Si può
dire e sostenere sul serio che l'intenzione del poeta nel comporre il
suo libro era solamente quella di toglier con l'arma del ridicolo ogni
autorità e prestigio che avevan nel mondo e presso il volgo i libri
di cavalleria, a fine di distruggerne i mali effetti, e che il poeta
non si sognò mai di porre in quel suo capolavoro tutto quello che ci
vediamo noi?
Chi è Don Quijote, e perchè è ritenuto pazzo?
Egli in fondo non ha — e tutti lo riconoscono — che una sola e santa
aspirazione: la giustizia. Vuol proteggere i deboli e atterrare i
prepotenti, recar rimedio a gli oltraggi della sorte, far vendetta
delle violenze della malvagità. Quanto più bella e più nobile sarebbe
la vita, più giusto il mondo, se i propositi dell'ingegnoso gentiluomo
potessero sortire il loro effetto! Don Quijote è mite, di squisiti
sentimenti, prodigo e non curante di sè, tutto per gli altri. E come
parla bene! Quanta franchezza e quanta generosità in tutto ciò che
dice! Egli considera il sacrificio come un dovere, e tutti i suoi atti,
almeno nelle intenzioni, son meritevoli d'encomio e di gratitudine.
E allora la satira dov'è? Noi tutti amiamo questo virtuoso cavaliere;
e le sue disgrazie se da un canto ci fanno ridere, dall'altro ci
commuovono profondamente.
Se il Cervantes voleva far dunque strazio dei libri di cavalleria, per
i mali effetti che essi producevano negli animi de' suoi contemporanei,
l'esempio ch'egli reca con Don Quijote non è calzante. L'effetto che
quei libri producono in Don Quijote non è disastroso se non per lui,
per il povero Hidalgo. Ed è così disastroso, solo perchè l'idealità
cavalleresca non poteva più accordarsi con la realtà dei nuovi tempi.
Orbene, questo appunto, a sue spese, aveva imparato don Miguel
Cervantes de Saavedra. Com'era stato egli rimeritato del suo eroismo,
delle due archibugiate e della perdita della mano nella battaglia di
Lepanto, della schiavitù sofferta per cinque anni in Algeri, del valore
dimostrato nell'assalto di Terceira, della nobiltà dell'animo, della
grandezza dell'ingegno, della modestia paziente? che sorte avevano
avuto i sogni generosi, che lo avevan tratto a combattere sui campi
di battaglia e a scrivere pagine immortali? che sorte le illusioni
luminose? S'era armato cavaliere come il suo Don Quijote, aveva
combattuto, affrontando nemici e rischi d'ogni sorta per cause giuste
e sante, s'era nutrito sempre delle più alte e nobili idealità, e qual
compenso ne aveva avuto? Dopo aver miseramente stentato la vita in
impieghi indegni di lui; prima scomunicato, da commissario di proviande
militari in Andalusia; poi, da esattore, truffato, non va forse a
finire in prigione? E dov'è questa prigione? Ma lì, proprio lì nella
Mancha! In un'oscura e rovinosa carcere della Mancha, nasce il _Don
Quijote_.
Ma era già nato prima il vero Don Quijote: era nato in Alcalà de
Henàres nel 1547. Non s'era ancora riconosciuto, non s'era veduto
ancor bene: aveva creduto di combattere contro i giganti e di avere
in capo l'elmo di Mambrino. Lì, nell'oscura carcere della Mancha, egli
si riconosce, egli _si vede_ finalmente; si accorge che i giganti eran
molini a vento e l'elmo di Mambrino un vil piatto da barbiere. Si vede,
e ride di sè stesso. Ridono tutti i suoi dolori. Ah, folle! folle!
folle! Via, al rogo, tutti i libri di cavalleria!
Altro che _plusvalenza_ futura! Leggete nello stesso prologo alla prima
parte ciò che il Cervantes dice all'ozioso lettore: «Io non ho potuto
contravvenire all'ordine naturale che vuole che _ogni cosa generi ciò
che le somiglia_. E così, che cosa poteva mai generare lo sterile e
mal coltivato ingegno mio, se non la storia d'un figlio rinsecchito,
ingiallito e capriccioso, pieno di pensieri varii non mai finora da
alcun altro immaginati; generato com'ei fu in una carcere, dove ogni
angustia siede ed ha stanza ogni tristo umore?».
Ma come si spiegherebbe altrimenti la profonda amarezza che è come
l'ombra seguace d'ogni passo, d'ogni atto ridicolo, d'ogni folle
impresa di quel povero gentiluomo della Mancha? È il sentimento di
pena che ispira l'immagine stessa nell'autore, quando, materiata
com'è del dolore di lui, si vuole ridicola. E si vuole così, perchè la
riflessione, frutto d'amarissima esperienza, ha suggerito all'autore il
sentimento del contrario, per cui riconosce il suo torto e vuol punirsi
con la derisione che gli altri faranno di lui.
Perchè Cervantes non cantò il Cid Campeador? Ma chi sa se nell'oscura e
rovinosa carcere l'immagine di quest'eroe non gli s'affacciò veramente,
a destargli un'angosciosa invidia!
Tra Don Quijote, che nel suo tempo volle vivere come, non già nel loro,
ma fuori del tempo e fuori del mondo, nella leggenda o nel sogno dei
poeti avevano vissuto i cavalieri erranti, e il Cid Campeador che,
ajutando il tempo, potè facilmente far leggenda della sua storia, non
avvenne in quella carcere, alla presenza del poeta, un dialogo?
Presso le altre genti il romanzo cavalleresco aveva creato a sè stesso
personaggi fittizi, o meglio, il romanzo cavalleresco era sorto dalla
leggenda che si era formata intorno ai cavalieri. Ora la leggenda che
fa? Accresce, trasforma, idealizza, astrae dalla realtà comune, dalla
materialità della vita, da tutte quelle vicende ordinarie, che creano
appunto le maggiori difficoltà nell'esistenza. Perchè un personaggio
non più fittizio, ma un uomo che prenda a modello le smisurate immagini
ideali messe su dall'immaginazione collettiva o dalla fantasia d'un
poeta, riesca a riempir di sè queste grandiose maschere leggendarie, ci
vuole non solo una grandezza d'animo straordinaria, ma anche il tempo
che ajuti. Questo avvenne al Cid Campeador.
Ma Don Quijote? Coraggio a tutta prova, animo nobilissimo, fiamma di
fede; ma quel coraggio non gli frutta che volgari bastonate; quella
nobiltà d'animo è una follia; quella fiamma di fede è un misero
stoppaccio ch'egli si ostina a tenere acceso, povero pallone mal fatto
e rappezzato, che non riesce a pigliar vento, che sogna di lanciarsi
a combattere con le nuvole, nelle quali vede giganti e mostri, e va
intanto terra terra, incespicando in tutti gli sterpi e gli stecchi e
gli spuntoni, che ne fanno straziò, miseramente.
VI.
Umoristi italiani
Non è mia intenzione tracciare, neppure per sommi capi, la storia
dell'umorismo presso le genti latine e segnatamente in Italia. Ho
voluto soltanto, in questa prima parte del mio lavoro, oppormi a quanti
han voluto sostenere che esso sia un fenomeno esclusivamente moderno
e quasi una prerogativa delle genti anglo-germaniche, in base a certi
preconcetti, a certe divisioni e considerazioni, arbitrarie le une,
sommarie le altre, come mi sembra di aver dimostrato.
La discussione intorno a queste divisioni arbitrarie e considerazioni
sommarie, se forse mi ha fatto ritardare alquanto il cammino, che mi
ero proposto più spedito, trattenendomi a osservar da presso certi
particolari aspetti, certe particolari condizioni nella storia della
nostra letteratura; tuttavia non mi ha disviato mai dall'argomento
principale, che del resto vuol essere trattato con sottile penetrazione
e minuta analisi. Vi ho girato attorno, ma per circuirlo sempre più e
penetrarlo meglio da ogni parte.
A qualcuno che forse avrà creduto di trovare una contradizione tra
il mio assunto e gli esempii finora recati di scrittori italiani, nei
quali non ho riconosciuto la nota del _vero_ umorismo, ricorderò che
io ho parlato in principio di due maniere d'intenderlo, e ho detto che
il vero nodo della questione è appunto qui: cioè, se l'umorismo debba
essere inteso nel senso largo con cui comunemente si suole intendere,
e non in Italia soltanto; o in un senso più stretto e particolare,
con peculiari caratteri ben definiti, che è per me il giusto modo
d'intenderlo. Inteso in quel senso largo — ho detto — se ne può
trovare in gran copia nella letteratura così antica come moderna d'ogni
paese; inteso in questo senso stretto e per me proprio, se ne troverà
parimenti, ma in molto minor copia, anzi in _pochissime espressioni
eccezionali_, così presso gli antichi come presso i moderni d'ogni
paese, non essendo prerogativa di questa o di quella razza, di questo
o di quel tempo, ma frutto di una specialissima disposizione naturale,
d'un intimo processo psicologico, che può avvenire tanto in un savio
dell'antica Grecia, come Socrate, quanto in poeta dell'Italia moderna,
come Alessandro Manzoni.
Non è lecito però assumere a capriccio questo o quel modo d'intendere
e applicar l'uno a una letteratura, per concludere che essa non ha
umorismo, e applicar l'altro a un'altra per dimostrare che l'umorismo
vi sta di casa. Non è lecito sentir soltanto negli stranieri, a causa
della lingua diversa, quel particolar sapore, che per la familiarità
dello stesso strumento espressivo non si avverte più nei nostri, ma nei
quali intanto gli stranieri a lor volta lo avvertono. Così facendo,
noi saremo i soli a non riconoscer traccia d'umorismo nella nostra
letteratura, mentre vedremo gl'inglesi, ad esempio, porre a capo della
loro un umorista, il Chaucer, il quale, se mai, può esser considerato
per tale, ove si assuma l'umorismo sul senso più largo, in quel senso
cioè per cui può esser considerato quale umorista anche il Boccaccio e
tanti altri scrittori nostri con lui.
Nessuna contradizione, dunque, da parte nostra. La contradizione invece
è in coloro che, dopo aver affermato che l'umorismo è un fenomeno
nordico e una prerogativa delle genti anglo-germaniche, quando poi
vogliono recare due esempii mirabili del più schietto e compiuto
umorismo, citano Rabelais e Cervantes, un francese e uno spagnuolo;
oppure il Rabelais e il Montaigne; e citando il Rabelais non hanno
occhi per vedere in casa loro il Pulci, il Folengo, il Berni; e,
citando il Montaigne, che è il tipo dello scetticismo sereno, non
avido di lotte, sorridente, senza impeti, senza ideali da difendere,
senza virtù da seguire, lo scettico che tollera tutto senza aver fede
in nulla, che non ha nè entusiasmi nè aspirazioni, che si serve del
dubbio per giustificare l'inerzia con la tolleranza, che dimostra
una percezione della vita serena, ma sterile, indice di egoismo e di
decadenza di razza, giacchè il libero esame che non spinge all'azione
può meglio che salvare dalla schiavitù, accettare, o rendersi complice
del dispotismo, non s'accorgono, dico, che le ragioni per cui han
negato a tanti scrittori italiani non solo la nota umoristica, ma anche
la possibilità d'averla, sono appunto queste che dicono d'aver prodotto
l'umorismo del Montaigne.
Un peso, come si vede, e due misure.
Noi vedremo che, in realtà, l'avere una fede profonda, un ideale
innanzi a sè, l'aspirare a qualche cosa e il lottare per raggiungerla,
lungi dall'essere condizioni necessarie all'umorismo, sono anzi
opposte; e che tuttavia può benissimo essere umorista anche chi abbia
una fede, un ideale innanzi a sè, un'aspirazione, e lotti a suo modo
per raggiungerla. Un ideale qualsiasi, in somma, per sè stesso, non
dispone affatto all'umorismo, anzi ostacola questa disposizione. Ma
l'ideale può ben esserci; e se c'è, l'umorismo, che deriva da altre
cause, certamente prenderà qualità da esso, come del resto da tutti gli
altri elementi costitutivi dello spirito di questo o di quell'umorista.
In altre parole: l'umorismo non ha affatto bisogno d'un fondo etico,
può averlo o non averlo: questo dipende dalla personalità, dall'indole
dello scrittore; ma, naturalmente, dall'esserci o dal non esserci,
l'umorismo prende qualità e muta d'effetto, riesce cioè più o meno
amaro, più o meno aspro, pende più o meno o verso il tragico o verso il
comico, o verso la satira, o verso la burla, ecc.