Le conseguenze del cattivo funzionamento dell’arte.
L’arte è uno dei due organi del progresso umano. Per mezzo della parola
l’uomo scambia il suo pensiero, per mezzo dell’arte scambia i suoi
sentimenti con tutti gli uomini non solo del suo tempo, ma pure delle
generazioni passate e future. Ed è nella natura dell’uomo di servirsi
di questi due organi, talchè il pervertimento dell’uno dei due non può
mancare di recar con sè delle conseguenze funeste per la società in cui
avviene.
Le conseguenze di questo pervertimento possono essere di due sorta:
cioè dapprima l’incapacità della società a compiere gli atti che si
dovevano compiere per mezzo dell’organo pervertito; secondo, un cattivo
funzionamento dell’organo pervertito. Ora entrambe queste conseguenze
si sono prodotte nella nostra società. Essendo pervertito l’organo
dell’arte, la società delle classi superiori fu privata di tutte le
operazioni che quest’organo doveva compiere. Diffondendosi tra di
noi in proporzioni enormi delle contraffazioni dell’arte destinate
unicamente a divertire e a distrarre gli uomini, e insieme con esse,
delle opere più artistiche, ma di un’arte particolare, esclusiva,
inutile o nociva, — esse hanno atrofizzato o snaturato nella maggior
parte degli uomini della nostra società la facoltà di sentire il
contagio delle vere opere d’arte; e per conseguenza la nostra società
s’è trovata impedita di provare quei sentimenti superiori, verso i
quali sempre tendeva l’umanità, e che sola l’arte poteva trasmettere
agli uomini.
Tutto ciò che s’è fatto di buono nell’arte, tutto ciò resta estraneo
a una società privata del mezzo di essere commossa dall’arte; e in
luogo di ciò questa società ammira delle contraffazioni menzognere,
oppure un’arte inutile e vana, che essa si compiace di credere
molto importante. Gli uomini del nostro tempo e della nostra società
ammirano nella poesia i Baudelaire, i Verlaine, i Moréas, gli Ibsen e
i Maeterlinck; nella pittura i Manet, i Monet, i Puvis de Chavannes, i
Burne-Jones, i Boecklin e gli Stück; nella musica i Wagner, i Liszt e
i Riccardo Strauss; ma l’arte vera, non dico la più elevata, ma persino
la più semplice, essi sono assolutamente incapaci di capirla.
E ne risulta che nelle nostre classi superiori, private così della
facoltà di subire il contagio delle opere d’arte, gli uomini crescono,
sono allevati e vivono senza subire l’azione dell’arte atta a
raddolcire e migliorare; e da ciò viene quest’altro risultato fatale
che non solo essi non si avviano verso il bene e verso la perfezione,
ma al contrario, con tutto lo sviluppo della loro pretesa civiltà,
diventano sempre più selvaggi, più grossolani e più induriti di cuore.
Tale è la conseguenza del mancare nella nostra società quella funzione
che deve esser compiuta dall’arte, come organo indispensabile. Ma le
conseguenze che derivano dal cattivo funzionare di quest’organo sono
ancora più funeste; e sono molte.
La prima di codeste conseguenze salta agli occhi. È l’enorme consumo
di lavoro umano per opere non solo inutili, ma spesso anche dannose,
un consumo di lavoro e di vite senza alcun vantaggio che lo compensi.
Si freme al pensiero di tutte le fatiche e di tutte le privazioni
che sopportano milioni d’uomini al solo scopo di stampare per dodici
e anche quattordici ore al giorno dei libri così detti artistici,
che non servono ad altro che a diffondere la depravazione tra gli
uomini, o ancora allo scopo di diffondere codesta depravazione per
mezzo dei teatri, dei concerti, delle esposizioni. Ma ciò che è ancora
più spaventevole è di pensare che dei bambini belli, pieni di vita,
dotati per il bene, sono sacrificati all’uscir dalla culla gli uni
a sonare delle scale per sei, otto, dieci ore al giorno, gli altri
a ballare in punta di piedi, altri a solfeggiare, altri a disegnare
sull’antico, sul nudo, oppure a scrivere delle frasi vuote di senso
secondo le regole d’una certa rettorica. D’anno in anno i disgraziati
vanno perdendo, per questi esercizi funesti, tutte le loro forze
fisiche e intellettuali, tutta la loro attitudine a intendere la vita.
Si parla molto dell’orribile e lamentevole spettacolo che consiste
nel vedere dei piccoli acrobati che si fanno passare le gambe dietro
la nuca; ma non è uno spettacolo ancora più sinistro quello di vedere
dei bambini di dieci anni che dànno dei concerti, e sopratutto di
vedere dei collegiali di dieci anni che sanno a memoria le eccezioni
della grammatica latina? In ciò essi perdono le loro forze fisiche
e intellettuali e ad un tempo si depravano in ordine alla morale,
diventano incapaci di qualunque opera utile per gli uomini. Assumendo
nella società la parte di giocolieri dei ricchi, perdono ogni
sentimento della dignità umana. Il bisogno di lodi si sviluppa in essi
a un grado così mostruoso che soffrono per tutta la vita a cagione di
questo eccesso e spendono tutto il loro essere morale nel voler saziare
un bisogno insaziabile. E c’è una cosa ancora più tragica; ed è che
questi uomini che sacrificano tutta la loro vita all’arte, che sono
perduti per sempre per la vita vera a cagione dell’amore dell’arte,
nonchè recare alcun vantaggio a codesta arte, le cagionano un danno
immenso. Poichè nelle accademie, nei collegi, nei conservatorj imparano
il modo di contraffare l’arte, e una volta che l’hanno appresa, ne
sono tanto pervertiti, che diventano incapaci per sempre di concepire
l’arte vera, e sono essi che contribuiscono a diffondere quest’arte
contraffatta o snaturata di cui è pieno il mondo.
Un’altra conseguenza non meno funesta del cattivo funzionare dell’arte
è, che, producendo essa, in condizioni così spaventevoli, l’esercito
degli artisti di professione, procura ai ricchi la possibilità di
condurre la vita che conducono, e che non solo non è buona, ma è
altresì contraria ai principî che professano. Vivere come vivono
delle persone ricche e oziose del tempo nostro, sovratutto le donne,
lontane dalla vita, in condizioni artificiali, coi muscoli atrofizzati
o sformati dalla ginnastica, coll’energia vitale incurabilmente
affievolita, ciò non sarebbe possibile senza quello che chiamano
l’arte. Solo questa pretesa arte fornisce il divertimento e la
distrazione che distolgono i nostri occhi dall’assurdità della nostra
vita, e ci salvano dalla noia che risulta da una vita simile. Togliete
ai ricchi oziosi i teatri, i concerti, le esposizioni, il pianoforte, i
romanzi, di cui si occupano nella certezza che queste sono occupazioni
raffinate ed estetiche; togliete ai mecenati che comprano i quadri, che
incoraggiano i musicisti, che dànno pane ai letterati, togliete loro
la possibilità di proteggere quest’arte che credono così importante; e
— non saranno più in grado di continuare nella loro vita, e morranno
tutti di tristezza e di noia, e tutti riconosceranno l’assurdità e
l’immoralità del loro modo di vivere.
Una terza conseguenza del cattivo funzionamento dell’arte, è la
confusione e lo scompiglio che questo cattivo funzionamento genera
nella mente dei ragazzi e dei popolani. Negli uomini che non sono
stati pervertiti dalle teorie menzognere della nostra società, negli
artigiani e nei ragazzi, la natura ha posto un concetto ben definito
di ciò che merita d’essere biasimato o lodato. Secondo l’istinto del
popolo e dei ragazzi la lode non compete di diritto che o alla forza
fisica (Ercole, gli eroi, i conquistatori) o alla forza morale (Sakya
Muni che rinuncia alla bellezza e al potere per salvare gli uomini,
Cristo che muore sulla croce per il nostro bene, i santi, i martiri,
ecc.). Queste sono nozioni d’una perfetta chiarezza. Le anime semplici
e rette capiscono che è impossibile non rispettare la forza fisica,
perchè s’impone da sè stessa al rispetto; e neppure possono far a
meno di rispettare la forza morale dell’uomo che lavora per il bene
sentendosi attratti verso di essa da tutto il loro essere interno.
Ed ecco che queste anime semplici s’accorgono che oltre agli uomini
rispettati per la loro forza fisica e morale, ce ne sono degli altri
più rispettati, più ammirati, più ricompensati di tutti gli eroi della
forza e del bene, e ciò semplicemente perchè sanno cantare, ballare, o
scrivere dei versi. Esse vedono che i cantanti, i ballerini, i pittori,
i letterati guadagnano dei milioni, che sono riveriti meglio dei santi;
e queste anime semplici — i ragazzi e i popolani — sentono crescere in
sè stessi la confusione delle idee.
Quando, cinquant’anni dopo la morte di Puschkin, le sue opere furono
divulgate tra il popolo, e gli s’innalzò una statua a Mosca, ricevetti
più di dieci lettere di contadini che mi chiedevano perchè si esaltava
codesto Puschkin. Pochi giorni fa un piccolo borghese di Saratof — del
resto persona istruita — è venuto a Mosca per rimproverare il clero
d’aver approvato l’innalzamento d’una statua al signor Puschkin.
Infatti imaginiamoci solo lo stato mentale d’un popolano che legga
nel suo giornale, o senta dire che il clero, il governo, tutti gli
uomini migliori della Russia innalzano con entusiasmo un monumento a un
grand’uomo, a un benefattore, a una gloria nazionale, Puschkin, di cui
sin’allora non ha mai inteso parlare. Da ogni parte gli si discorre di
Puschkin; ed egli suppone che, se si rendono tali omaggi a quest’uomo,
bisogna che abbia fatto qualche cosa di straordinario, di molto forte,
o dl molto buono. Procura perciò di sapere chi fosse Puschkin; e
venendo a sapere che Puschkin non era un eroe, e nemmeno un generale
d’armata, ma semplicemente uno scrittore, ne conchiude che certo
Puschkin dovette essere un sant’uomo, un educatore benefico. Quindi
s’affretta a leggere o a farsi leggere la sua vita e le sue opere.
Imaginiamoci ora il suo sbalordimento quando scopre che il Puschkin fu
un uomo di costumi più che leggeri, che morì in duello, cioè mentre
tentava d’uccidere un altr’uomo e, che tutto il suo merito consiste
nell’avere scritto dei versi intorno all’amore!
Che gli eroi, che Alessandro il Grande, o Gengiskhan, o Napoleone siano
stati uomini grandi, egli lo capisce perchè sente che tutti costoro
avrebbero potuto annientarlo, lui e migliaia di suoi simili. Capisce
pure che Budda, Socrate e Cristo siano stati grandi, perchè sente e sa
che egli stesso e tutti gli uomini dovrebbero rassomigliare a quelli
là. Ma come un uomo possa essere grande per aver scritto dei versi
intorno all’amore delle donne, è cosa che egli non può assolutamente
intendere.
E lo stesso turbamento si deve produrre nel cervello d’un contadino
bretone o provenzale, allorchè ode che si vuol innalzare un monumento,
una statua, come se ne innalzano alla Vergine, e che s’innalzerà
al Baudelaire, l’autore delle _Fleurs du mal_, o al Verlaine, uno
scapestrato che scrisse dei versi incomprensibili. E che scompiglio
deve nascere nel cervello dei popolani quando odono che la Patti o
la Taglioni ricevono cento mila lire per una stagione, e che ci sono
degli autori di romanzi che guadagnano la stessa somma perchè sanno
descrivere delle scene d’amore!
Lo stesso fenomeno si manifesta nel cervello dei ragazzi. Mi ricordo
d’avere, in altri tempi, provato io stesso questo stupore e questo
turbamento. È una conseguenza fatale del cattivo funzionamento
dell’arte nella nostra società.
Una quarta conseguenza del quale, sta in ciò che gli uomini delle
classi superiori, vedendo riprodursi sempre più di spesso il contrasto
tra la bellezza e il bene, giungono a considerare l’ideale della
bellezza come il più elevato dei due e si svincolano così dai doveri
della morale. Invertendo le parti, costoro, invece di riconoscere
che l’arte ammirata da loro è una cosa inferiore, pretendono che per
contro precisamente la moralità sia una cosa inferiore e spoglia di
significato per esseri giunti al grado di sviluppo al quale pensano
d’esser giunti essi stessi.
Questa conseguenza del pervertimento dell’arte s’era già fatta sentire
da un pezzo nella nostra società; ma al presente ha preso uno sviluppo
straordinario, grazie agli scritti del celebre Nietzsche e ai paradossi
dei decadenti e degli esteti inglesi, che, seguendo Oscar Wilde,
prendono volontieri ad argomento dei loro scritti la sovversione d’ogni
morale e l’apoteosi della perversità.
Questo concetto dell’arte ha trovato il suo contraccolpo
nell’insegnamento filosofico. Ho ricevuto ultimamente dall’America un
libro intitolato _La Sopravvivenza del più adatto, o la Filosofia della
Forza_, per Ragnar Redbeard (Chicago, 1897). L’idea fondamentale di
questo libro, espressa fin dalla prefazione, è questa, che è assurdo
valutare più oltre il bene secondo la filosofia mendace dei profeti
ebrei e dei “messia lagrimosi„. Il diritto, per codesto autore, non si
fonda che sulla forza. Tutte le leggi, tutti i precetti che c’insegnano
a non fare agli altri quello che non vorremmo si facesse a noi, tutto
ciò, per sè stesso, non ha senso, e non serve a dirigere gli uomini
se non per il suo accompagnamento di bastonate, di sciabolate e di
prigione. L’uomo veramente libero non deve obbedire ad alcuna legge,
umana nè divina; ogni obbligo è indizio di degenerazione; la mancanza
d’obblighi è il distintivo degli eroi. Gli uomini devono cessare di
credersi vincolati da errori imaginati per nuocer loro. L’universo
intiero non è che un campo di battaglia. La giustizia ideale sta in
questo: che i vinti siano sfruttati, torturati, disprezzati. L’uomo
libero e audace può conquistare il mondo. E, come conseguenza, gli
uomini devono essere eternamente in guerra, per la vita, per il suolo,
per l’amore, per la donna, per il potere, per l’oro. Tutta la terra coi
suoi frutti, è “la preda del più ardito„.
A vederle esposte così, sotto forma scientifica, queste idee non
possono a meno di scandalizzare. Ma in realtà si trovano fatalmente
e implicitamente contenute nei concetti che assegnano all’arte la
bellezza per oggetto. È l’arte delle nostre classi superiori che
ha prodotto e svolto in certi uomini questo ideale del _superuomo_
quantunque codesto ideale sia già stato quello di Nerone, di
Stenka-Razine, di Gengiskhan, di Napoleone, di tutti i loro pari,
avventurieri e sorti dal nulla. E c’è da sgomentarsi a pensare che
cosa avverrebbe se un ideale simile, e l’arte che lo genera, si
diffondessero nella massa del popolo. Ma per l’appunto cominciano a
diffondersi anche là.
Finalmente il cattivo funzionamento dell’arte adduce questa quinta
conseguenza, che l’arte cattiva che fiorisce tra le nostre classi
superiori le pervertisce direttamente col suo potere di contagio
artistico, e rafforza in essa i sentimenti più detestabili per la
felicità degli uomini, quelli della superstizione, del patriottismo, e
della sensualità.
È l’arte che, nel nostro tempo, contribuisce di più a pervertire gli
uomini in ciò che riguarda la questione più importante della loro vita
sociale, voglio dire la questione dei rapporti sessuali. Sappiamo tutti
e da noi stessi e per i parenti, a quali terribili sofferenze morali
e fisiche, a quale inutile sperpero di forze, s’espongono gli uomini
per il solo eccesso del desiderio sessuale. Dacchè mondo è mondo, dai
tempi della guerra di Troia, cagionata dalla passione sessuale, sino ai
suicidii e ai delitti passionali di cui sono zeppe le nostre gazzette
tutti i giorni, tutto ci prova l’azione nefasta di questa passione, che
è senza fallo la sorgente principale delle disgrazie umane.
Cionondimeno che cosa vediamo? Vediamo tutta l’arte, sia contraffatta,
sia genuina, salvo rare eccezioni, consacrata unicamente a descrivere,
a rappresentare, a stimolare le diverse forme dell’amore sessuale. Ci
basti rammentare tutti i romanzi lussuriosi di cui è piena la nostra
letteratura, tutti i quadri e tutte le statue in cui si mostra nudo il
corpo della donna, e tutte le imagini oscene che s’incollano sui muri
come affissi, e quella quantità innumerevole d’opere, d’operette, di
canzoni, di romanze, da cui siamo circondati! L’arte contemporanea non
ha davvero che un solo oggetto definito: eccitare e diffondere, più che
si possa, la depravazione.
Tali sono, se non tutte, almeno le più gravi conseguenze di questo
pervertimento dell’arte che s’è compiuto nella nostra società. E così,
ciò che ora chiamiamo arte, non solo non contribuisce al progresso del
genere umano, ma piuttosto ha per effetto, più che tutto il resto, di
distruggere la possibilità del bene nella nostra vita.
E così la questione che s’offre fatalmente all’intelletto d’ognuno
che pensi, quella che mi sono proposta al principio del mio libro,
la questione di sapere se è giusto sacrificare a ciò che vien detto
arte, il lavoro e la vita di milioni d’uomini, tale questione riceve
una risposta formale; no, ciò non è giusto, ciò non dovrebbe essere.
Questa è ad un tempo, la risposta della sana ragione e del senso morale
non pervertito. E se si proponesse la questione di decidere se valga
di più per il nostro mondo cristiano perdere tutto ciò che oggi si
chiama arte, falsa e vera che sia, o perdere tutto il bene che esiste
al mondo, credo che l’uomo ragionevole e morale non potrebbe far a
meno di rispondere a questa questione, come vi rispose Platone nella
sua _Repubblica_, e come vi risposero tutti gli educatori religiosi
dell’umanità, cristiani e maomettani, cioè di proclamare che è meglio
rinunziare a tutte le arti, che mantenere l’arte o la contraffazione
dell’arte oggi esistente, la quale ha per effetto di depravare gli
uomini. Del resto questa per fortuna è una questione superflua, perchè
l’arte vera non ha da far nulla colla pretesa arte d’oggigiorno.
Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare noi che ci lusinghiamo d’essere
uomini colti, noi che per la nostra condizione possiamo intendere il
senso delle diverse manifestazioni della nostra vita, è di riconoscere
l’errore in cui ci troviamo e di non soggiacervi, ma di cercare il
mezzo di liberarcene.