La bellezza.
Cominciamo dal fondatore dell’estetica, da Baumgarten (1714-1762).
A suo parere, la conoscenza logica ha per oggetto la _verità_, e la
conoscenza estetica, vale a dire che tocca i sensi, ha per oggetto la
_bellezza_. La _bellezza_ è il perfetto, o l’assoluto riconosciuto dai
sensi; la _verità_ è il perfetto percepito dalla ragione. E la _bontà_
dal suo canto è il perfetto raggiunto dalla volontà morale.
Il Baumgarten definisce la bellezza come una “armonia„ cioè un ordine
tra certe parti, nelle loro mutue relazioni e nel loro rapporto col
tutto. Il fine poi della bellezza è quello “di piacere e d’eccitare
un desiderio„. Tra parentesi, abbiamo qui esattamente l’opposto della
definizione kantiana.
Quanto alle manifestazioni del bello, l’autore in questione crede che
la suprema incarnazione del bello si trovi nella natura, e che perciò
l’ideale dell’arte consista nel copiare la natura; altra sentenza
questa che fa a pugni colle opinioni degli estetici successivi.
Ci sia concesso lasciar da parte gl’immediati successori del
Baumgarten, cioè il Maier, l’Eschenburg e l’Eberhard, che solo
ritoccarono leggermente la dottrina del maestro, distinguendo dal
bello il gradevole. Ma non dobbiamo tacere le definizioni dovute ad
altri contemporanei del Baumgarten, per esempio allo Sulzer, a Mosè
Mendelssohn, al Moritz, che contraddicono apertamente alle dottrine di
quello, considerando come oggetto dell’arte la bontà, non la bellezza.
Secondo il Sulzer (1720-1779) non si può ritenere per bello se non ciò
che partecipi in qualche modo del buono; quindi la bellezza è ciò che
desta e svolge il sentimento morale. Mendelssohn (1729-1786) ravvisa
nella perfezione morale il solo scopo dell’arte. Codesti estetici
distruggono totalmente la distinzione che il Baumgarten stabiliva
tra le tre forme del perfetto, cioè il vero, il bello e il buono; e
rannodano il bello al vero e al buono.
Codesto concetto non solo non è conservato dagli estetici del periodo
seguente, ma è anche contraddetto nella sua sostanza dai famoso
Winckelmann (1717-1768), che disgiunge la funzione dell’arte da
ogni fine di moralità, e attribuisce all’arte come suo oggetto la
bellezza esteriore, ristretta alla sola bellezza visibile. Secondo il
Winckelmann la bellezza è di tre sorta: 1.º la bellezza della forma;
2.º la bellezza dell’idea, che risulta dall’atteggiamento delle figure;
3.º la bellezza dell’espressione che scaturisce dalla fusione delle
altre due. La bellezza dell’espressione è il fine supremo dell’arte,
e si trova effettuata nell’arte antica; perciò l’arte moderna deve
tendere ad imitare l’antica.
Analogo concetto della bellezza si mostra nel Lessing, nell’Herder,
nel Goethe e nei più degli altri estetici tedeschi, finchè non venne il
Kant ad abbatterlo sostituendovene un altro affatto diverso.
Nel medesimo periodo in Inghilterra, in Francia, in Italia e in Olanda
sorge uno sciame di teorie estetiche, le quali, benchè indipendenti
dalle tedesche, stanno loro a paro per l’oscurità e la confusione.
A detta dello Shaftesbury (1690-1713); “ciò che è bello, è armonico e
ben proporzionato; ciò che è armonico e ben proporzionato è vero; e ciò
che è a un tempo bello e vero, è necessariamente gradevole e buono„.
Dio è il fondamento d’ogni bellezza; la bellezza e la bontà procedono
da lui. Così per codesto inglese la bellezza si distingue dalla bontà,
e pur tuttavia si confonde con essa.
Secondo l’Hutcheson (1694-1747) l’oggetto dell’arte è la bellezza,
l’essenza della quale sta nell’evocare in noi la percezione
dell’uniformità nella varietà. Noi possediamo “un senso„ interno che
ci permette di riconoscere che cosa sia l’arte, ma può tuttavia essere
in contraddizione col senso estetico. Per dippiù, secondo l’idea
dell’Hutcheson la bellezza non corrisponde sempre alla bontà, ma se ne
distingue, e in certi casi le è contraria.
Secondo l’Home (1696-1782) la bellezza è ciò che piace. Non c’è per
essa altra determinazione che il godimento. L’ideale del godimento
sta in questo che il massimo di ricchezza, di pienezza, di forza e di
varietà d’impressioni si trovi condensato entro i limiti più ristretti.
Codesto è pure l’ideale d’una perfetta opera d’arte.
Secondo il Burke (1729-1797) il sublime e il bello, che sono gli
oggetti dell’arte, trovano la loro origine nel nostro istinto di
conservazione e nell’istinto di socievolezza. La difesa dell’individuo
e la guerra, che ne scaturisce, sono le fonti del sublime; la
socievolezza e l’istinto sessuale che ne deriva, sono la fonte del
bello.
Se i pensatori inglesi nelle loro definizioni del bello e dell’arte si
contraddicevano a vicenda, nemmeno gli estetici francesi riuscivano
ad accordarsi meglio. Secondo il padre André (_Essai sur le Beau_,
1741) ci sono tre specie di bellezza: la bellezza divina, la bellezza
naturale e la bellezza artificiale. Secondo Batteaux (1713-1780),
l’arte consiste nell’imitare la bellezza della natura, e il suo scopo
dev’essere di piacere. Questa a un dipresso è pure la definizione del
Diderot.
Il Voltaire e il D’Alembert pensano che le sole leggi del buon gusto
possano decidere del bello; ma che alla loro volta codeste leggi
sfuggano a ogni definizione.
Secondo il Pagano, fiorito in Italia nel medesimo periodo, l’arte
consisterebbe nel raccogliere in uno le bellezze disseminate nella
natura. L’attitudine a percepire codeste bellezze costituisce il buon
gusto, la facoltà di raccoglierle in un tutto s’identifica coll’ingegno
artistico. La bellezza, per lui, si confonde colla bontà; la bellezza è
la bontà resa visibile, e la bontà è la bellezza resa interiore.
Secondo altri italiani, ad esempio il Muratori (1672-1750) e lo
Spaletti (Saggio sopra la Bellezza, 1765), l’arte va ricondotta a una
sensazione egoistica fondata sul nostro istinto di conservazione e di
socievolezza.
Degli estetici Olandesi il più notevole è Hemsterhuis (1720-1790) il
quale influì realmente sugli estetici tedeschi, sul Goethe medesimo.
Per lui la bellezza è ciò che procura il maggior piacere, e desta in
noi il massimo numero d’idee nella minima durata di tempo. Quindi a suo
parere il godimento del bello è il più alto di tutto, come quello che
ci procura nel più piccolo spazio di tempo la più grande quantità di
percezioni.
Tali erano all’incirca in Europa, le principali dottrine estetiche,
allorchè sorse quella del Kant (1724-1804) che rimase poi, come
sappiamo, tra le più celebrate.
La teoria estetica del Kant si può riassumere nel modo seguente: —
L’uomo ha la conoscenza della natura esteriore e ad un tempo di sè
stesso entro la natura. Nella natura esso cerca il vero; in sè stesso
cerca la bontà. La prima ricerca risguarda la _ragione pura_, la
seconda la _ragione pratica_. Ma oltre a quei due mezzi di percezione
havvi ancora la capacità di giudicare, atta a produrre dei “giudizi
senza concetti, e dei piaceri senza desideri„. Codesta capacità è la
base del sentimento estetico.
Secondo il Kant la bellezza considerata soggettivamente è quello che
piace in modo generale e necessario, senza concetto alcuno (Begriff)
e senza utilità pratica. Oggettivamente considerata, la bellezza è la
forma d’un oggetto piacente, in quanto ci piaccia senza alcun riguardo
alla sua utilità.
Definizioni della bellezza poco diverse da questa del Kant furono
date dai suoi successori, tra i quali meritano menzione lo Schiller
(1759-1805) e Guglielmo di Humboldt.
Oltre ai filosofi di second’ordine, dopo il Kant s’occuparono
d’estetica anche il Fichte, lo Schelling, l’Hegel, e i loro discepoli.
Il Fichte (1762-1814) sostiene che il mondo per noi ha due aspetti,
costituiti per una parte dalla somma delle nostre limitazioni, per
l’altra da quella della nostra libera attività ideale. Sotto il primo
aspetto ogni cosa è sfigurata, rimpicciolita, mutilata, e scorgiamo
così la bruttezza; sotto l’altro aspetto percepiamo gli oggetti nella
loro pienezza, nella loro vita intima, vale a dire ravvisiamo la
bellezza. Perciò la bellezza e la bruttezza delle cose dipendono dal
punto di vista di chi le osserva, e la bellezza non ha radice nel
mondo, ma nell’“anima bella„. L’arte è la manifestazione di siffatta
“anima bella„, e ha per fine l’educazione della mente, del cuore,
anzi dell’uomo intiero. Per la qual cosa i caratteri della bellezza
non risiedono nelle cose o sensazioni esteriori, ma nella presenza di
un’anima bella, nell’artista.
Senza diffonderci intorno alle teorie di Federico Schlegel (1772-1829)
e di Adamo Müller (1779-1829) tocchiamo di quella celebre dello
Schelling (1775-1854). Secondo questo filosofo l’arte defluisce da
una concezione delle cose nella quale il soggetto diventa oggetto
a sè stesso, e l’oggetto diventa per sè soggetto. La bellezza è la
percezione dell’infinito nel finito. L’arte è l’unione del soggettivo
e dell’oggettivo, della natura e della ragione, del cosciente e
dell’incosciente. E la bellezza del pari è la contemplazione delle
cose in sè, quali cioè esistono nei loro prototipi. La bellezza non
è prodotta dal sapere o dall’abilità dell’artista, ma dall’idea della
bellezza che lo governa.
Dopo lo Schelling e la sua scuola, come a dire il Solger, il Krause,
ecc., viene innanzi la famosa dottrina estetica dell’Hegel, la quale,
in fondo, è pur sempre la base delle opinioni correnti intorno all’arte
e alla bellezza. Del resto nemmeno questa teoria è più chiara o più
precisa delle precedenti, chè anzi le supera in astrusità e nebulosità.
Secondo l’Hegel (1770-1831), Dio si manifesta nella natura e nell’arte
sotto la forma della bellezza. La bellezza è il riflesso dell’idea
nella materia. L’anima sola è veramente bella; ma lo spirito si palesa
a noi sotto la forma sensibile, e in questa apparenza sensibile dello
spirito risiede l’unica realtà della bellezza. Nel sistema hegeliano
bellezza e verità sono tutt’uno; poichè la bellezza non è altro che la
manifestazione sensibile della verità.
Questa dottrina fu ripresa, svolta, arricchita di molte nuove formole
dai discepoli dell’Hegel, Weisse, Ruge, Rosenkrantz, Vischer, e
altri. Ma non si creda che l’hegeinismo avesse il monopolio delle
teorie estetiche in Germania! Al suo fianco comparivano altri sistemi
in gran numero, i quali, ben lungi dall’ammettere coll’Hegel che la
bellezza fosse il riflesso dell’idea, impugnavano quella definizione,
confutandola e deridendola. Ci contentiamo di addurre le dottrine
dell’Herbart e dello Schopenhauer.
Secondo Herbart (1776-1841) non c’è e non può esserci bellezza
esistente di per sè stessa. Non esiste nient’altro che la nostra
opinione, e questa è fondata sulle nostre impressioni personali.
Ci sono certe relazioni che noi chiamiamo bello, e l’arte sta nello
scoprirle, tanto nella pittura, quanto nella musica e nella poesia.
Secondo lo Schopenhauer (1788-1860) la volontà si oggettiva nel mondo
su piani diversi, ciascuno dei quali ha la sua bellezza propria, e
il più elevato è il più bello. La rinuncia alla nostra individualità,
permettendoci di contemplare codeste manifestazioni della Volontà, ci
dà una percezione della bellezza. Tutti gli uomini hanno la facoltà
di oggettivare l’idea in disegni differenti; ma il genio dell’artista
la possiede in più alto grado, e può quindi produrre una bellezza
superiore.
Dopo questi scrittori famosi ne sorsero in Germania degli altri meno
originali e meno autorevoli, ma pur sempre accaniti a sradicare le
dottrine dei loro confratelli passati e presenti: tali sono l’Hartmann,
il Kirchmann, lo Schnasse, il fisico Helmholtz, il Bergmann, il
Jungmann, ecc.
Secondo Hartmann (nato nel 1842) la bellezza non risiede nè nel
mondo esterno, nè nella “cosa in sè stessa„, nè nell’anima nostra, ma
nell’_apparenza_ (Schein) prodotta dall’artista. La “cosa in sè„ non è
punto bella, ma ci sembra tale quando è trasformata dall’artista.
Secondo Schnasse (1798-1875), non c’è nel mondo bellezza perfetta;
la natura non fa che accostarvisi soltanto; l’arte ci dà quel che la
natura non può darci.
Secondo Kirchmann (1802-1884) ci sono sei regni della storia: i regni
della scienza, della ricchezza, della morale, della fede, della
politica, e della bellezza. L’arte è l’attività che s’esercita in
quest’ultimo regno.
Secondo Helmholtz (1821-1896) il quale non s’occupò che dell’estetica
musicale, la bellezza in musica non s’ottiene se non coll’osservazione
di certe leggi invariabili, leggi che l’artista ignora, ma a cui
obbedisce incoscientemente.
Secondo Bergmann (_Ueber das Schöne_, 1887) è impossibile
definire oggettivamente la bellezza. Essa non si può percepire che
soggettivamente, quindi il problema dell’estetica sta nel determinare
quello che piace a ciascuno.
Secondo Jungmann (morto nel 1885): 1.º la bellezza è una qualità
soprasensibile delle cose; 2.º il piacere artistico è prodotto in noi
dalla semplice contemplazione della bellezza; 3.º la bellezza è il
fondamento dell’amore.
Credete voi che mentre la Germania partoriva tante dottrine, gli
estetici di Francia ed Inghilterra scioperassero?
In Francia, c’era Cousin (1792-1867), un eclettico che s’ispirava
alle dottrine degl’idealisti tedeschi. Secondo lui la bellezza posa
sempre sopra un fondamento morale. Diceva inoltre che la bellezza può
esser definita oggettivamente, e ch’essa è, per essenza, la varietà
nell’unità.
Il Jouffroy, suo scolaro (1796-1842) scorgeva nella bellezza
l’invisibile reso per mezzo di segni sensibili.
Il metafisico Ravaisson considerava la bellezza come termine e fine
supremo dell’Universo. “La beauté la plus divine et principalement la
plus parfaite contient le secret.„ E appresso: “Le monde entier est
l’œuvre d’une beauté absolue, qui n’est la cause des choses que par
l’amour qu’elle met en elles.„
M’astengo a bello studio dal tradurre in russo codeste espressioni
metafisiche, perchè i francesi quando prendono a imitare i tedeschi li
superano d’assai nell’arruffio delle idee eterogenee.
Il metafisico Renouvier alla sua volta diceva: “Ne craignons pas
d’affirmer qu’une vérité qui ne serait pas belle ne serait qu’un jeu
logique de notre esprit, et que la seule vérité solide, et digne de ce
nom, c’est la beauté.„
Tutti questi pensatori si riferivano colle loro dottrine all’estetica
tedesca; altri loro contemporanei si sforzarono d’esser più originali,
come il Taine, il Guyau, lo Cherbuliez, il Véron, ecc.
Secondo Taine (1828-1893) c’è la bellezza quando il carattere
essenziale d’una idea importante si manifesta più completamente che
non nella realtà. Secondo Guyau (1854-1888) la bellezza non è cosa
esteriore all’oggetto, ma è il fiore stesso dell’oggetto. L’arte è
l’espressione d’una vita ragionevole e cosciente, evocando in noi a
un tempo la più profonda consapevolezza nella nostra esistenza e i
sentimenti più elevati e i pensieri più nobili. L’arte, secondo lui,
trasporta l’uomo dalla vita individuale nella vita universale per mezzo
della comunione dei sentimenti e delle idee.
Secondo Cherbuliez l’arte è un’attività che: 1.º soddisfa il nostro
amore innato delle apparenze; 2.º incarna in queste apparenze delle
idee; 3.º procura a un tempo godimento ai sensi, al cuore, alla
ragione.
Presentiamo ancora, per esser completi, il parere di alcuni autori
francesi più recenti. La _Psicologia del bello e dell’arte_ scritta
da Mario Pilo[12] (1895) afferma che la bellezza è un prodotto delle
nostre impressioni fisiche. Fine dell’arte è il piacere; ma l’autore
pensa che questo piacere è di necessità eminentemente morale. Il
_Saggio sull’arte contemporanea_ di Fierens-Gevaert (1897) dice che
l’arte consiste nell’equilibrio tra la conservazione delle tradizioni
del passato, e l’espressione dell’ideale del presente. Infine il Sâr
Péladan afferma che la bellezza è una delle manifestazioni di Dio. “Non
c’è altra Realtà che Dio, non c’è altra Verità che Dio, non c’è altra
Bellezza che Dio.„
L’_Estetica_ di Véron (1878) si distingue dalle opere affini se non
altro per maggiore chiarezza e facilità. Senza dare una definizione
esatta dell’arte, l’autore ha il merito di sbarazzare l’estetica da
tutte le vaghe nozioni del bello assoluto. Secondo il Véron l’arte
è la manifestazione d’un’emozione estrinsecata per mezzo di qualche
combinazione di linee, di forme, di colori, o con una successione di
movimenti, di ritmi, di suoni.
Quanto agli Inglesi, in massima parte s’accordano in questo, che
definiscono la bellezza non per le sue qualità proprie, ma seguendo le
impressioni e i gusti individuali. Così fecero già il Reid (1704-1796),
l’Alison ed Erasmo Darwin (1731-1802). Ma le teorie dei loro successori
sono assai più notevoli.
Secondo Carlo Darwin (1805-1882) la bellezza è un sentimento naturale,
non soltanto dell’uomo, ma eziandio degli animali. Gli uccelli adornano
i loro nidi, e tengono conto della bellezza nei rapporti sessuali.
Del resto la bellezza è la risultante di varie nozioni e di vari
sentimenti. L’origine della musica si deve rintracciare nelle chiamate
che il maschio rivolge alla femmina.
Secondo Erberto Spencer (nato nel 1820) l’origine dell’arte dev’essere
cercata nel giuoco. Negli animali inferiori l’energia vitale è rivolta
per intiero alla conservazione della vita individuale e della specie;
nell’uomo invece, soddisfatti i primi istinti, rimane un dippiù
d’energia, che si consuma nel giuoco, e poscia è trasformata in arte.
E l’autore continua a discorrere delle varie sorgenti del piacere
estetico, cioè della facoltà d’esercitare qualche senso nella sua
maggiore interezza e col minore dispendio di forza, della massima
varietà delle sensazioni, ecc.
Grant Allen nei suoi _Physiological Esthetics_ (1877) assegna
alla bellezza un’origine fisica. I piaceri estetici derivano dalla
contemplazione della bellezza, ma il concetto della bellezza è il
risultato di un processo fisiologico. Il bello è ciò che procura il
maximum di stimoli col minimum di spesa.
Le varie opinioni ora addotte intorno all’arte e alla bellezza,
senza dire di quelle degl’inglesi Todhunter, Morley, Kerd, Knight,
ecc., non esauriscono di certo quanto s’è scritto intorno al nostro
argomento. Non passa giorno senza che sorgano dei nuovi estetici, nella
dottrina dei quali si trovano, invariabilmente, lo stesso vago e le
stesse contraddizioni. Alcuni per inerzia si contentano di adottare
con qualche variante l’estetica mistica dei Baumgarten e dei Hegel;
altri trasportano la questione nel campo soggettivo, riconnettendo
la bellezza al gusto; altri, gli estetici delle ultime generazioni,
ricercano l’origine della bellezza nelle leggi della fisiologia; altri
infine affrontano risoluti il problema dell’arte indipendentemente dal
concetto di bellezza.
Così il Sully, in _Sensation and Intuition_, elimina per intero la
nozione di bellezza. Nella sua definizione l’arte non è che un prodotto
idoneo a procurare al produttore un godimento attivo, e a suscitare
un’impressione gradevole in un certo numero di spettatori o d’uditori,
astraendo da ogni considerazione d’utilità pratica.