L’arte degli eletti.
Ma, se l’arte è un’attività intesa a propagare tra gli uomini i
sentimenti migliori e più elevati della nostra anima, come si spiega
che il genere umano durante tutto il periodo moderno abbia rinunziato
a codesta attività, sostituendovi una funzione artistica inferiore,
indirizzata unicamente al piacere?
Per rispondere a tale quesito, occorre prima sfatare l’errore solito
per cui all’arte nostra si attribuisce il valore d’arte universale.
Siamo tanto avvezzi a considerare ingenuamente la nostra razza come la
migliore di tutte, che, parlando dell’arte nostra, siamo perfettamente
convinti che sia l’arte vera, cioè la più vera e la migliore di
tutte. Invece la realtà c’insegna che la nostra arte, nonchè essere
la sola, non è accessibile che a una minima parte delle nostre razze
civili. S’ha il diritto di parlare d’un’arte nazionale ebrea, greca,
egiziana, e, se si vuole, anche cinese e indiana. Un’arte di questo
genere, comune a tutto un popolo, esistette anche in Russia sino a
Pietro il Grande, e nel resto d’Europa sino al secolo XIII o XIV. Ma
dacchè le classi più elevate della società perdettero ogni fede nella
Chiesa, e restarono prive di credenze religiose, non c’è più nulla
che meriti il nome d’arte europea o nazionale. A partire da quello
scetticismo religioso l’arte delle classi colte si separò da quella del
resto del popolo; e si ebbero due arti; una per il popolo, e l’altra
per i raffinati. Perciò a chi chieda come il genere umano abbia,
nei tempi moderni, potuto far a meno dell’arte vera, si risponde che
quella privazione non fu nè di tutto il genere umano nè d’una parte
considerevole di esso, ma solo delle classi più elevate della nostra
società europea e cristiana.
E gli effetti di questa mancanza d’arte si sono palesati a sufficienza
nella corruzione delle classi che ne furono sprovviste. Tutte le
teorie nebulose e incomprensibili intorno all’arte, tutti i giudizi
falsi e contradditorii intorno ai suoi prodotti, e in particolare
la persistenza della nostra arte a impantanarsi nella sua cattiva
strada, tutto ciò derivò da quest’affermazione generalmente ammessa,
nonostante la sua assurdità, che l’arte delle nostre classi elevate
è tutta l’arte, l’arte vera, la sola arte, l’arte universale. Mentre
noi sosteniamo che ha solamente valore l’arte che ci appartiene, i
due terzi del genere umano vivono e muoiono senza sospettare nulla di
quest’arte unica e suprema. E anche in questa nostra società cristiana
ne godrà forse un uomo su cento; gli altri novantanove vivono e muoiono
di generazione in generazione, oppressi dal lavoro, senza fruire mai
della nostra arte; essa del resto è tale, che, quand’anche potessero
accedervi, non la intenderebbero. Si potrà rispondere che se al
presente non fruiscono tutti dell’arte esistente, ciò non dipende da
questa, ma dal cattivo organismo della nostra società, e che il futuro
ci permette di sperare uno stato di cose, in cui il lavoro materiale
sia in parte compiuto dalle macchine, in parte alleggerito da una
distribuzione più equa. Allora nessuno sarà più costretto a rimaner
tutta la vita dietro le quinte per muovere i scenari, o a sonare il
corno nell’orchestra, o a stampare dei libri; le persone addette a tali
servizi non ci lavoreranno che poche ore al giorno, e durante i riposi
si potranno godere le benedizioni dell’arte.
Così parlano i difensori dell’arte presente. Ma io sono convinto che
non credono neppure essi a quello che dicono. Non possono ignorare che
l’arte, quale è intesa da loro, richiede per condizione necessaria
l’oppressione delle moltitudini, e senza tale oppressione non si
reggerebbe. È indispensabile che una folla d’operai si fiacchi al
lavoro, perchè i nostri artisti, scrittori, musicisti, ballerini
e pittori tocchino quel grado di perfezione che li rende atti a
farci godere. Liberate gli schiavi del capitale, e diventerà tanto
impossibile produrre un’arte simile, quanto è ora impossibile ammettere
questi schiavi a goderne.
Ma supponendo pure possibile ciò che è impossibile, cioè che si
trovi un mezzo di rendere l’arte attuale accessibile al popolo, sorge
un’altra considerazione a dimostrarci che un’arte siffatta non può
essere universale; ed è questa: che essa è del tutto inintelligibile
per il popolo. Nei tempi andati certi poeti scrivevano in latino; ora
i prodotti artistici dei nostri poeti sono impenetrabili alla comune
degli uomini, come se fossero scritti in sanscrito. Si vorrà dire che
il fatto sia imputabile alla mancanza di cultura nel popolo, e che
quando tutti saranno istruiti a sufficienza, tutti potranno capire la
nostra arte? Sarebbe un’altra risposta insulsa; poichè sappiamo che
sempre l’arte delle classi più elevate fu un mero passatempo per queste
senza che il resto della gente ci capisse nulla. Le classi inferiori
poterono dirozzarsi a loro talento; l’arte in origine non fatta
per loro è sempre rimasta loro inaccessibile. Ed è e rimarrà sempre
estranea ad esse per natura, in quanto esprime e propaga dei sentimenti
proprii a una certa classe ed estranei al restante degli uomini.
Così, per esempio, quei sentimenti che formano l’argomento capitale
dell’arte contemporanea, come a dire il punto d’onore, il patriottismo,
la galanteria e la sensualità, non possono suscitare nei popolani che
stupore, oppur disprezzo e indegnazione. Se anche alle classi operaie
è concessa la possibilità di vedere, di leggere, di udire, nelle ore
di libertà, ciò che forma il fiore dell’arte contemporanea (e sino a un
certo grado ciò torna loro possibile nelle città, a cagione dei musei,
dei concerti popolari, delle biblioteche), l’uomo di queste classi,
se non è pervertito, e conserva il sentire proprio del suo stato, non
potrà ricavare alcun profitto dalla nostra arte, e non l’intenderà
punto; e ciò che gli riuscirà intelligibile non sarà tale da innalzare
il suo animo, ma sì da guastarlo. Per uno che pensi, e voglia essere
sincero, non v’ha dubbio che l’arte delle classi più elevate non può
diventar quella di tutta la nazione. Ora se l’arte ha l’importanza
che le si attribuisce, se come si compiacciono di dire i suoi divoti,
uguaglia in importanza la religione, dovrebbe essere accessibile a
tutti. E poichè oggi non è tale, è forza dire che o l’arte non ha
l’importanza che si pretende, o che la nostra così detta arte non è
l’arte vera.
Codesto dilemma è inevitabile, epperò taluni, scaltri e immorali
a un tempo, cercano di eluderlo negando formalmente che il volgo
abbia diritto a fruire dell’arte. Costoro con perfetta impudenza
proclamano, che ad assaporare le gioie dell’arte sono ammessi solo
i _begl’ingegni_, gli _eletti_, anzi i _superuomini_, per dirla col
Nietzsche; e tutti gli altri uomini, gregge abbietto e incapace di
gustare quelle gioie, devono contentarsi di prepararle per quegli
esseri supremi.
Questa affermazione offre, se non altro, il vantaggio di non voler
conciliare l’inconciliabile, e di ammettere apertamente che la nostra
arte è fatta solo per una classe di privilegiati. Ed è tale per
l’appunto; nè lo ignorano in fondo tutti coloro che vi si accostano,
dichiarando pur sempre con insistenza che codesta arte delle classi
elevate è l’arte vera, la sola che il genere umano debba riconoscere
per tale.