Così ad esempio, il Momigliano a un certo punto osserva: «Non oserei

però sostenere la perfetta, innocenza del Pulci, quando Ulivieri

mi vien fuori a spiegare il mistero della Trinità con quel certo

esempio della candela, che non spiega un bel nulla». Come se di queste

spiegazioni che non spiegano nulla non fosse piena tutta la letteratura

popolare! E poi, se il paragone si trova già nell'_Orlando_, che

c'entra la malizia del Pulci? Più sotto, a proposito della conversione

di Fuligatto, osserva: «Già queste conversioni e questi battesimi — e

per la loro rapidità e per la loro frequenza e per il troppo fervore

dei neofiti — più o meno insospettiscono sempre». Ma se questo è

uno dei tratti caratteristici, che dimostrano appunto la puerilità

della concezione religiosa nella epopea francese! Appena conquistata

una città, i vincitori impongono agl'infedeli la conversione: chi

si rifiuta, tagliato a fil di spada; e i battezzati diventano d'un

tratto cristiani zelantissimi. Che c'entra il Pulci? A proposito

dell'episodio d'Orlando motteggiato nel c. XXI dai ragazzacci della

città, che il paladino attraversa su Vegliantino così mal ridotto, che

non si regge in piedi, il Momigliano dice che il Pulci non sente la

maestà cavalleresca, e poi nota: «Pel nostro poeta il riso è una delle

grandi leggi, a cui tutti devono pagare il proprio tributo. Il Pulci,

quindi, accenna ne' suoi personaggi tanto i lati seri quanto i lati

ridicoli e li riduce a quando a quando ai limiti dell'umano. Così in

quest'episodio, pare che egli prenda in giro Orlando, ma non è vero:

un paladino invitto, col palafreno cascante — anche Vegliantino qui

scade dalla dignità solita nei cavalli degli eroi — non è sottoposto

ad una _diminutio capitis_, non s'avvicina un po' al Cavaliere dalla

trista figura? E questo non può accadere ad un paladino? Ma fate che

gli s'avvicini un petulante a beffeggiarlo e vedrete che egli non è

un Don Quijote, ma un paladino autentico: ecco in qual modo Orlando,

abbassato per un momento subito si rialza. _Nella fonte c'è qualche

cosa di molto simile_ (Ori. L. 30-37). Siam già vicini alla beffa, ma

non l'abbiamo raggiunta ancora: la beffa si avrà solo, quando il riso

sarà l'esplosione della ribellione meditata del raziocinio». Anche

qui è attribuito al Pulci quel che già, prima di tutto, si trova nella

fonte, e che si trova poi in altri poemi, come ad esempio nell'_Aiol_

e nel _Florent et Octavien_. Così, quella certa facilità di commozione

che hanno i paladini, e che al Momigliano sembra non molto naturale

in guerrieri di quella tempra, si trova già, come è noto, nell'epopea

francese, dove centinaia di volte si leggono versi come questi (formule

epiche stereotipate):

Trois fois se pasme sor le corant destrier.

Quando non sviene un intero esercito:

Cent milie frane s'en pasment cuntre terre.

Dato il concetto che il Momigliano s'è formato dell'umorismo, che

questo cioè sia «il riso che penetra più finemente o più profondamente

nel proprio oggetto, e, anche quando non si eleva alla contemplazione

di un fatto generale è tuttavia indizio uno spirito avvezzo a cercare

il nocciolo delle cose», s'intende com'egli possa trovare con molta

buona volontà anche l'umorismo nel Morgante, non ostante che prima egli

stesso abbia detto che «il genere di riso del _Morgante_ non scaturisce

da una psicologia profonda» e che questo procede «da due ragioni,

dall'inettitudine del Pulci e dalla materia, che di solito si appaga di

caratteri inconsistenti» e che il Pulci «vede specialmente il ridicolo

fisico, il ridicolo delle forme, degli atteggiamenti, delle movenze

d'un corpo» e il suo sia di solito «un riso superficiale» che «nella

sua quasi costante leggerezza ritrae dello spirito e della letteratura

dei tempi». Ma ora per lui: «il pianto, l'indulgenza, la simpatia,

ecc. ecc., sono tutti elementi accessori» dell'umorismo, il quale,

insomma, è — come ha detto il Masci «il senso generale della comicità»,

e nient'altro. Inteso così, l'umorismo si può trovare da per tutto.

Ulivieri è sbalzato di sella da Manfredonio davanti a Meridiana e dice:

Alla mia vita non caddi ancor mai

Ma ogni cosa vuol cominciamento —?

Umorismo! Meridiana gli risponde:

Usanza è in guerra cader dal destiere,

Ma chi si fugge non suol mai cadere —?

Umorismo! Rinaldo, dimentico di Luciana, si innamora di Antea e

raccomanda a Ulivieri di servirla con ogni cura, e l'amico risponde:

«Così va la fortuna; «Cércati d'altro amante, Luciana; Da me sarai

d'ogni cosa servita»? — «Risposta stringata, filosofica, umoristica»

commenta il Momigliano, e via di questo passo.

Ma no! Il vero umorismo non si può trovare nel _Morgante_. Si sarebbe

potuto trovare, se il Pulci fosse riuscito a trasfondere i suoi dolori,

le sue miserie in qualcuno dei personaggi o in qualche scena, e ne

avesse riso, come nella _Frottola_ o in qualcuna delle lettere; se la

sua ironia, la vana parvenza di quello sciocco, puerile o grottesco

mondo cavalleresco, fosse riuscita in qualche punto a drammatizzarsi,

attraverso il suo sentimento, comicamente. Ma egli non solo non vede,

nè può vedere sè nel dramma, ma non riesce neanche a vedere il dramma

nell'oggetto rappresentato. E come si può parlare dunque d'umorismo?

Dico del vero umorismo, che non è punto quel che crede il Momigliano,

seguendo il Masci. Dell'altro, cioè dell'umorismo inteso nel senso più

largo e comune, di cui ho già fatto parola, eh, di quello sì, ce n'è in

lui solo tanta copia, quanta in cento scrittori inglesi messi insieme,

che dal Nencioni o dall'Arcoleo sarebbero tenuti in conto di veri

umoristi. Questo è indubitabile.

* * *

Mi sono intrattenuto così a lungo sul _Morgante_ perchè fra i tre

nostri maggiori poemi cavallereschi è quello in cui certamente ha più

campo l'ironia: l'ironia che — secondo l'espressione dello Schlegel —

riduce la materia a una perpetua parodia e consiste nel non perdere,

neppure nel momento del patetico, la coscienza della irrealità della

propria creazione.

L'intendimento dei due altri poeti, il Bojardo e l'Ariosto, è più

serio. Ma bisogna bene intendersi su questa maggior serietà... Il Pulci

è poeta popolare, nel senso che non solleva per nulla dal popolo la

materia che tratta, anzi ve la tiene per riderne parodiandola, in

una corte borghese come quella di Lorenzo che della parodia, come ho

detto, ha il gusto. Il Bojardo è poeta _cortegiano_, nel senso che

ha, per usare le parole stesse del Rajna «una profonda simpatia per i

costumi e i sentimenti cavallereschi, cioè per l'amore, la gentilezza,

il valore, la cortesia» e se «non ha ritegno a scherzare col soggetto,

nè ha rimorso di esporre alla derisione i suoi personaggi, gli è che

egli intende a celebrare la prodezza, la cortesia e l'amore, non già

Orlando e Ferraguto»; cortegiano, dunque, nel senso che scrive per

dar buon tempo e gradito sollazzo a una corte che, vivendo in ozii

agiati ed eleganti, appassionandosi ai casi di Ginevra e di Isotta,

alle avventure dei cavalieri erranti, non avrebbe potuto far buon

viso ai paladini di Francia, se questi le fossero venuti innanzi senza

amore e senza cortesia. L'Ariosto, se per condizioni di vita, rispetto

alla casa d'Este, è — in un altro senso — poeta cortegiano anche lui;

rispetto però alla materia che prende a trattare, non guarda che alle

condizioni serie dell'arte.

Abbiamo veduto che nella stessa Francia già da tempo il mondo epico e

cavalleresco aveva perduto ogni serietà. Come avrebbero potuto i poeti

italiani trattare seriamente ciò che già da tempo era cessato di esser

serio? l'ironia comica era inevitabile. Ma «chi fa un lavoro comico

— osserva giustamente il De Sanctis — non è esentato dalle condizioni

serie dell'arte».

Ebbene, queste condizioni serie dell'arte rispetta più di tutti

l'Ariosto, meno di tutti il Pulci, ma non per difetto d'arte, come era

parso prima al De Sanctis, bensì — ripetiamo — per lo scopo ch'egli si

prefisse.

Chi fa una parodia o una caricatura è certamente animato da un intento

o satirico o semplicemente burlesco: la satira o la burla consistono in

un'alterazione ridicola del modello, e non sono perciò commisurabili se

non in relazione con le qualità di questo e segnatamente con quelle che

spiccano di più e che già rappresentano nel modello una esagerazione.

Chi fa una parodia o una caricatura insiste su queste qualità spiccate;

dà loro maggior rilievo; esagera un'esagerazione. Per far questo è

inevitabile che si sforzino i mezzi espressivi, si àlteri stranamente,

goffamente o anche grottescamente la linea, la voce o, comunque,

l'espressione; si faccia in somma violenza all'arte e alle condizioni

serie di essa. Si lavora su un vizio o su un difetto d'arte o di

natura, e il lavoro deve consistere nell'esagerarlo, perchè se ne rida.

Ne risulta inevitabilmente un mostro; qualcosa che, a considerarla in

sè e per sè, non può avere alcuna verità, nè, dunque alcuna bellezza;

per intenderne la verità e però la bellezza, bisogna esaminarla in

relazione col modello. Si esce così dal campo della fantasia pura.

Per ridere di quel vizio o di quel difetto o per deriderli, dobbiamo

anche scherzare con lo strumento dell'arte; esser coscienti del nostro

gioco, che può esser crudele, che può anche non aver intenzioni maligne

o averne anche di serie, come le aveva ad esempio Aristofane nelle sue

caricature.

Se dunque il Pulci nel suo lavoro comico vien meno alle condizioni

serie dell'arte, non è per insufficienza d'arte, ripeto. Lo stesso

non si può dire per il Bojardo. La maggior serietà di questo deve

considerarsi non già nell'intenzion dell'arte, che gli difetta, bensì

in quella di piacere alla sua corte, seguendo anche il suo gusto e il

piacer suo.

Si arrivò finanche a dire che il Bojardo tratta seriamente, nel suo

poema, la cavalleria. Il Rajna, che — com'è noto — nel suo libro su _Le

Fonti dell'Orl. Fur._ par che si sia proposto di rialzare il Bojardo

a costo del «suo continuatore», a proposito della distinzione da farsi

tra l'_Innamorato _o il _Furioso_, domanda: «La faremo noi consistere

nella cosidetta _ironia ariostesca_? Certo starebbe bene, se fosse

vero, come si pretende, che l'Ariosto avesse, con un sorriso incredulo,

sciolto in fumo l'edificio del Bojardo, e trasformato in fantasmi

i personaggi dell'_Innamorato_. Il male si è che quell'edificio,

quei personaggi, erano già una fantasmagoria anche per il Conte di

Scandiano. Se Lodovico non crede al mondo che canta e se ne fa giuoco,

non ci crede maggiormente e all'occasione non se ne fa meno giuoco il

suo predecessore e maestro; se ironia c'è nel _Furioso_, non ne manca

nemmeno nell'_Innamorato_». E, alcune pagine innanzi: «Certo il sentir

parlare di burlesco e umorismo, a proposito dell'_Innamorato_, deve far

meraviglia, e non poca. Si è tanto avvezzi a sentir ripetere su tutti

i toni, e da uomini autorevolissimi e giudiziosissimi, che il Bojardo

canta le guerre d'Albraccà, e le avventure d'Orlando e di Rinaldo, con

quella medesima serietà e convinzione, colla quale il Tasso celebrava

un secolo dopo le imprese dei Cristiani in Palestina e l'acquisto di

Gerusalemme! È un errore, di cui mi par superflua la confutazione...

Non ci vuol molto ad accorgersi che tra il Bojardo ed il mondo da

lui preso a rappresentare, c'è un vero contrasto, dissimile soltanto

per grado e per tono da quello che impediva al Pulci d'immedesimarsi

colla sua materia. Chè agli occhi di ogni Italiano colto del secolo

XV erano ridicoli quei terribil colpi di lancia e di spada, che al

paragone avrebbero fatto apparir fanciulli gli eroi di Omero; ridicolo

quel frapparsi (!) le armature e le carni per le ragioni più futili,

od anche senza un motivo al mondo; ridicole le profonde meditazioni

amorose, che assorbivano tutta l'anima per ore ed ore, e sopprimevano

ogni ombra di coscienza; ridicole, insomma, tutte le esagerazioni dei

romanzi cavallereschi. O come si vuole che un uomo imbevuto fino ai

midollo di coltura classica, e dotato di un buon senso a tutta prova,

avesse a contemplare e rappresentare questo mondo senza mai prorompere

in uno scoppio di riso? E infatti il Bojardo ride, e si studia di

far ridere; anche in mezzo alle narrazioni più serie esce in frizzi e

facezie; e più d'una volta egli crea scene, che si potrebbero credere

trovate dal Cervantes per beffare la cavalleria ed i suoi eroi».

Il Rajna crede di difendere così il Bojardo da una ingiustizia.

Il suo torto — e gli è stato rilevato alla ristampa del libro dal

Cesareo[41] — è quello di trattare la questione dei rapporti tra il

Bojardo e l'Ariosto senza una adeguata preparazione estetica. Eppure,

già il De Sanctis, trattando della poesia cavalleresca in un corso di

lezioni all'Università di Zurigo, aveva avvertito maravigliosamente:

«La facoltà poetica per eccellenza è la fantasia: ma il poeta non

lavora solo con le facoltà estetiche, tutte le facoltà cooperano:

il poeta non è solo poeta; mentre la fantasia forma il fantasma,

l'intelletto e i sensi non rimangono inerti. Un poeta può avere potente

virtù estetica ed esser povero d'immaginazione, commettere errori

nel disegno o spropositi storici e geografici: questi difetti non

toccano l'essenza della poesia. Ma se un poeta che ha in alto grado

queste alte facoltà, che ha un bel disegno ed una perfetta esecuzione

meccanica, ha debole fantasia, non saprà render vivente quanto vede:

la mancanza di fantasia è la morte del poeta. Ecco la distinzione da

farsi. Fin qui non avete diritto di mettere in quistione l'ingegno

poetico del Bojardo; i difetti, che abbiamo enumerato, dipendono da

altre facoltà. Per venire ad esaminarlo come poeta, bisogna dunque

vedere fino a qual punto abbia la potenza formativa del fantasma.

Ha una grande inventiva: è stato il poeta italiano che ha raccolto

il più vasto e vario materiale di poesia; non solo per quantità ma

anche per qualità. L'inventiva è già una prima condizione del poeta;

e per tal riguardo il Bojardo è superiore al Pulci. — Ma, non che

basti, è poca cosa: l'invenzione nell'arte è il meno. Dumas lascia ai

suoi segretarii l'incarico di raccogliere i materiali, ne' quali si

riserba d'infonder poi la vita. Raccolto il materiale, il Bojardo lo sa

lavorare? Ecco la quistione. Non lo lascia nudo ed arido come il Pulci;

ha la facoltà del concepimento, dà ad ogni fatto e personaggio le

determinazioni necessarie perchè acquisti una fisionomia propria. Non

gli basta l'abbozzare un personaggio; e anzi, egli è uno dei principali

disegnatori della poesia italiana. Pochi sanno dar con più sicurezza

i lineamenti ad un carattere... Che resta da fare al poeta? Mostrar

vivo il personaggio. Chi ha dato tal forma e tal carattere, lo deve far

vivere. Bisogna che la _concezione_ diventi _situazione_. Anche i più

appassionati non sono sempre appassionati. Volendo mettere in opera

le determinazioni, bisogna scegliere tali circostanze che, mediante

di esse, possano manifestarsi le forze interne d'un personaggio. V'è

situazione estetica quando il personaggio è posto nelle condizioni

più favorevoli, perchè possa rivelarsi. Ma il Bojardo non sa mutar la

concezione in situazione».

Il Cesareo, che svolge ampiamente e precisa nel suo studio su _La

fantasia dell'Ariosto_ questa stupenda intuizione del De Sanctis,

nota a questo punto che, in verità «quando una creatura vive nella

fantasia d'un poeta, ella si rivelerà intera in qualunque circostanza

si trovi. Il poeta non ha da sceglier nulla, perchè quella creatura è

libera, autonoma, fuori del poeta medesimo, e non si può trovare se non

in quelle situazioni a cui la sospinge il suo carattere in contrasto

coi caratteri circostanti. Le situazioni vengon da sè, non le sceglie

il poeta; il quale deve soltanto curare che in ciascuna situazione,

anche la meno drammatica, il personaggio apparisca tutto, con tutte le

sue determinazioni interiori. E allora una sola situazione basterà a

farci conoscere quella creatura; e noi sapremo a un dipresso ciò che

ella farà in situazioni «più favorevoli». Il carattere di Farinata è

già tutto ne' primi sei versi co' quali ei si volge a Dante; quello

d'Amleto è già tutto nella scena dell'udienza a Corte; quello di don

Abbondio è già tutto nella sua passeggiata in vista de' bravi. Certo,

la successione delle situazioni accresce intensità ed evidenza al

carattere; ma qualunque situazione è una situazione estetica».

Per il Cesareo, al Bojardo manca per l'appunto la visione completa del

carattere; ed io son d'accordo con lui. Su un altro punto io dissento

dal De Sanctis, cioè là dove egli dice che il Bojardo «per intenzioni

pedantesche, ha voluto fare seriamente quanto è sostanzialmente

ridicolo». Codeste intenzioni pedantesche nel Bojardo veramente non

so vederle, come non so vedere ch'egli abbia voluto esser serio e

che soltanto «per la forza dei tempi» sia riuscito ridicolo. Se, come

dice lo stesso De Sanctis, egli «ride delle sue invenzioni», _non ha

voluto esser serio_. Secondo me, anzi, il torto del Bojardo è proprio

là dove il Rajna crede di difenderlo da una ingiustizia: che egli,

cioè, nobile cavaliere, animato da una profonda simpatia per i costumi

cavallereschi, cioè per l'amore, la gentilezza, il valore, la cortesia,

non ha voluto esser serio, come per il sentimento suo poteva e come

per il rispetto alle condizioni serie dell'arte doveva. E, non volendo

esser serio, egli non ha saputo ridere, perchè a quella materia solo un

riso ormai conveniva, quello de la forma, e la forma sopra tutto manca

al Bojardo. Dice bene il Rajna che «non ci vuol molto ad accorgersi

che tra il Bojardo ed il mondo da lui preso a rappresentare, c'è un

vero contrasto, dissimile soltanto per grado e per tono da quello che

impediva al Pulci d'immedesimarsi colla sua materia». Ma l'inferiorità

del Bojardo rispetto al Pulci e all'Ariosto è appunto qui, nel _grado_

e nel _tono_ del suo riso. Egli volle badar soltanto a sollazzare sè e

gli altri, e non intese che, volendo sollevar dal popolo quella materia

e non volendo più farne deliberatamente la parodia, come aveva fatto

il Pulci, si dovevano rispettare le condizioni serie dell'arte, come

l'Ariosto le rispettò.

Non è affatto vero che il poeta del _Furioso_ con sorriso incredulo

sciolga in fumo l'edificio del Bojardo e trasformi in fantasmi

i personaggi dell'_Innamorato_. Al contrario! Egli dà anzi a

quell'edificio e a quei personaggi ciò che loro mancava: consistenza e

fondamento di verità fantastica e coerenza estetica.

Bisogna bene intendersi sul non credere del poeta al mondo che canta

o che, comunque, rappresenta. Ma si potrebbe dire che non solo per

l'artista, ma non esiste per nessuno una rappresentazione, sia creata

dall'arte o sia comunque quella, che tutti ci facciamo di noi stessi

e degli altri e della vita, che si possa credere una realtà. Sono, in

fondo, una medesima illusione quella dell'arte e quella che comunemente

a noi tutti viene dai nostri sensi.

Pur non di meno, noi chiamiamo _vera_ quella dei nostri sensi, e

_finta_ quella dell'arte. Tra l'una e l'altra illusione non è però

questione di _realtà_, bensì di _volontà_, e solo in quanto la finzione

dell'arte è _voluta_, voluta non nel senso che sia procacciata con la

volontà per un fine estraneo a sè stessa; ma voluta per sè e per sè

amata., disinteressatamente; mentre quella dei sensi non sta a noi

volerla o non volerla: si ha, come e in quanto si hanno i sensi. E

quella dunque è libera, e questa no. E l'una finzione è dunque immagine

o forma di sensazioni, mentre l'altra, quella dell'arte, è creazione di

forma.

Il fatto estetico, effettivamente, comincia solo quando una

rappresentazione acquisti in noi per se stessa una volontà, cioè

quando essa in sè e per sè stessa, _si voglia_, provocando per

questo solo fatto, _che si vuole_, il movimento (tecnica) atto ad

effettuarla fuori di noi. Se la rappresentazione non ha in sè questa

volontà, che è il movimento stesso dell'immagine, essa è soltanto

un fatto psichico comune; l'immagine non voluta per sè stessa; fatto

spirituale-meccanico, in quanto non sta in noi volerla o non volerla;

ma che si ha in quanto risponde in noi a una sensazione.

Abbiamo tutti, più o meno, una volontà che provoca in noi quei

movimenti atti a creare la nostra, propria vita. Questa creazione, che

ciascuno fa a se stesso della propria vita, ha bisogno anch'essa, in

maggiore o minor grado, di tutte le funzioni e attività dello spirito,

cioè d'intelletto e di fantasia, oltre che di volontà; e chi più ne

ha e più ne mette in opera, riesce a creare a se stesso una più alta

e vasta e forte vita. La differenza tra questa creazione e quella

dell'arte è solo in questo (che fa appunto comunissima l'una e non

comune l'altra): che quella è _interessata_ e questa _disinteressata_,

il che vuol dire che l'una ha un fine di pratica utilità, l'altra

non ha alcun fine che in sè stessa.; l'una è voluta per qualche cosa;

l'altra si vuole per sè stessa. E una prova di questo si può aver nella

frase che ciascuno di noi suol ripetere ogni qual volta, per disgrazia,

contro ogni nostra aspettativa, il proprio fine pratico, i proprii

interessi siano stati frustrati: _«Ho lavorato per amore dell'arte»_.

E il tono con cui si ripete questa frase ci spiega la ragione per cui

la maggioranza degli uomini, che lavorano per fini di pratica utilità

e che non intendono la volontà disinteressata, suol chiamare matti

i poeti veri, quelli cioè in cui la rappresentazione si vuole per sè

stessa senz'altro fine che in sè medesima, e tale essi la vogliono,

quale essa, si vuole. Non ricorderò qui la domanda del cardinale

Ippolito a Messer Lodovico. Il quale però, per tutta risposta, avrebbe

potuto rileggergli quell'ottava del canto ove si narra del viaggio di

Astolfo alla Luna:

Non sì pietoso Enea, nè forte Achille

Fu, com'è fama, nè sì fiero Ettorre;

E ne son stati e mille e mille e mille

Che lor si puon con verità anteporre:

Ma i donati palazzi e le gran ville

Dai discendenti lor, gli ha fatto porre

In questi senza fin sublimi onori

Dall'onorate man degli scrittori...

Dal che si può vedere come anche in un grandissimo poeta un

sentimento almeno in parte non disinteressato potè macchiar l'opera e

mortificarla.

Fortunatamente questo avvenne per una parte soltanto del poema.

In qualche altro punto si può notare che la riflessione più che il

sentimento, muova la rappresentazione; la quale allora perde l'azione

spontanea, d'essere organico e vivente, e acquista un movimento rigido

e quasi meccanico. È là dove il poeta dimostra d'essersi proposto a

freddo il rispetto delle condizioni serie dell'arte, là cioè dove non

le rispetta più istintivamente, ma per intenzione preconcetta. Citerò

per esempio le personificazioni di Melissa e di Logistilla.

Ma là dove il poeta rispetta istintivamente le condizioni serie

dell'arte, cessa l'ironia? riesce il poeta a perder la coscienza della

irrealità della sua creazione? e come s'immedesima egli con la sua

materia?

Questo è il punto da chiarire e che richiede l'analisi più sottile. È

qui il segreto dello stile dell'Ariosto.

* * *

Nella lontananza del tempo e dello spazio, il poeta vede innanzi a sè

un mondo meraviglioso che in parte la leggenda, in parte le capricciose

invenzioni dei cantori han costruito attorno a Carlo Magno. Egli vede

l'Imperatore non già come quella _cosa oscura_ del Pulci, che passeggia

per la mastra sala impaurito dei formidabili eserciti dei Saracini o,

più spesso, delle minacciate vendette dei Paladini per i tradimenti di

Gano, che lo mena per il naso a sua posta: nè lo vede come il Bojardo,

Carlone rimbambito, che s'indugia a parlar con Angelica, affocato in

volto e con gli occhi lustri, poichè si sente toccar l'ugola anche

lui. Egli comprende che è da farsa o da teatrino di marionette un

imperatore così fatto. Rida il volgo, ridano i fanciulli dei fantocci.

Il riso è facile quando con burlesca grossolanità si sconci una figura

o si faccia comunque ridicola violenza alla realtà. Questo non può

voler l'Ariosto; e questo lo pone già di gran lunga sopra ai suoi

predecessori, non solo, ma tanto alto forse, che — quantunque egli

poi si sforzi o di dissennarsi o di tirar su fino alla sua altezza

quella materia — essa, per ciò che ha in sè di irriducibile ormai,

gli resta in parte di troppo inferiore. Egli la domina da assoluto

padrone e secondo l'imprevedibile capriccio della sua meravigliosa.,

fantasia creatrice combina e separa, associa e dissocia tutti gli

elementi ch'essa gli fornisce. Con questo giuoco, che maraviglia e

incanta per la sua prodigiosa agilità, egli riesce a salvar sè e la

materia. Dov'egli può, cioè in quel che han di eterno i sentimenti

umani e le umane illusioni, egli s'immedesima tutto, fino a dar la

stessa consistenza della realtà alla sua rappresentazione; dove non

può, dove agli occhi suoi stessi si scopre le irrealità irreparabile di

quel mondo, egli dà invece alla rappresentazione una leggerezza, quasi

di sogno, che si ilara tutta d'una sottilissima ironia diffusa, che

non rompe quasi mai l'incanto nè di questa o di quell'opera di magia

rappresentata, nè quello assai più meraviglioso che opera la magia del

suo stile.

L'umorismo · 第 5 / 13 段