L’arte vera.
Ma come avvenne che l’arte non religiosa, un tempo appena tollerata,
nella nostra età sia stata favorita a condizione che ci procurasse
piacere?
Ecco in breve come si può spiegare il fatto. La stima dell’arte, cioè
di quanto valgono i sentimenti che essa propaga, dipende dal concetto
che ci formiamo della vita e del suo significato, e di quello che in
essa ci par buono o cattivo. E la scienza che distingue il buono dal
cattivo porta il nome di religione.
Il genere umano avanza nel progresso innalzandosi da un concetto
inferiore, parziale e oscuro della vita, ad altri più elevati, più
comprensivi, più chiari. In codesto movimento del progresso, come in
tutti i movimenti, gli uomini sono guidati da certi loro capi, che
intendono meglio degli altri il significato della vita; e tra codesti
precursori ce n’è sempre qualcuno, che ha espresso il suo concetto
personale più chiaramente, o più fortemente degli altri, tanto a parole
quanto coll’esempio. La determinazione impressa al significato della
vita da qualche uomo simile, accompagnata dalle tradizioni, dalle
superstizioni, dalle cerimonie, che circondano sempre la figura dei
grandi, è il costitutivo essenziale delle religioni. Esse rispecchiano
il concetto che si formano della vita gli uomini migliori e più
intelligenti d’una data età e d’una data società, il quale finisce per
essere irresistibilmente adottato dalla società intiera. Perciò in
tutti i tempi le religioni valsero a darci la misura dei sentimenti
umani. Quelli, per cui l’uomo s’accosta all’ideale proposto dalla
religione, e che armonizzano con esso, vengono ritenuti buoni, e
cattivi quegli altri che allontanano l’uomo dall’ideale della sua
religione.
Laonde se, come presso gli antichi Ebrei, la religione fa consistere
il fondo della vita nell’adorare un Dio solo e sottomettersi alla sua
volontà, i sentimenti di obbedienza alla legge divina son riputati
buoni, e danno luogo all’arte buona, rappresentata dalle profezie, dai
salmi, dall’epopea della Genesi. E si considera come arte cattiva tutto
ciò che si oppone a quell’ideale, come a dire l’espressione d’un culto
verso divinità straniere, e gli altri sentimenti incompatibili colla
legge di Dio.
Invece nel caso dei Greci, quando la religione spiega il significato
della vita riponendolo nella felicità terrena, nella forza e nella
bellezza, si considera arte buona quella che esprime l’allegrezza
e l’operosità della vita, e cattiva quella che ispira sentimenti di
mollezza o d’avvilimento. Il significato della vita essendo riposto,
come presso i Romani, nel collaborare alla grandezza della nazione, o,
come presso i Cinesi, nel rendere onore ai maggiori, e perpetuare il
loro genere di vita, si reputerà naturalmente arte buona quella che
esprime la gioia del sacrifizio personale per il bene della nazione,
oppure il rispetto verso gli antenati e il desiderio d’imitarli; e
cattiva ogni arte che bandisca sentimenti opposti. Quando poi il
significato della vita sta, come presso i buddisti, nel liberare
l’uomo dal giogo dell’animalità, sarà buona l’arte che innalza l’anima
deprimendo la carne, e cattiva quella che preconizza sentimenti atti a
favorire le cupidigie materiali.
In ogni età e in ogni società vige un senso religioso, comune a tutti,
del buono e del cattivo, e serve di stregua a giudicar del valore dei
sentimenti espressi dall’arte. Così avveniva presso gli Ebrei, i Greci,
i Romani, i Cinesi, gli Egiziani, gl’Indiani; e così fu anche tra i
primi cristiani.
Il Cristianesimo dei primi secoli non riconosceva per arte buona che
le leggende, le vite dei santi, i sermoni, le preghiere, gl’inni, tutto
quello che esprimeva l’amore per Cristo, l’ammirazione per la sua vita,
il desiderio d’imitarlo, la rinunzia ai piaceri del mondo, l’umiltà, la
carità; e tutte le opere artistiche ispirate a sentimenti di godimento
individuale erano ritenute cattive e perciò condannate; sovrattutto la
plastica non era ammessa che col valore di simbolo, ed era condannata
tutta l’arte pagana. Così facevano i primi cristiani, che concepivano
la dottrina di Cristo, se non del tutto nel suo vero senso, almeno
sotto una forma diversa da quella corrotta e paganizzata, che rivestì
più tardi la medesima dottrina.
Ma a lato di quel Cristianesimo a poco a poco se ne formò un altro,
dipendente dalla Chiesa e più prossimo al paganesimo che non alla
dottrina di Cristo. E codesto Cristianesimo di Chiesa conseguentemente
alle sue dottrine cominciò a stimare ben altrimenti le opere d’arte.
Poichè, ai principii essenziali dei vero cristianesimo, che sono lo
stretto rapporto di tutti gli uomini con Dio, la perfetta uguaglianza
e fraternità di tutti gli uomini, l’umiltà e l’amore in luogo della
violenza, avendo sostituito una gerarchia celeste analoga alla
mitologia pagana, avendo introdotto nella religione il culto di Cristo,
della Vergine, degli Angeli, degli Apostoli, dei Santi, anzi anche
delle loro imagini, diede vita a un’arte che esprimeva alla meglio
questo nuovo ideale.
Codesto Cristianesimo era di certo lontanissimo dalle dottrine di
Cristo, e inferiore persino al concetto che avevano della vita certi
Romani, quali furono gli Stoici, o l’imperatore Giuliano; ciò nondimeno
fra i barbari che raccoglievano, rappresentava sempre alcunchè di
superiore al loro antico culto di dei ed eroi nazionali, di spiriti
buoni e cattivi. E l’arte rampollata da questa religione esprimeva
l’amore per la Vergine, per Gesù, per i Santi e gli Angeli, la cieca
obbedienza ai dogmi, la paura delle pene d’inferno, e la speranza
dei gaudii celesti; e ogni arte in opposizione con quella era creduta
cattiva.
Quell’arte, sebbene fondata sopra un tralignamento del Cristianesimo,
era arte vera, poichè corrispondeva al concetto religioso degli uomini
tra i quali fioriva. Gli artisti del medio evo attingendo i loro
sentimenti alla sorgente popolare, e rendendoli coll’architettura,
colla pittura, colla musica, colla poesia o col dramma, erano veri
artisti, e le loro opere, secondo l’ufficio delle opere d’arte,
trasfondevano i loro sentimenti in tutta la comunità che li circondava.
Così procedettero le cose, finchè le classi nobili, ricche e colte
della società europea cominciarono a dubitare che non fosse vero il
concetto della vita espresso nel Cristianesimo ufficiale. Allorchè dopo
le crociate e il culmine della potenza dei Papi, quelle classi poterono
attingere al senno degli autori classici, e riconobbero, da una parte
il buon senso e la chiarezza degl’insegnamenti greci, dall’altra
l’incompatibilità della dottrina ecclesiastica colle massime di Cristo,
trovarono impossibile continuare a credere nella dottrina della Chiesa.
Tuttavia rimasero in apparenza ligie alle forme ecclesiastiche, ma solo
per inerzia o per conservare la loro influenza sul popolo, che nulla
aveva perduto dell’antica fede e obbedienza. In realtà il Cristianesimo
ecclesiastico aveva cessato d’essere la dottrina religiosa comune a
tutti i cristiani. E le classi più colte si trovarono nella condizione
dei Romani colti prima del Cristianesimo; non ammettevano più la
religione delle turbe, senza essere in possesso di alcun’altra fede,
che potesse sostituire per loro la dottrina della Chiesa, che avevano
abbandonata.
Il solo divario era che i Romani, perduta ogni fede nei loro imperatori
divinizzati, non potevano rifarsi alle mitologie ingarbugliate che
avevano preceduto la loro, e furono costretti a crearsi un concetto
nuovo della vita, mentre gli uomini del Rinascimento, dubitando del
Cristianesimo ecclesiastico, non avevano da cercar lontano per trovare
una dottrina migliore. Bastava che sfrondassero dalla dottrina di
Cristo le alterazioni che la Chiesa aveva prodotto in essa. E così per
l’appunto fecero parecchi, non solo i riformatori, Wiclef, Huss, Lutero
e Calvino, ma eziandio i seguaci del Cristianesimo non ufficiale, i
Paoliniani, i Bogomili, i Valdesi e altri. Però codesto ritorno al
Cristianesimo primitivo non avvenne che da parte di gente umile e priva
d’ogni potere temporale. Ci furono sì dei ricchi che, come Francesco
d’Assisi, ammisero la dottrina di Cristo nel suo pieno significato
e con tutte le sue conseguenze, e le sacrificarono i loro privilegi
sociali. Ma la maggior parte delle persone appartenenti alle classi più
elevate, sebbene alienate alle dottrine della Chiesa, non vollero nè
poterono seguire quell’esempio, perchè l’essenza del vero Cristianesimo
consisteva nell’ammettere la fratellanza e quindi anche l’uguaglianza
di tutti gli uomini, cosa che avrebbe distrutto i privilegi che erano
avvezzi a godere. E questi membri delle classi superiori, papi,
re, duchi, e tutti i grandi della terra, rimasero così senza vera
religione, e si contentarono di conservare le forme esteriori d’una
religione, le cui dottrine giustificavano i privilegi cari a loro.
E furono precisamente costoro, che essendo dotati di potere e di
ricchezza pagavano e dirigevano gli artisti. E tra costoro appunto, si
noti bene, sorse un’arte novella, che si misurava non più secondo la
sua capacità a esprimere i sentimenti religiosi del tempo, ma secondo
la bellezza, cioè il piacere che poteva procurare. Codesti ricchi e
potenti, essendo oramai nell’impossibilità di credere a una religione
riconosciuta falsa, come pure di ammettere il vero Cristianesimo che
condannava il loro modo di vivere, furono senza volerlo ricondotti al
concetto pagano che riponeva nel piacere personale il significato della
vita. Allora tra le classi più elevate sorse quello che è chiamato il
Rinascimento delle lettere e delle arti. Infatti l’età del Rinascimento
rappresenta un periodo di scetticismo completo nelle classi superiori.
Privi com’erano di fede religiosa, e di ogni norma per distinguere
l’arte buona dalla cattiva, gli uomini di quelle classi adottarono la
stregua del piacere personale. E una volta ammesso che il piacere, in
altri termini la bellezza, fosse il criterio, si trovarono contenti
d’aggrapparsi al concetto artistico — in fondo grossolano — dei Greci
antichi. La loro nuova teorica dell’arte defluì direttamente dal loro
nuovo modo d’intendere la vita.