L’arte buona e l’arte cattiva.
L’arte è, insieme colla parola, uno degli stromenti dell’unione degli
uomini e perciò del progresso, ovverosia dell’avanzare del genere
umano verso la felicità. La parola concede agli uomini delle nuove
generazioni di conoscere tuttociò che per mezzo dell’esperienza
e della riflessione hanno imparato le generazioni precedenti, e i
più sapienti tra i contemporanei; l’arte concede agli uomini delle
nuove generazioni di provare tutti i sentimenti che hanno provato le
generazioni anteriori, come pure i migliori dei contemporanei. E a
quella guisa che procede l’evoluzione delle cognizioni, per la quale
delle cognizioni più reali e più utili si sostituiscono sempre ad altre
meno reali e meno utili, del pari procede l’evoluzione dei sentimenti
per mezzo dell’arte. Ai sentimenti inferiori, meno buoni e meno utili
per la felicità dell’uomo, si sostituiscono senza posa dei sentimenti
migliori, più utili a questa felicità. Tale è la funzione dell’arte.
In conseguenza l’arte, rispetto al suo contenuto, è tanto migliore,
quanto meglio adempie questa funzione, ed è meno buona, se meno bene vi
soddisfa.
Ora la stima dei sentimenti, cioè la distinzione tra quelli che
sono buoni da quelli meno buoni considerati rispetto alla felicità
dell’uomo, codesta stima, ripeto, si fonda sulla coscienza religiosa
d’un’età.
In tutte le età storiche, e in tutte le società esiste un concetto
superiore del significato della vita, proprio di ciascuna età; ed è
esso appunto che determina l’ideale della felicità verso cui tendono
quell’epoca e quella società. Questo concetto costituisce la coscienza
religiosa. E tale coscienza si trova sempre espressa chiaramente da
alcuni uomini eletti, mentre il resto dei loro contemporanei la sente
con forza maggiore o minore. Talvolta ci pare che questa coscienza
manchi in certe società; ma realmente non è già che essa manchi, siamo
noi che non vogliamo vederla, sovratutto perchè non va d’accordo col
nostro modo di vivere.
In una società la coscienza religiosa è come la corrente d’un fiume. Se
il fiume scorre gli è perchè c’è l’avviamento della corrente. E se la
società vive gli è che c’è una coscienza religiosa la quale determina
la corrente che seguono, più o meno a loro insaputa, gli uomini di
questa società.
Pertanto in ogni società c’è sempre stata e ci sarà sempre una
coscienza religiosa. Ed è in conformità di questa coscienza religiosa
che si sono sempre valutati i sentimenti espressi dall’arte. È solo
sul fondamento di questa coscienza religiosa del tempo loro che gli
uomini hanno potuto distinguere, nella varietà infinita del dominio
dell’arte, i soggetti capaci di produrre dei sentimenti conformi
all’ideale religioso del loro tempo. E l’arte che esprimesse tali
sentimenti fu sempre grandemente stimata; mentre quella che traduceva
dei sentimenti sgorganti dalla coscienza religiosa di epoche anteriori,
dei sentimenti logori e vieti, fu sempre sdegnata e abbandonata. E
quanto a tutta quell’arte che esprimeva la varietà infinita degli altri
sentimenti d’ogni specie, quella non era ammessa e incoraggiata se non
in quanto i sentimenti che essa esprimeva non fossero contrari alla
coscienza religiosa. Così per esempio presso i Greci si distingueva,
s’approvava e s’incoraggiava l’arte che esprimeva i sentimenti della
bellezza, della forza, della virilità (Esiodo, Omero, Fidia), mentre
si condannava e si sprezzava l’arte che traduceva dei sentimenti di
sensualità grossolana, d’abbiezione, e di tristezza. Presso gli Ebrei
si ammetteva e s’incoraggiava l’arte che esprimeva dei sentimenti
di sommissione verso il Dio degli Ebrei, mentre si condannava e si
disprezzava l’arte che esprimeva dei sentimenti d’idolatria; e tutto
il resto dell’arte, racconti, canti, ornamenti delle case, vasellame,
vesti, purchè non cozzasse colla coscienza religiosa, non era nè
condannato nè incoraggiato. Così l’arte, sempre e dappertutto, era
stimata secondo il suo contenuto; e così dovrebbe sempre essere
stimata, poichè questo modo di considerar l’arte defluisce dall’essenza
stessa della natura umana, e questa essenza è sempre invariabile.
Non ignoro che secondo un’opinione ai nostri tempi diffusa, la
religione è un pregiudizio di cui l’umanità s’è finalmente liberata;
e da ciò risulterebbe che nel tempo nostro non c’è coscienza religiosa
comune a tutti gli uomini, la quale quindi possa servir di base a una
valutazione dell’arte. E so pure che questa opinione è ritenuta quella
delle classi più colte della nostra società. Degli uomini, che non
volendo riconoscere il vero senso del Cristianesimo, inventano ogni
sorta di dottrine filosofiche ed estetiche per nascondere ai propri
occhi l’irragionevolezza e la bassezza della loro vita, tali uomini
non possono avere altra opinione. Sinceramente o no essi confondono
l’idea d’un culto religioso con quella d’una coscienza religiosa; e
respingendo il culto, s’imaginano di respingere colla medesima mossa
la coscienza religiosa. Ma tutti questi assalti contro la religione,
e questi tentativi di stabilire una filosofia contraria alla coscienza
religiosa del nostro tempo, tuttociò prova abbastanza chiaramente che
questa coscienza esiste, e che essa accusa la vita degli uomini che
l’attaccano, e la contraddice.
Se nell’umanità c’è un progresso, cioè un cammino per cui s’avanza,
dev’esserci necessariamente qualche cosa che designi agli uomini la
direzione da seguire in questo cammino. Ora questo è sempre stato il
cómpito delle religioni. Tutta la storia ci mostra che il progresso
dell’umanità è sempre avvenuto sotto la guida d’una religione. E poichè
il progresso non s’arresta, poichè in conseguenza deve aver luogo anche
nel nostro tempo, se ne conchiude che anche il nostro tempo ha una
religione propria. E se la nostra età, come tutte le altre, ha la sua
religione, egli è sul fondamento di questa religione che deve essere
stimata l’arte nostra, e debbono essere stimate e incoraggiate quelle
sole opere d’arte che sgorgano dalla religione del nostro tempo mentre
tutte le opere contrarie a questa religione devono essere condannate, e
tutto il resto dell’arte dev’essere trattato con indifferenza.
Ora, la coscienza religiosa del nostro tempo in termini generali,
consiste nel riconoscere che la nostra felicità materiale e spirituale,
individuale e collettiva, momentanea e permanente, risiede nella
fraternità di tutti gli uomini, nella nostra unione per una vita
comune. Questa coscienza non solo si trova affermata sotto le forme più
diverse, dagli uomini del nostro tempo, ma è dessa che serve di filo
conduttore a tutto il lavoro dell’umanità, lavoro che ha per oggetto
da una parte la soppressione di tutte le barriere fisiche e morali,
che s’oppongono all’unione degli uomini, e dall’altra l’assodamento
di principii comuni a tutti gli uomini che possano unirli tutti in una
stessa fraternità universale. Egli è pertanto sul fondamento di questa
coscienza religiosa che dobbiamo valutare tutte le manifestazioni della
nostra vita, e tra queste, l’arte nostra; distinguendo tra tutto il
resto nei prodotti di quest’arte quelli che esprimono dei sentimenti
in accordo con questa coscienza religiosa, e respingendo e condannando
tutti quelli che sono contrarii a questa coscienza.
L’errore principale che commisero le classi superiori della società al
tempo del così detto Rinascimento e che noi continuiamo a commettere
dopo d’allora, non risiede tanto nell’aver l’uomo cessato di pregiare
il senso dell’arte religiosa, quanto piuttosto nell’avere stabilito
al posto dell’arte religiosa scomparsa un’arte indifferente che non ha
per fine che il semplice divertimento e non merita punto d’essere tanto
stimata e incoraggiata.
Uno dei Padri della Chiesa diceva che la peggior disgrazia per gli
uomini non è quella di non conoscere Dio ma di aver messo al posto di
Dio ciò che non è Dio. Per l’arte siamo nello stesso caso. La peggior
disgrazia delle classi superiori del nostro tempo non è il mancare
d’un’arte religiosa, ma che al posto elevato dove non meritava d’essere
collocata che questa sola arte, sola importante e degna d’essere
incoraggiata, hanno innalzato un’arte indifferente, o anche più di
sovente funesta, che obbedisce al fine di divertire alcuni uomini, ed è
per ciò stesso contraria al principio cristiano dell’unione universale,
che forma il fondo della coscienza religiosa del nostro tempo.
Senza dubbio, l’arte che soddisferebbe alle aspirazioni religiose del
nostro tempo non potrebbe aver nulla di comune colle qualità d’arte
delle età passate; ma questa differenza non toglie che l’ideale
dell’arte religiosa del nostro tempo sia perfettamente chiaro e
definito per chiunque riflette e non s’allontana di proposito dalla
verità. Nelle età anteriori, quando la coscienza religiosa non univa
ancora che un gruppo solo d’uomini — i cittadini ebrei, ateniesi, o
romani — i sentimenti espressi dall’arte di quei tempi scaturivano
dal desiderio di potenza, di grandezza, di gloria propria di ciascuno
di quei gruppi, e l’arte poteva anche assumere come eroi degli uomini
che adoperavano per il bene del loro gruppo la violenza o l’astuzia
(Ulisse, Ercole, e in generale gli eroi antichi). Al contrario la
coscienza religiosa del nostro tempo non ammette dei gruppi separati
tra gli uomini, ma esige l’unione di tutti gli uomini senza eccezione,
e sopra tutte le altre virtù colloca l’amor fraterno dell’umanità
intiera; perciò i sentimenti che deve esprimere l’arte del nostro tempo
non solo non possono coincidere con quelli delle arti anteriori, ma si
trovano per forza in opposizione con quelli.
E se finora un’arte cristiana, ma veramente cristiana, non s’è mai
potuta stabilire, ciò dipende per l’appunto da questo: che il concetto
religioso cristiano non è stato uno di quei piccoli passi avanti, quali
ne fa di continuo il genere umano, ma bensì una rivoluzione enorme,
destinata a modificare da cima a fondo, presto o tardi, il modo di
vivere degli uomini e i loro sentimenti. Il concetto cristiano ha dato
una direzione differente e nuova a tutti i sentimenti dell’umanità;
quindi doveva pure di necessità modificare totalmente la materia e il
significato dell’arte. Ai Greci fu possibile trar partito dall’arte
dei Persiani, e ai Romani da quella dei Greci, come pure agli Ebrei
da quella degli Egiziani, essendo identica la base dei loro ideali.
Infatti l’ideale dei Persiani era la grandezza e la prosperità dei
Persiani; quello dei Greci la grandezza e la prosperità dei Greci. Così
una stessa arte si poteva trasportare in un nuovo ambiente e adattarsi
ad altre nazioni. Ma l’ideale cristiano al contrario ha modificato,
anzi rovesciato tutti gli altri di modo che come si dice nel Vangelo:
“Ciò che era grande nel cospetto degli uomini, è diventato piccolo nel
cospetto di Dio.„ Quest’ideale non fu più riposto nella potenza, come
era quello degli Egiziani, e nemmeno nella ricchezza, come quello dei
Fenici, o nella bellezza, come quello dei Greci, ma nell’umiltà, nella
rassegnazione, nell’amore. L’eroe, oramai, non fu più il ricco, ma
Lazzaro il mendicante. Maria l’Egiziaca parve degna d’essere ammirata
non all’epoca della sua bellezza, ma in quella del suo pentimento.
Non si celebrò come virtù l’ammassare ricchezze, ma il rinunciare ad
esse. E l’oggetto supremo dell’arte non fu più la glorificazione della
riuscita, ma la rappresentazione d’un’anima umana, così riboccante
d’amore che rendeva possibile al martire di compiangere e d’amare i
suoi persecutori.
E così si spiega perchè il mondo cristiano duri tanta fatica a
svincolarsi dall’arte pagana a cui s’è avvezzo. Il contenuto dell’arte
religiosa cristiana è per gli uomini cosa tanto nuova, tanto differente
dal contenuto dell’arte anteriore, che essi provano di leggeri
l’impressione che codest’arte cristiana sia la negazione dell’arte, e
s’aggrappano disperatamente al loro antico ideale artistico. Ma d’altro
lato codesto concetto critico, oramai non derivando più dalla nostra
coscienza religiosa, ha perduto per noi ogni significato, talchè, per
amore o per forza, siamo costretti a staccarcene.
L’essenza della coscienza cristiana sta in ciò che ogni uomo riconosce
la sua discendenza divina, e come corollario di questa discendenza
l’unione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro, secondochè è
scritto nel Vangelo (S. Giov., XVII, 21), e ne risulta che la sola vera
materia dell’arte cristiana debbono essere tutti i sentimenti atti a
effettuare l’unione degli uomini con Dio e tra di loro.
Queste parole _l’unione degli uomini con Dio e tra di loro_, per
quanto possano sembrare oscure a menti offuscate da preconcetti, hanno
un senso perfettamente chiaro. Significano che l’unione cristiana,
contrariamente alla unione parziale e esclusiva di alcuni uomini,
unisce tra di loro tutti gli uomini senza eccezione. Ora è proprietà
essenziale dell’arte, di ogni arte, quella d’unire gli uomini tra loro.
Ogni arte ha per effetto che gli uomini che ricevono il sentimento
trasmesso dall’artista si trovano per questo fatto uniti, prima
coll’artista stesso, e poi con tutti gli altri uomini che ricevono la
medesima impressione. Ma l’arte non cristiana unendo tra di loro alcuni
uomini, per ciò appunto isola codesti uomini dal resto dell’umanità,
di modo che questa unione parziale è spesso causa d’allontanamento
rispetto ad altri uomini. L’arte cristiana al contrario è quella che
unisce tutti gli uomini senza eccezione. E può ottenere questo fine
in due modi: o evocando in tutti gli uomini la coscienza della loro
parentela con Dio e tra di loro; oppure anche evocando in tutti gli
uomini uno stesso sentimento, per semplice che sia, purchè non sia
contrario al Cristianesimo e possa estendersi a tutti gli uomini senza
eccezioni. Solo questi due ordini di sentimenti possono formare al
nostro tempo la materia dell’arte _buona_, quanto al contenuto.
Pertanto oggigiorno ci possono essere due specie d’arte cristiana:
1.º l’arte che esprime dei sentimenti derivati dal nostro concetto
religioso, cioè dal concetto della nostra parentela con Dio e cogli
altri uomini; 2.º l’arte che esprime dei sentimenti accessibili a tutti
gli uomini del mondo intero. La prima di queste due forme è quella
dell’arte _religiosa_ nel senso stretto del vocabolo: la seconda quella
dell’arte _universale_.
L’arte religiosa poi si può dividere in due specie: un’arte superiore
e un’arte inferiore. L’arte religiosa superiore è quella che esprime
direttamente e immediatamente dei sentimenti derivati dall’amor di
Dio e dall’amor del prossimo; l’arte religiosa inferiore è quella che
esprime dei sentimenti di malcontento, di delusione, di disprezzo per
tutto ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo.
E l’arte universale alla sua volta si può dividere in arte superiore
accessibile a tutti gli uomini sempre e dappertutto, e in arte
inferiore accessibile solamente a tutti gli uomini d’una certa nazione
e d’una certa epoca.
La prima delle due grandi forme dell’arte, quella dell’arte religiosa,
superiore o inferiore, si manifesta sopratutto nelle lettere, e
talvolta pure nella pittura e nella scultura; la seconda forma, quella
dell’arte universale, esprimente sentimenti accessibili a tutti, può
concretarsi nelle lettere, nella pittura, nella scultura, nella danza,
nell’architettura, ma particolarmente nella musica.
Chè se ora mi chiedeste di designare nell’arte moderna dei modelli
di ciascuna di queste forme dell’arte, e in primo luogo dei modelli
dell’arte religiosa, sia superiore sia inferiore, indicherò di
preferenza tra i contemporanei Vittore Hugo coi suoi _Miserables_ e
_Pauvres gens_; indicherò ancora tutti i romanzi e tutte le novelle di
Carlo Dickens, le _Due Città_, le _Campane del Natale_, ecc.; indicherò
la _Capanna dello zio Tom_, e le opere del Dostojevsky, sovratutto la
sua _Casa dei morti_, e _Adam Bede_ di Giorgio Eliot.
Nella pittura contemporanea, strano a dirsi, esistono appena opere
d’arte di questa fatta, che rendano il sentimento cristiano dell’amor
di Dio e del prossimo; o quelle che se ne trovano, appartengono in
genere a pittori mediocri. Ci sono bensì in gran quantità dei quadri
di scene del Vangelo; ma non sono che rappresentazioni storiche,
ricostituite con più o meno di particolari; nessuna esprime, nè
potrebbe esprimere, il sentimento religioso che manca ai loro autori.
C’è pure un buon dato di quadri che rendono i sentimenti personali di
certi pittori. Ma dei quadri che esaltino la rinunzia a sè stessi e
la carità cristiana non ne conosco. È molto che di quando in quando
si trovi nell’opera di qualche pittore secondario, un quadro che
esprima sentimenti di bontà e di compassione. Altri quadri, d’un
genere prossimo, ci rappresentano con simpatia e rispetto la vita dei
lavoratori. Così per esempio l’_Angelus_ del Millet, o il suo _Homme à
la houe_; tali ancora certi dipinti di Jules Breton, del Lhermitte, del
Defregger, ecc. Potrei pure citare qualche quadro appartenente fino a
un certo segno all’arte religiosa inferiore, vale a dire eccitante in
noi l’odio per ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo; per
esempio il _Tribunale_ del pittore Gay. Ma anche questi quadri sono
rarissimi. La cura della tecnica e della bellezza il più delle volte
offusca nei pittori il sentimento. Per esempio il celebre quadro del
Gérôme, _Pollice verso_, non esprime punto l’orrore del soggetto che
rappresenta, ma piuttosto il piacere provato dall’artista nel dipingere
un bello spettacolo.
Ma stenterei ancora di più a designare nell’arte contemporanea
dei modelli della seconda forma dell’arte, quella che esprime dei
sentimenti accessibili a tutti gli uomini, o anche solo a un popolo
intiero. Si trovano bene delle opere che, per la natura degli
argomenti, potrebbero essere classificate in questa categoria: per
esempio il _Don Chisciotte_, le commedie di Molière, il _Pickwick
Club_ del Dickens, i racconti di Gogol, di Puschkin, alcuni del
Maupassant, ed anche i romanzi di Dumas padre; ma tutte queste opere
esprimono dei sentimenti così individuali, e lasciano tanto posto alle
particolarità dei tempi e dei luoghi, e sopratutto hanno un fondo
così povero, che non sono accessibili se non agli uomini d’un’epoca
molto ristretta, e non possono sostenere il confronto coi capolavori
dell’arte universale d’una volta. Prendete, per esempio, la storia
di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Dei fratelli di Giuseppe che lo
vendono a mercatanti per gelosia del favore che egli gode presso il
padre; la moglie di Putiphar che vuol sedurre Giuseppe; questi che
perdona i fratelli e il resto: eccovi dei sentimenti accessibili al
contadino russo, al chinese, all’africano, al bambino e al vegliardo,
al letterato e all’illetterato; e tutto ciò è scritto con tanta
sobrietà, senza particolari inutili, che potete trasportare il racconto
in qualunque altro ambiente senza che perda nulla della sua chiarezza
e del suo patetico. Come sono diversi i sentimenti di Don Chisciotte,
o degli eroi di Molière, benchè Molière sia l’artista più universale,
e perciò il più grande dell’arte moderna! E quanto sono ancora più
diversi i sentimenti di Pickwic o degli eroi di Gogol! Essi sono d’uno
stampo così speciale, che per dar loro tutto il risalto, gli autori
dovettero sopraccaricarli di particolari di tempo e di luogo. E questa
sovrabbondanza di particolari li rende inaccessibili a tutti coloro che
vivono in un ambiente diverso da quello descritto dall’autore.
L’autore della storia di Giuseppe non ha creduto necessario descriverci
minutamente, come si farebbe ora, la veste insanguinata di Giuseppe,
o il vestire di Giacobbe e la casa che egli abitava, o l’acconciatura
della moglie di Putiphar. I sentimenti espressi in questo racconto
sono così forti, che tutti i particolari di quel genere sembrerebbero
superflui e nocerebbero alla loro espressione. L’autore non ha
conservato che i tratti indispensabili, come per esempio quando ci dice
che Giuseppe, trovando i suoi fratelli, andò in una camera vicina per
piangere. Ed è in virtù di quest’assenza di particolari inutili che il
racconto è accessibile a tutti gli uomini, che commuove gli uomini di
tutte le nazioni, di tutte le età, di tutte le condizioni, che è giunto
sino a noi attraverso ai secoli e sopravviverà a noi delle migliaia
d’anni. Provatevi al contrario a spogliare dei particolari accessorii i
migliori romanzi del nostro tempo e vedrete quello che ne resterà!
Insomma nella letteratura moderna non è quasi possibile trovare qualche
opera che soddisfi pienamente alle condizioni dell’universalità. E
le poche opere che, per il loro contenuto, potrebbero soddisfare a
questa condizione, per lo più sono guaste da quello che si chiama il
_realismo_, e che si potrebbe piuttosto chiamare il _provincialismo_
dell’arte.
Lo stesso avviene nella musica e per le stesse ragioni. In seguito
all’impoverimento del fondo, cioè dei sentimenti, le melodie dei
musicisti moderni presentano un vuoto desolante. Per rinforzare
l’impressione di siffatte melodie così vuote, i musicisti s’ingegnano
di sopraccaricarle con un mondo d’armonie e di modulazioni complicate,
che sono intelligibili solo a una piccola cerchia d’iniziati, a
una certa scuola musicale. La melodia, ogni melodia, è libera e può
essere intesa da tutti; ma quando si trova vincolata con una certa
armonia, non è più accessibile che agli uomini famigliarizzati con
questa armonia; essa diventa estranea non solo agli uomini delle altre
nazioni, ma anche a tutti quelli fra i compaesani dell’autore che non
sono avvezzi come lui a certe forme dello svolgimento musicale.
All’infuori delle marcie e delle danze, che esprimono dei sentimenti
inferiori, ma veramente comuni alla massa degli uomini, il numero
delle opere rispondenti alla nostra definizione dell’arte universale è
grandemente ristretto. Citerò, per esempio, la celebre _Aria_ di Bach,
il _Notturno in mi bemolle maggiore_ di Chopin, e una decina di passi
scelti nelle opere di Haydn, di Mozart, di Weber, di Beethoven, e di
Chopin.[16]
Anche nella pittura si offre il medesimo fenomeno, e al pari dei
letterati e dei musicisti, i pittori suppliscono alla povertà del
sentimento colla profusione degli accessorii, restringendo così il
significato delle loro opere. Tuttavia è molto maggiore nella pittura
che nelle altre arti il numero delle opere che soddisfanno alle
condizioni dell’universalità, cioè che esprimono dei sentimenti comuni
a tutti gli uomini. Ritratti, paesaggi, pittura di genere, potrei
addurre una quantità d’opere di pittori moderni, e anche contemporanei,
che esprimono dei sentimenti tali che tutti gli uomini sono in grado di
capirli.
Riassumendo, non ci sono che due sorta d’arte cristiana, cioè d’arte
che oggi si debba considerare come buona; e tutto il resto, tutte
le opere che non entrano in queste due categorie, devono essere
considerate come arte cattiva che non solo non merita d’essere
incoraggiata, ma merita al contrario d’essere condannata e disprezzata,
avendo per effetto non già di unire, ma di separare gli uomini. Nelle
lettere questo è il caso dei drammi, dei romanzi, delle poesie che
esprimono dei sentimenti esclusivi, proprii alla sola classe dei ricchi
e degli oziosi, dei sentimenti d’onore aristocratico, di pessimismo,
di corruzione e di pervertimento dell’anima risultante dall’amore
sessuale. In pittura si dovrebbero tener per cattive tutte le opere che
rappresentano i piaceri e i divertimenti della vita ricca e oziosa, e
anche tutte le opere simboliste, nelle quali il significato del simbolo
non è accessibile che a un piccolo numero di persone, e sovrattutto
le opere rappresentanti dei soggetti voluttuosi, tutte quelle nudità
scandalose che oggidì riempiono i musei e le esposizioni. E alla stessa
categoria d’opere cattive e condannabili appartiene tutta la musica del
nostro tempo, musica che non esprime se non dei sentimenti esclusivi,
e non è accessibile che ad uomini di gusto depravato. Tutta la nostra
musica d’opera e di camera, cominciando da Beethoven, la musica di
Schumann, di Berlioz, di Liszt, di Wagner, tutta intesa a esprimere dei
sentimenti che non possono capire se non quelli che coltivarono in sè
stessi una sensibilità nervosa di genere morboso, tutta questa musica,
salvo rare eccezioni, partecipa dell’arte che si deve considerare come
cattiva.
— Come!, si griderà, la nona sinfonia entra nella categoria dell’arte
cattiva?
— Certamente! risponderò io. Tutto ciò che ho scritto e che s’è finito
di leggere, l’ho scritto solo per giungere a stabilire un criterio
chiaro e ragionevole, che ci concedesse di giudicare il valore delle
opere d’arte. E ora questo criterio mi prova nel modo più lampante che
la nona sinfonia del Beethoven non è una buona opera d’arte. D’altro
lato intendo che ciò paia strano e sorprendente ad uomini allevati
nell’adorazione di certe opere e dei loro autori. Ma non dovrei io
perciò inchinarmi alla verità, quale me l’indica la mia ragione?
La nona sinfonia del Beethoven è riputata una delle più grandi opere
d’arte. Per rendermi conto del come stia la cosa, mi propongo prima
di tutto il seguente quesito: quest’opera esprime essa un sentimento
religioso d’ordine superiore? E rispondo subito con una denegazione,
perchè in nessun caso la musica saprebbe esprimere dei sentimenti
simili. Mi domando di nuovo: quest’opera se non può appartenere alla
categoria superiore dell’arte religiosa, possiede almeno la seconda
qualità dell’arte vera del nostro tempo, cioè quella d’unire tutti
gli uomini in un medesimo sentimento? E anche questa volta non posso
rispondere che negativamente; perchè in primo luogo non vedo che i
sentimenti espressi da questa sinfonia possano in alcuna guisa unire
gli uomini che non siano stati specialmente educati e preparati
a subire quell’_ipnotizzazione_ artificiale; e poi non giungo a
rappresentarmi una folla d’uomini normalmente costituiti che possa
capire qualche cosa in quest’opera enorme e complicata, salvo dei
brevi passi annegati in un oceano d’incomprensibilità. E così, per
amore o per forza, debbo conchiudere che questo lavoro appartiene a
ciò che è per me l’arte cattiva. Per un caso singolare, la poesia dello
Schiller introdotta nell’ultima parte della sinfonia, enuncia, se non
chiaramente, almeno espressamente questo pensiero: che il sentimento
(Schiller veramente non parla che del sentimento della gioia) unisce
tutti gli uomini e genera in essi l’amore. Ma oltrechè questi versi non
sono cantati che alla fine della sinfonia, la musica della sinfonia
intiera non corrisponde affatto al pensiero espresso dallo Schiller,
poichè è una musica affatto particolarista, che non contenta tutti gli
uomini, ma solo alcuni uomini cui essa contribuisce così a isolare dal
resto dell’umanità.
Tale è, a mio giudizio, il modo in cui si deve procedere per sapere se
un’opera che è creduta opera d’arte è veramente un’opera d’arte oppure
ne è la semplice contraffazione; e per sapere in seguito se un’opera
d’arte vera è buona o cattiva, quanto al suo contenuto, cioè merita
d’essere incoraggiata, o non merita che d’essere disprezzata. Ed è solo
procedendo così che avremo la possibilità di discernere, per entro la
massa delle pretese opere d’arte del nostro tempo, le poche opere che
costituiscono realmente per l’anima un alimento reale, importante,
necessario, mentre tutto il resto non è che arte inutile o nociva, o
anche una semplice contraffazione dell’arte. È solo procedendo così
che saremo in grado di evitare le conseguenze perniciose dell’arte
cattiva, e di godere di quegli effetti benefici, indispensabili per
la nostra vita spirituale, che risultano dall’arte vera e buona e che
costituiscono il suo fine.