Già l'ironia per la materia, la satira della vita cavalleresca, la

troviamo in Francia fin nei poemi, come ad esempio, nell'_Aiol_;

l'irrisione per lo Imperatore, gli indizi della degradazione graduale

di lui si trovano già in un poema antico come l'_Ogier le Danois_, dove

Carlo non ha più la prudenza tranquilla e si lascia facilmente vincer

dall'ira, e ingiuria e poi ha paura della vendetta degli ingiuriati. A

poco a poco, lo vediamo divenire imbecille, «assotez», bersaglio delle

beffe, e moralmente corrotto. Nel _Garin de Montglane_, com'è noto,

arriva finanche a giocarsi a scacchi la Francia.

La ragione di questo degradamento, di questa irrisione la troviamo

facilmente; è in ispecie nei poemi in cui si vuol glorificare qualche

eroe provinciale, poemi composti da troveri che servivan vassalli, se

non al tutto ribelli, quasi indipendenti, ai quali piaceva di ridere a

le spalle della autorità imperiale.

Come l'irrisione della vita cavalleresca e la degradazione dei

cavalieri, esaltati prima a le spalle dei _vilan_, si troverà nei

poemi non più cantati a corte o nei castelli. Se il nostro buon Tassoni

avesse potuto leggere nel _Siége de Neuville_ l'impresa di quei bravi

tessitori fiamminghi capitanati da Simone Banin, non si sarebbe forse

vantato più inventore del poema eroicomico. Troviamo finanche questo in

Francia, _purus et putus_.

E allora? Il Rajna avverte che «la propagazione della materia dalla

regione transalpina alla cisalpina par seguita sopratutto di buon'ora

ed essersi poi rallentata; che altrimenti poco si capirebbe come

l'Italia abbia conosciuto meglio gli strati arcaici delle _chansons

de geste_ che i successivi, tanto da conservare racconti e forme

di racconto dimenticati poi e alterati nella Francia, e da ignorare

invece quasi affatto le creazioni ibride che introdussero nel genere il

meraviglioso dei romanzi d'avventura». E traccia in brevi linee il tipo

più comune del romanzo cavalleresco prevalso nell'età franco-italiana:

tipo a cui risponde in grandissima parte il _Morgante_ del Pulci. Ma

è da notare altresì col Rajna stesso che «la letteratura romanzesca

toscana, senza distinzione di prosa e di rima, ha rapporti diretti

e immediati colle età precedenti.... Non mancano testi in prosa

fabbricati sulle versioni rimate oppure ad un tempo su queste e sulle

forme anteriori, francesi o franco-italiane».

Il fatto è che quando in Francia i più antichi poemi furon tradotti

in forma di romanzi e scesero tra il popolo, l'epica era morta; e che

all'opposto in Italia — se non l'epica, che non era possibile — il

poema cavalleresco cominciò a nascere quando, con versioni in prosa

o rimate, la produzione francese e franco-italiana o veneta entrò

in Toscana e vi trovò il suo metro, l'ottava; e che in tutto questo

movimento la materia o rimase qual'era, degradata, o per ringentilirsi

si contaminò (nel senso classico della parola) e anche si sollevò fino

a drammatizzarsi seriamente.

Che ci han dunque da vedere lo scetticismo del tempo, l'indifferenza,

la mancanza d'ogni ideale, se anzi i nostri poeti cavallereschi tendono

invece a rialzare a mano a mano, a nobilitar la materia, a rivagheggiar

quasi in sogno quegli ideali, lavando del troppo sangue gli eroi e

rendendoli più umani e più gentili? Che se, anche così, poi essi non

riescono bene a prenderli sul serio, non è già perchè li vedano innanzi

a loro spogli di quegli ideali e non più animati dell'antico sentimento

religioso, ma perchè la rappresentazione che di essi aveva fatto la

poesia medievale (tranne qualche rarissima eccezione), ruvida e rozza,

non li poteva in alcun modo nè per alcun lato far prendere sul serio. A

poeti colti e maturi, che leggono e sanno ammirare i classici, quegli

eroi tutti d'un pezzo, foggiati tutti su lo stesso stampo, dovevano

apparir per forza fantocci.

Eppure il popolo ancora e anche i signori prendevano gusto al racconto

delle loro gesta inverosimili?

Il popolo si capisce: se ne diletta vivamente tuttora, a Napoli, a

Palermo; e la materia si modifica, s'accresce, prende nutrimento e

qualità dai sentimenti, dai costumi, dalle aspirazioni della gente

innanzi a cui si rappresenta, assumendo una rozza forma, di cui

facilmente quella si contenta. Il popolo crede; in ispecie il popolo

meridionale, inculto, appassionato e ancor quasi primitivo, serba

anche oggidì tutti quegli elementi d'ingenua meraviglia e di credulità

superstiziosa e fanatica, che rendon possibili la nascita e lo sviluppo

della leggenda: e se Garibaldi, vestito di fiamma, passa in mezzo

ad esso, è investito senz'altro, spontaneamente, dei più antichi

attributi leggendarii: è creduto invulnerabile, e che abbia nella

spada un capello di Santa Rosalia, patrona di Palermo, proprio come

Orlando aveva in Durendala un capello della Vergine. E tutti noi, del

resto, anche privi della beata ignoranza popolare, non abbiamo forse di

Garibaldi, la cui vita fu e volle essere una vera creazione in tutto,

fin nel modo di vestirsi, fuori e sopra le conoscenze d'ogni realtà

contingente, noi tutti, dico, non abbiamo di Garibaldi un sentimento

leggendario, epico, che si offende se minimamente un tratto discordante

si voglia metter in luce, un documento storico tenti in qualche punto

di diminuircelo? Noi tutti però non potremmo più affatto contentarci

oggi d'una epopea garibaldina vera e propria, sorta cioè dal popolo con

quegli ingenui e primitivi attributi leggendari; come per altro non ci

contentiamo dei componimenti epico-lirici su questo Eroe, componimenti

in cui il poeta tenta di sostituire la immaginazione collettiva del

popolo con la propria fantasia individuale, e non ci riesce, perchè

quell'Eroe con la volontà e col sentimento creò di per sè epicamente

la propria vita, cosicchè la sua storia è di per sè epopea, e nulla

potrebbe aggiungervi la fantasia d'un poeta, come gl'ingrandimenti

meravigliosi e ingenui della immaginazione collettiva del popolo la

renderebbero a noi diminuita e ridicola: parodia d'epopea a volerla

rappresentare; qual'è, ad esempio, _La Scoperta dell'America_ di Cesare

Pascarella.

Per il popolo la storia non è scritta; o, se è scritta, esso la ignora

o non se ne cura; la sua storia esso se la crea, e in modo che risponda

a' suoi sentimenti e alle sue aspirazioni.

A una sola storia, se mai, il popolo avrebbe potuto credere, in materia

cavalleresca: alla famosa _Cronaca_ dello pseudo-Turpino, la quale,

all'uopo, per un esempio, avrebbe potuto confermargli che il gigante

di nome Ferraù o Ferracutus _fuit de genere Goliat_, poichè la sua

statura, era _quasi cubitis XX, facies erat longa quasi unius cubiti

et nasus illius unius palmi mensurati et brachia et crura ejus quatuor

cubitum erant et digiti ejus tribus palmis_. Ma non ce n'era punto

bisogno! Perchè anzi il bisogno del popolo è sempre un altro: quello di

credere, non di dubitare minimamente di ciò che gli piace credere.

Questo dubbio poteva nascere nei tardi raffazzonatori pseudo-letterati

dell'epica francese, quando, alterate a lor modo le antiche leggende,

tiravano in ballo Turpino o le cronache di S. Dionigi:

Et qui ice voudrai a mançogne tenir

Se voist lire l'estoire en France, a Paris.

Dal che si vede che neanche in questo sarebbero stati originali

i nostri poeti cavallereschi, ogni qual volta a mo' di scusa

aggiungevano: _«Turpin lo dice»_.

* * *

Quando questa materia cavalleresca, dalle piazze ove ormai è caduta,

risale, per capriccio o per curiosità o per vaghezza che se ne abbia,

ai palagi, alle corti dei signori, che avviene?

Ma bisogna innanzi tutto avvertire all'indole, ai gusti, ai costumi di

queste corti, a cui sale!

Quale fosse la corte di Lorenzo de' Medici, quali le abitudini, i

piaceri, gl'intendimenti di lui, è ben noto; e basterebbe, anche senza

dare tutto quel peso che si deve alla diversa indole e alla diversa

educazione dei poeti, a spiegarci in gran parte perchè il _Morgante

Maggiore_ sia così diverso dell'_Innamorato_ del Bojardo e del

_Furioso_ dell'Ariosto.

Il _Morgante_ risponde perfettamente alla corte di Lorenzo, il quale si

piace della espressione popolare e per il popolo compone, parodiando,

come nella _Nencia da Barberino_. Egli ha il gusto della parodia, e lo

dimostra anche coi _Beoni_, parodia dantesca, letteraria, qui; parodia

dell'espressione popolare, nella _Nencia_. «Ben è vero che il Medici, —

notò il Carducci nella prefazione alle poesie di Lorenzo de' Medici[35]

— contraffece e parodiò più presto che non ritraesse la espressione

degli affetti e il modo di favellare de' nostri campagnuoli: chè i

_Rispetti_ più volte stampati negli ultimi anni mostrano aperto avere

il popolo di Toscana più gentilezza d'affetto, più squisitezza di

fantasia, più forbitezza di favella, che non piacesse prestargliene a

Lorenzo dei Medici detto il magnifico e a Luigi Pulci suo cortegiano.

Il quale, com'è de' cortegiani, volle dar a divedere ch'è' facea conto

del poeta potente imitandolo nella _Beca da Dicomano_; e com'è degli

imitatori, per superarlo l'esagerò, sfoggiando lo strano e il grottesco

dove il Medici pur nella parodia s'era tenuto al delicato».

Ma è chiaro che l'intenzione parodica comunica per forza alla forma la

caricatura, giacchè, chi voglia imitare un altro, bisogna che ne colga

i caratteri più spiccati e su questi insista: tale insistenza, genera

inevitabilmente la caricatura.

La presenza di quella pia donna che fu Lucrezia Tornabuoni potrebbe

poi anche spiegarci, almeno in parte, la mascheratura religiosa che il

Pulci volle dare al suo poema; parodia anch'essa, per altro, a mio modo

di vedere, come tutto il resto.

Basta, trattare di religione con la lingua buffona della plebe, perchè

si abbia l'irriverenza.

Ricorderò qui, a questo proposito, ancora una volta quello che il

Belli faceva rispondere a Luigi Luciano Bonaparte che gli proponeva

la traduzione in romanesco del vangelo di San Matteo. Ma questa

irriverenza che nasce dalla lingua buffona della plebe non denota

punto per sè stessa irreligiosità. E ricorderò anche l'aneddoto che

si racconta in Sicilia d'un altro grande poeta dialettale, notissimo

nell'isola e ignoto affatto nel Continente, Domenico Tempio, il quale

chiamato un giorno dal vescovo di Catania e paternamente esortato a non

più cantare cose oscene e a dare invece al popolo durante la settimana

santa un bell'esempio di contrizione sciogliendo un cantico sacro su

la passione e morte di Cristo, rispose a Monsignore che volentieri lo

avrebbe soddisfatto, essendo egli credentissimo e divoto; e volle anzi

dargliene un saggio lì per lì, scagliandosi con due versi d'estrosa

improvvisazione contro Ponzio Pilato così sconci, che fecero subito

passar la voglia a Monsignore del bell'esempio di contrizione da

offrire al popolo catanese durante la settimana santa.

Tutte le dispute che si son fatte intorno alla irriverenza verso

la religione, anzi all'empietà, all'ateismo del Pulci, non possono

veramente non apparir vane quando si intendano a dovere lo spirito del

poema, la qualità e la ragione della sua ironia e del suo riso.

Non è possibile, o è ingiustissimo, giudicare in sè e per sè

esclusivamente il _Morgante Maggiore_, come fece ad esempio una prima,

volta il De Santis,[36] il quale credette e volle dimostrare che Pulci,

nel comporre il suo poema, non avesse vera e profonda coscienza del suo

scopo; e però condannò come insufficienze del poeta la puerilità delle

situazioni, la rudimentalità psicologica dei personaggi, le ripetizioni

nell'ordito, ecc. ecc. Il Pulci, invece, è coscientissimo del suo

scopo, e tra i due casi che pone il De Santis di chi dice sciocchezze

con intenzione comica e fa ridere non di lui, ma di quel che dice, e

di chi all'incontro dice sciocchezze per sciocchezza e fa rider di lui

e non di quel che ha detto, l'autore del _Morgante_ sta certamente

nel primo caso, non già nel secondo. Il Pulci dice sciocchezze con

intenzione comica o, più propriamente, parodica, e fa ridere, non

tanto però quanto vorrebbe far credere in un suo libro recente Attilio

Momigliano,[37] come vedremo appresso.

Ho ricordato più su _La scoperta dell'America_ di Cesare Pascarella.

Ebbene, si può dire che, esteticamente, il Pulci si trovi, di fronte

alla materia cavalleresca, in certo qual modo nella stessa posizione

del poeta romanesco di fronte alla scoperta dell'America narrata da

un popolano. Il Pascarella infatti sorprende, o finge di sorprendere,

in un'osteria un popolano saputo, che racconta ad amici quella

scoperta, commovendosi della gloria e della sventura di Colombo. Chi

si sognerebbe d'attribuire al poeta romanesco le sciocchezze che dice

quel popolano? la puerilità ridicola di quei dialoghi col re di Spagna

portoghese? tutte le altre meraviglie non meno ridicole e infantili del

viaggio, dell'arrivo, del ritorno? E si noti che codeste meraviglie

suscitano anche, a un certo punto, qualche reazione d'incredulità in

chi ascolta: — «Come le sai tu codeste cose?» — «Eh! c'è la storia».

(_Turpin lo dice_). E, qua e là, paragoni che par dimostrino con la

massima evidenza qualche cosa e invece non dimostrano nulla: e certe

tirate calorose di sdegno o d'ammirazione; e certe spiegazioni in

cui la logica rudimentale del popolano si compiace quando vuol farsi

ragione di qualche caso o avvenimento straordinario; e certi impeti di

commozione che fanno ridere non per intenzione comica di chi racconta,

ma o per false deduzioni o per immagini improprie e stonate o per

incongrue frasi.

Ciaripensa, e te scopre er cannocchiale.

Chi si sognerebbe di dire che il Pascarella voglia metter qui in

dileggio Galileo? Ma egli non può, pur serbando affatto oggettiva

la rappresentazione di quel racconto d'osteria, non ridere della

gloria di Colombo e d'altri sommi Italiani e anche della scoperta

dell'America in tal modo narrata. E questo suo riso segreto forma

quasi un'aria ilare, un'atmosfera di comicità irresistibile attorno

a quella rappresentazione oggettiva. L'intenzione comica del poeta,

nel riferire oggettivamente le sciocchezze di quel popolano, non si

appalesa mai; il poeta non fa mai capolino. Questo, veramente, non

si può dire del Pulci. Mentre il Pascarella ritrae semplicemente, il

Pulci spesso contraffà per parodia. Ma non si debbono imputare a lui

tutte le sciocchezze, le volgarità, le puerilità dei cantastorie o

della letteratura epica e romanzesca venuta di Francia o dall'Italia

settentrionale, poichè egli anzi, contraffacendo e parodiando, se

ne beffa apertamente. Sarebbe come prendere sul serio una cosa fatta

per giuoco; o come incolpare il Pascarella d'aver deriso la gloria di

Colombo, ritraendo il racconto che ne faceva quel popolano. Il Pulci

non si sogna neppur lui di deridere la cavalleria o la religione; si

spassa a contraffare i cantastorie di piazza, a cantar coi loro modi,

con la loro lingua, con la loro psicologia infantile, coi loro mezzi

inventivi stereotipati, la materia epica e cavalleresca; di tratto in

tratto segue e interpreta il sentimento popolare per qualche scena

patetica, per qualche azione che suscita l'ira o il compianto o lo

sdegno, ecc. Naturalmente, tutto questo, se rappresenta per lui uno

spasso, un giuoco, per il solo fatto poi ch'egli v'impiega l'arte sua

e studio e tempo, non può non esser anche preso sul serio; e non di

rado, dunque, egli si immedesima davvero nel racconto, ma sempre col

sentimento, con la logica, con la psicologia, del popolo, e trova

espressioni efficacissime. È vero che poi, tutt'a un tratto, rompe

questa serietà con una risata. Ma non è mai, secondo me, per intenzione

satirica: l'uscita è spesso burlesca, popolare: segue e interpreta

anche qui spesso il sentimento del popolo.

E sbaglia, dunque, secondo me, il Momigliano e contraddice anche a sè

stesso, quando afferma[38] che «il sorriso del Morgante è soggettivo:

soggettivo nel senso che è la naturale, incoercibile irruzione

dell'indole del Pulci nella materia epica. In questo senso, — anzi

egli aggiunge, — il _Morgante_ è uno dei poemi epici più soggettivi,

che io conosca; potrebbe esser definito: il mondo cavalleresco veduto

attraverso un temperamento giocondo. Anzi, dopo tante discussioni sul

suo protagonista — chi vuole sia Morgante, chi Gano — io credo, che

l'unico personaggio, che domina tutta l'azione, attorno al quale tutta

l'azione si svolge, sia l'autore stesso: all'infuori di lui non c'è

protagonista».

Poche pagine innanzi,[39] egli aveva detto: «In quell'età di riso

spensierato più che satirico il riso del _Morgante_ non è che la

vernice del tempo, che si sovrappone alla materia tradizionale

deformandone soltanto la superficie». E, indagando e studiando nella

prima parte del volume l'indole di Luigi Pulci: «Certo mentre l'uomo

piangeva, il poeta rideva. Non fu piccola forza durar a scrivere un

poema giocondo come il _Morgante_, col cuore straziato da sempre nuove

ferite, fra le minacce della fame e della prigione per debiti. Non sono

infrequenti i casi di poeti, che si ridono dei proprii travagli, ma è

rarissimo quello di un poeta sventurato, che impiega la sua attività

artistica in un'opera, nella quale il riso non si vela mai di pianto.

È un miracolo, nel quale probabilmente ebbe qualche parte l'influsso

della Rinascenza».

Confesso di passata ch'io non riesco a veder così giocondo lo spirito

del nostro Rinascimento, come il Momigliano insieme con altri lo vede.

Diffido degli inviti a godere, specialmente quando son così insistenti

e vogliono aver l'aria d'essere spensierati; diffido di chi vuol essere

gajo a ogni costo. Il _Trionfo di Bacco e d'Arianna?_ Ma è il _carpe

diem_ d'Orazio:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem Di dederint...

E può dirsi giocondità quella di chi si stordisce per non pensare?

Potrebbe esser, se mai, filosofia di saggi, non giocondità di giovani.

E quante cose tristi non dicono i famosi canti carnascialeschi a chi

sappia leggervi ben addentro!

Ma lasciamo star questo, che per il momento sarebbe questione oziosa,

tanto più che per me il Pulci ritrae tutto dall'aspetto caratteristico

dell'indole fiorentina e la sua è la lingua buffona del popolo, e

le idee e il sentimento del popolo, rispetto alla materia epica e

cavalleresca, nelle espressioni d'un cantastorie, egli vuol contraffare

e parodiare nel suo _Morgante_, il quale per me, ripeto, non è poi

tutto quel monumento di giocondità che il Momigliano ci vorrebbe far

credere.

Per spiegarci _il miracolo_, di cui parla il Momigliano, basta pôr

mente a questo, cioè più allo scopo che il Pulci s'è proposto, che

alla sua indole. Se la vita del poeta è tristissima, se egli nel

componimento _Io vo' dire una frottola_ confessa: «I' ho mal quand'i'

rido» e «Io non sarò mai lieto», «... non piacqui mai A me stesso, nè

piaccio», se egli è inclinato fin dalla nascita alla melinconia, come

il Momigliano stesso dimostra per altre testimonianze, oltre a questa

della _Frottola_ composta negli anni tardi, se «egli aveva due modi

per mitigare i propri dolori: rassegnarcisi — ed era il rimedio al

quale ricorreva più di raro — _o riderci su al modo degli umoristi_:

vera consolazione da disperato», e «quest'umorismo triste — soggettivo

nel Pulci, non oggettivo — manca quasi affatto nel _Morgante_», come

diventa poi soggettivo, invece, il riso del _Morgante, naturale,

incoercibile irruzione dell'indole del Pulci nella materia epica?_ Come

può esser il Pulci il vero protagonista del suo poema?

Magari fosse stato! Ma il Pulci, se in parte nelle lettere e nella

_Frottola_ riesce a ridere dei suoi dolori a modo degli umoristi,

non riesce mai a oggettivare nel suo poema la disposizione naturale

all'umorismo. Egli vive due vite, ma non le fa vivere nel suo poema.

«Dualismo doloroso, — esclama qua il Momigliano, — che condanna il

Pulci a rappresentare nel _Morgante_ la parte di una maschera allegra,

mentre, quando s'è raffreddata la sua fantasia, onde i facili versi

sono fluiti come una brigata perennemente gaja dalle porte d'un palazzo

fatato, il dolore della vita tormentata di ogni giorno lo deve, pel

contrasto, riassalire più acuto che mai!» O dunque? Se è una maschera,

non è l'indole che naturalmente e incoercibilmente irrompe nella

materia epica!

Ma non è neanche una maschera. Di veramente soggettivo nel poema

non c'è quasi nulla: il _Morgante_ è «la materia cavalleresca infusa

d'un'anima plebea» come dice il Cesareo, il quale nel gigante armato

di battaglio e in Margutte vede il popolo stesso che si mira allo

specchio del suo rozzo e sincero naturalismo. Il primo è «ignorante,

vorace, manesco, burlone, ma non ha perfidia; e compie le imprese

più ardue a un sol cenno del suo padrone; è la forza ignara e

subitanea del popolo acconciamente diretta da un sentimento che ne

sviluppi le qualità oscure, l'onestà, la giustizia, l'indulgenza, la

devozione, l'amorevolezza. Margutte invece è il popolo senza fede e

senza sentimento, la canaglia abietta e impudente, motteggiatrice ed

obbliqua, criminosa e spavalda». E il vero protagonista del poema è

dunque Morgante, il buon popolo, che segue, ammirato, le strampalate

avventure dei paladini di Francia e vi partecipa a suo modo. Il Pulci

non ha voluto rappresentare altro, nella sua parodia.

Non posso indugiarmi a rilevare tutte le false conseguenze che il

Momigliano trae dalla — secondo me — erronea convinzione che il riso

del _Morgante_ sia soggettivo. Egli è in buona compagnia: anche per

il Rajna le novità del _Morgante_ consistono «in certi episodî, dove

l'Autore introduce curiosi personaggi di sua fattura e si scapriccia

tanto colla fantasia quanto con la ragione; _sopratutto poi nella

dimostrazione del suo io_ e nell'atteggiamento che prende di fronte

all'opera sua».[40] Ora il vero suo «io» il Pulci, se dobbiamo stare

all'indagine che ne fa lo stesso Momigliano — ripeto — non lo dimostra

affatto nel _Morgante_. Se vi rappresenta la parte d'una maschera

allegra! Per me è gravissimo torto attribuire direttamente al poeta

ciò che va attribuito al sentimento, alla logica, alla psicologia, alla

lingua buffona della plebe, nella parodia che egli ne fa.

L'umorismo · 第 4 / 13 段