Più preciso nella negazione fu Giorgio Arcoleo[9] il quale,

Produced by Barbara Magni and the Online Distributed

Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was

produced from images made available by The Internet Archive)

LUIGI PIRANDELLO

L'UMORISMO

SAGGIO

SECONDA EDIZIONE AUMENTATA

FIRENZE

LUIGI BATTISTELLI — EDITORE

1920

PROPRIETÀ LETTERARIA

Stab. FED. SACCHETTI & C. — MILANO — Via Zecca Vecchia, 7

PARTE PRIMA

I.

La parola «umorismo»

Alessandro D'Ancona, in quel suo notissimo studio su Cecco Angiolieri

da Siena,[1] dopo aver notato quanto vi sia di burlesco in questo

nostro poeta del sec. XIII, osserva: «Ma per noi l'Angiolieri non è

soltanto un burlesco: bensì anche, e più propriamente, un _umorista_.

E qui i camarlinghi della favella ci faccian pure il viso dell'arme, ma

non pretendano di dire che in italiano bisogna rassegnarsi a non dir la

cosa, perchè non abbiam la parola».

E, accortamente, in una nota a pie' di pagina,[2] soggiunge: «È

curioso però che il traduttore francese di una dissertazione tedesca

sull'Humour, inserita nel _Recueil de piéces intéressantes, concernant

les antiquités, les beaux-artes, les belles-lettres_, citando il

Riedel. _Theor. d. Schöne Kunsten_, I. artic. _Laune_, sostenga che

sebbene gli Inglesi, ed il Congreve in particolare, rivendichino per

sè i vocaboli _humour_ e _humourist_ «il est néanmoins certain qu'ils

viennent de l'italien».

E quindi il D'Ancona riprende: «Del resto, poi, la nostra lingua ha

umore per _fantasia_, _capriccio_, e umorista per _fantastico_: e

gli _umori_ dell'animo e del cervello ognun sa che stanno in stretta

relazione con la poesia _umorista_. E l'Italia ebbe ai suoi tempi le

accademie degli _Umorosi_ a Bologna ed a Cortona e degli _Umoristi_ in

Roma,[3] e speriamo che i mali umori della politica non le facciano mai

venir meno i _begli umori_ nel regno dell'arte».

La parola umore derivò a noi naturalmente dal latino e col senso

materiale che essa aveva di corpo fluido, liquore, umidità o vapore,

e col senso anche di fantasia, capriccio o vigore. «_Aliquantum habeo

humoris in corpore, neque dum exarui ex amoenis rebus et voluptariis_»

(Plauto). Qui _humor_ non ha evidentemente senso materiale, perchè

sappiamo che, fin dai tempi più antichi, ogni umore nel corpo era

ritenuto segno o cagione di malattia.

«Li uomini, — si legge in un vecchio libro di mascalcia, — hanno

quattro umori: cioè lo sangue, la collera, la flemma e la malinconia: e

questi umori sono cagione delle infermità degli uomini». E in Brunetto

Latini: «Malinconia è un umore, che molti chiamano collera nera, ed è

fredda, e secca, ed ha il suo sedio nello spino» — com'è insomma nel

latino di Cicerone e di Plinio. Sant'Agostino poi in un suo sermone

ci fa sapere che «i porri accendono la collora, i cavoli generano

malinconia».[4]

Sarà bene, trattando dell'umorismo, tener presente anche quest'altro

significato di malattia della parola umore, e che _malinconia_,

prima di significare quella delicata affezione o passion d'animo che

intendiamo noi, abbia avuto in origine il senso di bile o fiele e sia

stata per gli antichi un umore nel significato materiale della parola.

Vedremo appresso la relazione che le due parole umore e _malinconia_

avranno tra loro assumendo un senso spirituale.

Diciamo intanto che tal relazione, se non mancò affatto nello spirito

della nostra lingua, certo non vi apparve chiaramente. Da noi,

infatti, la parola umore o serba il significato materiale, tanto che un

proverbio toscano può dire: «_Chi ha umore non ha sapore_» (alludendo

alle frutta acquose); o, se assume un significato spirituale, esprime

sì inclinazione, natura, disposizione o stato passeggero d'animo o

anche fantasia, pensiero, capriccio, ma senza una qualità determinata;

tanto vero che dobbiamo dire umor _tristo_ o _gaio_, o _tetro_, _buono_

o _cattivo_ o _bell'_umore, ecc.

Insomma, la parola italiana _umore_ non è la inglese _humour_. Questa,

come dice il Tommaseo, racchiude e contempera le nostre espressioni

_bell'umore_, _buonumore_ e _malumore_. C'entrano un po', dunque, i

cavoli di Sant'Agostino.

Discutiamo adesso su la parola, non su la cosa: è bene avvertirlo,

perchè non vorremmo si credesse che a noi manchi veramente la cosa per

il solo fatto che la parola nostra non riuscì idealmente a serbare

e a contemperare in sè ciò che già materialmente includeva. Vedremo

che tutto, in fondo, si riduce a un bisogno di più chiara distinzione

che sentiamo noi, perchè, o _bello_ o _buono_ o _tetro_ o _gajo_,

umore è sempre, e non è diverso dall'inglese nell'essenza, ma nelle

modificazioni che naturalmente vi imprimono la lingua diversa e la

varia natura degli scrittori.

Del resto, non si creda che la parola inglese _humour_ e il suo

derivato _umorismo_ siano di così facile comprensione.

Il D'Ancona stesso, in quel suo saggio su l'Angiolieri, su cui più

tardi dovremo ritornare, confessa: «S'io dovessi dare una definizione

dell'umorismo sarei davvero molto impacciato». Ed ha ragione. Tutti

dicono così.

Piuttosto no 'l comprendo, che te 'l dica.

Di tutte quelle tentate nei secoli XVIII e XIX parla in un suo studio

già citato, il Baldensperger, per concludere, a modo del Croce, che:

«_il n'y a pas d'humour, il n'y a que des humouristes_», come se per

poter dire o riconoscere che questo o quello scrittore è un umorista,

non si dovesse avere un qualche concetto dell'umorismo, e bastasse

sostenere, come fa il Cazamian, citato dallo stesso Baldensperger, che

l'umorismo sfugge alla scienza, perchè gli elementi caratteristici

e costanti di esso sono in piccolo numero e sopratutto negativi,

laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato. Sì. Anche

l'Addison stimava più facile dire ciò che l'_humour_ non è, che dire

ciò che è. E tutte le fatiche che si son fatte per definirlo ricordano

veramente quelle speciosissime che si fecero nel secolo XVII per

definir l'_ingegno_ (oh, il _Cannocchiale aristotelico_ di Emmanuele

Tesauro!) e il _gusto_ o _buon gusto_ e quell'ineffabile _non so che_,

per cui il Bouhours scriveva: «Les Italiens, qui font mystère de tout,

emploient en toutes rencontres leur _non so che_: on ne voit rien de

plus commun dans leur poëtes». Gl'Italiani «qui font mystère de tout».

Ma andate a domandare ai Francesi che cosa intendano per esprit.

Quanto all'umorismo, «certo è, — seguita il D'Ancona, — che la

definizione non è facile, perchè l'umorismo ha infinite varietà,

secondo le nazioni, i tempi, gl'ingegni, e quel di Rabelais e di Merlin

Coccajo non è una cosa coll'umorismo dello Sterne, dello Swift o di

Gian Paolo, e la vena umoristica dello Heine e del Musset non è di

egual sapore. Non vi ha poi forse alcun altro genere nel quale sia, o

dovrebbe esser più sottil differenza dalla forma prosaica alla poetica,

per quanto ciò non venga sempre avvertito dai lettori, e neanche

dagli scrittori. Ma di ciò, e delle ragioni di queste differenze, e

delle varietà fra l'_umore_ e la satira e l'epigramma e la facezia e

la parodia e il comico d'ogni foggia e qualità, e se, come vuole il

Richter, alcuni _umoristi_ sieno semplicemente lunatici, non è qui il

luogo di discutere. Certo è questo, che un fondo comune vi è in tutti

coloro che la voce pubblica raccoglie sotto la stessa denominazione di

_umoristi_».

L'osservazione in fondo è giusta; ma — piano con la voce pubblica! —

vorremmo dire al D'Ancona. «Dopo la parola romanticismo, la parola

più abusata e sbagliata in Italia (_in Italia soltanto?_) è quella

di umorismo. Se fossero realmente umoristi gli scrittori, i libri,

i giornali battezzati con questo nome, noi non avremmo nulla da

invidiare alla patria di Sterne e di Thackeray o a quella di Gian

Paolo e di Heine. Non si potrebbe uscir di casa senza incontrar per la

strada due o tre Cervantes e una mezza dozzina di Dickens... Vogliamo

solo notare fin da principio che vi è una babilonica confusione

nell'interpretazione della voce _umorismo_. Per il gran numero,

scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere: il comico, il

burlesco, il satirico, il grottesco, il triviale: — la caricatura, la

farsa, l'epigramma, il calembour si battezzano per umorismo: come da

un pezzo si costuma di chiamare _romantico_ tutto ciò che vi è di più

arcadico e sentimentale, di più falso e barocco. Si confonde Paul de

Kock con Dickens, e il visconte d'Arlincourt con Victor Hugo».

Questo notava Enrico Nencioni, già fin dal 1884, in un articolo su la

_Nuova Antologia_ intitolato appunto _L'Umorismo e gli Umoristi_, che

fece molto rumore.

Non si può dir veramente che la _voce pubblica_ in tutto questo lasso

di tempo, si sia ricreduta. Anche oggi, per il gran numero, scrittore

umoristico è lo scrittore che fa ridere. Ma, ripeto, perchè in Italia

soltanto? Da per tutto! Il volgo non può intendere i segreti contrasti,

le sottili finezze del vero umorismo. Si confondono anche altrove

la caricatura, la farsa bislacca, il grottesco con l'umorismo; si

confondono anche là dove al Nencioni sembrava (e non a lui soltanto)

che l'umorismo stèsse di casa: non ha forse nome d'umorista Mark Twain,

i cui racconti sono, secondo la sua stessa definizione «una collezione

di eccellenti cose, prodigiosamente divertenti, che strappano il riso

anche dai volti più ingrugniti?».

Il giornalismo, un certo giornalismo si è impadronito della parola,

l'ha adottata e, sforzandosi di far ridere più o meno sguajatamente a

ogni costo, l'ha divulgata in questo falso senso.

Cosicchè ogni vero umorista prova oggi ritegno, anzi sdegno a

qualificarsi per tale. — Umorista, sì, ma... non confondiamo, — si

sente il bisogno d'avvertire: — umorista nel _vero senso della parola._

Come dire:

— Badate ch'io non mi propongo di farvi ridere facendo sgambettar le

parole.

E più d'uno, per non passar da buffone, per non esser confuso coi

centomila umoristi da strapazzo, ha voluto buttar via la parola

sciupata, abbandonarla al volgo, e adottarne un'altra: _ironismo,

ironista._

Come da umore, umorismo; da ironia, ironismo.

Ma ironia, in che senso? Bisognerà distinguere, anche qui. Perchè c'è

un modo retorico e un altro filosofico d'intendere l'ironia.

L'ironia, come figura retorica, racchiude in sè un infingimento che

è assolutamente contrario alla natura dello schietto umorismo. —

Implica sì, questa figura retorica, una contradizione, ma fittizia,

tra quel che si dice e quel che si vuole sia inteso. La contraddizione

dell'umorismo non è mai, invece, fittizia ma essenziale, come vedremo,

e di ben altra natura.

Quando Dante aggrava la riprensione eccettuando dal numero dei ripresi

chi è più riprensibile, come per la brigata dei prodighi matti,

allor che esclama: _... Or fu giammai — Gente sì vana?_ e un dannato

risponde: — _Tranne lo Stricca... E tranne le brigata_; oppure là dove

dice:

Ogni uom v'è barattier fuor che Bonduro;

o quando rammenta il bene per esacerbare il sentimento del male, come

fanno i diavoli al barattier lucchese:

... Qui non ha luogo il Santo Volto

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;

o quando a chi parla fa rammentare i proprii vantaggi nell'usarli

aspramente, come fa quell'altro diavolo che toglie a S. Francesco

l'anima d'un reo, argomentando teologicamente su la penitenza, per modo

che quell'anima presa da lui si sente dire:

Forse

Tu non pensavi ch'io loico fossi;

o quando esclama:

Godi, Firenze, poichè sei sì grande;

oppure:

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

Di questa digression che non ti tocca

. . . . . . . . . . . . . . . .

Or ti fa lieta, che tu hai ben onde;

Tu ricca, tu con pace, tu con senno...

dà mirabili esempi di ironia nel senso retorico della parola: ma nè

qui, nè in altro punto, del resto, della _Comedia_, non è traccia

d'umorismo.

Un altro senso, dicevamo, e questo filosofico, fu dato alla parola

_ironia_ in Germania. Lo dedussero Federico Schlegel e Ludovico Tieck

direttamente dall'idealismo soggettivo del Fichte; ma deriva in fondo

da tutto il movimento idealistico e romantico tedesco post-Kantiano.

L'Io, sola realtà vera, spiegava Hegel, può sorridere della vana

parvenza dell'universo: come la pone, può anche annullarla; può non

prender sul serio le proprie creazioni. Onde l'ironia: cioè quella

forza — secondo il Tieck — che permette al poeta di dominar la materia

che tratta; materia che si riduce per essa — secondo Federico Schlegel

— a una perpetua parodia, a una farsa trascendentale.

Trascendentale più d'un po', osserveremo noi, questa concezione

dell'ironia: nè, del resto, se consideriamo per poco donde ci viene,

poteva essere altrimenti. Tuttavia essa ha, o può avere, almeno in

un certo senso, qualche parentela col vero umorismo, più stretta

certamente che non l'ironia retorica, da cui, in fondo, tira tira, si

potrebbe veder derivare. Qui, nell'ironia retorica, non bisogna prender

sul serio quel che si dice; lì, nella romantica, si può non prender

sul serio quel che si fa. L'ironia retorica sarebbe, rispetto alla

romantica, come quella famosa rana della favola, la quale, trasportata

nel macchinoso mondo dell'idealismo metafisico tedesco e abbottandosi

qua più di vento che d'acqua, fosse riuscita ad assumere le invidiate

proporzioni del bue. L'infingimento, quella tal contraddizione

fittizia, di cui parla la retorica, è diventata qua, a furia di

gonfiarsi, la vana parvenza dell'universo. Ora ecco: se l'umorismo

consistesse tutto nella puntura di spillo che svescia quella rana

abbottata, ironia e umorismo sarebbero press'a poco la stessa cosa. Ma

l'umorismo, come vedremo, non è tutto in questa puntura di spillo.

Al solito, Federico Schlegel non fece altro qui che esagerare idee e

teorie altrui: oltre all'idealismo soggettivo del Fichte, la famosa

teoria del gioco esposta dallo Schiller nelle 27 lettere _Ueber die

aesthetische Erziehung des Menschen_.

Il Fichte aveva voluto, in fondo, compire la dottrina kantiana del

dovere: dicendo che l'universo è creato dallo spirito, dall'«Io», che

è anche divinità, l'anima dell'essenza del mondo, che genera tutto

ed è impersonale, che è volontà infaticabile, la quale racchiude in

sè ragione, libertà, moralità; aveva voluto dimostrare il dovere dei

singoli uomini di sottomettersi al volere della totalità e di tendere

al culmine dell'armonia morale.

Ora, quest'«Io» del Fichte diventò l'«io» individuale, il piccolo «io»

strambo del signor Federico Schlegel, che con un cannellino e un po'

d'acqua saponata si mise allegramente a gonfiar bolle di sapone: vane

parvenze d'universo, mondi; e a soffiarci su. E questo era il giuoco.

Povero Schiller! Non poteva esser falsato in modo più indegno il suo

_Spieltrieb_. Ma il signor Federico Schlegel prese alla lettera le

parole: «_der Mensch soll mit der Schöneit nur spielen, und er soll nur

mit der Schöneit spielen. Denn, um es endlich auf einmal herauszusagen,

der Mensch spielt nur, wo er in voller Bedeutung des Worts Mensch

ist, und er ist nur da ganz Mensch, wo er spielt_»,[5] e disse che

per il poeta l'ironia consiste nel non fondersi mai del tutto con

l'opera propria, nel non perdere, neppure nel momento del patetico,

la coscienza della irrealtà delle sue creazioni, nel non essere lo

zimbello dei fantasmi da lui stesso evocati, nel sorridere del lettore

che si lascerà prendere al giuoco e anche di sè stesso che la propria

vita consacra a giocare.[6]

Intesa in questo senso l'ironia, ognun vede come a torto essa venga

attribuita a certi scrittori, come ad esempio, al nostro Manzoni, che

della realtà oggettiva, della verità storica si fece una vera e propria

fissazione, fino a condannare il suo stesso capolavoro. Nè d'altra

parte si può attribuire al Manzoni quell'altra ironia, la retorica,

giacchè nessuna contradizione fittizia si trova mai in lui tra quel

che dice e quel che vuole sia inteso, contradizione frutto di sdegno.

Il Manzoni non si sdegna mai della realtà in contrasto col suo ideale:

per compassione transige qua e là e spesso indulge, rappresentando ogni

volta minutamente, in forma viva, le ragioni del suo transigere e del

suo indulgere: il che, come vedremo, è proprio dell'umorismo.

La sostituzione di ironismo, ironista a umorismo, umorista non sarebbe

quindi legittima. Dall'ironia, anche quando sia usata a fin di bene,

non si sa disgiungere l'idea di un che di _beffardo_ e di mordace.

Ora, beffardi e mordaci possono essere anche scrittori indubbiamente

umoristici, ma il loro umorismo non consisterà già in questa beffa

mordace.

È pur vero però che a una parola si può per comune accordo alterare

il significato. Tante parole che noi adoperiamo adesso in un senso, ne

avevano un altro in antico. E se alla parola _umorismo_, come abbiamo

veduto, s'è già veramente alterato il senso, non ci sarebbe in fondo

nulla di male se — per determinare, per significare senza equivoco la

cosa — venisse adoperata un'altra parola.

II.

Questioni preliminari

Prima di entrare a parlar dell'essenza, dei caratteri e della materia

dell'umorismo, dobbiamo sgomberarci il terreno di tre altre questioni

preliminari: 1) se l'umorismo sia fenomeno letterario esclusivamente

moderno; 2) se esotico per noi; 3) se specialmente nordico.

Queste tre questioni si ricollegano strettamente con quella più vasta

e complessa della differenza dell'arte moderna dall'arte antica,

lungamente agitata durante la lotta tra classicismo e romanticismo

considerato dalle genti anglo-germaniche come una rivalsa contro il

classicismo delle genti latine.

Vedremo in fatti ripresi nelle varie dispute su l'umorismo tutti

gli argomenti della critica romantica, a cominciare da quelli de lo

Schiller, il quale, col saggio famoso _Ueber naïve und sentimentalische

Dichtung_, fu, a dire del Goethe[7] il fondatore di tutta l'estetica

moderna.

Questi argomenti sono ben noti: il subiettivismo del poeta

speculativo-sentimentale, rappresentante dell'arte moderna, in

contrapposto con l'obbiettivismo del poeta istintivo o ingenuo,

rappresentante dell'arte antica; il contrasto tra l'ideale e il

reale; la serenità marmorea, l'equilibrio dignitoso, la bellezza

esteriore dell'arte antica contro l'esaltazione dei sentimenti, il

vago, l'infinito, l'indeterminato delle aspirazioni, le melanconie,

la nostalgia, la bellezza interiore dell'arte moderna; e da un

canto le bassure del verismo della poesia ingenua, e dall'altro

le nebbie dell'astrazione e il capogiro intellettuale della poesia

sentimentale;[8] l'azione del cristianesimo; l'elemento filosofico;

l'incoerenza dell'arte moderna opposta all'armonia della poesia greca;

le particolarità singole di fronte alle tipificazioni classiche;

la ragione che s'interessa del valore filosofico del contenuto più

che della vaghezza della forma esteriore; il sentimento profondo di

un'interna disunione, di una doppia natura dell'uomo moderno, ecc. ecc.

Per darne qualche prova, citeremo ciò che scriveva il Nencioni in

quel suo studio su _L'Umorismo e gli umoristi_, di cui abbiamo già

fatto parola: «L'antichità, nel suo felice equilibrio dei sensi

e dei sentimenti, guardò con calma statuaria anche nelle tragiche

profondità del destino. L'anima umana era sana e giovine allora, nè

il cuore e la intelligenza erano stati tormentati da trenta secoli di

precetti e di sistemi, di dolori e di dubbi. Nessuna penosa dottrina,

nessuna crisi interiore aveva alterato la serena armonia della

vita e del temperamento umano. Ma il tempo e il cristianesimo hanno

insegnato all'uomo moderno a contemplare l'infinito, a paragonarlo con

l'effimero e doloroso soffio della vita presente. Il nostro organismo

è continuamente eccitato e sovreccitato; e secolari dolori hanno

_umanizzato_ il nostro cuore. Noi guardiamo nell'anima umana, e nella

natura con una simpatia più penetrante, e vi troviamo delle arcane

relazioni e un'intima poesia ignote all'antichità... Il riso d'artista

e la comica fantasia di Aristofane, alcuni dialoghi di Luciano,

sono eccezioni. L'antichità, non ebbe, nè poteva avere, letteratura

umoristica... Si direbbe che questa sia la caratteristica delle

letterature anglo-germaniche. Il cielo crepuscolare e l'umido suolo del

Nord sembrano esser più acconci a nutrire la delicata e strana pianta

dell'umorismo.»

Concedeva però il Nencioni che «anche sotto il cielo azzurro e nella

vita facile delle razze latine» l'umorismo «ha talora fiorito, e due o

tre volte in modo unico, meraviglioso». E parlava infatti del Rabelais

e del Cervantes, e anche dell'umorismo «realista, e vivente» di Carlo

Bini, e diceva il Don Abbondio del Manzoni una creazione umoristica di

prim'ordine.

Più preciso nella negazione fu Giorgio Arcoleo[9] il quale, pur

ammettendo che la nota dell'umorismo, speciale della letteratura

moderna, non manchi di legami col mondo antico, e pur citando

quell'insegnamento di Socrate che dice: «Una è l'origine dell'allegria

e della tristezza: nei contrapposti un'idea non si conosce che per la

sua contraria: della stessa materia si forma il socco e il coturno»,

soggiungeva: «Questo lo intelletto greco pensava: ma l'Arte non potea

esprimerlo: la percezione dei contrasti rimaneva nel campo astratto,

perchè diversa era la vita. La Teogonia avvolgeva l'anima nel mito;

l'Epopea i fatti umani nella leggenda; la Politica le forze individuali

nella suprema legge dello Stato. L'Antichità costrinse serenamente le

forme nell'armonia del finito: vide il Ciclope o lo Gnomo, le Grazie o

le Parche. Come la vita avea liberi o servi, onnipotenti o impotenti,

così la scienza ebbe sorrisi o pianto: Eraclito o Democrito; e la

letteratura, ebbe tragedie o commedie. Tutt'al più il contrasto dalla

sfera dell'intelletto passò nell'altra della immaginazione, si tramutò

in fantasma, e allora Aristofane fece la satira dei sofisti, Luciano

degli Dei. Ma se il Paganesimo si era obliato nella magnificenza delle

forme e della natura, il Medio Evo si tormentò nei dubbii e nelle

angosce dello spirito. Fu triste, ebbe sogni agitati da spettri: la

potenza baronale finiva spesso nei conventi, la bellezza nei chiostri.

La corruttela romana non seduceva neppure come ricordo: la dissoluzione

del grande Impero aveva inoculato negli animi l'idea dell'impotenza.

A rovescio del mondo antico: questo rimpiccolì nelle forme plastiche

le energie soprannaturali; il Medio Evo le allargò nell'infinito:

e, compreso dallo spazio e dal tempo, lo spirito umano si annullò

con braminica rassegnazione. Tale depressione soffocò ogni spirito

d'iniziativa e di ricerca. Nelle credenze sovraneggiò il dogma, nella

scienza l'erudizione, nell'arte la copia, nel costume la disciplina.

L'umanità nel suo periodo di decadenza romana avea sostenuto i dolori

della vita coll'indifferenza dello stoico: ne avea cercato i piaceri

con la sensualità dell'epicureo: nel Medio Evo volle sottrarsi alla

vita con l'estasi: donde una nuova mitologia cristiana, popolata

di rimorsi, di paure, di preghiere. Il pensiero seguiva la fede: il

manuale di logica era un'appendice del catechismo. In tali condizioni

dominava il terrore, si aspettava il finimondo... Finalmente nella

materia come nello spirito sorge un nuovo mondo. È un periodo di

esultanza e al tempo stesso di mestizia e di riflessione: ma si rivela

con due tendenze spiccate, l'una presso le razze germaniche, l'altra

presso le latine: lì il libero esame o la Riforma: qui il culto della

bellezza e della forza, la Rinascenza. I contrasti si moltiplicano

nelle istituzioni, nella vita privata, nei costumi, nelle leggi, nella

letteratura... Non è antitesi percepita dall'intelletto o intravista

dalla fantasia; non è lotta contro la natura umana, come nell'età

di mezzo; è dissonanza che stride in tutte le sfere del pensiero e

dell'azione: è il dissidio tra lo spirito nuovo e le forme vecchie. In

tale situazione il trionfo dell'uno o dell'altra ha influenza decisiva

sulle istituzioni, sulla scienza, sull'arte. Qui appunto va notata

la differenza dei risultati nelle razze germaniche e nelle latine:

differenza che spiega in gran parte, perchè l'umorismo ebbe tanto

sviluppo presso le prime, e riuscì quasi nullo presso le seconde».

Ora, si dovrebbe innanzi tutto intendere che, prendendo in esame

un'eccezionale e speciosissima espressione d'arte come l'umoristica,

queste rapide sintesi, queste ideali ricostruzioni storiche, non sono

ammissibili.

Come nella formazione d'una leggenda l'immaginazione collettiva rigetta

tutti gli elementi, i tratti, i caratteri discordanti con la natura

ideale d'un dato fatto o d'un dato personaggio ed evoca invece e

combina tutte le immagini convenienti; così, nel tracciare in breve

la sintesi d'una data epoca, inevitabilmente noi siamo indotti a

non tener conto di tanti particolari in contradizione, delle singole

espressioni. Non possiamo prestare orecchio alle voci che protestano

in mezzo a un coro soverchiante. Nella lontananza, si sa, certi colori

accesi, sparsi qua e là, si attenuano, si smorzano, si fondono nella

tinta generale, azzurra o grigia, del paesaggio. Perchè questi colori

risaltino, riassumendo intera la loro individualità, bisogna che noi ci

avviciniamo: riconosceremo allora come e quanto ci avesse ingannato la

lontananza.

Seguendo le teorie del Taine, considerando i fenomeni morali come

soggetti anch'essi al determinismo al pari dei fenomeni fisici, la

storia umana come parte della naturale, l'opera d'arte come il prodotto

di determinati fattori e di determinate leggi, e cioè di quella de le

dipendenze e di quella de le condizioni, con le regole che ne derivano:

del carattere essenziale o della facoltà dominante, dalla prima; delle

forze primordiali, razza, ambiente, momento, dalla seconda; e vedendo

esclusivamente nelle espressioni artistiche gli effetti necessarii di

forze naturali e sociali; non penetreremo mai nell'intimità dell'arte,

ci rappresenteremo per forza tutte le manifestazioni d'un dato tempo

come solidali tra loro e complementari, per modo che ciascuna necessiti

le altre e tutte insieme rispecchino quelle qualità che, secondo il

nostro concetto o la nostra idea sommaria, le ha raccolte e prodotte;

non già la realtà infinitamente varia e continuamente mutabile, e

i singoli sentimenti di essa, varii infinitamente e continuamente

mutabili anch'essi. Dopo aver considerato il cielo, il clima, il sole,

la società, i costumi, i pregiudizii, ecc., non dobbiamo forse appuntar

lo sguardo sui singoli individui e domandarci che cosa siano divenuti

in ciascuno di essi questi elementi, secondo lo speciale organamento

psichico, la combinazione originaria, unica, che costituisce questo

o quell'individuo? Dove uno s'abbandona, l'altro si rivolta; dove

uno piange, l'altro ride; e ci può esser sempre qualcuno che ride e

piange a un tempo. Del mondo che lo circonda, l'uomo, in questo o in

quel tempo, non vede se non ciò che lo interessa: fin dall'infanzia,

senza neppur sospettarlo, egli fa una scelta d'elementi e li accetta

e accoglie in sè; e questi elementi, più tardi, sotto l'azione del

sentimento, s'agiteranno per combinarsi nei modi più svariati.

«L'Antichità costrinse serenamente le forme nell'armonia del finito».

Ecco una sintesi. Tutta l'antichità? Nessun antico escluso? Il Ciclope

o lo Gnomo, le Grazie o le Parche? E non anche le Sirene, metà donne,

metà pesce? «La vita non aveva che o liberi o servi». E non poteva

qualche libero sentirsi servo e qualche servo sentirsi libero entro

di sè? Non cita lo stesso Arcoleo Diogene che «chiude il mondo nella

botte, e non accetta la grandezza d'Alessandro, se gli toglie la vista

del sole?». E che vuol dire che l'intelletto greco poteva percepire il

contrasto e l'Arte non poteva esprimerlo perchè la vita era diversa?

Com'era la vita? O tutta pianto o tutta riso? E come faceva allora

l'intelletto a cogliere il contrasto? Ogni astrazione bisogna che abbia

per forza radice in un fatto concreto. C'era dunque il pianto _e_ il

riso, non il pianto _o_ il riso; e se l'intelletto poteva cogliere

il contrasto, perchè non avrebbe potuto esprimerlo l'arte? «Tutt'al

più — dice l'Arcoleo — il contrasto dalla sfera dell'intelletto

passò nell'altra dell'immaginazione, si tramutò in fantasma, e allora

Aristofane fece la satira dei sofisti, e Luciano degli Dei». Che vuol

dire quel tutt'al più? Se il contrasto dalla sfera dell'intelletto

passò in quella de l'imaginazione e si tramutò in fantasma, vuol

dire che divenne arte. E allora? Lasciamo andare Aristofane che, come

vedremo, non ha nulla da fare con l'umorismo; ma Luciano non è soltanto

autore del dialogo degli Dei. E andiamo avanti.

«Il mondo antico rimpiccolì nelle forme plastiche le energie

soprannaturali». Ecco un'altra sintesi. Tutto il mondo antico e

tutte le energie soprannaturali? anche il fato? E tutta l'Italia del

rinascimento «rimase nei suoi gusti pagana, serena; non ebbe curiosità,

non intimità?» Vedremo. Parliamo d'umorismo e delle espressioni

artistiche di esso, espressioni eccezionali e speciosissime, ripeto: ci

basterebbe un umorista solo; ne troveremo parecchi, in ogni tempo, in

ogni luogo; e diremo la ragione per cui i nostri segnatamente ci debba

parere che non siano tali.

Tutte le partizioni sono arbitrarie. Poco dopo la pubblicazione del

saggio del Nencioni, che negava — come abbiamo veduto — all'antichità

una letteratura umoristica, non solo, ma anche la possibilità di

averla, sorsero da noi prima il Fraccaroli, con uno studio intitolato

appunto _Per gli Umoristi dell'Antichità_[10], poi il Bonghi[11], poi

altri ancora a rivelare nelle letterature classiche e specialmente

nella greca, assai più umorismo, che non avesse saputo vedere il

Nencioni.

Quel _felice equilibrio_, quella _calma statuaria_ e l'anima _sana_ e

_giovine_ e la _serena armonia_ della vita e del temperamento degli

antichi, come la natura rappresentata da questi con precisione e

con fedeltà, senza melanconia nè nostalgia, sono vecchi cavalli di

battaglia della critica romantica. Già lo stesso Schiller, autore primo

della partizione, dovette riconoscere che Euripide, Orazio, Properzio,

Virgilio non si erano fatti un concetto ingenuo della natura e quindi

concludere che vi erano anime _sentimentali_ presso gli antichi e

anime greche, presso i moderni, e cancellare così, come impossibile

a mantenere, la linea divisoria tra ispirazione antica e ispirazione

moderna.

Su le tracce del Biese, che scrisse su l'evoluzione del sentimento

della natura presso i greci[12], il Basch dimostrò agevolmente quanto

di _sentimentale_ vi fosse nella poesia e nel pensiero dei Greci,

nella mitologia primitiva, nelle metamorfosi spesso grottesche delle

divinità, nell'utopia nostalgica dell'età dell'oro, nella raffinata

melanconia dei lirici e degli elegiaci in ispecie, che rappresentarono

la natura non solamente «comme cadre des sentiments de l'âme,

mais encore comme ayant des profondes et mysterieuses affinités

avec ses sentiments». Anche lo Herder, autore della partizione

tra _Natur-poesie_ e _Kunst-poesie_, non dava ad essa un senso

rigorosamente cronologico. E il Richter negava che il cristianesimo

fosse causa e origine esclusiva della nuova poesia, giacchè i poemi

scandinavi dell'Edda e quelli dell'India eran nati fuori del misticismo

cristiano; e, ripetendo l'osservazione dello Herder che «_nessun poeta

resta fedele ad un'ispirazione sentimentale unica_», chiamava romantici

non già gli autori, ma quelle fra le opere ch'erano d'ispirazione

sentimentale. Arrigo Heine diceva nella _Germania_ che si era caduto

in un deplorevole errore chiamando plastica l'arte classica, come se

ogni arte, antica o moderna, volendo esser arte, non dovesse per forza

esser plastica nella sua forma esteriore. Ed è inutile ricordare qui

a quali strette si trovò Victor Hugo, volendo additare come principio

dell'arte moderna la famosa teoria del grottesco, di fronte a Vulcano,

a Polifemo, a Sileno, ai tritoni, ai satiri, ai ciclopi, alle sirene,

alle furie, alle Parche, alle arpie, al Tersite omerico, alle _dramatis

personae_ delle commedie aristofanesche.

D'altra parte, nessuno più si sogna di negare che anch'essi gli

antichi avessero l'idea della profonda infelicità degli uomini. La

espressero, del resto, chiaramente filosofi e poeti. Ma, al solito,

anche tra il dolore antico e il dolore moderno si è voluto vedere da

alcuni una differenza quasi sostanziale, e si è sostenuto che vi è

una lugubre progressione nel dolore, svolgentesi con la storia stessa

della civiltà, una progressione che ha fondamento nella sensibilità

dell'umana coscienza, sempre più delicata, e nell'irritabilità e nella

incontentabilità di essa di mano in mano sempre maggiori.

Ma questo lo aveva già detto, se non c'inganniamo, fin dal tempo dei

tempi, Salomone. Accrescimento di scienza, accrescimento di dolore. E

aveva proprio ragione, fin dal tempo dei tempi, Salomone? Sta a vedere.

Se le passioni, quanto più si afforzano e si affinano, tanto più

acquistano una specie d'attrazione e di compenetrazione scambievole; se

con l'ajuto della fantasia e dei sensi noi ci inoltriamo, come dicono,

in un «processo d'universalizzazione» che si fa sempre più rapido e

sempre più invadente, sicchè in un dolore ci par di sentire più dolori,

tutti i dolori, soffriamo noi per questo veramente di più? No: perchè

questo accrescimento, se mai, è a scapito dell'intensità. E ben per

questo il Leopardi notava acutamente che il dolore antico era un dolor

disperato, come suol essere in natura, com'è ancora nei popoli barbari

e semi-selvaggi o nelle genti della campagna, senza il conforto cioè

della sensibilità, senza la dolce rassegnazione alle sventure.

Facilmente oggi, a gli occhi nostri, se crediamo d'essere infelici, il

mondo si converte in un teatro d'universale infelicità? Vuol dire che,

invece di sprofondarci nel nostro proprio dolore, noi lo allarghiamo,

lo diffondiamo nell'universo. Ci strappiamo la spina, e ci avvolgiamo

in una nuvola nera. Cresce la noja, ma si spunta e si attenua il

dolore. Però, ecco, e quel tal _tedio della vita_ dei contemporanei di

Lucrezio? e quella tal tristezza misantropica di Timone?

Oh via! è proprio inutile sfoggiare esempii e citazioni. Sono

questioni, disquisizioni, argomentazioni accademiche. L'umanità passata

non c'è bisogno di cercarla lontano: è sempre in noi, tal quale.

Possiamo tutt'al più ammettere che oggi, per questa — se vuolsi —

cresciuta sensibilità e per il progresso (ahimè) della civiltà, siano

più comuni quelle disposizioni di spirito, quelle condizioni di vita

più favorevoli al fenomeno dell'umorismo, o meglio, di un _certo_

umorismo; ma è assolutamente arbitrario il negare che tali disposizioni

non esistessero o non potessero esistere in antico.

A buon conto, Diogene, con la sua botte e la sua lanterna, non è di

jeri; e nulla di più serio nel ridicolo e di più ridicolo nel serio.

Eccezioni, come dice il Nencioni e ripete l'Arcoleo, Aristofane e

Luciano? Ma eccezioni, allora, anche Swift e Sterne. Tutta l'arte

umoristica, ripetiamo, è stata sempre ed è tuttavia arte d'eccezione.

Diverso il pianto, secondo questa critica, e diverso naturalmente anche

il riso degli antichi.

Notissima, la distinzione di Gian Paolo Richter tra comico classico

e comico romantico: facezia grossolana, satira volgare, derisione

de' vizii e dei difetti, senza alcuna commiserazione o pietà, quello;

umore, questo, cioè riso filosofico, misto di dolore, perchè nato dalla

comparazione del piccolo mondo finito con la idea infinita, riso pieno

di tolleranza e di simpatia.

Da noi il Leopardi, che ebbe sempre la nostalgia del passato e che nei

_Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura_ volle far notare

che egli sentiva il dolore non a modo dei romantici, ma a modo degli

antichi, cioè il dolore disperato, difese pure il comico antico contro

il moderno, il comico antico che «era veramente sostanzioso, esprimeva

sempre e metteva sotto gli occhi, per dir così, un corpo di ridicolo»,

mentre il moderno «un'ombra, uno spirito, un vento, un soffio, un fumo.

Quello empieva di riso, questo appena lo fa gustare; quello era solido,

questo fugace; quello consisteva in immagini, similitudini, paragoni,

racconti, insomma cose ridicole; questo in parole, generalmente e

sommariamente parlando, e nasce da quella tal composizione di voci, da

quello equivoco, da quella tale allusione di parole, da quel giocolino

di parole, da quella tal parola appunto — di maniera che, togliete

quelle allusioni, scomponete e ordinate diversamente quelle parole,

levate quell'equivoco, sostituite una parola in cambio d'un'altra,

svanisce il ridicolo».

E cita l'esempio di Luciano che paragona gli Dei sospesi al fuso della

Parca ai pesciolini sospesi alla canna del pescatore. Poi avverte:

«Ma forse e senza forse, presentemente, e massime ai francesi, par

grossolano quel che una volta si chiamava sale attico, e piacque ai

greci, popolo il più civile dell'antichità e ai latini. E può essere

che anche Orazio avesse una simile opinione, quando disse male de' sali

di Plauto; e in fatti le Satire e le Epistole di Orazio non sono di

così solido ridicolo come l'antico comico greco e latino, ma nè anche

di gran lunga così sottile come il moderno. Ora, a forza di motti, si è

renduto spirituale anche il ridicolo, assottigliato tanto che ormai non

è più nè pur liquore, ma un etere, un vapore; e questo solo si stima

ridicolo degno delle persone di buon gusto e di spirito e di vero _buon

tono_, e degno del bel mondo e della civile conversazione. Il ridicolo

delle antiche commedie nasceva anche molto delle operazioni stesse che

erano introdotti a fare i personaggi sulla scena, e quivi ancora era

non piccola sorgente di sale, ma pura azione; come nelle _Cerimonie_

del Maffei: commedia piena di vero e antico ridicolo, quel salire di

Orazio per la finestra a fine di evitare i complimenti alle porte.

Un'altra gran differenza tra il ridicolo antico e il moderno è che

quello era preso da cose popolari e domestiche o almeno non della più

fina conversazione, la quale poi non esisteva ancor per lo meno così

raffinata; ma il moderno, massime il francese, versa principalmente

intorno al più squisito mondo, alle cose dei nobili più raffinati, alle

vicende domestiche delle famiglie più moderne, ecc., ecc. (come anche

proporzionatamente era il ridicolo d'Orazio): sicchè quello era un

ridicolo che avea corpo, e, come il filo di un'arma che non sia troppo

aguzzo, durò lungo tempo; dove questo, come ha una punta sottilissima,

più o meno secondo i tempi e le nazioni, così anche in un batter

d'occhio si logora e si consuma, e dal volgo poi non si sente, come il

taglio del rasojo a prima giunta».

Il Leopardi, evidentemente, parla qui dell'_esprit_ francese in

contrapposizione del ridicolo classico, senza pensare che questo

«esprit de conversation, le talent de _faire des mots_, le goût des

petites phrases vives, fines, imprévues, ingénieuses, dardées avec

gaieté ou malice»[13], è classico anch'esso e antichissimo in Francia:

_Duas res industriosissime persequitur gens Gallorum, rem militarem

et argute loqui._ Questo _esprit_ nativo in Francia, che si raffina

anch'esso a mano a mano e diviene un po' convenzionale, elegante,

aristocratico, in certi periodi letterarii, non è certamente l'_humour_

moderno, e tanto meno quello inglese che il Taine gli contrappone, come

fatto appunto di _cose_ più che di _parole_ o, sotto un certo aspetto,

fatto di buon senso, se — come pensava il Joubert — l'_esprit_ consiste

nell'aver molte idee inutili e il buon senso nell'esser provvisto di

nozioni necessarie. Non confondiamo dunque.

Nel 1899 Alberto Cantoni, argutissimo nostro umorista[14], che sentiva

profondamente il dissidio interno tra la ragione e il sentimento e

soffriva di non poter essere ingenuo come prepotentemente in lui la

natura avrebbe voluto, riprese l'argomento in una sua novella critica

intitolata _Humour classico e moderno_[15], nella quale immagina

che un bel vecchio rubicondo e gioviale, che rappresenta l'_Humour

classico_, e un ometto smilzo e circospetto, con una faccia un poco

sdolcinata e un poco motteggiatrice, che rappresenta l'_Humour

moderno_, s'incontrino a Bergamo innanzi al monumento a Gaetano

Donizzetti e là, senz'altro, si mettono a disputare tra loro e poi si

lanciano una sfida, si propongono cioè d'andare in campagna lì presso,

a Clusone, dove si tiene una fiera, ognuno per conto proprio, come

se non si fossero mai visti, e di ritornare poi la sera, lì daccapo,

innanzi al monumento di Donizzetti, recando ciascuno le fugaci e

particolari impressioni della gita per metterle a paragone. Invece di

discorrere criticamente della natura, delle intenzioni, del sapore

dell'umorismo antico e del moderno, il Cantoni in questa novella,

riferisce vivacemente, in un dialogo brioso, le impressioni del vecchio

gioviale e dell'ometto circospetto raccolte alla fiera di Clusone.

Quelle del primo avrebbero potuto essere argomento d'una novella del

Boccaccio, del Firenzuola, del Bandello; i comenti e le variazioni

sentimentali dell'altro hanno invece il sapore di quelle dello Sterne

nel _Sentimental Journey_ o del Heine nei _Reisebilder_. Il Cantoni,

prediligendo la natura ingenua e schietta, terrebbe nella disputa

dalla parte del vecchio rubicondo, se non fosse costretto a riconoscere

ch'esso ha voluto rimanere tal quale assai più che non lo comportassero

gli anni e che è volgaruccio e spesso vergognosamente sensuale; ma poi,

sentendo anche in sè il dissidio che tiene scissa e sdoppiata l'anima

di quell'altro, dell'ometto smilzo, lo fa mordere dal vecchio con aspre

parole:

« — A forza di ripetere continuamente che tu sembri sorriso e che sei

dolore... n'è venuto che oramai non si sa più nè che cosa veramente tu

sembri, nè che cosa veramente tu sia... Se tu ti potessi vedere, non

capiresti, come me, se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere.

— Adesso è vero, gli risponde l'_Humour moderno_. — Perchè adesso penso

solamente che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le

gioje e le angustie della vita avevano due forme o almeno due parvenze

più semplici e molto dissimili fra di loro, e niente più facile che

sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle

seconde, o viceversa; ma dopo, cioè al tempo mio, è sopravvenuta la

critica e felice notte; s'è brancolato molto tempo a non sapere nè che

cosa fosse il meglio, nè che cosa fosse il peggio, finchè principiarono

ad apparire, dopo essere stati così gran tempo assai nascosti, i lati

_dolorosi_ della gioja e i lati _risibili_ del dolore umano. Anche

gli antichi solevano sostenere che il piacere non era altro che la

cessazione del dolore e che il dolore stesso, ben esaminato, non era

punto il male; ma le sostenevano sul serio queste belle cose: come

dire che non ne erano niente penetrati; adesso invece è venuto pur

troppo il tempo mio e si ripete, aimè, quasi ridendo, cioè con la più

profonda persuasione, che i due suddetti elementi, attaccati da poco

in qua alla gioja e al dolore, hanno assunto aspetti così incerti e

così trascolorati che non si possono più, nonchè separare, nemmeno

distinguere. Ne è venuto che i miei contemporanei non sanno ora più

essere nè ben contenti, nè bene malcontenti mai, e che voi solo non

bastate più nè a far fermentare il misurato sollazzo dei primi e nè

a divergere le sofistiche tremerelle dei secondi. Ci voglio io, che

mescolo tutto scientemente, per fare svanire da una parte quanto più

posso ingannevoli miraggi e per limare dall'altra quante più trovo

superflue asperità. Vivo di espedienti e di cuscinetti, io...

— Bella vita! — esclama il vecchio.

E l'ometto smilzo sèguita:

— ... per arrivare possibilmente ad uno stato intermedio che

rappresenti come la sostanza grigia dell'umana sensibilità. Si sente

troppo adesso, come troppo s'è riso a ufo ed a credenza in altri

tempi: urge però che il pensiero regga le briglie alla più incomposta

manifestazione del sentimento... Rimpiango sempre di non aver potuto

ereditare le vostre illusioni, e mi rallegro nello stesso tempo di

trovarmi di qua dal fosso, bene agguerrito contro alle insidie delle

illusioni stesse! O che avete? Perchè mi affisate a codesto modo?

— Penso, — risponde il vecchio, — che se vuoi proprio aver due anime

in una, fai molto bene a non assumere la famosa guardatura di quel

vedovo innamorato, che a sinistra piangeva la morta e a destra faceva

l'occhietto alla viva. Tu invece vuoi piangere e far l'occhietto

insieme, da tutte due le parti, come dire che non ci si capisce più

nulla».

Come nel dramma romantico che i due bravi borghesi Dupuis e Cotonet

vedevano: «vêtu de blanc et de noir, riant d'un oeil et pleurant de

l'autre».

Ma abbiamo confusione anche qui. In fondo, il Cantoni viene a dire

sott'altra forma quello stesso che avevano detto il Richter e il

Leopardi. Se non che, egli chiama anche _humour_ quello che gli altri

due avevano chiamato comico classico e ridicolo antico. Il Richter —

tedesco — tesse però l'elogio del comico romantico o _humour_ moderno,

e vitupera come grossolano e volgare il comico classico; mentre

il Cantoni, come il Leopardi — da buon italiano — lo difende, pur

riconoscendo che la taccia di vergognosa sensualità non sia affatto

immeritata. Ma anche per lui l'_humour_ moderno non è altro che una

sofisticazione dell'antico. «Via, ho idea, — gli dice infatti l'_Humour

classico_, — che si sia fatto sempre senza di te, ovvero che tu non sia

altro che la parte peggiore di me medesimo, la quale abbia messo cresta

per impertinenza, come ora usa. È un gran dire però che non s'abbia mai

a conoscersi bene da sè soli! Tu mi sei certo scivolato di sotto ed io

non me ne sono avvisto».

Ora, è vero questo? Ciò che il Cantoni chiama _Humour classico_ è

proprio _humour_? o non incorre il Cantoni per un verso nello stesso

errore in cui incorse già per l'altro il Leopardi, confondendo cioè con

l'_esprit_ francese tutto il ridicolo moderno? Più propriamente: ciò

che il Cantoni chiama _humour classico_, non sarebbe l'umorismo inteso

in un senso molto più largo, nel quale sian comprese la burla, la baja,

la facezia, tutto il comico in somma nelle sue varie espressioni?

Qui è il nodo vero della questione.

Non c'entra la diversità dell'arte antica dalla moderna, come non

c'entrano le speciali prerogative di questa o di quella razza. Si

tratta di vedere in che senso si debba considerar l'umorismo, se nel

senso largo che comunemente ed erroneamente gli si suol dare, e ne

troveremo allora in gran copia così presso le letterature antiche come

presso le moderne, d'ogni nazione; o se in un senso più ristretto e più

proprio, e ne troveremo allora parimenti, ma in molto minor copia, anzi

in pochissime espressioni eccezionali, così presso gli antichi come

presso i moderni, d'ogni nazione.

III.

Distinzioni sommarie

L'umorismo · 第 1 / 13 段