L’arte falsa.
Dacchè le classi più elevate della società europea ebbero smarrita
ogni fede nel Cristianesimo papale, la bellezza, ovverosia il godimento
artistico, diventò per essa il criterio dell’arte buona o cattiva. E,
secondo tale nozione, nacque tra di loro una nuova dottrina estetica
per giustificarla; quella cioè che assegna all’arte l’unico fine di
produrre la bellezza. I seguaci di questa teoria per renderla più
accettabile sostennero che non era già stata inventata da loro, ma
che sgorgava senz’altro dalla natura delle cose, e che anzi l’avevano
già formulata i Greci antichi. La quale affermazione è assolutamente
arbitraria e inesatta; poichè, se i Greci in realtà non distinguevano
nettamente il buono dal bello, ciò dipendeva dal loro concetto morale
della vita. Non avevano alcuna idea chiara di quella somma perfezione
morale distinta dalla bellezza artistica, spesso in opposizione con
essa, che, già presentita da certi profeti ebrei, fu poi pienamente
tratteggiata nella dottrina di Cristo. Essi imaginavano che il bello
dovesse necessariamente anche essere il buono. Soltanto i loro più
grandi pensatori, come Socrate, Platone, Aristotele, sentirono che
la bontà non coincide sempre colla bellezza. Socrate subordinava di
proposito la bellezza alla bontà; Platone, per unire i due concetti,
discorreva d’una bellezza spirituale; Aristotele esigeva che l’arte
esercitasse colla _catharsis_ (purificazione) un’influenza morale.
Ma all’infuori di codesti savii, gli altri ammettevano la concordanza
intiera del bello e del buono, e così si spiega che nella lingua dei
Grecianti chi un composto, _kalokagathon_ (cioè _bello e buono_), abbia
servito a designare quella concordanza.
Ciò non era che il risultato d’una cultura incompiuta, la semplice
confusione di due concetti ben distinti. Ora gli estetici del
Rinascimento vollero elevare codesta confusione a dignità di legge.
Pretesero dimostrare che il sovrapporsi della bellezza e della bontà
dipende dalla natura delle cose ed è necessario, e che il senso della
voce _kalokagathon_ (che, se valeva per i Greci, non poteva valere per
i cristiani) rappresenta l’ideale più alto del genere umano. Tutta la
nuova estetica s’aggira sopra questo equivoco; e la sua pretensione
di rifarsi all’estetica dei Greci è tutt’altro che giustificata.
“A guardar bene — dice il Bénard nel suo libro intorno all’estetica
d’Aristotele — si trova che in Aristotele, come anche in Platone e
ne’ suoi successori le dottrine del bello e dell’arte sono affatte
disgiunte.„ I Greci come gli altri popoli, ritenevano buona l’arte
quando era al servizio della bontà, vale a dire di ciò che credevano
buono. Ma in loro il senso morale era così poco svolto, che bontà
e bellezza pareva loro che coincidessero. Del resto non ebbero mai
neppure l’ombra d’una dottrina estetica sul fare di quella che si
attribuisce loro. L’estetica è un’invenzione dei tempi moderni, e non
prese forma scientifica se non dal Baumgarten in poi, come appare
dalla storia di codesta disciplina filosofica, che tralasciamo per
amore di brevità. Da buon tedesco il Baumgarten, con una cura assai
pedantesca della simmetria e dall’esattezza esteriore, e un disdegno
assoluto d’ogni osservazione di fatto, fabbricò ed espose la sua teoria
singolare. Ed essa, a dispetto della sua assurdità, si divulgò nella
cerchia della gente colta, ed è ripetuta tuttora da dotti e ignoranti
come se fosse un vero incrollabile e d’assoluta evidenza.
_Habent sua fata libelli pro capite lectoris_; e ancor più giustamente
si può dire che _habent sua fata_, le teorie, secondo il grado di
errore in cui si trova immersa la società nella quale queste teorie
sono inventate. Se qualche teoria serve a giustificare la falsa
posizione in cui vive una classe della società, per quanto si mostri
infondata e apertamente falsa, è accolta da quella tal classe della
società come articolo di fede. Questa sorte ebbe, per esempio, la
celebre e assurda dottrina del Malthus, colla quale si sosteneva che la
popolazione della terra s’accresce in proporzione geometrica, e i mezzi
di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica; quindi essere
inevitabile un affollamento eccessivo della terra. Lo stesso è avvenuto
della teoria (derivata dalla Malthusiana), che scorge il fondamento
del progresso nella selezione e nella lotta per la vita; ed è ciò che
succede ancora della dottrina del Marx che ci rappresenta come legge
fatale e inevitabile la distruzione graduale della piccola industria
privata per opera della grande industria capitalista. Queste dottrine
possono ben mancare d’ogni fondamento, opporsi a tutte le certezze, a
tutte le speranze del genere umano, essere scioccamente e bruttamente
immorali; tuttavia s’accolgono senza sforzo, s’insegnano senza
discussione, talvolta per parecchi secoli, finchè non siano scomparse
le condizioni sociali che esse valevano in certo modo a giustificare.
Del medesimo stampo è la singolare dottrina del Baumgarten che ravvisa
nel buono, nel bello, nel vero tre manifestazioni d’un essere unico e
perfetto.
Invano si cercano degli argomenti per puntellare siffatta teoria. La
bontà è realmente il concetto fondamentale su cui riposa la nostra
coscienza nella sua essenza: è un concetto che la ragione non sa
definire, che nulla può definire, ma che serve esso stesso a definire
tutto il resto; è il fine supremo, eterno della nostra vita. La bontà
è tutt’uno con quello che chiamiamo Dio. In questo ebbe ragione il
Baumgarten. Ma la bellezza, se non vogliamo contentarci di parole,
non è se non quello che ci fa piacere, e quindi il suo concetto non
s’agguaglia con quello della bontà, anzi più presto vi si oppone,
stantechè la bontà coincide spesso con una vittoria sulle passioni,
mentre la bellezza è quasi radice di tutte le nostre passioni. So
che si parla sempre d’una bellezza morale o spirituale, ma con questo
giochetto di parole non si fa poi altro che designare la bontà stessa.
Quanto a ciò che chiamiamo il vero, esso consiste semplicemente in
questo che la definizione o spiegazione d’un oggetto s’accordi colla
realtà, o con una nozione di quell’oggetto comune a tutte le menti; in
conseguenza possiamo dire che la verità è uno dei mezzi per produrre la
bontà, ma è ben lontana dal confondersi con essa. Per esempio, Socrate
e il Pascal, e altri savii, pensavano che non s’accordasse colla bontà
la conoscenza del vero intorno a soggetti inutili, e che ci fossero
delle verità malefiche, cioè cattive. D’altra parte la verità non è in
nessun rapporto colla bellezza, e spesso le si oppone, poichè la verità
in generale ci disinganna distruggendo l’illusione, cioè una delle
condizioni principali della bellezza. Non è egli un fatto stupefacente
che l’accozzamento arbitrario di tre nozioni così estranee l’una
all’altra abbia potuto offrire un appiglio ad una teoria, nel cui nome
una delle più basse manifestazioni dell’arte fu battezzata per arte
elevatissima, quella estrinsecazione d’arte che ha il piacere per unico
oggetto, quella contro di cui tutti gli educatori del genere umano
hanno sollevato obbiezioni? E nessuno protesta contro assurdità simili!
I dotti scrivono delle opere voluminose e incomprensibili, nelle quali
la bellezza è insediata come uno dei termini d’una trinità estetica.
Queste parole, il Bello, il Vero, il Bene, colle iniziali maiuscole,
sono ripetute dai filosofi e dagli artisti, dai poeti e dai critici
che pronunziandole pensano tutti di dire alcunchè di concreto e di
determinato, su cui possano riposare le loro opinioni! Ora la verità è
questa, che non solo siffatte parole non hanno alcun senso determinato,
ma c’impediscono pure di intendere un’arte qualunque in qualche senso
plausibile, come quelle che furono foggiate solo per giustificare la
falsa importanza attribuita alla forma più bassa dell’arte; a quella
che non ha altro fine che di procurarci un godimento.