Chi “è uscito?„ Chi “entrò?„ Chi “parla?„ Chi “ha sorriso?„

Per evitare il rimprovero di aver scelto i versi più cattivi, ho

copiato, in ciascun volume, la poesia che si trova alla pagina 28. Gli

altri versi di questi poeti non sono più comprensibili; qualche volta

si riesce, dopo un grande sforzo, a capirne qualche cosa.

In Francia Si contano a centinaia i poeti che producono delle opere

congeneri. E delle altre consimili si stampano in Germania, nella

Svezia, in Italia, e da noi in Russia. E per comporre, stampare,

impaginare, e rilegare opere siffatte si spendono milioni e milioni di

giornate laboriose; tante almeno quante ce ne vollero per innalzare la

Piramide maggiore.

Lo stesso poi accade in tutte le altri arti, nella pittura, nella

musica, nella drammatica; si sciupa un lavoro infinito per rendere

possibile la produzione di opere del pari enigmatiche.

La pittura, per esempio, in codesta via va ancora più oltre della

poesia. Presento qui alcune linee estratte dal taccuino d’un amatore di

pittura, che si trovava a Parigi nel 1894:

Oggi sono stato a tre esposizioni; dei simbolisti, degli

impressionisti, e dei neo impressionisti. Ho contemplato con

accuratezza e coscienza tutti i quadri, e tutti mi hanno cagionato

lo stesso stupore. La più intelligibile delle tre esposizioni mi è

parsa quella degl’impressionisti. Pure ci ho veduti i lavori d’un

certo Camillo Pissaro, così confusi nel disegno che non riuscivo a

capire da che parte fosse voltata una testa, oppure una mano. Gli

argomenti erano di solito “effetti„: _Effetto di nebbia, Effetto

di sera, Tramonto del sole_. Nei colori predominavano l’azzurro

e il verde stridente. Ogni quadro aveva il suo colore speciale,

di cui era in certo modo tutto inondato. Per esempio nella

_Guardiana delle oche_ il colore particolare era il verdegrigio,

e si avvertivano, sparse un po’ dappertutto, delle chiazze di

codesto colore sul volto della figura, sui capelli, sulle mani,

sulle vesti. Nella stessa galleria c’erano altri dipinti di Puvis

de Chavannes, Manet, Monet, Renoir, Sisley, tutti impressionisti.

Uno di essi, che aveva un nome sul fare di _Redon_, aveva dipinto

di profilo una faccia interamente turchina. Ho pur veduto un

acquerello del Pissaro tutto fatto di puntolini di diversi colori.

Impossibile distinguere il colore generale, tanto avvicinandosi al

quadro quanto scostandosene.

Di poi sono passato ai simbolisti. Dapprima mi sono sforzato di

esaminare i loro lavori senza chiedere spiegazioni a nessuno,

desiderando di comprenderne il senso da me; ma quei lavori

sfidano ogni acume d’intelligenza. Il mio sguardo fu subito

attratto da un altorilievo intagliato nel legno, eseguito con una

grossolanità inconcepibile, e rappresentante una donna nuda, che,

premendolo colle mani, si faceva uscire dal seno un fiotto di

sangue. Il sangue scorreva e diventava a poco a poco del colore

delle glicinie. I capelli prima scendevano, poi risalivano e si

trasformavano in un albero. La figura era tutta colorita di giallo,

eccetto i capelli, che erano neri.

Lì vicino c’era un quadro; un mare giallo sul quale nuotava un

certo arnese che s’assomigliava parte a un battello e parte a un

cuore; all’orizzonte s’elevava un profilo con un’aureola e certi

capelli gialli, che si andavano a confondere col mare. Alcuni

degli espositori stemperano sulla tela uno strato così spesso di

colore che l’effetto dei loro lavori tramezza tra la pittura e la

scultura. Altro quadro, ancora più strano; un profilo d’uomo con

una fiamma davanti, e dei raggi neri — rappresentanti, a quanto mi

si disse di poi, delle sanguisughe. Alla fine ho dovuto chiedere

a uno dei presenti il significato di quegl’indovinelli. Mi chiarì

che l’altorilievo era simbolico, e rappresentava la _Terra_. Il

cuore che navigava sul mar giallo era l’_Illusione_, e l’uomo delle

sanguisughe raffigurava il _Male_.

Ciò si faceva nel 1894. Codesta tendenza s’accentuò dipoi sempre

maggiormente. Adesso in pittura primeggiano Boecklin, Stuck, Klinger e

altrettali.

Lo stesso succede nel dramma. Gli scrittori teatrali ora ci presentano

un architetto che per qualche motivo misterioso, non ha effettuato

i suoi disegni primitivi e sublimi, e perciò s’arrampica sul tetto

d’una casa costrutta da lui, e si precipita abbasso a capofitto.[13]

Ora sarà una vecchia enigmatica, dedita al mestiere di sterminare

i topi, che, senza alcun motivo concepibile, conduce un ragazzetto

al mare, e ve lo annega. Oppure saranno dei ciechi i quali, sedendo

sulla riva dell’acqua, ripetono all’infinito le stesse parole.[14]

Oppure una campana che si slancia in un lago, e là sotto comincia a

scampanare.[15]

Lo stesso fenomeno riscontrasi nella musica, in un’arte che pareva

dovesse rimanere costantemente accessibile a tutti. Qualcuno dei

musicisti riputati siede al pianoforte in vostra presenza ed eseguisce

ciò che egli dirà essere una composizione nuova, o sua, o di qualche

altro musicista moderno. Lo udite produrre dei suoni strani e rumorosi,

ammirate la ginnastica delle sue dita, e per dippiù capite che egli

vuol farvi credere che i suoni così ottenuti esprimono varj sentimenti

poetici dell’anima. La sua intenzione è chiara; ma in noi non si

trasfonde altro sentimento che non sia quello d’una noia mortale.

L’esecuzione dura a lungo, o almeno a voi pare così, in quanto non

riuscite a ricevere alcuna nettezza d’impressioni. E v’imaginate che

forse tutto quell’armeggìo non è che una mistificazione, che forse

l’artista vuol mettervi alla prova e getta a caso le dita sui tasti,

sperando di cogliervi, e di potervi poi dar la baia. Tutt’altro. Quando

il pezzo di musica è finito, e il musicista, scalmanato e sudato,

s’alza dal piano, aspettandosi manifestamente le vostre lodi, dovete

riconoscere che egli faceva da senno. E ciò avviene in tutti i concerti

nei quali si suonano dei pezzi di Liszt, Wagner, Berlioz, Brahms,

Riccardo Strauss e dei compositori innumerevoli appartenenti alla

scuola nuova.

La medesima tendenza ha invaso il dominio dei romanzi e dei racconti,

dove parrebbe impossibile che altri non si voglia far capire.

Leggete _Laggiù!_ del Huysmans, o qualche novella di Kipling, o

l’_Annonciateur_ del Villiers de l’Isle-Adam; tali lavori vi parranno

non soltanto _abscons_ (reconditi), per servirci d’un termine della

nuova scuola, ma pressochè incomprensibili, sia per la forma, sia per

la sostanza.

Nello stesso caso è un romanzo di E. Morel, uscito testè nella _Revue

Blanche_, come la maggior parte dei nuovi romanzi. Lo stile vi è

sommamente enfatico, i sentimenti paiono arcielevati; ma è impossibile

decifrare che cosa avvenga, dove avvenga, e a chi avvenga.

E tale è tutta l’arte della gioventù dei nostri tempi.

Gli uomini della prima metà del nostro secolo, ammiratori del

Goethe, dello Schiller, del Musset, dell’Hugo, del Dickens, del

Beethoven, dello Chopin, di Raffaello, di Leonardo, di Michelangelo,

del Delaroche, non intendendo nulla dell’arte nuova, s’adattano di

buon grado a considerarla come una mera follìa, o come uno scherzo

di cattivo gusto, e si volgono via da essa scrollando le spalle. Ma

codesto è un atteggiamento ingiusto rispetto a quest’arte; perchè

in primo luogo essa è avviata a estendersi sempre più, e s’è già

conquistato nel mondo un posto uguale a quello che vi occupava il

romanticismo nel 1830; e poi, perchè se condanniamo le opere dell’arte

decadente solo perchè non le comprendiamo, dobbiamo pur pensare che

c’è un gran numero di persone, tutti i lavoratori, e anche una gran

parte delle classi più elevate, che non comprendono meglio le opere

d’arte ritenute da noi le più belle, cioè le poesie del Goethe, dello

Schiller, dell’Hugo, i romanzi del Dickens, la musica del Beethoven e

dello Chopin, i quadri di Raffaello e di Leonardo da Vinci, le statue

di Michelangelo, ecc.

Se ho il diritto di credere che la gran maggioranza degli uomini non

capisce nè gusta codeste opere, per me così perfette, a cagione di

scarso sviluppo intellettuale, non ho poi il diritto di negare che io

possa non intendere e non gustare i prodotti dell’arte nuova unicamente

a cagione della mia cultura insufficiente. Se io ho il diritto di dire

che la mia impossibilità a comprendere le opere delle nuove scuole

proviene dal non esservi nulla di comprensibile, altri potrà dire con

lo stesso diritto, che tutto ciò che io considero capolavori dell’arte,

non è che arte cattiva, e incomprensibile, perchè l’enorme massa del

popolo non è in grado di comprenderci nulla.

Mi sono un giorno capacitato di quanto v’è d’ingiusto in questo mondo

di condannare l’arte delle nuove scuole. E fu un giorno che udii

un poeta, autore di versi incomprensibili, tempestare di sarcasmi

la musica incomprensibile; e subito dopo incontrai un musicista,

autore di sinfonie incomprensibili, che non rifiniva di sbeffeggiare

i poeti incomprensibili. Non è giusto che condanniamo l’arte nuova

fondandoci sul fatto che noi, uomini della prima metà del secolo,

non l’intendiamo. Abbiamo solo diritto di dire che quest’arte è

incomprensibile per noi. L’unica superiorità dell’arte che noi

ammiriamo sull’arte dei decadenti sta in questo, che l’arte caldeggiata

da noi è accessibile a un maggior numero di persone che non sia l’arte

d’oggidì.

Da questo fatto che io mi trovo nell’impossibilità di comprendere un

genere d’arte, perchè sono avvezzo a un altro genere, non ho alcun

diritto di conchiudere che il genere ammirato da me sia il solo vero, e

che quello che io non intendo, sia falso e pervertito.

Da un fatto simile, solo questo io posso argomentare: che l’arte,

facendosi sempre più esclusiva, è diventata sempre meno accessibile, e

nel suo cammino verso l’inintelligibile, ha oltrepassato quel punto in

cui mi trovavo io stesso.

Dacchè l’arte delle classi superiori s’è staccata dall’arte popolare,

sorse il convincimento che l’arte potesse restare sempre arte

senza essere più intesa dalla moltitudine. E una volta ammesso quel

principio, era prevedibile che a poco a poco l’arte non sarebbe più

stata accessibile che a una piccola cerchia d’iniziati, e da ultimo

solo a due o tre persone, anzi a una sola, all’artista creatore. E

così parlano per l’appunto gli artisti moderni: “Io creo, e intendo me

stesso; se qualcuno è inetto a capirmi, peggio per lui.„

Ma questa affermazione che l’arte può essere vera, e rimanere

inaccessibile a un gran numero di persone, è perfettamente assurda, e

le sue conseguenze sono disastrose per l’arte stessa; tuttavia è così

comune e predominante tra di noi, che non s’insisterà mai di troppo

sulla sua assurdità.

Il dire che un’opera d’arte è buona e cionondimeno incomprensibile alla

maggior parte degli uomini, equivale a dire che un qualche alimento

sia buono, ma che i più non possono mangiarlo. La maggior parte degli

uomini può rifuggire dal cacio putrido, o dalla selvaggina verminosa,

che sono leccornìe per la gente di gusto pervertito, ma il pane e

le frutta non sono buoni, se non quando piacciono alla maggioranza.

In arte è la stessa cosa. L’arte pervertita può non piacere alla

maggioranza, ma l’arte buona deve piacere di necessità a tutti.

Dicono che per intendere le più eccelse opere d’arte occorra

una preparazione speciale. Ebbene, se non si possono intendere

naturalmente, ci saranno delle cognizioni atte a render l’uomo capace

d’intenderle, suscettibili d’essere insegnate e spiegate. Ma in realtà

non c’è nessuna cognizione di tal sorta, e ognuno sa che il valore

delle opere d’arte non si può spiegare. Ci si ricanta bensì che per

intendere quei capolavori occorre rileggerli, rivederli, riudirli senza

stancarsi. Ma ciò non è spiegare, è solamente avvezzare. E gli uomini

s’avvezzano a tutto, anche alle cose peggiori. Se sanno abituarsi alla

carne putrida, all’acquavite, al tabacco, all’oppio, possono parimente

abituarsi all’arte guasta; ed è quello che per l’appunto succede.

D’altra parte non si può affermare che la maggioranza degli uomini non

abbia il gusto necessario per comprendere le manifestazioni più elevate

dell’arte. La moltitudine ha sempre inteso, e continua a intendere

ciò che anche noi riconosciamo per ottimo, per es., l’epopea della

Genesi, le parabole del Vangelo, i racconti delle fate, le leggende e

le canzoni popolari. Perchè dunque la moltitudine avrebbe perduto a un

tratto questa attitudine naturale, e non saprebbe più intendere l’arte

del tempo nostro?

Trattandosi d’una parlata, anche stupenda, possiamo ammettere che

sia incomprensibile per quelli che ignorano la lingua in cui essa è

pronunziata. Un discorso in cinese potrà essere splendido; ma se non

conosco il cinese, non lo capirò di certo. Per contro un’opera d’arte

si distingue da tutte le altre manifestazioni dello spirito in quanto

il suo linguaggio è inteso da tutti, e tocca tutti indistintamente.

Le lacrime e il riso d’un Cinese mi commuovono nè più nè meno che il

pianto e il ridere d’un Russo; lo stesso vale per la pittura, per

la musica, per la poesia, purchè quest’ultima sia tradotta in una

lingua per me comprensibile. I canti d’un Kirghiso o d’un Giapponese

faranno minore impressione su di me che non sopra un Kirghiso o un

Giapponese, ma a ogni modo mi commuovono. Son tocco parimente dalla

pittura giapponese, dall’architettura indiana, dalle novelle arabe.

E se mi trovo meno sensibile d’un Giapponese o d’un Cinese alle loro

canzoni e ai loro romanzi, ciò avviene non già perchè io non capisca

l’arte loro, come troppo eccelsa, ma perchè conosco delle altre forme

d’arte più elevate. I capolavori artistici non sono tali se non perchè

sono intelligibili a ciascuno. La storia di Giuseppe voltata in cinese,

commuove i Cinesi. Così noi siamo tocchi dal racconto della vita di

Sakya-Muni. Perciò si conchiude che, se una forma d’arte non riesce a

commuovere, ciò si deve imputare non a mancanza di gusto o d’intelletto

nella gente, ma piuttosto al non essere quella arte vera, arte buona.

L’arte differisce dalle altre forme dell’attività mentale in questo:

che può agire sugli uomini indipendentemente dal loro stato di sviluppo

e di cultura, adescandoli con l’incanto dei colori, dei suoni, delle

imagini. Anzi, ufficio essenziale dell’arte è di far sentire e capire

ciò che sotto forma di ragionamento resterebbe inaccessibile ai più.

Chi riceve una vera impressione artistica s’imagina d’aver già saputo

quanto l’arte gli rivela, pur essendo incapace ad esprimerlo.

E tale fu sempre l’indole dell’arte buona e vera. L’Iliade, l’Odissea,

le storie d’Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, i canti dei profeti

ebrei, i Salmi, le parabole del Vangelo, la vita di Sakya-Muni

(Budda), gl’inni vedici, esprimono sentimenti elevati, e ci sono

pur tuttavia intelligibili, come lo furono molti secoli addietro

a uomini meno civili ancora dei nostri contadini. Le chiese, e le

imagini ch’esse contengono, non sono mai state incomprese da nessuno.

L’ostacolo a capire i sentimenti più alti non risiede nella deficienza

di svolgimento o di sapere, ma ben piuttosto in un falso progresso,

e una scienza falsa. Un’opera d’arte buona ed elevata può riuscire

anch’essa incomprensibile, ma non per il contadino, semplice e non

ancora pervertito; quella sorta di persone intende tutto ciò che v’è di

più alto; rischierà piuttosto di non essere intesa dalle menti che si

pretendono affinate, e io dico pervertite, cioè prive d’ogni concetto

serio della vita. Conosco delle persone che si credono coltissime, e

dicono di non intendere la poesia della carità, o dell’abnegazione, o

della castità.

Pertanto se l’arte del nostro tempo non è intesa dalla moltitudine

non è già perchè sia troppo elevata, secondo l’affermazione prediletta

degli artisti odierni. Diremo più a ragione che non è intesa perchè è

arte cattiva, o non è arte affatto.

Attesochè il fine della opera d’arte sia quello d’esprimere dei

sentimenti, chi può parlare in tal caso d’incomprensibilità? Un

popolano, mettiamo, legge un libro, guarda un quadro, attende ad

ascoltare un dramma o una sinfonia, e non prova nessun commovimento.

Gli si dice che egli non può capire. Gli si promette uno spettacolo;

egli entra e non vede nulla che valga. E allora gli si spiega che la

sua vista non è ancora educata per gli spettacoli di quella fatta. Ma

il nostro popolano sa di vederci molto bene; e se non vede quello che

gli hanno promesso di mostrargli, argomenta con ragione che la promessa

che gli fu fatta, non è stata mantenuta.

E il dire che un’arte determinata non produce alcun effetto sulle

persone, perchè sono troppo ottuse, oltre a essere un grave eccesso di

vanità, è un invertimento di parti, come se un malato invitasse un sano

a mettersi a letto.

Voltaire diceva: “Sono buoni tutti i generi, eccetto il genere

noioso.„ Più a ragione noi possiamo dire: “Sono buoni tutti i generi,

eccetto quelli che non si capiscono, e non agiscono sul nostro animo.„

Infatti che cosa mai può valere una cosa che fallisce nel generare

quell’effetto per il quale fu prodotta?

Badate bene: se ammettete che l’arte possa esser arte e riuscire

incomprensibile a uomini sani di mente, dovrete pure ammettere che

nulla impedisce a un’accolta di persone pervertite di comporre delle

opere esprimenti il loro sentire depravato, e intelligibili a loro

soli, e di chiamarle arte, come fanno ora gli artisti decadenti.

L’evoluzione dell’arte nei tempi moderni si può paragonare a quello

che avviene quando sopra un primo cerchio collocate dei cerchietti

sempre più piccoli sinchè ne risulta un cono, la cui cima non è più un

cerchio. Il paragone calza perfettamente all’arte moderna.

Che cosa è l'arte? · 第 24 / 39 题