Ecco, ho detto la parola: la magia dello stile. Il poeta ha compreso

che a un solo patto si poteva dar coerenza estetica e verità fantastica

a quel mondo, ove appunto la magia ha tanta parte: a patto che il poeta

diventasse un mago a sua volta, e il suo stile dalla magia prendesse

qualità e virtù. E c'è l'illusione che il poeta crea a noi, e talvolta

anche a sè stesso, immedesimandosi nel giuoco fino ad abbandonarvisi

tutto. Ah, quel giuoco tanto gli par bello, che bramerebbe crederlo

realtà: non è, pur troppo! Tanto che, di tratto in tratto, il velo

sottilissimo si squarcia; attraverso lo squarcio la realtà vera, del

presente, si scopre, e allora l'ironia diffusa si raccoglie d'un subito

e con improvviso scoppio s'appalesa. Questo scoppio però non stride,

non urta mai troppo: si presenta sempre. E oltre alle illusioni che

il poeta crea a noi e a sè stesso, ci son quelle che i personaggi si

creano e quelle che a loro creano i maghi e le fate. È tutto un giuoco

d'illusioni, fantasmagorico. Ma la fantasmagoria non è tanto nel mondo

rappresentato, che ha sovente, ripeto, la consistenza stessa della

realtà; quanto nello stile e nella rappresentazione del poeta, il

quale con meraviglioso accorgimento ha compreso, che così soltanto,

rivaleggiando cioè con la stessa magia, poteva salvar gli elementi

irriducibili della materia e renderli con tutto il resto coerenti.

Ne vogliamo una prova? Il poeta rivaleggia con la magia d'Atlante,

nel canto XII: il mago ha innalzato un castello, ove i cavalieri si

travagliano invano a cercar le loro donne ch'essi vi credono rapite;

tre, Orlando, Ferraù e Sacripante, vi cercano la finta immagine

d'Angelica, che essi credon vera. Ebbene, il poeta, più mago d'Atlante,

fa che Angelica viva e vera entri in quel castello, Angelica che può

rendersi vana come quella vana immagine creata da Atlante per magia.

Quivi entra, che veder non la può il Mago;

E cerca il tutto, ascosa dal suo anello;

E trova Orlando e Sacripante vago

Di lei cercar invan per quello ostello.

Vede come fingendo la sua immago

Atlante usa gran fraude a questo e a quello.

Chi tor debba di lor molto rivolve

Nel suo pensier, nè ben se ne risolve.

. . . . . . . . . .

L'anel trasse di bocca, e di sua faccia

Levò dagli occhi a Sacripante il velo.

Credette a lui sol dimostrarsi, e avvenne

Ch'Orlando e Ferraù le sopravvenne.

. . . . . . . . . .

Corser di par tutti alla donna, quando

Nessun incantamento gl'impediva;

Perchè l'anel ch'ella si pose in mano

Fece d'Atlante ogni disegno vano.

È una magia che entra in un'altra. Il poeta si avvale di

quest'elemento, lo fa anzi siffattamente suo, che in un momento innanzi

a gli occhi nostri illusi la realtà diventa magia e la magia realtà:

appena Angelica si scopre, la realtà d'un subito avventa e crolla

l'incanto; sparisce mercè l'anello, ed ecco il castello d'Atlante

assumer quasi consistenza reale innanzi a noi. Che stupenda finezza, in

questo giuoco! È giuoco di magia; ma la magia vera è quella de lo stile

ariostesco.

Che ne volete più di quei poveri cavalieri?

Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta

Quelli scherniti la stupida faccia.

Chi li fa andare incontro a questi scherni e a guai anche peggiori? Ma

l'amore, signori miei, che se non è proprio proprio una pazzia, tante

pur ne fa fare, jeri come oggi, e tante ne farà fare domani e sempre!

Chi mette il piè su l'amorosa pania,

Cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale;

Chè non è in somma Amor se non insania

A giudizio de' savi universale:

E sebben come Orlando ognun non smania,

Suo furor mostra a qualch'altro segnale.

E quale è di pazzia segno più espresso,

Che, per altri voler, perder sè stesso?

Vari gli effetti son; ma la pazzia

È tutt'una però, che li fa uscire.

Gli è come una gran selva, ove la via

Conviene a forza, a chi vi va, fallire.

In questi due ultimi versi il poeta dà una perfetta immagine del suo

poema, che poggia per tanta parte su quest'amore che dissenna. Fontane,

giardini, castelli incantati? Ma sì! Se sono oggi per noi larve

inconsistenti, furono come realtà per le pazzie che l'Amore fece far

jeri, là in quel mondo lontano; ridetene, se vi piace; ma pensate che

altre fallaci immagini crea oggi e creerà domani con l'eterna magia

delle sue illusioni l'Amore, a scherno e a tormento degli uomini. Se

voi ridete di quelli, potreste ugualmente ridere di voi.

Frate, tu vai

L'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo.

Sotto la favola è la verità. Vedete: il poeta non ha che a gravare

un tantino la mano, perchè la favola gli si muti in allegoria. E la

tentazione è forte, e qua e là egli difatti vi casca; la fantasia però

subito lo risolleva, per fortuna, e lo richiama al giusto grado e al

giusto tono, in cui fin da principio s'era messo: «Dirò d'Orlando,

Che per amor venne in furore e matto

D'uom che sì saggio era stimato prima;

_Se da colei che tal quasi m'ha fatto,_

_Che 'l poco ingegno ad ora ad or mi lima,_

_Me ne sarà però tanto concesso_

_Che mi basti a finir quanto ho promesso._

E fin da principio lo stile ha virtù magica. Tutto il primo canto è,

nella rappresentazione, fantasmagorico, corso da lampi, d'apparizioni

fugaci. E questi lampi non sprazzano per abbagliar soltanto i lettori,

ma anche gli attori della scena. Ecco: ad Angelica balza innanzi

Rinaldo; a Ferraù, che cerca l'elmo, l'Argalia; a Rinaldo, Bajardo; a

Sacripante, Angelica; a tutt'e due, Bradamante, e poi il messaggero,

e poi Bajardo di nuovo e poi di nuovo Rinaldo. E questi lampi,

dopo il rapidissimo guizzo, si estinguono comicamente, con la frode

dell'illusione improvvisa. Il poeta esercita, cosciente, questa sua

magia; non dà mai tempo; lascia questo e prende quello; sbalordisce e

sorride dello sbalordimento altrui e de' suoi stessi personaggi.

Non va molto Rinaldo che si vede

Saltare innanzi il suo destrier feroce:

Ferma, Bajardo mio, deh ferma il piede!

Chè l'esser senza te troppo mi nuoce.

Per questo il destrier sordo a lui non riede.

Anzi più se ne va sempre veloce.

Segue Rinaldo, e d'ira si distrugge,

Ma seguitiamo Angelica che fugge.

Figurarsi se Bajardo voleva fermarsi! Il suo padrone è innamorato,

dunque è matto. E

Quel destrier, ch'avea ingegno a meraviglia,

capisce quel che il suo padrone non può capire. Ecco: il senno che

l'Amore toglie a gli uomini è dato dal poeta a una bestia. Nel c. II

(s. 19) dice, a mo' d'aggiunta, «il destrier ch'avea intelletto umano».

Umano, sì, ma — intendiamoci — non d'uomo innamorato!

Non giurerei proprio che qui non ci sia una punta di satira. L'ironia

del poeta è una sottilissima sega, che ha tanti denti, e anche quello

della satira, che morde un po' tutti, fino fino, sotto sotto, a

cominciar dal cardinale Ippolito, suo padrone.

Oh gran bontà de' cavalieri antiqui!

Vi par che qui l'ironia consista soltanto nel fatto che Ferraù e

Rinaldo, dopo essersi picchiati a quel modo che sapete, cavalchino

insieme, come se nulla fosse stato? Il Rajna dice che i romanzi

francesi recano in buona fede molti esempi di siffatte magnanime

cortesie, e tre ne reca dal Tristan per concludere: «Questa è la

cortesia e la lealtà dei cavalieri di Brettagna». Benissimo! Ma

non già dei due cavalieri dell'Ariosto, che non dimostrano ombra di

cavalleria. Per intenderlo, bisogna pensare a che cosa avrebbe potuto

rispondere Ferraù alla proposta di Rinaldo di smettere il duello: «Io

non combatto per una preda, io combatto per difendere una donna che

m'invoca ajuto; e se io son riuscito a difenderla, non ho combattuto

invano». Un buon cavaliere antico, veramente nobile, avrebbe risposto

così. Ma tanto Rinaldo quanto Ferraù non vedono in Angelica che una

preda da appropriarsi, e poichè questa è uscita lor di mano, s'ajutano

entrambi a rintracciarla con un criterio molto positivo e pochissimo

cavalleresco. Quella esclamazione dunque «oh gran bontà dei cavalieri

antiqui!» è veramente ironica e suona irrisione. Tanto è vero, che

poco dopo, nel c. II, ripetendosi la medesima situazione del duello

interrotto per la stessa ragione, Rinaldo lascia Sacripante a piedi:

E dove aspetta il suo Bajardo, passa,

E sopra vi si lancia, e via galoppa;

Nè al cavalier, ch'a piè nel bosco lassa,

Pur dice addio, non che lo 'nviti in groppa.

Ripetete sul serio, se vi riesce, dopo questo:

Oh gran bontà dei cavalieri antiqui!

Il poeta scherza, e con quel povero re di Circassia, «quel d'amor

travagliato Sacripante», lo scherzo del poeta è veramente crudele e

passa la parte. Già, come lo dipinge: «Un ruscello. Parean le guance,

e 'l petto un Mongibello!» Gli pone accanto, benigna, colei per cui

si duole;[42] poi, sotto gli occhi di Angelica, lo fa buttare in terra

miseramente da un cavaliere che passa di corsa; e Angelica non ha ancor

finito di confortarlo con fine ironia, attribuendo cioè, al solito, la

colpa della caduta al cavallo, che gli fa dare il calcio dell'asino da

quel messaggero che sopravviene afflitto e stanco su un ronzino:

Tu dêi saper che ti levò di sella

L'alto valor d'una gentil donzella.

C'è da morirne! Ma non basta: ecco Rinaldo; Angelica fugge; e il povero

Sacripante, re di Circassia, resta scornato, bastonato e a piedi.

Ma alla fin fine può consolarsi, che non avvengono soltanto a lui

simili disgrazie. Ad altri ne occorrono anche di peggiori. Ce n'è

per tutti! Il poeta si spassa a rappresentar la frode delle varie

illusioni e a frodar anche i maghi che le frodi ordiscono. È un mondo

in balia dell'amore, della magia, della fortuna; che ne volete? E come

dell'amore le pazzie e della magia gl'inganni, egli rappresenta della

fortuna la mutabilità.

Ferraù, staccatosi al bivio da Rinaldo, gira gira, si ritrova «onde

si tolse», e poichè non spera di ritrovar la donna, si scorda le botte

date e ricevute, la tenzone differita, e si rimette a cercar l'elmo che

gli era caduto nell'acqua.

Or se fortuna (quel che non volesti

Far tu) pone ad effetto il voler mio,

Non ti turbar,

gli grida l'Argalia emerso dalle onde con l'elmo in mano, l'elmo caduto

a Ferraù giusto dove il cadavere dell'Argalia era stato gittato. Un

tratto che a noi non suona comicamente, ma che forse poteva sonar

comico a coloro che avevan dimestichezza col poema e i personaggi

del Bojardo, è nei versi che dipingono l'orrore di Ferraù all'apparir

dell'ombra d'Argalia:

Ogni pelo _arricciosse_

E _scolorosse_ al Saracino il viso.

Ora Ferraguto era stato raffigurato dal Bojardo.

Tutto _ricciuto_ e _ner_ come carbone.

Gli si poteva _arricciare_ il pelo e _scolorir_ il viso?

L'altro contendente, Rinaldo, spedito da Carlo in Bretagna per ajuti e

distolto così d'andar cercando Angelica.

Che gli avea il cor di mezzo il petto tolto,

arrivato a Calesse, lo stesso giorno,

Contro la volontà d'ogni nocchiero,

Pel gran desir che di tornare avea,

Entrò nel mar ch'era turbato e fiero;

ma, sissignori, spinto dal vento nella Scozia, si scorda di Angelica,

si scorda di Carlo e della gran fretta che avea di ritornare, e

s'affonda solo nella gran Selva Caledonia, facendo ora una, ora

un'altra via.

Dove più aver strane avventure pensa.

E capitato a una badia, prima mangia, poi domanda all'abbate come

si possano ritrovare queste avventure per dimostrarsi valente. E «i

monachi e l'Abbate»:

Risposongli, ch'errando in quelli boschi,

Trovar potria strane avventure e molte:

Ma come i luoghi, i fati ancor son foschi;

Chè non se n'ha notizia le più volte.

Cerca, diceano, andar dove conoschi

Che l'opre tue non restino sepolte,

Acciò dietro al periglio e alla fatica

Segua la fama, e il debito ne dica.

Il Rajna qua si compiace nel notare che «mai un barone del ciclo di

Carlo Magno fu convertito così espressamente in Cavaliere Errante come

in questo caso», ma non può non avvertire che «le parole degli ospiti

dànno tuttavia a conoscere come lo spirito della cavalleria romanzesca

sia ormai svanito» poichè sempre per i principali tra gli Erranti la

modestia è uno dei primissimi doveri, tal che nulla è tanto difficile,

quanto indurli a confessarsi autori di qualche opera gloriosa, e anche

quando essi si provano dinanzi a migliaia di spettatori, procurano di

celarsi con ignote divise; cavalcano quasi sempre sconosciuti, mutando

spesso di insegne, e nascondendosi molte volte anche a gli amici più

cari e più fidi.

E allora? Non dobbiamo arguire che qui ci sia un'intenzione satirica,

e che anzi questa intenzione sia stata così forte nel poeta, da

farlo venir meno una volta tanto alle condizioni serie dell'arte,

che pure egli più di tutti suol rispettare? L'incoerenza estetica,

di fatti, nella condotta di Rinaldo è lampantissima e inescusabile,

il personaggio non apparisce libero, ma soggetto all'intenzione

dell'autore.

Ho voluto notar questo perchè mi sembra che troppo si tenda, da qualche

tempo in qua, a sforzare i termini dell'immedesimazione del poeta

con la sua materia. Certo è difficilissimo vederli netti e precisi,

questi termini. Ma non li vede affatto, secondo me, o ha ben poco

_chiaro il lume del discorso_, chi, riconoscendo — com'è giusto —

l'immedesimazione del poeta col suo mondo, nega l'ironia o in gran

parte la esclude o gli dà poca importanza. Bisogna riconoscere l'una

cosa e l'altra — l'immedesimazione e l'ironia — poichè nell'accordo,

se non sempre perfetto quasi sempre però raggiunto, d'entrambe queste

cose a prima vista contrarie, sta, ripeto, il segreto dello stile

ariostesco.

L'immedesimazione del poeta col suo mondo, consiste in questo, che

egli con la fantasia potente _vede_, digrossato, finito anzi in ogni

contorno, preciso, limpido, ordinato e vivo, quel mondo che altri

aveva messo insieme grossolanamente e aveva popolato di esseri, che,

o per la loro goffaggine o per la loro sciocchezza o per la puerile

loro incoerenza, ecc. non poteano in alcun modo esser presi sul serio

neppure dai loro stessi autori; e poi di maghi e di fate e di mostri

che, naturalmente, ne accrescevano la irrealità e la inverosimiglianza.

Il poeta toglie questi esseri dal loro stato di fantocci o di fantasmi,

dà loro consistenza e coerenza, vita e carattere. Obbedisce fin qui

alla propria fantasia, istintivamente. Poi subentra la speculazione.

C'è, ho detto, un elemento irriducibile in quel modo, un elemento

cioè che il poeta non riesce a oggettivar seriamente, senza mostrar

coscienza della irrealità di esso. Con quel meraviglioso accorgimento,

di cui ho fatto parola più su, egli però s'industria di renderlo

coerente con tutto il resto. Ma non sempre in questo giuoco la fantasia

lo assiste. E allora egli s'ajuta con la speculazione: la vita perde

il movimento spontaneo, diventa macchina, allegoria. È uno sforzo.

Il poeta intende di dare una certa consistenza a quelle costruzioni

fantastiche, di cui sente la irrealità irriducibile, per mezzo di una

— dirò così — impalcatura morale. Sforzo vano e malinteso, perchè il

solo fatto di dar senso allegorico a una rappresentazione dà a veder

chiaramente che già si tien questa in conto di favola che non ha alcuna

verità nè fantastica nè effettiva, ed è fatta per la dimostrazione di

una verità morale. C'è da giurare che al poeta non prema affatto la

dimostrazione d'alcuna verità morale, e che quelle allegorie siano

nel poema suggerite dalla riflessione, per rimedio. Quello era il

mondo; quelli, gli elementi, ch'esso offriva. L'elemento della magia,

del meraviglioso cavalleresco non si poteva in alcun modo eliminare

senza snaturare al tutto quel mondo. E allora il poeta o cerca di

ridurlo a simbolo, o senz'altro lo accoglie, ma — naturalmente — con un

sentimento ironico.

Un poeta può, non credendo alla realtà della propria creazione,

rappresentarla come se ci credesse, cioè non mostrare affatto coscienza

della irrealità di essa; può rappresentar come vero un suo mondo

affatto fantastico, di sogno, regolato da leggi sue proprie, e, secondo

queste leggi, perfettamente logico o coerente. Quando un poeta si mette

in codeste condizioni, il critico non deve più vedere se quel che il

poeta gli ha posto innanzi è vero o è sogno, ma se come sogno è vero;

poichè il poeta non ha voluto rappresentare una realtà effettiva, ma un

sogno che avesse apparenza di realtà, s'intende di sogno, fantastica,

non effettiva.

Ora questo non è il caso dell'Ariosto. In più d'un punto, come abbiamo

già notato, egli mostra apertamente coscienza della irrealtà della

sua creazione, la mostra anche dove all'elemento meraviglioso di quel

mondo dà valore morale e consistenza logica, non fantastica. Il poeta

non vuol creare e rappresentare come vero un sogno; non è preoccupato

soltanto della verità fantastica del suo mondo, è preoccupato anche

della realtà effettiva; non vuole che quel suo mondo sia popolato di

larve o di fantocci, ma di uomini vivi e veri, mossi e agitati dalle

nostre stesse passioni; il poeta insomma vede, non le condizioni di

quel passato leggendario divenute realtà fantastica nella sua visione,

ma le ragioni del presente, trasportate e investite in quel mondo

lontano. Ora naturalmente, allorchè esse vi trovano elementi capaci di

accoglierle, la realtà fantastica si salva; ma allorchè non li trovano,

per la irriducibilità stessa di quegli elementi, l'ironia scoppia,

inevitabile, e quella realtà si frange.

Quali sono queste _ragioni del presente?_ Sono le ragioni del buon

senso, di cui il poeta è dotato; sono le ragioni della vita entro i

limiti della possibilità naturale: limiti che in parte la leggenda, in

gran parte il capriccioso arbitrio di rozzi e volgari cantatori aveva

balordamente, goffamente o grottescamente violati; sono le ragioni del

tempo, in fine, in cui il poeta vive.

Abbiamo veduto Ferraù e Rinaldo a cavallo insieme, guidati — com'ho

detto — da un criterio molto positivo e pochissimo cavalleresco;

abbiamo ascoltato il consiglio dell'abbate a Rinaldo in cerca

d'avventure; tant'altri esempii potremmo recare; ma basterà senz'altro

quello de la volata di Ruggero su l'ippogrifo. Anche quando il

poeta con la magia dello stile riesce a dar consistenza di realtà a

quell'elemento meraviglioso, levandosi poi a un volo troppo alto in

questa realtà fantastica, tutt'a un tratto, quasi temesse d'averne lui

stesso o chi l'ascolta il capogiro, precipita a posarsi su la realtà

effettiva, rompendo così l'incanto della fantastica. Ruggero vola

sublime su l'ippogrifo; ma anche dalla sublimità di quel volo il poeta

avvista in terra le ragioni del presente, che gli gridano: — Cala!

cala!

Non crediate, Signor, che però stia

Per sì lungo cammin sempre su l'ale;

Ogni sera all'albergo se ne gìa

Schivando a suo poter d'alloggiar male.

E quest'ippogrifo è vero? proprio vero? Lo rappresenta cioè il poeta

senza mostrare affatto coscienza dell'irrealità di esso? Lo vede la

prima volta calar dal castello d'Atlante sui Pirenei, con in groppa

il mago, e dice che — sì — il castello, come castello, non era vero,

era finto, opera di magia; ma l'ippogrifo no, l'ippogrifo era vero e

naturale. Proprio vero? proprio naturale? Ma sì, generato da un grifo e

da una giumenta. Sono animali che vengono nei monti Rifei.

— Ah sì? proprio proprio? e come va che non se ne vedono mai? — Oh Dio;

ne vengono, _ma rari_... — Quest'attenuazione, prettamente ironica,

mi fa pensare a quella farsa napoletana, ove un impostore si lagna

delle sue sciagure e, tra le altre, di quella del padre, che, prima di

morire, penò tanto, ridotto a vivere, poveretto, non so per quanti mesi

senza fegato: all'osservazione, che senza fegato non si può vivere,

concede che sì, ne aveva, ma poco, ecco! Così gl'ippogrifi; ne vengono;

ma rari! Proprio da impostore, il poeta non vuol passare. Ha l'aria

di dirvi: — Signori miei, di codeste fole io non posso farne a meno;

bisogna pure che c'entrino, nel mio poema; e bisogna che io, fin dove

posso, mostri di crederci. — Ecco qua la gran muraglia che cinge la

città d'Alcina:

... Par che la sua altezza a ciel s'aggiunga

E d'oro sia dall'alta cima a terra.

Ma come? Una muraglia di tal fatta, tutta d'oro?

Alcun dal mio parer qui si dilunga

E dice ch'ella è alchimia; e forse ch'erra,

Ed anco forse meglio di me intende:

A me par oro, poichè sì risplende.

Come ve lo deve dir meglio il poeta? Sa come voi che «non è tutt'oro,

quel che luce»; ma a lui oro deve parere, «poichè sì risplende...».

Per _intonarsi_ quanto più può con quel mondo, fin da principio s'è

dichiarato matto come il suo eroe. È tutto un giuoco di continui

accomodamenti per stabilir l'accordo tra sè e la materia, tra le

condizioni inverosimili di quel passato leggendario e le ragioni del

presente. Dice:

Chi va lontan dalla sua patria, vede

Cose da quel che già credea, lontane;

Che narrandole poi, non se gli crede,

E stimato bugiardo ne rimane;

Chè 'l sciocco vulgo non gli vuol dar fede

Se non le vede e tocca chiare e piane.

Per questo io so che l'inesperienza

Farà al mio Canto dar poca credenza.

Poca o molta ch'io ci abbia non bisogna

Ch'io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro!

A voi so ben che non parrà menzogna

Che 'l lume del discorso avete chiaro.

Qui «aver chiaro il lume del discorso» significa «saper leggere

sotto il velame dei versi». Siamo nel canto d'Alcina: e il poeta ci

suggerisce: «S'io dico Alcina, s'io dico Melissa, s'io dico Erifilla,

s'io dico l'iniqua frotta, o Logistilla, Andronica o Fronesia o Dicilla

o Sofrosina, voi intendete bene a che cosa io voglia alludere». È un

altro espediente (non felice) per stabilir l'accordo, ma che pure, come

tutti gli altri, scopre l'ironia del poeta, cioè la coscienza della

irrealità della sua creazione. Dove l'accordo non si può stabilire,

quest'ironia però non scoppia mai stridula o stonata, appunto perchè

l'accordo è sempre nell'intenzione del poeta, e quest'intenzione

d'accordo è per sè stessa ironica.

L'ironia è nella visione che il poeta ha, non solo di quel mondo

fantastico, ma della vita stessa e degli uomini. Tutto è favola e

tutto è vero, poichè è fatale che noi crediamo vere le vane parvenze

che spirano dalle nostre illusioni e dalle passioni nostre; illudersi

può esser bello, ma del troppo immaginare si piange poi sempre la

frode: e questa frode ci appare comica o tragica secondo il grado della

partecipazione nostra ai casi di chi la subisce, secondo l'interesse o

la simpatia che quella passione o quell'illusione ci suscitano, secondo

gli effetti che quella frode produce. Così avviene che noi vediamo il

sentimento ironico del poeta mostrarsi anche sotto un altro aspetto nel

poema, non più spiccato ed evidente, ma attraverso la rappresentazione

stessa, in cui è riuscito a trasfondersi per modo che essa così si

senta e così si voglia. Il sentimento ironico, in somma, oggettivato,

spira dalla rappresentazione stessa anche là dove il poeta non mostra

apertamente coscienza della irrealità di essa.

Ecco qua Bradamante in cerca del suo Ruggiero: per salvarlo, ha corso

rischio di perire per mano del maganzese Pinabello; il poeta le fa

soffrire insieme coi lettori il supplizio di sentirsi predire e di

vedersi mostrare a dito dalla maga Melissa tutti gl'illustri suoi

discendenti; e poi va, va per monti inaccessibili, sale balze, traversa

torrenti, arriva al mare, trova l'albergo ov'è Brunello (e qui non dice

se ella vi mangia); riprende la via

Di monte in monte e d'uno in altro bosco,

e si riduce fin sui Pirenei; s'impadronisce de l'anello; lotta con

Atlante; riesce a romper l'incanto; scioglie in fumo il castello

del mago; e, sissignori, dopo aver corso tanto, dopo essersi tanto

affannata e travagliata, si vede portar via dall'ippogrifo il suo

Ruggero liberato. Non le resta che di ricevere le congratulazioni di

coloro ch'ella non s'era curata di liberare! Ma neanche queste, perchè:

Le donne e i cavalier si trovâr fuora

Delle superbe stanze alla campagna

E furon di lor molte a cui ne dolse;

Che tal franchezza un gran piacer lor tolse.

L'Ariosto non aggiunge altro. Un vero umorista non si sarebbe lasciata

sfuggire la stupenda occasione di descrivere gli effetti nelle donne e

nei cavalieri dell'improvviso sciogliersi dell'incanto, del ritrovarsi

alla campagna, e il dolore del perduto bene della schiavitù per una

libertà che dal bel sogno li faceva piombare nella realtà nuda e

cruda. La descrizione manca affatto. Il poeta si compiace in un'altra

descrizione, invece, come già Atlante si compiaceva di scherzare coi

cavalieri che venivano a sfidarlo; voglio dire nella descrizione comica

di tutti quei liberati, che vorrebbero impadronirsi dell'ippogrifo, il

quale li mena per la campagna:

Come fa la cornacchia in secca arena

Che seco il cane or qua or là si mena.

Perchè manca quell'altra descrizione? Ma perchè il poeta si è posto

fin da principio, rispetto alla sua materia, in condizioni del tutto

opposte a quelle in cui si sarebbe messo un umorista. Egli schiva il

contrasto e cerca l'accordo tra le ragioni del presente e le condizioni

favolose di quel mondo passato: lo ottiene sì, ironicamente, perchè,

com'ho detto, è per sè stessa ironica quell'intenzione d'accordo; ma

l'effetto è che quelle condizioni non si affermano come realtà nella

rappresentazione, si sciolgono, per dirla col De Sanctis, nell'ironia,

la quale, distruggendo il contrasto, non può più drammatizzarsi

comicamente, ma resta comica, senza dramma.

L'umorismo · 第 6 / 13 段