Che cosa dovrà essere l’arte dell’avvenire.
Si parla volontieri dell’arte dell’avvenire, e s’intende rappresentare
con queste parole un’arte nuova, eminentemente raffinata, e derivante
dall’arte attuale delle classi superiori della nostra società. Ma
una siffatta arte dell’avvenire non nascerà mai, nè potrebbe nascere.
L’arte delle nostre classi superiori è fin d’ora giunta a una stretta
insuperabile. Sulla via per cui s’è messa non le riuscirà di fare un
passo di più. Quest’arte, dal giorno in cui s’è separata dal fondamento
principale dell’arte vera, dal giorno in cui ha cessato d’ispirarsi
alla coscienza religiosa, è diventata sempre più speciale, sempre più
pervertita; ed ora eccola ridotta al nulla. Perciò l’arte dell’avvenire
— la vera, quella che vivrà veramente nell’avvenire — non sarà il
prolungamento della nostra arte presente, ma scaturirà da principii
affatto diversi, e non aventi nulla in comune con quelli a cui ora
s’ispira l’arte delle nostre classi superiori.
L’arte dell’avvenire, destinata a diffondersi tra tutti gli uomini,
non avrà più il fine di esprimere dei sentimenti accessibili solo
ad alcuni ricchi; avrà il fine di manifestare la più alta coscienza
religiosa delle generazioni future. Nel futuro non si considererà
come arte se non quella che esprimerà dei sentimenti che spingano gli
uomini all’unione fraterna, o anche dei sentimenti così universali da
poter essere provati dalla massa degli uomini. Solo quest’arte sarà
segnalata fra il resto, ammessa, incoraggiata, diffusa. E tutto il
resto dell’arte, tutto ciò che non è accessibile che ad alcuni, sarà
considerato come cosa senza importanza e lasciato da parte. E l’arte
non sarà più pregiata, come oggidì, solo da una piccola classe di
persone ricche; sarà stimata dalla massa degli uomini.
E gli artisti, nell’avvenire, non saranno più, come ora, presi
esclusivamente in una piccola classe della nazione; saranno artisti
tutti coloro che a qualunque classe appartengano, si mostreranno capaci
di creazione artistica. Allora tutti potranno diventare artisti;
perchè, in primo luogo, non s’esigerà più dall’arte una tecnica
complicata e artificiosa, che richiede per essere imparata una perdita
infinita di tempo; non le si domanderà altro che la chiarezza, la
semplicità e la sobrietà; tutte cose che non s’acquistano con una
preparazione meccanica, ma coll’educazione del gusto. In secondo luogo
tutti potranno diventare artisti, perchè invece delle nostre scuole
professionali, accessibili solamente a pochi, tutti potranno imparare
la musica e il disegno fin dalla scuola primaria, insieme colle altre
nozioni elementari, talchè ogni persona che si sentirà una disposizione
per un’arte, potrà esercitarla ed esprimere con essa i suoi sentimenti
personali.
Mi si obbietterà che colla soppressione delle scuole artistiche
speciali, la tecnica dell’arte sarà indebolita. Sì, certamente, sarà
indebolita, se s’intende per tecnica l’insieme dei vani artifizi che
oggi si designano con questo nome; ma se per tecnica s’intende soltanto
la chiarezza, la semplicità e la sobrietà, non solo quella tecnica
non ne sarà tocca, come lo prova abbastanza tutta l’arte popolare, ma
si troverà invece innalzata a un grado superiore. Poichè tutti gli
artisti di genio finora nascosti tra il popolo potranno partecipare
all’arte e fornire dei modelli di perfezione che saranno la migliore
scuola di tecnica per gli artisti del loro tempo e dei tempi a venire.
Anche oggidì non è nella scuola che s’istruisce il vero artista, è
nella vita, studiando l’esempio dei grandi maestri; ma allora, quando
parteciperanno all’arte gli uomini di maggior ingegno del popolo
intiero, il numero dei modelli da studiare sarà più grande, e questi
modelli saranno più accessibili; e la mancanza d’un insegnamento
professionale sarà cento volte compensata, per il vero artista, dal
giusto concetto che si farà del fine e dei metodi dell’arte.
Questa sarà una delle differenze dell’arte futura dalla nostra arte
presente. Un’altra differenza sarà che l’arte dell’avvenire non verrà
più esercitata da artisti professionali pagati per l’arte loro, e
occupati solo in essa. L’arte dell’avvenire sarà esercitata da tutti
gli uomini che ne sentiranno il desiderio, e anche questi non se
n’occuperanno che nel momento in cui ne sentiranno il desiderio.
Si crede facilmente, nella nostra società, che l’artista lavora tanto
meglio e più efficacemente, quanto più assicurata è la sua condizione
materiale. Questa opinione basterebbe a provare una volta di più, se
fosse necessario, che ciò che oggidì si prende per arte, non ne è che
la contraffazione. Infatti è vero che per produrre delle scarpe o del
pane la divisione del lavoro offre grandi vantaggi; il calzolaio o il
fornaio che non è costretto a cucinarsi il suo pasto o a spaccarsi
la legna, può fare una maggior quantità di scarpe o di pagnotte. Ma
l’arte non è un mestiere; è la trasmissione che si fa agli altri d’un
sentimento provato dall’artista. E questo sentimento non può nascere
in un uomo se non quando esso viva intieramente della vita naturale e
vera degli uomini. Pertanto, assicurare all’artista la soddisfazione
di tutti i suoi bisogni materiali, è nuocere alla sua capacità di
produrre l’arte, poichè liberando l’artista dalle condizioni — comuni
a tutti gli uomini — della lotta contro la natura per la conservazione
della propria vita e di quella degli altri, lo si priva dell’occasione
e della possibilità d’imparare a conoscere i sentimenti più importanti
e più naturali degli uomini. Non c’è condizione più detestabile per la
facoltà creatrice d’un artista che quella sicurezza assoluta e quel
lusso, che oggi sono ritenuti la condizione indispensabile perchè
l’arte funzioni bene.
L’artista dell’avvenire vivrà della vita ordinaria degli uomini,
guadagnandosi il pane con un mestiere qualunque. Ed essendo così
educato a conoscere il lato serio della vita si sforzerà di trasmettere
al più gran numero possibile d’uomini il dono superiore che la natura
gli avrà accordato; tale trasmissione sarà la sua gioia e la sua
ricompensa.
Fintantochè non si saranno cacciati i mercatanti dal tempio, il tempio
dell’arte non sarà un tempio. Ma la prima cura dell’arte dell’avvenire
sarà quella di cacciarneli.
Finalmente il contenuto dell’arte dell’avvenire, come io me la
raffiguro, differirà totalmente da quello della nostra arte presente.
Consisterà nell’espressione di sentimenti non già esclusivi, come
l’ambizione, il pessimismo, il disgusto, e la sensualità, ma di
sentimenti provati dall’uomo che vive della vita comune di tutti
gli uomini, e fondati sulla coscienza religiosa del nostro tempo, di
sentimenti accessibili a tutti gli uomini senza eccezione.
Ecco, si dirà, un contenuto molto scarso! Che cosa si può esprimere
di nuovo nel terreno dei sentimenti cristiani d’amor del prossimo? E
che ci può essere di più mediocre e di più monotono che dei sentimenti
accessibili a tutti gli uomini?
Eppure non è meno certo che i soli sentimenti nuovi che oggidì
possano esser provati, sono dei sentimenti religiosi, cristiani, e
dei sentimenti accessibili a tutti. I sentimenti che provengono dalla
coscienza religiosa del nostro tempo sono infinitamente nuovi e varii;
ma non consistono solo, come talora si crede, a rappresentare Cristo
nei diversi episodi del Vangelo, o a ripetere sotto nuova forma le
verità cristiane dell’unione, della fratellanza, dell’uguaglianza e
dell’amore. I sentimenti cristiani sono nuovi e varii all’infinito,
perchè, quando l’uomo considera le cose sotto il punto di vista
cristiano, i soggetti più vecchi, più comuni, quelli che si ritengono
più logori, destano in lui i sentimenti più nuovi, più impreveduti,
più patetici. Che cosa ci può essere di più vecchio dei rapporti
tra il marito e la moglie, tra i figli e i genitori, tra uomini di
paesi diversi? Ora, basta che alcuno consideri questi rapporti dal
punto di vista cristiano perchè tosto nascano in lui dei sentimenti
infinitamente varii, dei sentimenti nuovi, profondi, patetici.
Il vero è che il contenuto dell’arte dell’avvenire non sarà punto
immiserito, ma allargato, quando quest’arte avrà per oggetto di
trasmettere i sentimenti vitali, i più generali fra tutti, i più
semplici, i più universali. Nella nostra arte d’ora non si considerano
come degni d’essere espressi dall’arte che i sentimenti particolari
d’uomini in una certa situazione eccezionale, e si esige per giunta
che siano espressi in un modo raffinatissimo, inaccessibile alla
maggioranza degli uomini. E si ritiene indegno di fornir materia
all’arte tutto l’immenso dominio dell’arte popolare e infantile: i
proverbi, le canzoni, i giuochi, le imitazioni, ecc. Ma l’artista
dell’avvenire capirà che produrre una favola, una canzone, purchè
commovano, produrre una farsa, purchè diverta, disegnare una figura che
rallegri delle migliaia di bambini e di adulti, che tutto ciò è molto
più fecondo e più importante che produrre un romanzo, o una sinfonia,
o un quadro, che divertiranno per qualche tempo un piccolo numero di
ricchi, e poi si sprofonderanno per sempre nella dimenticanza. Ora il
territorio di questa arte dei sentimenti semplici, accessibili a tutti,
è immenso, e si può dire non sia mai stato toccato.
Così l’arte dell’avvenire non sarà più povera della nostra,
ma all’opposto infinitamente più ricca. E la forma dell’arte
dell’avvenire, anch’essa non sarà inferiore alla forma presente
dell’arte, ma le sarà incomparabilmente superiore, e ciò non nel senso
d’una tecnica raffinata e artificiosa, ma nel senso d’una espressione
breve, semplice, chiara, libera di ogni sopraccarico inutile.
Mi ricordo che una volta, dopo d’aver inteso da un astronomo
eminente una conferenza pubblica intorno all’analisi spettrale delle
stelle della via lattea, domandai a quell’astronomo se non avrebbe
acconsentito a tenerci semplicemente una conferenza sul movimento
della terra, attesochè tra i suoi uditori c’era senza dubbio un bel
numero di persone che non sapevano con precisione che cosa producesse
il giorno e la notte, l’estate e l’inverno. E l’astronomo mi rispose
sorridendo: “Sì, sarebbe un bell’argomento, ma troppo difficile. Mi
riesce infinitamente più facile parlare dell’analisi spettrale della
via lattea„.
Avviene lo stesso dell’arte. Scrivere un poema sopra un soggetto dei
tempi di Cleopatra, dipingere Nerone che appicca il fuoco a Roma,
comporre una sinfonia nella maniera di Brahms e di Riccardo Strauss,
o un’opera come quelle di Wagner, è infinitamente più facile che
raccontare una semplice storia senza nulla d’eccezionale, beninteso
raccontandola in modo che trasmetta il sentimento di chi la racconta, o
anche disegnare col lapis un’imagine che commuova o che rallegri chi la
vede, o scrivere quattro battute d’una melodia senza accompagnamento,
ma tale da tradurre un certo stato dell’anima.
— Ma colla nostra civiltà, ci riesce impossibile ritornare alle forme
primitive! — diranno gli artisti. Ci è impossibile di scrivere oggi
dei racconti come la storia di Giuseppe, o come l’Odissea, di comporre
della musica come quella delle canzoni popolari!
Ciò è realmente impossibile agli artisti del nostro tempo; ma non lo
sarà all’artista dell’avvenire, che non avrà più la testa ingombra d’un
arsenale di formule tecniche, e che non essendo più un professionista
dell’arte, non essendo più pagato per i suoi prodotti, non produrrà
dell’arte se non quando ci si sentirà trascinato da un irresistibile
bisogno interiore.
Pertanto la differenza sarà completa, sotto il rispetto sì della forma
che della sostanza, tra l’arte dell’avvenire, e ciò che oggigiorno
riteniamo per arte. Il fondo dell’arte dell’avvenire sarà costituito
da sentimenti incoraggianti gli uomini a unirsi, o tali da unirli
effettivamente; la forma di siffatta arte sarà tale da poter essere
accessibile alla massa degli uomini. Perciò l’ideale della perfezione,
nel futuro, non sarà più il grado di particolarità dei sentimenti, ma
al contrario il loro grado di generalità. L’artista non cercherà più
come ora, d’essere oscuro, complicato ed enfatico, ma al contrario di
essere breve, chiaro, e semplice. E solo quando l’arte avrà assunto
questo carattere, essa non servirà più unicamente a distrarre è a
divertire una classe d’oziosi, come fa ora, ma comincierà a compiere il
suo vero ufficio, vale a dire a trasportare un concetto religioso dal
dominio della ragione nel dominio del sentimento, a guidare così gli
uomini verso la felicità, verso la vita, verso quell’unione e quella
perfezione che loro raccomanda la loro coscienza religiosa.