Ho fatto del mio meglio per riassumere in questo libro i miei pensieri
sopra un soggetto che da quindici anni non ha cessato d’occuparmi. Con
questo non voglio dire, s’intende, che io abbia cominciato quindici
anni fa a scrivere questo studio: ma sono di certo almeno quindici anni
che ho cominciato a scrivere uno studio sull’arte, dicendo a me stesso,
che una volta avviato in questo soggetto, sarei andato sino alla fine
senza fermarmi. Cionondimeno le mie idee intorno a tale soggetto si
trovarono essere così poco chiare, che non potei esprimerle in forma
soddisfacente. E dopo d’allora non ho mai cessato di riflettere intorno
a questo argomento, e sei o sette volte mi sono rimesso a scrivere
uno studio in proposito; ma ogni volta, dopo d’avere scritto un certo
numero di pagine, non mi sono più sentito in grado di condurre il mio
lavoro sino alla fine. Ora finalmente sono riuscito a terminarlo; e
per cattivo che esso sia, spero almeno di non essermi ingannato nel
pensiero che ne forma la base e che consiste a considerare l’arte del
nostro tempo come incamminata per una falsa strada. Possa dunque il mio
lavoro non rimanere senza frutto! Ma affinchè l’arte riesca a uscire
dalla falsa strada e a ritornare al suo uffizio naturale, occorre che
un altro ramo non meno importante dell’attività intellettuale degli
uomini, cioè la scienza, colla quale l’arte si trova sempre in rapporto
di stretta dipendenza, occorre che anch’essa abbandoni la strada falsa
nella quale si trova.
L’arte e la scienza stanno tra di loro in un rapporto tanto stretto
quanto è quello dei polmoni e del cuore; e se uno dei due organi è
alterato, l’altro non può più funzionare normalmente. La vera scienza
insegna agli uomini le cognizioni che debbono avere per essi la
maggiore importanza e dirigere la loro vita. L’arte trasporta codeste
cognizioni dal dominio della ragione in quello del sentimento. Perciò
se il cammino seguito dalla scienza è cattivo, il cammino seguito
dall’arte sarà pure cattivo. L’arte e la scienza s’assomigliano a quei
battelli che vanno a due a due sui fiumi, l’uno fornito di macchina, e
fatto per rimorchiar l’altro. Se il primo prende una direzione falsa,
anche il secondo è costretto a seguirlo in essa.
E come l’arte, in termini generali, è la trasmissione di tutti
i sentimenti possibili, ma tuttavia, nel senso più ristretto del
vocabolo, non è arte seria se non quella che trasmette agli uomini dei
sentimenti importanti per essi, così la scienza, in termini generali,
è l’espressione di tutte le cognizioni possibili, ma non è per noi
scienza seria se non quella che esprime delle cognizioni importanti per
noi.
Ora, ciò che determina il grado d’importanza sia dei sentimenti che
delle cognizioni è la coscienza religiosa d’una società e d’una epoca
data, cioè il concetto comune che si formano del senso della vita gli
uomini di quell’epoca e di quella società. Ciò che più contribuisce a
tradurre in realtà quest’ideale della vita, è ciò che si deve insegnare
maggiormente: ciò che vi contribuisce meno, dev’essere insegnato meno;
e ciò che non contribuisce in nessun modo a realizzare il destino della
vita umana non deve essere insegnato affatto, o, se lo s’insegna, non
deve essere almeno considerato come cosa che abbia alcuna importanza.
Così fu sempre in passato per la scienza, e così dovrebbe essere
ancora, perchè così esige la natura stessa del pensiero e della vita
dell’uomo. Eppure la scienza delle nostre classi superiori non solo
non riconosce come base alcuna religione, ma anzi reputa superstizioni
tutte le religioni.
In conseguenza gli uomini del nostro tempo affermano che imparano
indistintamente _tutto_. Ma poichè _tutto_ è un po’ troppo, essendo
infiniti gli oggetti della conoscenza, e poichè è impossibile imparare
tutto indistintamente, quella non è che un’affermazione puramente
teorica. Nella realtà, gli uomini non imparano _tutto_, e non avviene
indifferentemente che imparino quello che imparano. Nella realtà,
gli uomini non imparano che ciò che è molto utile, o molto gradevole
a coloro che s’occupano della scienza. E appartenendo costoro alle
classi superiori della società, ciò che torna loro più utile è di
mantenere l’ordine sociale che permette alle loro classi di godere dei
loro privilegi; e ciò che torna loro più gradevole è di soddisfare
vane curiosità che non esigono da essi uno sforzo di mente troppo
considerevole.
Da ciò proviene che una delle sezioni della scienza più in onore
è quella delle scienze che, come la storia e l’economia politica,
s’occupano sopratutto di stabilire che l’ordine presente della
vita sociale è appunto quello che è sempre esistito e che deve
esister sempre, di modo che ogni tentativo di modificarlo ci si
mostri illegittimo e vano. Un’altra sezione è quella delle scienze
sperimentali, che abbracciano la fisica, la chimica, la botanica;
queste scienze non s’occupano che di ciò che non ha alcun rapporto
diretto colla vita, di ciò che è materia di pura curiosità, o anche di
ciò che può contribuire a rendere più comoda l’esistenza delle classi
superiori della società. Ed è per giustificare questa scelta arbitraria
e mostruosa, fatta tra le diverse materie della conoscenza, che i
nostri scienziati hanno inventato una teoria corrispondente appuntino
a quella dell’_arte per l’arte_, la teoria della _scienza per la
scienza_.
La teoria dell’arte per l’arte sostiene che l’arte consiste
nell’occuparsi di tutti i soggetti che fanno piacere; la teoria della
scienza per la scienza sostiene che la scienza consiste nell’insegnare
tutti i soggetti interessanti.
E così accade che, delle due sezioni della scienza che s’insegnano agli
uomini, l’una invece d’insegnare come gli uomini dovrebbero vivere per
effettuare il loro destino, predica la legittimità e l’immutabilità
d’un modo di vita menzognero e funesto, mentre l’altra sezione, quella
delle scienze sperimentali, s’occupa di quistioni di pura curiosità, o
anche di piccole invenzioni pratiche.
E di queste due sezioni della scienza contemporanea, la prima è
cattiva non solo perchè intorbida la mente degli uomini e dà loro
delle idee false; è pur cattiva per il fatto solo della sua esistenza,
e perchè occupa il posto che dovrebbe occupare la scienza vera. E la
seconda sezione, quella appunto di cui oggi la scienza insuperbisce,
è cattiva, perchè svia l’attenzione degli uomini dagli obbiettivi
veramente importanti, volgendola verso ricerche inutili; ed è anche
cattiva perchè nell’organismo sociale che è legittimato e sostenuto
dalle scienze della prima sezione, la maggior parte delle invenzioni
tecniche della scienza sperimentale servono non già alla felicità, ma
all’infelicità degli uomini.
Soltanto gli uomini che hanno dedicato la loro vita a questi studi
inutili, possono continuare a credere che le scoperte e le invenzioni
che si compiono nel dominio delle scienze sperimentali siano cosa
veramente importante e profittevole. E se costoro lo credono, egli è
perchè non guardano dintorno a sè, e non vedono ciò che è veramente
importante. Basterebbe che alzassero il capo dal loro microscopio,
attraverso il quale osservano tutte le materie che studiano; basterebbe
che volgessero gli sguardi intorno a sè per vedere quanto siano vane
tutte quelle cognizioni da cui ricavano una vanità così ingenua, in
confronto di quelle altre cognizioni alle quali abbiamo rinunziato per
rimetterle nelle mani dei professori di giurisprudenza, di finanza,
d’economia politica, ecc. Basterebbe che volgessero un’occhiata intorno
a sè per vedere che l’oggetto importante e proprio della scienza umana
non dovrebbe essere d’imparare ciò che, per caso, è interessante,
ma d’imparare in che senso deve essere diretta la vita dell’uomo,
d’imparare quelle verità religiose, morali, sociali senza di cui
tutta la nostra così detta conoscenza della natura non può esserci che
inutile o funesta.
Noi siamo contentissimi e fierissimi che la nostra scienza ci offra
la possibilità di trar partito dalla forza del vapore a profitto
dell’industria, o, se volete, che ci conceda di scavare delle gallerie
nel fianco dei monti. Ma come non pensiamo che codesta forza del
vapore non l’adoperiamo per il benessere degli uomini, ma solo per
arricchire un piccolo numero di capitalisti? Questa stessa dinamite,
che ci serve ad aprire i tunnel, come mai non pensiamo che non è
impiegata principalmente a scavar delle gallerie, ma bensì a procurare
la distruzione delle vite umane, come stromento terribile per quelle
guerre che ci ostiniamo a considerare come indispensabili, e alle quali
non cessiamo di prepararci?
E se anche è vero — cosa che resta ancora da dimostrare — che la
scienza ora sia giunta a impedire la difterite, a spianare le
gibbosità, a guarire la sifilide, a compiere delle operazioni
straordinarie, ecc., nemmeno in ciò possiamo trovare di che
inorgoglirci per poco che vogliamo pensare alla vera funzione della
scienza. Se la decima parte delle forze che si spendono ora a studiare
argomenti di pura curiosità o piccole invenzioni pratiche, fosse
impiegata nella vera scienza, che ha per oggetto la felicità degli
uomini, vedremmo sparire almeno la metà di quelle malattie che oggidì
ingombrano le cliniche e gli ospedali; non vedremmo, come ora, dei
ragazzini condannati all’etisia e al rachitismo dal regime delle
fabbriche, non vedremmo la mortalità dei bambini superare, come ora, il
cinquanta per cento, non vedremmo delle generazioni intiere immolate
alle malattie, non vedremmo la prostituzione, non la sifilide, non le
guerre, che sono l’eccidio di milioni d’uomini, non vedremmo tutte le
mostruosità di sciocchezze e di patimenti che la scienza contemporanea
osa ritenere come condizioni inevitabili della vita umana!
Ma il nostro concetto della scienza è pervertito a tal segno che
gli uomini del nostro tempo troveranno strano che si parli loro di
scienze capaci di diminuire la mortalità dei bambini, di sopprimere
la prostituzione, la sifilide, la degenerazione, la guerra. Siamo
giunti ad imaginarci che non c’è scienza se non quando un uomo, in
un laboratorio, versa un liquido da un provino in un altro, guarda
attraverso a un prisma, tortura delle rane o dei conigli, oppure anche
svolge da una cattedra una matassa di frasi sonanti e stupide — che del
resto non cerca di capire nemmeno egli stesso — sui luoghi comuni della
filosofia, della storia, del diritto, dell’economia politica, e tutto
ciò per il solo fine di provare che quello che è deve essere sempre.
Eppure la scienza, la vera scienza, la sola che meriterebbe la
considerazione concessa oggigiorno alla sua contraffazione, la vera
scienza consisterebbe nel riconoscere a che cosa dobbiamo credere e
a che cosa non dobbiamo credere, come dobbiamo e come non dobbiamo
condurre la nostra vita, come fa d’uopo allevare i figli, come possiamo
trar partito dai beni della terra senza schiacciare per ciò delle
altre vite umane, e quale deve essere la nostra condotta riguardo agli
animali, senza contare molte altre questioni ugualmente importanti per
la vita degli uomini.
Tale è sempre stata la vera scienza; e tale dev’essere. Ed è questa
scienza che sola corrisponde alla coscienza religiosa del nostro
tempo; ma essa si trova, da un lato, negata e combattuta da tutti
gli scienziati che lavorano a mantenere l’ordine sociale presente, e
dall’altro è ritenuta vana, sterile, antiscientifica dagli infelici
la cui intelligenza s’è atrofizzata nello studio delle scienze
sperimentali.
La scienza essendo intesa come è intesa oggi, quali sentimenti può
mai destare che l’arte alla sua volta possa trasmetterci? La prima
sezione di questa scienza provoca dei sentimenti retrivi, antiquati,
fuori d’uso, e cattivi per il nostro tempo. E l’altra sezione tutta
consacrata allo studio di soggetti che non hanno rapporto colla vita
degli uomini, è di sua natura incapace di fornire materia all’arte.
E così avviene che l’arte del nostro tempo, per essere arte vera,
deve aprirsi la via da sè, a dispetto della scienza, oppure mettere a
profitto gl’insegnamenti d’una scienza che il nostro mondo non ammette,
d’una scienza rinnegata e respinta dalla parte ortodossa della scienza.
È a questo partito che l’arte si trova ridotta, quando si dà pensiero
di compiere la sua funzione.
Almeno conviene sperare che un lavoro simile a questo che io ho tentato
per l’arte sarà intrapreso, un giorno o l’altro, rispetto alla scienza;
un lavoro che proverà agli uomini la falsità della teoria della scienza
per la scienza, che mostrerà loro la necessità di riconoscere la
dottrina cristiana nel suo vero senso, e che appoggiandosi su questa
dottrina, insegnerà loro a valutare in un modo nuovo l’importanza delle
cognizioni di cui ora siamo fieri in modo così ridicolo. Possano allora
gli uomini riconoscere quanto sono secondarie e insignificanti le
cognizioni sperimentali, e quanto essenziali e importanti le cognizioni
religiose, morali, e sociali! Possano capire che queste cognizioni
primordiali non devono essere lasciate, come lo sono ora, sotto
la tutela e alla discrezione delle classi ricche, ma che devono al
contrario essere rimesse nelle mani di tutti gli uomini liberi e amanti
della verità, i quali, spesso in contraddizione colle classi ricche,
cercano il destino reale della vita! Possano le scienze matematiche,
astronomiche, fisiche, chimiche e biologiche, come pure la scienza
applicata alla medicina, non essere più insegnate che nella misura in
cui contribuiranno ad affrancare gli uomini dagli errori religiosi,
giuridici e sociali, nella misura in cui serviranno al bene di tutti
gli uomini, e non più d’una sola classe privilegiata!
Solo allora la scienza cesserà d’essere ciò che è ora, cioè da una
parte un sistema di sofismi destinati a mantenere un organismo sociale
decrepito, dall’altra un ammasso informe di cognizioni, in gran parte
poco utili o anche assolutamente inutili. Solo allora essa diventerà
ciò che deve essere, un tutto organico, avente uno scopo determinato e
comprensibile per tutti gli uomini, cioè d’introdurre nella coscienza
umana le verità che derivano dall’idea religiosa d’un’epoca.
E soltanto allora l’arte, sempre dipendente dalla scienza, ridiventerà
ciò che può e deve essere, un organo imparentato con quello della
scienza, ugualmente importante per la vita e per il progresso degli
uomini.
L’arte non è un godimento, un piacere, nè un divertimento; l’arte è una
grande cosa. È un organo vitale dell’umanità, che trasporta i concetti
della ragione nel dominio del sentimento. Nel tempo nostro il concetto
religioso degli uomini ha per centro la fratellanza universale e la
felicità nell’unione. La vera scienza deve dunque insegnarci le diverse
applicazioni di questo concetto alla vita; e l’arte deve trasportare
questo concetto nel dominio dei nostri sentimenti.
Così l’arte ha dinanzi a sè un cómpito immenso: coll’aiuto della
scienza e sotto la guida della religione deve fare in modo che
quell’unione pacifica degli uomini, che ora non s’ottiene che con mezzi
esteriori, tribunali, polizia, ispezioni, ecc., possa effettuarsi per
il libero e gioioso consenso di tutti. L’arte deve sopprimere nel mondo
il regno della violenza e della coercizione.
Ed è un cómpito a cui essa sola può soddisfare.
Essa sola può ottenere che i sentimenti d’amore e di fratellanza,
oggi solamente accessibili agli uomini migliori della nostra società,
diventino sentimenti costanti, universali, istintivi in tutti gli
uomini. Eccitando in noi, coll’aiuto di creazioni imaginarie, i
sentimenti della fratellanza e dell’amore, può avvezzarci a provare
gli stessi sentimenti nella realtà, può assestare nell’anima umana
delle rotaie, sulle quali oramai scorrerà la vita, sotto la guida
della scienza e della religione. E unendo gli uomini più diversi
in comunanza di sentimenti, sopprimendo le distinzioni tra di loro,
l’arte universale può preparare gli uomini all’unione definitiva, può
dimostrar loro, non col ragionamento, ma per mezzo della vita stessa,
la gioia dell’unione universale, al di là delle barriere imposte dalla
vita.
L’uffizio dell’arte nel tempo nostro è di trasportare dal dominio della
ragione in quello del sentimento questa verità: che la felicità degli
uomini sta nella loro unione. È l’arte sola che potrà fondare sulle
rovine del nostro regime presente di violenza e di coercizione, quel
regno di Dio che si presenta a noi tutti come il termine più alto della
vita umana.
Ed è ben possibile che nell’avvenire la scienza somministri all’arte
un altro ideale, e che l’arte abbia allora il cómpito di tradurlo in
atto; ma nel nostro tempo la funzione dell’arte è chiara e precisa.
Il cómpito dell’arte vera, dell’arte cristiana, è oggidì quello di
effettuare l’unione fraterna degli uomini.