La funzione dell’arte.
Che cos’è adunque l’arte, se eliminiamo il concetto della bellezza,
fatto solo per ingarbugliare inutilmente il problema? Le sole
definizioni dell’arte che attestino l’intenzione di lasciar da banda il
concetto del bello, sono, le seguenti: 1.º secondo Schiller, Darwin,
Spencer, l’arte è un’attività che si riscontra anche tra gli animali,
e nasce dall’istinto sessuale e dall’istinto del giuoco; e Grant Allen
aggiunge che siffatta attività s’accoppia a un gradevole eccitamento
del sistema nervoso; 2.º secondo Véron, l’arte è la manifestazione
esteriore di commovimenti interiori, ottenuta per mezzo di linee,
di colori, di moti, di suoni, di parole; 3.º secondo Sully, l’arte è
la produzione d’un oggetto durevole o d’un’azione passeggera tale da
generare nel produttore un godimento attivo, e suscitare in un dato
numero di spettatori o d’uditori un’impressione piacevole, esclusa ogni
considerazione d’utilità pratica.
Queste tre definizioni, pur essendo superiori di molto a quelle
definizioni metafisiche le quali fondano l’arte sulla bellezza, restano
a ogni modo inesatte.
La prima è inesatta, perchè, invece di considerare unicamente
l’attività artistica, che è sola in questione, non contempla che
l’origine di codesta attività. Ed è inesatta del pari anche l’aggiunta
proposta dal Grant Allen, attesochè l’eccitamento nervoso di cui
parla può accompagnarsi, oltrechè coll’azione artistica, con molte
altre forme dell’attività umana; e di qui è scaturito l’errore delle
nuove teorie estetiche per le quali s’innalza alla dignità dell’arte
la preparazione di belle vesti, di gradevoli profumi, e perfino di
pietanze.
La definizione del Véron che fa consistere l’arte nell’esprimere
certe emozioni è inesatta, perchè si possono esprimere le proprie
emozioni per mezzo di linee, di colori, di parole, di suoni, senza che
cosiffatta espressione agisca sugli altri; nel qual caso non si può
trattare d’espressione artistica.
Da ultimo è inesatta anche la definizione del Sully, come quella che si
può applicare tanto ai giuochi di prestigio e all’acrobatica, quanto
all’arte; mentre d’altro lato s’incontrano dei prodotti appartenenti
all’arte senza che procurino sensazioni gradevoli a chi li produce nè
al suo pubblico; come sarebbero le scene dolorose o patetiche, in una
poesia o in un dramma.
La deficienza di tutte queste definizioni proviene dal fatto che
tutte quante, come le definizioni metafisiche, si fondano soltanto sul
piacere che l’arte può procurare, e non sulla funzione che può e deve
esercitare nella vita dell’uomo e del genere umano.
Per definire più correttamente l’arte fa d’uopo che si rinunzi a
riconoscere in essa soltanto una sorgente di piacere, e la si consideri
piuttosto come una delle condizioni essenziali della vita umana. Sotto
quest’aspetto l’arte ci si presenterà immediatamente come un mezzo di
comunicazione tra gli uomini.
Ogni opera artistica ottiene l’effetto di porre chi ne prova il fascino
in comunicazione con colui che ne è stato l’autore, e con tutti coloro
che prima o poi ne furono o ne saranno partecipi. L’arte opera come la
parola, che serve di legame tra gli uomini trasmettendo il pensiero,
laddove per mezzo dell’arte si comunicano i sentimenti e le emozioni. E
siffatta trasmissione avviene così.
Ogni uomo è capace di provare tutti i sentimenti umani, mentre non
ogni uomo sa esprimerli tutti quanti. Ma se uno per mezzo dell’udito
o della vista percepisce i sentimenti d’un altro espressi a dovere,
può provarli in sè stesso, anche trattandosi di sentimenti nuovi per
lui. Per prendere l’esempio più semplice: se un uomo ride, chi lo sente
ridere, diventerà più o meno allegro; se qualcuno piange, quelli che lo
vedono piangere si rattristano. Un tale è eccitato, oppur esasperato; i
presenti risentono il contagio di quelle disposizioni. Un altro esprime
coi gesti o col tuono della voce il coraggio, la rassegnazione, la
tristezza, e il suo sentimento si comunicherà a quelli che lo vedono
o l’ascoltano. O esprime il suo dolore coi gemiti e coi sospiri; e il
dolore passerà nell’anima di chi lo intende. E lo stesso si dica di
mille altre emozioni.
Ora, quella forma d’attività che si chiama arte, si fonda sopra codesta
attitudine dell’uomo a provare i sentimenti che agitano gli altri.
Se alcuno agisce sul sentimento altrui col suo aspetto o colle sue
parole mentre egli stesso è in preda al sentimento che manifesta; se
induce un altro a sbadigliare quando è costretto a sbadigliare egli
stesso, a ridere o a piangere, quando prova egli il bisogno di ridere
o di piangere; codesti effetti di contagio non sono ancora il risultato
d’una creazione artistica. L’arte comincia quando l’uomo rievoca in sè,
ed esprime con segni esteriori i sentimenti già provati altra volta col
fine di farli provare altrui. Prendiamo anche questa volta un esempio
elementare. Un ragazzo atterrito dall’incontro con un lupo, racconta
l’avventura; e per destare negli uditori l’emozione provata da lui,
descrive il suo stato d’allora, gli oggetti che lo circondavano, il
suo perfetto abbandono, poi l’improvviso apparire del lupo, le sue
mosse, la distanza a cui s’accostò, ecc. In codesto racconto avremo
un fatto d’arte, se il ragazzo, narrando il suo caso, risuscita in sè
i sentimenti già provati, e i suoi gesti, il tuono della sua voce, le
sue imagini forzano gli uditori a provare essi stessi dei sentimenti
analoghi. E quand’anche il ragazzo non avesse mai visto un lupo, ma si
fosse solo spaventato all’idea di incontrarne uno, e volendo comunicare
agli altri codesto suo spavento, inventasse un incontro con un lupo
e lo raccontasse in modo da far rabbrividire i suoi uditori, anche
in questo caso s’avrebbe un fatto d’arte. Così pure c’è arte, quando
alcuno, avendo provato o in realtà o in imaginazione il timore di
soffrire o il desiderio di godere, esprime sulla tela o nel marmo i
proprii sentimenti in modo da comunicarli agli altri. C’è arte allorchè
un uomo prova o s’imagina di provare sentimenti di gioia, di tristezza,
di disperazione, di coraggio, di accasciamento, e le transizioni
dall’uno all’altro di questi sentimenti, ed esprime tutto ciò con suoni
che mettono gli altri in grado di riprovare le stesse commozioni.
I sentimenti che l’artista comunica agli altri possono essere di varie
sorta, forti o deboli, importanti o insignificanti, buoni o cattivi;
possono essere sentimenti di patriottismo, di rassegnazione, di pietà,
di voluttà; possono esser resi con un dramma, con un romanzo, con
una pittura, con una marcia, con una danza, un paesaggio, una favola;
qualunque opera che esprime, ciò soltanto, è opera d’arte. Allorchè gli
spettatori o gli uditori provano i sentimenti espressi dall’autore, c’è
opera d’arte.
Risuscitare in sè stessi un sentimento già provato per trasfonderlo
negli altri col soccorso di moti, di linee, di colori, di suoni,
d’imagini orali: ecco il vero oggetto dell’arte. L’arte è una
forma dell’attività umana che ci consente di suscitare negli altri
coscientemente e volontariamente i nostri sentimenti per mezzo di
certi segni esteriori. S’ingannano i metafisici che vedono nell’arte
l’estrinsecazione d’un’idea misteriosa della bellezza o di Dio; nemmeno
l’arte è, come vogliono gli estetici fisiologi, un giuoco in cui l’uomo
spende il suo eccedente d’energia; non è la produzione d’oggetti
piacevoli; sovrattutto non è un piacere: è un mezzo di riunire gli
uomini raccogliendoli a unità di sentimenti, e perciò indispensabile
alla vita dell’umanità, e al suo progresso nella via della felicità.
In fatti a quel modo che in virtù della nostra facoltà di esprimere con
parole i pensieri, ognuno di noi può conoscere quanto s’è fatto prima
di noi nel dominio delle idee e prender parte all’attività mentale
dei contemporanei, e trasmettere a questi e ai posteri i pensieri
raccolti dagli altri e quelli aggiunti del proprio; così in virtù del
nostro potere di trasfondere negli altri i nostri sentimenti per mezzo
dell’arte, ci diventano accessibili tutti i sentimenti che s’agitano
intorno a noi, come pure certi sentimenti provati mille anni prima di
noi.
Se non godessimo della facoltà di accogliere le idee concepite dai
nostri predecessori, e di trasmettere altrui le nostre, saremmo animali
selvatici, oppure come Gaspare Hauser, l’orfano di Norimberga, il
quale, per essere stato allevato nella solitudine, a sedici anni aveva
l’intelligenza d’un bambino. E se ci mancasse l’attitudine a ricevere
la impressione dei sentimenti altrui resi dall’arte, saremmo quasi
ancora più selvatici, più divisi gli uni dagli altri, più ostili a
vicenda. Donde risulta che l’arte è cosa importantissima, non meno
importante del linguaggio stesso.
Siamo stati abituati a non comprendere nella denominazione d’arte
se non quanto udiamo e vediamo nei teatri, nei concerti, nelle
esposizioni, o quello che leggiamo nelle poesie e nei romanzi.
Ora tutto ciò non è che l’infima parte dell’arte vera, colla quale
palesiamo agli altri la nostra vita interiore, o intendiamo la loro.
Tutta l’esistenza umana ribocca d’arte, dalle ninnananne, dalle danze,
dalla mimica, dalle cantilene, agli uffizi religiosi e alle cerimonie
pubbliche. Tutto ciò appartiene all’arte. Come la parola non opera su
di noi solo per l’eloquenza e per i libri, ma pure nelle conversazioni
famigliari, del pari l’arte, intesa nel sue più largo significato,
invade tutta la nostra vita, e la cosidetta arte in senso stretto è ben
lontana dal rappresentare l’insieme dell’arte vera.
Ma per molti secoli il genere umano riconobbe solo una parte di codesta
enorme e diversa attività artistica, quella cioè che si proponeva di
perpetuare i sentimenti religiosi. A tutte le altre manifestazioni
artistiche, cioè canzoni, danze, novelle di fate, ecc., gli uomini per
un pezzo non diedero alcuna importanza, e solo occasionalmente i grandi
educatori del genere umano si soffermarono a censurare certi prodotti
di codesta arte profana, qualora li giudicassero opposti ai concetti
religiosi del tempo.
Così fu intesa l’arte dai savii antichi, da Socrate, da Platone, da
Aristotele, dai profeti ebrei e dai primi cristiani; così la intendono
oggi ancora i maomettani; e così l’intende il popolo nei nostri
villaggi russi. Ci furono persino degli educatori di popoli come
Platone, e delle nazioni intiere, come i maomettani o i buddisti, che
negarono all’arte il diritto di esistere.
Certo avevano torto quegli uomini e quelle nazioni di condannare l’arte
in genere, cioè di voler sopprimere cosa che non si può sopprimere,
uno dei mezzi più indispensabili di comunicazione tra gli uomini. Ma
il loro errore era meno grande di quello che commettono ora gli Europei
civili col favorire tutte le arti al solo patto che producano il bello,
ovverosia che generino il piacere. Una volta si temeva che tra le
varie opere d’arte ce ne fossero di quelle atte a guastar la gente, e
si condannavano tutte per timore di queste ultime; oggigiorno invece
la paura di privarci di qualche minimo piacere basta a farci accettare
tutte le arti col rischio di ammetterne di molto pericolose. Errore
questo assai più grossolano dell’altro, e tale da produrre conseguenze
molto più disastrose!