Nel Cap. VIII del libro _Notes sur l'Angleterre_ il Taine, com'è

noto, si provò a comparare l'_esprit_ francese e quello inglese. «Non

deve dirsi che essi (_gl'Inglesi_) non abbiano spirito, — scrisse il

Taine, — ne hanno uno per conto loro, in verità poco gradevole, ma

affatto originale, di sapor forte e pungente e anche un po' amaro,

come le lor bevande nazionali. Lo chamano _humour_; e, in generale,

è la facezia di chi, scherzando, serba un'aria grave. Questa facezia

abbonda negli scritti di Swift, di Fielding, di Sterne, di Dickens,

di Thackeray, di Sidney-Smith; sotto quest'aspetto, il _Libro degli

Snobs_ e le _Lettere di Peter Plymley_ son capolavori. Se ne trova

anche molto, della qualità più indigena e più aspra, in Carlyle. Essa

confina ora con la caricatura buffonesca, ora col sarcasmo meditato;

scuote rudemente i nervi, o s'affonda e prende stanza nella memoria.

È un'opera dell'immaginazione stramba o dell'indignazione concentrata.

Si piace nei contrasti stridenti, nei travestimenti impreveduti. Para

la follìa con gli abiti della ragione o la ragione con gli abiti della

follìa. Arrigo Heine, Aristofane, Rabelais e talvolta Montesquieu,

fuori dell'Inghilterra, sono quelli che ne hanno in più larga dose. Ma

pur si deve in questi tre ultimi sottrarre un elemento straniero, la

_estrosità_ francese, la gioja, la gajezza, quella specie di buon vino

che non si vendemmia se non nei paesi del sole. Nello stato insulare e

puro, essa lascia sempre, in fine, un sapor di aceto.

Chi scherza così è di raro benevolo e non è mai lieto, sente e tradisce

fortemente le dissonanze della vita. E non ne gode; in fondo anzi ne

soffre e se ne irrita. Per studiar minuziosamente un grottesco, per

prolungar freddamente un'ironia, bisogna avere un sentimento continuo

di tristezza e di collera. I saggi perfetti del genere si devono

cercare nei grandi scrittori, ma il genere è talmente indigeno che si

trova ogni giorno nella conversazione ordinaria, nella letteratura,

nelle discussioni politiche, ed è la moneta corrente del _Punch_».

La citazione è un po' troppo lunga; ma opportuna per chiarir parecchie

cose.

Il Taine riesce a coglier bene la differenza generale tra la

_plaisanterie_ inglese e la francese, o meglio, il diverso umore

dei due popoli. Ogni popolo ha il suo, con caratteri di distinzione

sommaria. Ma, al solito, non bisogna andare tropp'oltre, non bisogna

cioè prender questa distinzione sommaria come solido fondamento nel

trattare d'un'espressione d'arte specialissima come la nostra.

Che diremmo di uno il quale dal sommario accertamento che vi son certi

tratti fisionomici comuni per cui, così all'ingrosso, distinguiamo un

Inglese da uno Spagnuolo, un Tedesco da un Italiano, ecc., traesse la

conseguenza che tutti quanti gl'inglesi, per esempio, hanno gli stessi

occhi, lo stesso naso, la stessa bocca?

Per intender bene quanto sia sommario questo modo di distinguere,

chiudiamoci per un momento nei confini del nostro paese. Noi tutti,

d'una data nazione, possiamo notar facilmente come e quanto la

fisionomia dell'uno sia diversa da quella d'un altro. Ma questa

osservazione, ovvia, facilissima per noi, riesce invece difficilissima

a uno straniero, per il quale noi tutti avremo uno stesso aspetto

generale.

Pensiamo a un gran bosco dove fossero parecchie famiglie di piante:

querci, aceri, faggi, platani, pini, ecc. Sommariamente, a prima

vista, noi distingueremo le varie famiglie dall'altezza del fusto,

dalla diversa gradazione del verde, in somma dalla configurazione

generale di ciascuna. Ma dobbiamo poi pensare che in ognuna di quelle

famiglie non solo un albero è diverso dall'altro, un tronco dall'altro,

un ramo dall'altro, una fronda dall'altra, ma che, fra tutta quella

incommensurabile moltitudine di foglie, non ve ne sono due, due sole,

identiche tra loro.

Ora, se si trattasse di giudicare di un'opera d'imaginazione

collettiva, come sarebbe appunto un'epopea genuina, sorta viva e

possente dalle leggende tradizionali primitive d'un popolo, ci potremmo

in certa guisa contentare di quella sommaria distinzione. Non possiamo

contentarcene più invece nel giudicar di opere che siano creazioni

individuali, segnatamente poi se umoristiche.

Colto astrattamente il tipo dell'umore inglese, il Taine mette

prima in un fascio Swift e Fielding e Sterne e Dickens e Thackeray e

Sidney-Smith e Carlyle, e vi accozza poi Heine, Aristofane, Rabelais,

Montesquieu. Bel fascio! Dall'umorismo inteso nel senso più largo, come

carattere comune, tipico modo di ridere di questo o di quel popolo,

saltiamo a piè pari a considerar le singole e specialissime espressioni

d'un umorismo, che non è più possibile intendere in quel senso largo,

se non a patto di rinunziare assolutatmente alla critica: dico a quella

critica che indaga e scopre tutte le singole differenze caratteristiche

per cui l'espressione, e dunque l'arte, il modo d'essere, lo stile

d'uno scrittore si distingue da quello dell'altro: lo Swift dal

Fielding, lo Sterne dallo Swift e dal Fielding, il Dickens dallo Swift

e dal Fielding e dallo Sterne e così via.

Le relazioni che questi scrittori umoristici inglesi possono avere con

l'umore nazionale sono affatto secondarie e superficiali come quelle

che essi possono aver fra loro, e non hanno per la valutazione estetica

importanza.

Quel che di comune possono aver tra loro questi scrittori non deriva

dalla qualità dell'umore nazionale inglese, ma dal solo fatto ch'essi

sono umoristi, ciascuno sì a suo modo, ma umoristi tutti veramente,

scrittori cioè nei quali avviene quello speciale processo intimo e

caratteristico da cui risulta l'espressione umoristica. E soltanto per

questo, non Arrigo Heine e il Rabelais e il Montesquieu e basta, ma

tutti i veri scrittori umoristici d'ogni tempo e d'ogni nazione possono

andare a schiera con quelli. Non però Aristofane, nel quale quel

processo non avviene affatto. In Aristofane non abbiamo veramente il

contrasto, ma soltanto l'opposizione. Egli non è mai tenuto tra il sì e

il no; egli non vede che le ragioni sue, ed è per il no, testardamente,

contro ogni novità, cioè contro la retorica, che crea demagoghi, contro

la musica nuova, che, cangiando i modi antichi e consacrati, rimuove

le basi dell'educazione e dello Stato, contro la tragedia d'Euripide,

che snerva i caratteri e corrompe i costumi, contro la filosofia di

Socrate, che non può produrre che spiriti indocili e atei, ecc. Alcune

sue commedie son come le favole che scriverebbe la volpe, in risposta a

quelle che hanno scritto gli uomini calunniando le bestie. Gli uomini

in esse ragionano e agiscono con la logica delle bestie, mentre nelle

favole le bestie ragionano e agiscono con la logica degli uomini.

Sono allegorie in un dramma fantastico, nel quale la burla è satira

iperbolica, spietata[16]. Aristofane ha uno scopo morale, e il suo

non è mai dunque il mondo della fantasia pura. Nessuno studio della

verosimiglianza: egli non se ne cura perchè si riferisce di continuo a

cose e a persone vere: astrae iperbolicamente dalla realtà contingente

e non crea una realtà fantastica, come, ad esempio, lo Swift.

Umorista non è Aristofane, ma Socrate, come acutamente osserva Teodoro

Lipps[17]: Socrate che assiste alla rappresentazione delle _Nuvole_ e

ride con gli altri della derisione che fa di lui il poeta, Socrate che

«versteht den Standpunkt des Volksbewusstseinz, zu dessen Vertreter

sich Aristophanes gemacht hat, und sieht darin etwas relativ Gutes und

Vernünftiges. Er anerkennt eben damit das relative Recht derer, die

seinen Kampf gegen das Volksbewusstsein verlachen. Damit erst wird sein

Lache zum Mitlachen. Andererseits lacht er doch über die Lacher. Er

thut es und kann es thun, weil er des höheren Rechtes und notwendigen

Sieges seiner Anchauungen gewiss ist. Eben dieses Bewusstsein leuchtet

durch sien Lachen, und lässt es in seiner Thorheit logisch berechtigt,

in seiner Nichtigkeit sittlich erhaben erscheinen». Socrate ha il

sentimento del contrario; Aristofane, dunque, se mai, può esser

considerato umorista, soltanto se intendiamo l'umorismo nell'altro

senso molto più largo, e per noi improprio, in cui siano compresi la

burla, la baja, la facezia, la satira, la caricatura, tutto il comico

insomma nelle sue varie espressioni. Ma in questo, senso anche tanti

e tant'altri scrittori faceti, burleschi, grotteschi, satirici, comici

d'ogni tempo e d'ogni nazione dovrebbero esser considerati umoristi.

L'errore è sempre quello: de la distinzione sommaria.

Sono innegabili le diverse qualità delle varie razze, è innegabile che

la _plaisanterie_ francese non è l'inglese come non è l'italiana, la

spagnuola, la tedesca, la russa, e via dicendo; innegabile che ogni

popolo ha un suo proprio umore; l'errore comincia quando quest'umore,

naturalmente mutabile nelle sue manifestazioni secondo i momenti e gli

ambienti, è considerato, come comunemente il volgo suol fare, quale

_umorismo_; oppure quando per considerazioni esteriori e sommarie si

afferma sostanzialmente diverso negli antichi e nei moderni; e quando

in fine, per il solo fatto che gli Inglesi chiamarono _humour_ questo

loro umore nazionale, mentre gli altri popoli lo chiamarono altrimenti,

si viene a dire che soltanto gl'inglesi hanno il vero e proprio

_umorismo_.

Abbiamo già veduto che, molto prima che quel gruppo di scrittori

inglesi del sec. XVIII si chiamasse degli _umoristi_[18], in Italia

avevamo avuto e _umidi_ e _umorosi_ e _umoristi_. Questo, se si vuol

discutere sul nome. Se si vuol poi discutere intorno alla cosa, è

da osservare innanzi tutto che, intendendo in questo senso largo

l'umorismo, tanti e tanti scrittori che noi chiamiamo burleschi

o ironici o satirici o comici ecc., sarebbero chiamati umoristi

dagli Inglesi, i quali sentirebbero in essi quel tal sapore che noi

sentiamo nei loro scrittori e non sentiamo più nei nostri per quella

particolarissima ragione, che con molto accorgimento fu messa in chiaro

dal Pascoli. «C'è, — disse il Pascoli, — in ogni lingua e letteratura

un _quid_ speciale e intraducibile, che pochi sanno percepire nella

lingua e letteratura lor propria e avvertono, invece, senza difficoltà

nelle altrui. Ogni lingua straniera, pur da noi non intesa, vi suona

all'orecchio più, dirò, mirabilmente, che la vostra. Un racconto,

una poesia, esotici, vi sembrano più belli, anche se mediocri, di

molte belle cose nostrane; e tanto più, quanto più conservano di

quell'essenza nazionale. Ora non crediate che la vostra lingua e

letteratura non abbiano a fare il medesimo effetto negli altri che

quelle altre in noi!»

Una prova di questo fatto si può avere in ciò che W. Roscoe scrisse

nel cap. XVI, § 12 della sua opera _Vita e pontificato di Leon X_,

a proposito del Berni. Il Roscoe, inglese, e che perciò di quel che

comunemente nel suo paese s'intende per _humour_ doveva aver coscienza,

scrisse che le facili composizione del Berni e del Bini e del Mauro,

ecc. «non è improbabile che abbiano aperta la strada ad una simile

_eccentricità di stile_ in altri paesi» e che «in verità può concepirsi

l'idea più caratteristica degli scritti del Berni e dei compagni e

seguaci di lui col considerare esser quelli in versi facili e vivaci la

stessa cosa, che sono le opere in prosa di Rabelais, di Cervantes e di

Sterne».

E non ci dà Antonio Panizzi, che lungamente visse in Inghilterra

e degli scrittori nostri scrisse in inglese, una definizione dello

stile del Berni, che risponde in gran parte a quella che il Nencioni

poi volle dare dell'umorismo? «I precipui elementi dello stile del

Berni — dice il Panizzi —: sono: l'ingegno che non trova somiglianza

tra oggetti distanti e la rapidità onde subitamente connette le idee

più remote; il modo solenne onde allude ad avvenimenti ridicoli e

proferisce un'assurdità: l'aria d'innocenza e d'ingenuità con che fa

osservazioni piene d'accorgimento e conoscenza del mondo, _la peculiar

bonarietà con che sembra riguardare con indulgenza... gli errori e le

malvagità umane;_[19] la sottile ironia che egli adopera con tanta

apparenza di semplicità e d'avversione all'acerbezza; la singolare

schiettezza con che pare desideroso di scusare uomini e opere nello

stesso momento che è tutto inteso a farne strazio». A ogni modo,

è certo che il Roscoe sentiva nel Berni e negli altri nostri poeti

_bajoni_ lo stesso sapore che sentiva negli scrittori suoi connazionali

dotati di _humour_.

E non lo sentiva forse il Byron nel nostro Pulci, di cui tradusse

finanche il primo canto del _Morgante_? E lo stesso Sterne non lo

sentiva finanche nel nostro Gian Carlo Passeroni (_Passeroni dabben'_,

come lo chiamava il Parini), quel buon prete nizzardo che nel canto

XVII, parte III del suo _Cicerone_ ci fa sapere (str. 122ª):

E già mi disse un chiaro letterato

Inglese, che da questa mia stampita

Il disegno, il modello avea cavato

Di scrivere in più tomi la sua vita[20]

E pien di gratitudine e d'amore

Mi chiamava suo duce e precettore.

E, d'altro canto, non risente proprio per nulla degli scrittori

francesi del _grand siècle_ e anche da altri che non appartengono a

questo, quel gruppo di umoristi inglesi di cui abbiamo or ora fatto

parola?

Il Voltaire, parlando dello Swift nelle sue _Lettres sur les Anglais_

dice: «Mr. Swift est Rabelais dans son bon sens et vivant en bonne

compagnie. Il n'a pas, à la veritè, la gaîté du premier, mais il a tout

la finesse, la raison, la choix, le bon goût qui manquent à nostre curé

de Meudon[21]. Ses vers sont d'un goût singulier et presque inimitable;

la bonne plaisanterie est son partage en vers et en pros; mais pour le

bien entendre, il faut faire un petit voyage dans son pays».

_Dans son pays_, va bene; ma c'è anche chi vuol dire che bisognerebbe

far pure un piccolo viaggio alla luna in compagnia di Cyrano de

Bergerac.

E chi metterà in dubbio l'azione del Voltaire e del Boileau sul Pope?

E ricorderemo che il Lessing, accusando il Gottsched nelle sue _Lettere

su la letteratura moderna_, dice che meglio sarebbe convenuta al gusto

e al costume tedesco l'imitazione degli Inglesi, di Shakespeare, di

Jonson, di Beaumont e Fletcher, anzi che quella dell'_infranciosato

Addison_.

Ma una prova anche più chiara si può cavar dal fatto che, mentre

nessuno di quelli che da noi si sono occupati di umorismo e, per un

pregiudizio snobistico, lo hanno veduto soltanto in Inghilterra, si

è mai sognato di chiamare umorista il Boccaccio per quelle molte sue

novelle che ridono, umorista e anzi il primo degli umoristi è ritenuto

invece in Inghilterra pe' suoi _Canterbury-Tales_ il Chaucer.

Han voluto vedere nel poeta inglese, non — com'era giusto — il _quid_

speciale della diversa lingua, un altro stile; ma, nello stile, una

maggiore intimità, e dimostrar questa maggiore intimità innanzi

tutto nell'ingegnoso pretesto de le novelle (il pellegrinaggio a

Canterbury), nei ritratti dei pellegrini novellatori, segnatamente di

quella indimenticabile, graziosissima Prioressa, Suor Eglantina, e di

sir Thopas e della donna di Bath, poi nella rispondenza de le novelle

ai caratteri di chi le racconta, o meglio, nel modo con cui le varie

novelle, che il Chaucer non inventa, prendono colore e qualità dai

pellegrini.

Ma questa che vuol parere un'osservazione profonda, è, invece,

superficialissima, perchè si arresta soltanto alla cornice del

quadro. La magnifica opulenza dello stile boccaccesco, la copia e

l'appariscenza della forma si possono forse da un canto considerare

come esteriori e implicano forse dall'altro scarsezza d'intimità

psicologica? Esaminiamo, sotto questo aspetto, a una a una le novelle,

i caratteri dei singoli personaggi, lo svolgimento delle passioni,

la dipintura minuta, spiccata, evidente della realtà, che sottintende

una sottilissima analisi, una conoscenza profonda del cuore umano, e

vedremo se il Boccaccio, segnatamente nell'arte di render verosimili

certe avventure troppo strane, non supera di gran lunga il Chaucer.

Si è troppo abusato d'una osservazione, al solito sommaria, fatta

da coloro che han studiato con soverchio amore delle cose altrui le

relazioni tra le letterature straniere e la nostra: la osservazione

cioè che gli scrittori nostri abbiano dato sempre a tutto ciò che

han tolto dagli stranieri una così detta maggior bellezza esteriore,

una linea più composta e più armoniosa; e che gli stranieri, invece,

abbiano dato a tutto ciò che han tolto dagli scrittori nostri una

maggior bellezza interiore, un carattere più intimo e profondo.

Ora questo, se mai, può valere per certi scrittori nostri mediocri,

da cui qualche sommo scrittore straniero abbia tolto questo o

quell'argomento: può valere ad esempio per certi novellieri nostri,

da cui lo Shakespeare cavò la favola per alcuni suoi drammi possenti.

Non può valere per il Boccaccio e per il Chaucer. Bisogna invece

considerare, in questo caso, che cosa uno scheletrico _fabliau

francese_ (ammesso che il Chaucer non abbia preso nulla direttamente

dal Boccaccio) sia diventato ne le novelle dell'uno e dell'altro.

IV.

L'umorismo e la retorica

Giacomo Barzellotti, nel suo volume _Dal Rinascimento al

Risorgimento_[22], seguendo i concetti e il sistema del Taine e anche

qualche idea espressa dal Bonghi nelle _Lettere critiche_, e da un

saggio di etologia della nostra cultura, inteso a ricercare la mutua

dipendenza tra le disposizioni morali e sociali, gli abiti della mente,

gl'istinti di razza del nostro popolo e le sue abitudini a concepire e

ad esprimere il bello, passando a studiare _Il problema storico della

prosa nella Letteratura italiana_, disse che uno dei pregiudizii nostri

è «quello di presuporre che l'arte dello scrivere sia, solo o prima di

tutto, un lavoro esterno di forma e di stile, mentre la forma stessa e

lo stile, il cui studio è bensì essenziale allo scrivere, sono avanti

a tutto, _un'opera intima di pensiero_, vale a dire una cosa che si

può ottener bene se si prenda immediatamente e come un fine in sè, una

cosa a cui non si giunge se non movendo da un'altra parte, cioè dal di

dentro, dal pensiero, non dalla parola, dallo studio, dalla meditazione

e dalla elaborazione profonda della materia, del soggetto e dell'idea».

Ora questo pregiudizio, come si sa, fu quello de la Retorica,

ch'era appunto una poetica intellettualistica, fondata tutta cioè su

astrazioni, in base a un procedimento logico[23].

L'arte per essa era abito di operare secondo certi principii. E

stabiliva secondo quali principii l'arte dovesse operare: principii

universali, assoluti, come se l'opera d'arte fosse una conclusione da

costruire al pari d'un ragionamento. Diceva: — «Così si è fatto; così

si deve fare». — Raccolti, come in un museo, tanti modelli di bellezza

immutabile, ne imponeva la imitazione. Retorica e imitazione sono in

fondo la stessa cosa.

E i danni che essa cagionò in ogni tempo alla letteratura sono senza

dubbio, come ognun sa, incalcolabili.

Fondata sul pregiudizio della così detta _tradizione_, insegnava a

imitare ciò che non si imita: lo stile, il carattere, la forma. Non

intendeva che ogni forma dev'essere nè antica nè moderna, ma _unica_,

quella cioè che è propria d'ogni singola opera d'arte e non può

esser altra nè di altre opere, e che perciò non può nè deve esistere

tradizione in arte.

Regolata com'era dalla ragione, vedeva da per tutto categorie e la

letteratura come un casellario: per ogni casella, un cartellino. Tante

categorie, tanti generi; e ogni genere aveva la sua forma prestabilita:

quella e non altra.

È vero che tante volte, poi, s'accomodava; ma darsi per vinta non

voleva mai. Quando un poeta ribelle appioppava un calcio bene scolpito

al casellario e creava a suo modo una forma nuova, i retori gli

abbajavano dietro per un pezzo: ma poi, alla fine, se quella forma

riusciva a imporsi, essi se la prendevano, la smontavano come una

macchinetta, la scioglievano in un rapporto logico, la catalogavano,

magari aggiungendo una nuova casella al casellario. Così avvenne, ad

esempio, per il dramma storico di quel gran barbaro dello Shakespeare.

Si diede per vinta la Retorica? No: dopo avere abbajato per un pezzo,

prescrisse le norme per il dramma storico, accolto nel casellario. Ma

è anche vero che questi cani, quanto s'abbattevano a un povero poeta

indebolito di mente, ne facevano strazio e lo costringevano a tartassar

la propria opera non condotta a puntino sul modello imposto alla

imitazione forzata. Esempio: la _Conquistata_ del Tasso.

La coltura, per la Retorica, non era la preparazione del terreno, la

vanga, l'aratro, il sarchio, il concime, perchè il germe fecondo, il

polline vitale, che un'aura propizia, in un momento felice, doveva

far cadere in quel terreno vi mettesse salde radici e vi trovasse

abbondante nutrimento e si sviluppasse vigoroso e solido e sorgesse

senza stento, alto e possente nel desiderio del sole. No: la coltura,

per la Retorica, consisteva nel piantar pali e nel vestirli di frasche.

Gli alberi antichi, custoditi nella sua serra perdevano il loro verde,

appassivano; e con le frondi morte, con le foglie ingiallite, coi fiori

secchi essa insegnava a parar certi tronchi di idee senza radici nella

vita.

Per la Retorica prima nasceva il pensiero, poi la forma. Il pensiero

cioè non nasceva come Minerva armata dal cervello di Giove: nudo

nasceva, poveretto; ed essa lo vestiva.

Il vestito era la forma.

La Retorica, in somma, era come un guardaroba: il guardaroba

dell'eloquenza dove i pensieri nudi andavano a vestirsi. E gli

abiti, in quel guardaroba, eran già belli e pronti, tagliati tutti

su i modelli antichi, più o meno adorni, di stoffa umile o mezzana

o magnifica, divisi in tante scansie, appesi alle grucce e custoditi

dalla guardarobiera che si chiamava Convenienza. Questa assegnava gli

abiti acconci ai pensieri che si presentavano ignudi.

— Vuoi essere un Idillio, tu? un Idillietto leggiadro e pettinato? Su,

fammi sentire come sospiri: _Ahi lasso!_ Oh, bravo. Hai letto Teocrito?

hai letto Mosco? hai letto Bione? e di Virgilio le Bucoliche? Sì?

Recita su, da bravo. Sei un pappagallino bene ammaestrato. Vieni qua.

Apriva la scansia, su la cui targa in cima si leggeva: _Idillii_, e ne

traeva un grazioso abituccio dì pastorello.

— E tu una Tragedia vorresti essere? Ma proprio proprio una Tragedia?

È cosa ardua, bada! Devi essere a un tempo grave e lesta, cara mia. In

ventiquattr'ore, tutto finito. E ferma, veh! Scegliti un luogo, e lì.

Unità, unità, unità. Lo sai? Brava. Ma dimmi un po': ti scorre sangue

reale per le vene? E hai studiato Eschilo, Sofocle, Euripide? Anche il

buon Seneca? Brava. Vuoi uccidere i figli come Medea? il marito come

Clitennestra? la madre come Oreste? Tu vuoi uccidere un tiranno come

Bruto; ho capito; vieni qua.

Così i pensieri facevan da manichini alla forma-vestiario. Cioè la

forma non era propriamente forma, ma _formazione_: non _nasceva_,

si _faceva_. E si faceva secondo norme prestabilite: si componeva

esteriormente, come un oggetto. Era dunque artificio, non arte; copia,

non creazione.

Ora si deve ad essa, senza dubbio, la scarsa intimità dello stile che

si può notare in genere in tante opere della nostra letteratura; si

deve ad essa se — per restringerci alla nostra indagine speciale — non

pochi scrittori nostri che avrebbero avuto e anzi ebbero indubbiamente,

come per tante testimonianze si può arguire, una spiccatissima

disposizione all'umorismo, non riuscirono a manifestarla, a darle

espressione, per rispettare appunto le leggi della composizione

artistica.

L'umorismo, come vedremo, per il suo intimo, specioso, essenziale

processo, inevitabilmente _scompone_, disordina, discorda; quando,

comunemente, l'arte in genere, com'era insegnata dalla scuola, dalla

retorica, era sopratutto _composizione_ esteriore, accordo logicamente

ordinato[24]. E si può veder difatti che tanto quegli scrittori nostri

che si sogliono chiamare umoristi, quanto quegli altri che sono

veramente e propriamente tali, o son di popolo o popolareggianti,

lontani cioè dalla scuola, o son ribelli alla Retorica, cioè alle

leggi esterne della tradizionale educazione letteraria. Si può

vedere, infine, che quando questa tradizionale educazione letteraria

fu spezzata, quando il giogo della poetica intellettualistica del

classicismo fu infranto dall'irrompere del sentimento e della volontà,

che caratterizza il movimento romantico, quegli scrittori che avevano

una natural disposizione all'umorismo la espressero nelle loro opere,

non per imitazione, ma spontaneamente.

L'umorismo · 第 2 / 13 段