CAPITOLO III.

Distinzione tra l’arte e la bellezza.

Che cosa si ricava da tutte codeste definizioni della bellezza?

Astraendo da quelle evidentemente fallaci, che non rispondono al

concetto dell’arte, e ripongono la bellezza o nell’adattamento a un

fine, o nella simmetria, o nell’ordine, o nell’armonia delle parti o

nell’unità sotto la varietà, o in diverse combinazioni di tutti questi

elementi, astraendo da questi tentativi infelici di determinazioni

oggettive, tutte le definizioni della bellezza proposte dagli estetici

fanno capo a due principii opposti. Il primo è che la bellezza è cosa

esistente di per sè, una manifestazione dell’Assoluto, del Perfetto,

dell’Idea, dello Spirito, della Volontà, di Dio; l’altro è, che la

bellezza consiste in un piacere particolare provato da noi, e nel quale

non entra punto il sentimento dell’utile.

Di questi due principii il primo fu ammesso da Fichte, Schelling,

Hegel, Schopenhauer e dai metafisici francesi; è ancor oggi molto molto

diffuso tra le persone colte, specie della vecchia generazione.

Il secondo principio, che riduce la bellezza a un’impressione

individuale di piacere, è caldeggiato particolarmente dagli estetici

inglesi, ed è accolto con favore crescente dalle generazioni nuove

della nostra società.

Perciò, secondochè era inevitabile, non sono possibili se non due

definizioni della bellezza; una oggettiva, mistica, per cui la nozione

del bello s’annega in quella della perfezione o di Dio, — definizione

fantastica e senza fondamento reale; l’altra invece semplicissima

e chiarissima, ma affatto soggettiva, quella per cui la bellezza

s’identifica con tutto ciò che piace. Da un lato la bellezza apparisce

come qualche cosa di sublime, di soprannaturale, ma, nel medesimo

tempo d’indefinito; dall’altro, apparisce come una specie di piacere

disinteressato provato da noi. Infatti questo secondo concetto della

bellezza è chiarissimo, ma, pur troppo, è molto inesatto, in quanto

esagera nel senso opposto, implicando così la bellezza anche dei

piaceri provenienti dai cibi, dalle bevande, dal vestire, dal tatto,

ecc.

È ben vero che seguendo l’estetica nelle fasi successive del suo

svolgimento dobbiamo riconoscere che le dottrine metafisiche e

idealiste vanno perdendo terreno a petto di quelle sperimentali e

positive, sicchè vediamo degli estetici come Véron e Sully sforzarsi a

escludere intieramente la nozione del bello. Ma gli estetici di codesta

scuola sinora hanno pochi seguaci, e la gran maggioranza del pubblico,

non esclusi i dotti e gli artisti, si attiene all’una o all’altra delle

due definizioni classiche dell’arte, che le assegnano per fondamento

la bellezza, considerata o come una entità mistica e metafisica, o come

una forma speciale di piacere.

Cerchiamo pertanto alla nostra volta d’esaminare questo famoso concetto

della bellezza artistica.

Soggettivamente, ciò che chiamiamo bellezza è senza dubbio tutto quello

che ci fornisce un piacere particolare. Oggettivamente parlando, diamo

il nome di bellezza a una certa perfezione; ma è chiaro che facciamo

così perchè il contatto con questa perfezione ci procura un determinato

piacere; talchè la definizione oggettiva si riduce a essere solo una

nuova forma della definizione soggettiva. Realmente il concetto della

bellezza risulta per noi dal godimento d’un piacere _sui generis_.

Così essendo sarebbe naturale che l’estetica rinunciasse alla

definizione dell’arte fondata sul bello, cioè sul piacere individuale,

e si mettesse in cerca di una definizione più comprensiva, applicabile

a tutte le produzioni artistiche, e tale da farci distinguere quanto

appartiene o non appartiene al dominio dell’arte. Ma, come si sarà

convinto il lettore dal nostro riassunto delle diverse dottrine

estetiche, non incontrammo alcuna definizione di quella sorta. Tutti

i tentativi fatti per definire il bello assoluto, o non definiscono

nulla o definiscono solo alcuni caratteri di alcuni prodotti artistici,

e non abbracciano tutto quello che tutti hanno sempre considerato come

appartenente al dominio dell’arte.

Non c’è una sola definizione veramente oggettiva della bellezza. Le

definizioni esistenti, sia metafisiche sia sperimentali, riescono

tutte in fondo a quell’unica definizione soggettiva, che pretende

l’arte essere l’estrinsecazione della bellezza, e la bellezza essere

ciò che piace senza eccitare il desiderio. Molti estetici intesero

l’insufficienza e l’instabilità d’una definizione siffatta, e, per

darle una base solida, studiarono le origini del piacere artistico.

Così trasformarono la questione della bellezza in una questione di

gusto. Ma in ultima analisi si scoperse che il gusto non è più facile

a definirsi che la bellezza. Perchè non c’è, nè ci può essere alcuna

spiegazione compiuta e seria del motivo per cui una cosa piace a uno e

dispiace a un altro, e viceversa. Quindi l’estetica intiera, dalla sua

fondazione sino ai nostri tempi, fallisce in quello che ci potevamo

attendere da essa nella sua qualità di pretesa scienza; non avendoci

saputo determinare nè le proprietà e le leggi dell’arte, nè il bello,

nè l’essenza del gusto. Tutta codesta famosa scienza dell’estetica

consiste, in fondo, a non riconoscere come artistiche se non certe

opere, per l’unico motivo che ci piacciono, e poi ad architettare una

teorica dell’arte adattabile per l’appunto a cotali opere. Si comincia

dallo stabilire un canone artistico, secondo cui si designano come

opere d’arte certe produzioni che hanno la fortuna di piacere a certe

classi sociali, le opere di Fidia, di Raffaello, del Tiziano, di Bach,

di Beethoven, d’Omero, di Sofocle, di Dante, di Shakespeare, di Goethe,

ecc.; dopo ciò le leggi dell’estetica sono aggiustate in modo che

abbraccino la totalità di quelle opere.

Un estetico tedesco che io leggevo giorni sono, Folgeldt, discutendo i

problemi dell’arte e della morale afferma di netto essere pura follia

il voler cercare la morale nell’arte. E sapete su quale argomento,

solo e soletto, fondi la sua dimostrazione? Dice che, se l’arte dovesse

essere morale, non sarebbero opere d’arte nè il _Romeo e Giulietta_ di

Shakespeare nè il _Wilhelm Meister_ di Goethe; ora quelle opere essendo

con piena evidenza opere d’arte, crollerebbe tutta la dottrina della

moralità nell’arte. Onde, il signor Folgeldt si mette in cerca di una

definizione dell’arte che lasci passare quei due lavori; e si decide a

proporre come fondamento dell’arte “il significato„.

Orbene, è su questo modello che sono fabbricate tutte le estetiche.

In luogo di cominciare da una definizione dell’arte vera e poi

decidere che cosa appartenga o non appartenga all’arte, si gabellano

a priori come opere d’arte un certo numero di lavori che per certe

ragioni piacciono a una certa parte del pubblico; di poi s’inventa

una definizione dell’arte che possa estendersi a tutti quei lavori.

Per esempio l’estetico tedesco Muther nella sua _Storia dell’arte nel

secolo XIX_ mentre si guarda bene dal disapprovare le tendenze dei

preraffaellisti, dei decadenti, e dei simbolisti, s’adopera da senno

ad allargare la sua definizione dell’arte in modo da potervi includere

codeste nuove tendenze. Qualunque aberrazione nuova si faccia strada

nell’arte, purchè sia stata accolta dalle classi più elevate della

società, ecco s’inventa subito una teoria per spiegarla e sanzionarla,

come se la storia non ci offrisse dei periodi, in cui certi gruppi

sociali reputavano arte di buona lega un’arte falsa, contorta, priva

di senso, che in seguito sprofondò nell’oblìo senza lasciare traccia di

sè.

Pertanto la teoria dell’arte fondata sulla bellezza, quale ce la

presenta l’estetica, si riduce all’ammissione, tra le cose “buone„ di

qualche cosa che ci sia piaciuto, o che ci piaccia ancora.

Per definire una forma particolare dell’attività umana occorre

comprenderne innanzi tutto il significato e il valore. E per giungere

a que sta nozione fa d’uopo esaminar codesta attività, prima in sè

stessa, poi ne’ suoi rapporti colle sue cause e co’ suoi effetti,

e non solo rispetto al piacere personale che possiamo ricavarne. Se

diciamo che l’unico fine di una certa forma della nostra attività è

il nostro piacere, e la definiamo secondo il piacere che ci cagiona,

la nostra definizione sarà certamente errata. Ma ciò è per l’appunto

quanto accade nelle solite definizioni dell’arte. Nella questione

del nutrimento a nessuno verrà in mente d’affermare che l’importanza

d’alimento si misuri dalla somma di piacere che ne ricaviamo. Ciascuno

ammette e comprende che sulla soddisfazione del palato non si può

fondare una definizione del valore d’un dato alimento, e che perciò

non abbiano il diritto d’argomentare che il pepe di Caienna, il cacio

di Limbourg, l’alcool, ecc., a cui siamo avvezzi e che ci piacciono,

formino il migliore degli alimenti. Ora nella questione dell’arte

abbiamo un caso analogo. La bellezza, ossia quello che ci piace,

non può in alcun modo servirci di fondamento a definir l’arte, nè la

schiera degli oggetti che ci procurano piacere può esser considerata

come il modello dell’arte. Cercare l’oggetto e il fine dell’arte nel

godimento che se ne ricava, è imaginare, come sogliono i selvaggi,

che l’oggetto e il fine dell’alimentazione stiano nel piacere che ne

proviene.

In entrambi i casi il piacere non è che un elemento accessorio. E come

non si giunge a conoscere il vero fine dell’alimentazione, che è il

mantenimento del corpo, se non si tralascia di cercarlo nel piacere di

mangiare, così non si capisce il vero significato dell’arte se non si

smette di riporre il fine dell’arte nella bellezza, cioè nel piacere.

E a quel modo che il discutere intorno al perchè ad uno piacciano

le frutta, e un altro preferisca la carne, non ci aiuta a scoprire

quello che è utile ed essenziale nel nutrimento, così lo studiare le

questioni del gusto in arte, non che aiutarci a intendere quella forma

particolare dell’umana attività che chiamiamo arte, ce ne rende affatto

impossibile l’intelligenza.

Al quesito “che cosa è l’arte?„, abbiamo sciorinato molte risposte

riportate da diverse opere d’estetica. E tutte, o pressochè tutte

codeste risposte, mentre nel resto sono tra di loro agli antipodi,

s’accordano nel proclamare che fine dell’arte è la bellezza, che la

bellezza si riconosce dal piacere che essa procura, e che alla sua

volta codesto piacere è importante, semplicemente perchè è un piacere.

A questo modo queste svariate definizioni dell’arte non riescono vere

definizioni, ma semplici conati per giustificare l’arte odierna.

Per quanto la cosa possa parere strana, nonostante la farragine di

libri scritti intorno all’arte, non s’è tentata ancora nessuna vera

definizione dell’arte, per questo solo motivo: che si volle sempre

fondare il concetto dell’arte su quello della bellezza.

Che cosa è l'arte? · 第 14 / 39 题