Distinzione tra l’arte e la bellezza.
Che cosa si ricava da tutte codeste definizioni della bellezza?
Astraendo da quelle evidentemente fallaci, che non rispondono al
concetto dell’arte, e ripongono la bellezza o nell’adattamento a un
fine, o nella simmetria, o nell’ordine, o nell’armonia delle parti o
nell’unità sotto la varietà, o in diverse combinazioni di tutti questi
elementi, astraendo da questi tentativi infelici di determinazioni
oggettive, tutte le definizioni della bellezza proposte dagli estetici
fanno capo a due principii opposti. Il primo è che la bellezza è cosa
esistente di per sè, una manifestazione dell’Assoluto, del Perfetto,
dell’Idea, dello Spirito, della Volontà, di Dio; l’altro è, che la
bellezza consiste in un piacere particolare provato da noi, e nel quale
non entra punto il sentimento dell’utile.
Di questi due principii il primo fu ammesso da Fichte, Schelling,
Hegel, Schopenhauer e dai metafisici francesi; è ancor oggi molto molto
diffuso tra le persone colte, specie della vecchia generazione.
Il secondo principio, che riduce la bellezza a un’impressione
individuale di piacere, è caldeggiato particolarmente dagli estetici
inglesi, ed è accolto con favore crescente dalle generazioni nuove
della nostra società.
Perciò, secondochè era inevitabile, non sono possibili se non due
definizioni della bellezza; una oggettiva, mistica, per cui la nozione
del bello s’annega in quella della perfezione o di Dio, — definizione
fantastica e senza fondamento reale; l’altra invece semplicissima
e chiarissima, ma affatto soggettiva, quella per cui la bellezza
s’identifica con tutto ciò che piace. Da un lato la bellezza apparisce
come qualche cosa di sublime, di soprannaturale, ma, nel medesimo
tempo d’indefinito; dall’altro, apparisce come una specie di piacere
disinteressato provato da noi. Infatti questo secondo concetto della
bellezza è chiarissimo, ma, pur troppo, è molto inesatto, in quanto
esagera nel senso opposto, implicando così la bellezza anche dei
piaceri provenienti dai cibi, dalle bevande, dal vestire, dal tatto,
ecc.
È ben vero che seguendo l’estetica nelle fasi successive del suo
svolgimento dobbiamo riconoscere che le dottrine metafisiche e
idealiste vanno perdendo terreno a petto di quelle sperimentali e
positive, sicchè vediamo degli estetici come Véron e Sully sforzarsi a
escludere intieramente la nozione del bello. Ma gli estetici di codesta
scuola sinora hanno pochi seguaci, e la gran maggioranza del pubblico,
non esclusi i dotti e gli artisti, si attiene all’una o all’altra delle
due definizioni classiche dell’arte, che le assegnano per fondamento
la bellezza, considerata o come una entità mistica e metafisica, o come
una forma speciale di piacere.
Cerchiamo pertanto alla nostra volta d’esaminare questo famoso concetto
della bellezza artistica.
Soggettivamente, ciò che chiamiamo bellezza è senza dubbio tutto quello
che ci fornisce un piacere particolare. Oggettivamente parlando, diamo
il nome di bellezza a una certa perfezione; ma è chiaro che facciamo
così perchè il contatto con questa perfezione ci procura un determinato
piacere; talchè la definizione oggettiva si riduce a essere solo una
nuova forma della definizione soggettiva. Realmente il concetto della
bellezza risulta per noi dal godimento d’un piacere _sui generis_.
Così essendo sarebbe naturale che l’estetica rinunciasse alla
definizione dell’arte fondata sul bello, cioè sul piacere individuale,
e si mettesse in cerca di una definizione più comprensiva, applicabile
a tutte le produzioni artistiche, e tale da farci distinguere quanto
appartiene o non appartiene al dominio dell’arte. Ma, come si sarà
convinto il lettore dal nostro riassunto delle diverse dottrine
estetiche, non incontrammo alcuna definizione di quella sorta. Tutti
i tentativi fatti per definire il bello assoluto, o non definiscono
nulla o definiscono solo alcuni caratteri di alcuni prodotti artistici,
e non abbracciano tutto quello che tutti hanno sempre considerato come
appartenente al dominio dell’arte.
Non c’è una sola definizione veramente oggettiva della bellezza. Le
definizioni esistenti, sia metafisiche sia sperimentali, riescono
tutte in fondo a quell’unica definizione soggettiva, che pretende
l’arte essere l’estrinsecazione della bellezza, e la bellezza essere
ciò che piace senza eccitare il desiderio. Molti estetici intesero
l’insufficienza e l’instabilità d’una definizione siffatta, e, per
darle una base solida, studiarono le origini del piacere artistico.
Così trasformarono la questione della bellezza in una questione di
gusto. Ma in ultima analisi si scoperse che il gusto non è più facile
a definirsi che la bellezza. Perchè non c’è, nè ci può essere alcuna
spiegazione compiuta e seria del motivo per cui una cosa piace a uno e
dispiace a un altro, e viceversa. Quindi l’estetica intiera, dalla sua
fondazione sino ai nostri tempi, fallisce in quello che ci potevamo
attendere da essa nella sua qualità di pretesa scienza; non avendoci
saputo determinare nè le proprietà e le leggi dell’arte, nè il bello,
nè l’essenza del gusto. Tutta codesta famosa scienza dell’estetica
consiste, in fondo, a non riconoscere come artistiche se non certe
opere, per l’unico motivo che ci piacciono, e poi ad architettare una
teorica dell’arte adattabile per l’appunto a cotali opere. Si comincia
dallo stabilire un canone artistico, secondo cui si designano come
opere d’arte certe produzioni che hanno la fortuna di piacere a certe
classi sociali, le opere di Fidia, di Raffaello, del Tiziano, di Bach,
di Beethoven, d’Omero, di Sofocle, di Dante, di Shakespeare, di Goethe,
ecc.; dopo ciò le leggi dell’estetica sono aggiustate in modo che
abbraccino la totalità di quelle opere.
Un estetico tedesco che io leggevo giorni sono, Folgeldt, discutendo i
problemi dell’arte e della morale afferma di netto essere pura follia
il voler cercare la morale nell’arte. E sapete su quale argomento,
solo e soletto, fondi la sua dimostrazione? Dice che, se l’arte dovesse
essere morale, non sarebbero opere d’arte nè il _Romeo e Giulietta_ di
Shakespeare nè il _Wilhelm Meister_ di Goethe; ora quelle opere essendo
con piena evidenza opere d’arte, crollerebbe tutta la dottrina della
moralità nell’arte. Onde, il signor Folgeldt si mette in cerca di una
definizione dell’arte che lasci passare quei due lavori; e si decide a
proporre come fondamento dell’arte “il significato„.
Orbene, è su questo modello che sono fabbricate tutte le estetiche.
In luogo di cominciare da una definizione dell’arte vera e poi
decidere che cosa appartenga o non appartenga all’arte, si gabellano
a priori come opere d’arte un certo numero di lavori che per certe
ragioni piacciono a una certa parte del pubblico; di poi s’inventa
una definizione dell’arte che possa estendersi a tutti quei lavori.
Per esempio l’estetico tedesco Muther nella sua _Storia dell’arte nel
secolo XIX_ mentre si guarda bene dal disapprovare le tendenze dei
preraffaellisti, dei decadenti, e dei simbolisti, s’adopera da senno
ad allargare la sua definizione dell’arte in modo da potervi includere
codeste nuove tendenze. Qualunque aberrazione nuova si faccia strada
nell’arte, purchè sia stata accolta dalle classi più elevate della
società, ecco s’inventa subito una teoria per spiegarla e sanzionarla,
come se la storia non ci offrisse dei periodi, in cui certi gruppi
sociali reputavano arte di buona lega un’arte falsa, contorta, priva
di senso, che in seguito sprofondò nell’oblìo senza lasciare traccia di
sè.
Pertanto la teoria dell’arte fondata sulla bellezza, quale ce la
presenta l’estetica, si riduce all’ammissione, tra le cose “buone„ di
qualche cosa che ci sia piaciuto, o che ci piaccia ancora.
Per definire una forma particolare dell’attività umana occorre
comprenderne innanzi tutto il significato e il valore. E per giungere
a que sta nozione fa d’uopo esaminar codesta attività, prima in sè
stessa, poi ne’ suoi rapporti colle sue cause e co’ suoi effetti,
e non solo rispetto al piacere personale che possiamo ricavarne. Se
diciamo che l’unico fine di una certa forma della nostra attività è
il nostro piacere, e la definiamo secondo il piacere che ci cagiona,
la nostra definizione sarà certamente errata. Ma ciò è per l’appunto
quanto accade nelle solite definizioni dell’arte. Nella questione
del nutrimento a nessuno verrà in mente d’affermare che l’importanza
d’alimento si misuri dalla somma di piacere che ne ricaviamo. Ciascuno
ammette e comprende che sulla soddisfazione del palato non si può
fondare una definizione del valore d’un dato alimento, e che perciò
non abbiano il diritto d’argomentare che il pepe di Caienna, il cacio
di Limbourg, l’alcool, ecc., a cui siamo avvezzi e che ci piacciono,
formino il migliore degli alimenti. Ora nella questione dell’arte
abbiamo un caso analogo. La bellezza, ossia quello che ci piace,
non può in alcun modo servirci di fondamento a definir l’arte, nè la
schiera degli oggetti che ci procurano piacere può esser considerata
come il modello dell’arte. Cercare l’oggetto e il fine dell’arte nel
godimento che se ne ricava, è imaginare, come sogliono i selvaggi,
che l’oggetto e il fine dell’alimentazione stiano nel piacere che ne
proviene.
In entrambi i casi il piacere non è che un elemento accessorio. E come
non si giunge a conoscere il vero fine dell’alimentazione, che è il
mantenimento del corpo, se non si tralascia di cercarlo nel piacere di
mangiare, così non si capisce il vero significato dell’arte se non si
smette di riporre il fine dell’arte nella bellezza, cioè nel piacere.
E a quel modo che il discutere intorno al perchè ad uno piacciano
le frutta, e un altro preferisca la carne, non ci aiuta a scoprire
quello che è utile ed essenziale nel nutrimento, così lo studiare le
questioni del gusto in arte, non che aiutarci a intendere quella forma
particolare dell’umana attività che chiamiamo arte, ce ne rende affatto
impossibile l’intelligenza.
Al quesito “che cosa è l’arte?„, abbiamo sciorinato molte risposte
riportate da diverse opere d’estetica. E tutte, o pressochè tutte
codeste risposte, mentre nel resto sono tra di loro agli antipodi,
s’accordano nel proclamare che fine dell’arte è la bellezza, che la
bellezza si riconosce dal piacere che essa procura, e che alla sua
volta codesto piacere è importante, semplicemente perchè è un piacere.
A questo modo queste svariate definizioni dell’arte non riescono vere
definizioni, ma semplici conati per giustificare l’arte odierna.
Per quanto la cosa possa parere strana, nonostante la farragine di
libri scritti intorno all’arte, non s’è tentata ancora nessuna vera
definizione dell’arte, per questo solo motivo: che si volle sempre
fondare il concetto dell’arte su quello della bellezza.