_Lotterin._ Chi percuote alle porte? — Che si vuole

Dalla casa di Dio? — Chi se'? — Gualfredo!

Esecrata dell'empio è la preghiera;

Dio la disperde irato, o la converte

In maledizion, e su la testa

Folgorando allo iniquo la ripiomba. —

Scostati dagli altari: — un giorno Dio

Ti ruggirà su l'anima, e la impronta

Vi scorgendo del sangue: — Immaculata —

Ei dirà — e casta ella da me partissi,

Perchè l'hai sozza? Non è più mia figlia.

Scostati dagli altari. — Oza protervo

Un fuoco arse celeste, e Core un fuoco

Terreno incese. Una fraterna guerra

Pugnasti, — una fraterna alma sciogliesti;

E vuoi compagno a' tuoi misfatti Iddio?

Tu non se' degno ch'ei la man ti posi

Grave, tremenda sul capo, e ti sperda.

Miserabile! — il fulmine è serbato

A più alti delitti. — Al tuo... gli orrori

Bastano della notte, e lo sognate

Fantasime crucianti del rimorso,

E la paura del fuoco infinito. —

Ma Dio t'insegue: — oh! qua ti volgi; — vedi

Questa bara? sai chi racchiude? — Il tuo

Nepote atrocemente assassinato. —

Tra il santuario e te, frapposto ha Dio

Il tuo delitto.

_Gualfredi_ Ahi! che innocente io sono.

_Lotterin._ Sì, — come Giuda. Se tal sei, t'accosta,

Vieni, e lo giura sul capo del morto...

Ma temi che non scorra dalle peste

Narici il sangue su le labbra; temi

Non venga a ribollir spumoso... temi

Fino all'inferno non si avvalli il suolo.

_Gualfredi_ Padre! non sono io reo...

_Lotterin._ Giuralo...

_Gualfredi_ Il giuro...

_Lotterin._ Tu tremi?

_Gualfredi_ Sì... ma di pietà...

_Lotterin._ Si scopra

Il cadavero: or vieni... Oh morte eterna!

Tua figlia!

_Gualfredi_ Cristo! Lasciami...[32] O diletta!

_Lotterin._ Scostati; — è morta!

_Tutti_ È morta!

_Gualfredi_ O Bianca!... o figlia,

Nell'ora del dolor vegliami, o Dio,

Che la morta ragion l'alma non stringa

Al fiero passo dei martirii eterni.

_Manente_ Io non ho vena che non tremi tutta. —

Rendiamci a Lui che volentier perdona;

Geri... rendiamci... a... Dio.

_Geri_ Sul capo nostro

Piovve commista al maledir di Dio

La linfa del battesmo: eternamente

Dannati... il cielo per tremar non s'apre...

Gemi, codardo? — In me ti affisa... io voglio

Che ben degno di lui m'abbia l'inferno.

ALLUSIONI STORICHE.

Pag. 424.

_Appiè del letto_

_Starsi un demonio che vi guata fiso._

Questa credenza religiosa era comune a quei tempi. Nello _Specchio della

vera Penitenza_ trovasi un fatto molto somigliante all'esposto; non sia

grave di leggerlo qui trascritto. — «E' fu uno cavaliere in Inghilterra

prode in arme, ma di costumi vizioso, il quale gravemente infermato, fu

visitato dal re che era uno santo uomo; e indotto che dovesse

acconciarsi nell'anima, confessandosi come buon Cristiano, rispose, e

disse: Che non era bisogno, e che non voleva mostrare di aver paura, nè

essere tenuto codardo o vile. Crescendo la infermità, e il re un'altra

volta venne a lui, e confortandolo, e, come aveva fatto prima,

inducendolo a penitenzia e a confessare li suoi peccati, rispose: Tardi

è oggimai, messer lo re; perocchè io sono già giudicato e condennato,

chè male a mio uopo non vi credetti l'altro giorno quando mi visitaste,

e consigliastemi della mia salute, che, misero a me! ancora era tempo di

trovare misericordia. Ora, che mai non fossi io nato! m'è tolta ogni

speranza; chè poco dinanzi che voi entraste, a me venneno due bellissimi

giovani, e puosonsi l'uno da capo del letto, e l'altro da piè, e

dissono: Costui dee tosto morire; veggiamo se noi abbiamo nessuna

ragione in lui. E l'uno si trasse di seno un piccolo libro scritto di

lettere d'oro, dove, avvegnachè in prima non sapessi leggere, lessi

certi piccoli beni e pochi ch'io aveva fatti nella mia giovanezza,

innanzi che mortalmente peccassi: nè non me ne ricordava. E avendone

grande letizia, sopravvennero due grandissimi, nerissimi e crudelissimi

dimoni, e puosono innanzi a' miei occhi uno grande libro aperto, ove

erano scritti tutti i miei peccati, e tutti i mali ch'io aveva mai

fatti, e dissono a quelli due giovani ch'erano gli angioli di Dio: Che

fate voi qui? conciossiachè in costui nulla ragione abbiate, e il vostro

libro, già è molti anni, non sia valuto niente. E sguardando l'uno

l'altro, gli angioli dissono: E' dicono vero. E così, partendo, mi

lasciaro nelle mani dei dimoni: i quali con due coltella taglienti mi

segano l'uno dal capo, l'altro da' piedi. Ecco quelli da capo mi taglia

ora gli occhi, e già ho perduto il vedere. e l'altro ha segato infino al

cuore, e già non posso più vivere — E dicendo queste parole, si morì.» —

Dante, al XXVII dell'_Inferno_, tal fa parlare Guido da Montefeltro:

Francesco venne poi, com'io fu' morto,

Per me; ma un de' neri cherubini

Gli disse: Nol portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra' miei meschini,

Perchè diede il consiglio frodolente,

Dal quale in qua stato gli sono a' crini;

Ch'assolver non si può chi non si pente;

Nè pentere e volere insieme puossi,

Per la contraddizion che nol consente.

O me dolente! come mi riscossi,

Quando mi prese, dicendomi: Forse

Tu non pensavi ch'io loico fossi!

E al VI del _Purgatorio_, non con diversa immagine si esprime Buonconte

figlio dello stesso Guido.

Pag. 425.

_Il terzo giorno ciberò del pane_

_Nel vin temprato su l'arca del morto._

La causa di parlare siffatto è manifesta dal Commento che fa il Landino

al verso del Canto XXXIII del _Purgatorio, — Che vendetta di Dio non

teme suppe_. «Creda che Dio ne farà vendetta.»

Referisce lo Imolese che in Firenze era opinione, che chi avesse

commesso omicidio, e mangiasse sopra il corpo del morto una zuppa, non

potea dipoi per vendetta esser morto: e il figliuolo di Dante, il quale

commentò questa Commedia, afferma che in questi tempi, quando alcuno dei

grandi cittadini era stato morto nella nostra città, i propinqui

guardavano la sepoltura insino a nove giorni che alcuno non vi mangiasse

zuppa.

Pag. 427.

_Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!_

_L'eco dei monti gli risponde — più. _

Questa idea fu suscitata da quel verso di Byron nella _Fidanzata

d'Abido_, «Where is my child? an Echo answers, Where.» — Byron poi

confessa di averla tolta da un manoscritto arabo citato nelle note dei

_Piaceri della Memoria_, che dice: «I came to the place of my birth and

cried, the friends of my youth, where are they? and Echo answered, Where

are they?»

Pag. ivi.

_Mesto mesto incamminasi al piviere ec._

Da tutti i monumenti storici della età della quale trattiamo, agevol

cosa è rilevare _pivieri_ dirsi li scompartimenti dei contado oggidì

chiamati cure e parrocchie; qui poi Piviere sta propriamente per la casa

del Pastore, che ora intendo nominare Canonica: _sere_ essere il titolo

del sacerdoti e dei notaj, che or tuttavia questi ultimi conservano,

avendolo i primi mutato col don; e mastro, o maestro, quello dei medici.

Pag. 429.

_Il libro della vita è scritto._

La quistione sul libero arbitrio, di cui si fa motto nella Scena

presente, era la favorita dei tempi. Dante nel VII dello _Inferno_ aveva

attribuito una qualche influenza alla fortuna su le azioni umane. Cecco

di Ascoli, che trasse l'oroscopo alla figlia del duca di Calabria, e per

influsso di pianeta chiarì entrambi sagacissime femmine, che, come

astrologo fu abbruciato a Firenze, stimando aver tolto l'Alighieri il

libero arbitrio, nel suo poema l'_Acerba_ acremente il rimprovera al

passo che comincia: _In ciò peccasti, o Fiorentin Poeta_: il quale per

esser riferito dai Tiraboschi, dal Ginguené, dal Pignotti e da molti

altri, non riportiamo. Niuno però era più che Dante convinto del libero

arbitrio; la sua dottrina in questo proposito è chiara pel discorso che

fa tenere a Marco Lombardo al XVI Canto del _Purgatorio_, e più anche

per li due terzetti del Canto XVII del _Paradiso_:

La contingenza, che fuor del quaderno

Della vostra materia non si stende.

Tutta è dipinta nel cospetto eterno.

Necessità però quindi non prende,

Se non come dal viso in che si specchia

Nave che per corrente giù discende.

Nel qual luogo dimostra come la prescienza di Dio non è contraria al

libero arbitrio; la imagine della nave è stata imitata da noi, come ad

ognuno è manifesto. Se poi ella sia buona ragione, a noi non istà a

dire; avvertiremo solo che qualunque ama sprofondarsi per queste

astrattezze, materia di ben molte meditazioni metafisiche intorno a ciò

potrà rinvenire nella LXIX delle _Lettres Persanes_ di Montesquieu.

Pag. 430.

_Era un Palmiero._

Questa voce fidiamo non ci sarà rimproverata sì come obsoleta, dacchè il

Grossi l'ha tante volte adoperata nei suoi _Lombardi alle Crociate_; pur

chi amasse conoscerne la proprietà, legga questo passo di Dante tratto

dalla _Vita Nuova_, che comenta il Sonetto _Deh! peregrini, che pensosi

andate_. «E però è da sapersi che in vari modi si chiamano le genti che

vanno al servigio dello Altissimo: chiamansi Palmieri, in quanto vanno

oltremare, là onde molte volte recano la palma. Chiamansi Peregrini, in

quanto vanno a Galizia, perocchè la sepoltura di San Iacopo fu più

lontana dalla sua patria che d'alcuno altro Apostolo; chiamansi Romei,

in quanto vanno a Roma, ecc.»

Pag. 435.

_D'immota eternità mobili figli._

E a me sempre giunge lieto il momento in ch'io posso fare onorevole

ricordanza del Pacchiani, che tolse benevolo a scabbiarmi l'anima.

Quest'uomo nato per ingrandire le menti, seguendo troppo bene il

consiglio del gran cancelliere Bacone, _che l'uomo che sa tutto,

compendia tutto_; tale definiva il tempo, scientificamente, in due

parole: _È la durata misurata_; poeticamente: _È il figlio mobile della

eternità immobile_. Entrambi i modi fanno disperazione di dir meglio.

Pag. 445.

_Volea tenerne il cugin nostro — a forza._

Secondo l'albero della famiglia de' Cancellieri, che si trova nelle

_Memorie storiche_ del Fioravanti, Lemmo e Gualfredo erano cugini in

primo grado; Dore e Vanni, o Geri, In secondo: noi, alterando la Storia,

accostammo i gradi della agnazione. Chi non ne indovina il perchè, è

indegno che gli sia detto.

Pag. 449.

_Per trescare una danza in campo azzurro._

Questa, e ben altre frasi, come — _Dar de' calci al rovaio — Mandare in

Piccardia — Ballare nel paretaio del Nemi — Serrare il nottolino —

Salire senza scale,_ ec. — adoperavano i nostri antichi a esprimere

quello che più apertamente significavano coll'appiccare per la gola,

come si usa cogli uomini di garbo.

Pag. 455.

_O auguste mura dei miei padri._

Damiata veramente era un castello che apparteneva ai Neri; e questa è

nuova alterazione della Storia. Nella cacciata dei Neri, seguita nel

1301, fu insieme con altri nobilissimi palazzi atterrato, come da tutti

gli Storici.

Pag. 468.

_Quindi additava l'arme._

L'arme di questa famiglia, conservata dal solo ramo dei Cancellieri del

Bufalo, non era già un lione, ma sibbene un porco in campo liscio. Anche

adesso quest'arme si vede in Pistoia sul palazzo di detta famiglia,

estinta sul finire del secolo scorso, ed ora posseduto dal cavaliere

Ganucci Cancellieri, che colla eredità ne prese il casato.

Pag. 470.

_E quale ebbe Fiorenza_

_Vivo colore. _

Famosi furono i Fiorentini per conciare i panni: principale artificio

appo loro era la tintura. Formavano i tintori un corpo separato dalla

lana, ma erano tenuti a mallevarla di 300 fiorini d'oro. Un ufficiale

particolare, chiamato _dalle magagne_, aveva cura d'invigilare alla

buona tintura; laddove si fossero trovati i colori falsi, o meno buoni

di quello che dovevano essere, i tintori erano puniti come falsarii.

Ognuno poi sa lo scarlatto essere il panno a que' tempi maggiormente

usitato. Vedi Pignotti, _Comm. dei Toscani_.

Pag. 473.

_Sua dimora ha tolto_

_Fra Lotteringo._

Questo frate gaudente vivea a Pistoia, e si chiamava Bertacca, ed era

de' Cancellieri. Noi abbiamo variato il nome di Bertacca in Lotteringo,

siccome poco poetico. Chi vorrà leggere il passo seguente delle _Storie

Pistoiesi_, potrà conoscere quanta sia la confusione de' fatti del

Landino e del Machiavelli, che riportammo a principio dell'Opera.

«Veggendo li figliuoli di messer Rinieri Canceglieri e gli altri Bianchi

di Pistoia che la parte Nera salía, e la loro scendea, pensarono di

voler vendicare la morte di messer Bertino, e uccidere uno dei maggiori

caporali della casa de' Canceglieri della parte Nera, e ordinarono col

Focaccia e col Fredduccio di messer Lippo, che era uno nipote di messer

Bertino, che lo dovessino fare; e quando ebbono ciò ordinato, ebbono

loro fanti, e stavano in posta che messer Detto di messer Sinibaldo de'

Canceglieri Neri venisse alla piazza de' Lazzari; e perocchè alcune

volte vi soleva venire, non guardandosi da' consorti suoi, che non

credea che volessero fare le vendette altrui nel sangue loro medesimo.

Onde, un dì venendo messer Detto alla detta piazza, e entrando in una

bottega di uno che gli facea un farsetto di zendado, presso a casa de'

figliuoli di messer Ranieri, lo Focaccia e Fredduccio, con certa

quantità di fanti, entrarono nella detta bottega, e quivi lo uccisono, e

partironsi. Lo romore si levò per la terra, e grande gente trasse da una

parte e dall'altra: molto fue tenuto danno di lui, perocchè era lo più

gagliardo della casa. Onde seguitarono tra loro aspre e forti battaglie,

e fue l'una parte e l'altra mandata ai confini, salvo che rimase messer

Bertacca padre del Focaccia, perchè era cavaglieri Gaudente, vestito a

modo di frate.» — Qual poi bramasse saper chi questi Gaudenti si

fossero, dove si adoperassero, e come vestissero, poche linee del

Fioravanti il chiariranno: «Quest'ordine di cavalieri, confermato da

Urbano IV, fu creato per pacificare le fazioni guelfe e ghibelline, e

quelli che vestivano l'abito di questo ordine si chiamavano cavalieri di

Santa Maria, e come altri vogliono, i cavalieri Mariani, o frati della

Madonna. I quali portavano un abito bianco, ed un mantello bigio,

entrovi una croce rossa con due stelle rosse in campo bianco, e vivevano

nelle loro case con mogli e figliuoli esenti dalle comuni imposizioni; e

chi non era nobile, non poteva essere di quest'ordine, e vivevano assai

esemplarmente.» — Dante ne caccia due nell'Inferno.

Pag. 476.

_Ma temi che non scorra dalle peste_

_Narici il sangue._

Superstizione. Tommaso Tomai, fisico da Ravenna, a p. 222 del suo

_Giardino del mondo_, queste cose riferisce. «Fra le rose memorabili del

sangue, non resterò di dire, come il sangue del morto per ferite, venuto

alla presenza del malfattore, lo scopre, uscendo fuori dello ferite; e

oltre i moltissimi esempi ch'io potrei addurre, ne dirò uno notabile,

narratomi dal signor Biagio dell'Orso da Ravenna, dottore illustre e

grandissimo pratico nelle cose criminali; ed à che ritrovandosi egli al

servizio del serenissimo signor duca di Mantova in Mombello, casale in

Monferrato, avendo uno di notte ammazzato uno frate di Santa Maria delle

Grazie di Trino, che non si sapeva, dopo l'essere il frate sei ore

morto, e trovato la mattina cadavero secco e agghiadato, essendo ivi

concorso molto popolo, non si vide alcuna mutazione, ma fatto chiamare

uno che si trovava in qualche sospetto, subito giunto alla presenza del

morto, il sangue uscì fresco talmente dalle ferite, che trapassando il

letto mortorio, arrivò fino a terra, non senza grandissimo stupore di

quelli che v'erano presenti. Laonde preso e condotto alle carceri, dopo

alcuni tormenti datogli, avendo confessato il delitto, fu condannato a

morte dal suddetto signor Biagio.» — In fine di certa difesa fatta per

un accusato di perduellione, da Carlo Antonio Rosa marchese di

Villarosa, innanzi il marchese di Vigliena duca d'Ascalona, vicereggente

del Regno di Napoli del serenissimo duca d'Angiò, la quale comincia

«Eccellentissimo Signore, l'infelice Ferdinando Ballati, a cui

l'avvocato fiscale a guisa di _Marte_ minaccia la _morte_, ricorre oggi

a _Giove_, qual è l'Eccellenza Vostra, ec.» si leggono le presenti

parole: «Ciò nonostante fu condannato a morte; contro la qual sentenza

furono da me proposte le nullità, ma nondimeno fu confermata. Avvenne

poi che per un giorno intero si vide sgorgar vivo sangue dalla bocca e

dalle narici del suo cadavero: il che diè motivo a molti d'intingere i

fazzoletti in quel sangue, e di credere ch'egli fosse innocente.»

CONCLUSIONE.

Addio, libro. Senza me tu vai alla bella Firenze. Uscito dai domestici

lari, adesso come nave testè varata ti aspettano i flutti e le procelle

del pubblico. Dio ti preservi dal sinistro! Ma dove mai ti sorprendesse

l'uragano, rammenta che se favellasti parole forse acerbe, tu non

sapesti dirle mai codarde, nè sleali. — Il padre tuo può errare

inconsultamente, ma errare e nuocere con deliberato animo non mai: e

quante volte egli non potè usare la libertà del parlare intera, comprese

tutta la dignità del tacere.

Adesso poi mi assicurano giunta la felicità dei tempi nei quali ti è

concesso manifestare quello che senti _con fronte liberal che l'alma

pinge_;[33] adesso mi accertano il Supremo Correttore essersi persuaso

che la Storia

Plaude a re che apparecchia appoggio e strada

A legge che menzogna in volto accenna

All'uom, che meno è accorto, e men vi bada:

A quei, che franca agli Scrittor la penna,

E va per prova di arte al lido amico.

Accerta il corso, e poi muove l'antenna.[34]

Onde io sperimenterò i tempi scrivendo più spesso che io non soleva, me

consultando e il mio genio, però che poco mi talenti procedere in

compagnia, e mi abbia giovato assumere per divisa quel motto di

Michelangiolo:

Io vo per vie più disusate e solo.

E quando le cose (il che non piaccia a Dio) camminassero diversamente da

quello che io aveva immaginato, tornerò a tacermi o a stampare fuori di

paese, aborrendo per istituto e per carattere la stampa clandestina.

La stampa clandestina accenna sempre due cose: o suprema necessità o

suprema codardia. Suprema necessità, quando dovere cittadino o carità di

patria o altro qualunque affetto magnanimo ti costringono ad aprire

l'animo tuo, e tu non puoi farlo senza grave pericolo. Allora se le tue

parole non suoneranno vili, non ingiuriose o procaci, ma dignitosamente

libere, ove non te ne venga lode sfuggirai il biasimo certamente; o se

biasimo alcuno sarà da compartirsi, ne terranno meritevole non te, ma

quello che avvezzo a unire il fulmine ai suoi voleri ti costrinse. Fuori

di questo caso parmi che colui che si tiene celato sia degno di

riprovazione. Dicesse anche il vero, poichè adoperava, dicendolo, le

arti della menzogna e della frode, ha da portare le pene dei

fraudolenti. Le cose sincere voglionsi rivelare sinceramente, perchè

dobbiamo sperare che vi sieno orecchie disposte a intenderle e animi

pronti ad approvarle. Quando mai alcun danno incogliesse al franco

parlatore, egli otterrà nella sentenza che lo condanna un arnese di

ferro col quale arroventato marcare in fronte chi osò giudicarlo. La

esperienza insegna due essere Tribunali, uno nella curia, l'altro nel

fôro, e inique le sentenze di quella dove non ratificate e confermate

dalla libera coscienza di questo. Poco, a vero dire, conforto nelle

cause ov'è lite di averi: grandissimo e supremo quando si contende di

fama. Nel 20 febbraio 1774, mentre il Parlamento Meaupou condannava

Beaumarchais a fare ammenda onorevole in ginocchioni, ed ordinava che le

sue Memorie fossero _lacérés et brûlés au pied du grand escalier du

Palais par l'exécuteur de la haute justice, comme contenant des

expressions et imputations téméraires_ ec., si stampavano e vendevano

10,000 copie di coteste Memorie. _La cour et la ville_ si recarono a

casa sua per salutarlo, e il principe di Conti lo conduceva seco a

pranzo dicendo: «sentirsi nato da famiglia abbastanza illustre per dare

lo esempio del come dovessero onorarsi i grandi cittadini.» Insomma,

chiunque è vago della lode di onesto, o taccia od abbia il coraggio

della condizione in cui favellando si pose.

Corrono adesso molti anni che a me, preposto alla direzione del Giornale

lo _Indicatore Livornese_, pervenne lettera anonima di preghiera a

stampare gravissimi addebiti contra diversi scrittori del Giornale, e

più specialmente contro uno. Mandai subito la lettera a questo uomo, il

quale accorse premuroso interrogando se intendessi pubblicare cotesta

diatriba in suo vituperio. Risposi: avergli mandato lo scritto perchè se

mai alcuna cosa vera contenesse, con la debita ammenda la riparasse; se

falsa, stesse con tranquillo animo e disprezzasse.

Io poi, dato alle fiamme lo scritto, così ammoniva severamente l'anonimo

scrittore nel nº 28 del Giornale, 7 settembre 1829:

AVVISO

Dixerunt ei: — _Quid venit insanus iste ad te?_

Qui ait eis: _Nostis hominem._

_Regum_ IV, 9.

Con la posta del 30 agosto pervenne alla direzione dell'_Indicatore

Livornese_ uno scritto anonimo intorno diversi articoli di questo

Giornale. — Noi siamo dolenti d'impiegare alcun verso del nostro Foglio

onde fargli convenevole risposta; ma dacchè in altro modo non sapremmo

come manifestare le nostre intenzioni all'ignoto scrittore, così è pur

forza che i nostri _Associati_ se ne chiamino contenti. — Ora dunque, e

sia qualsivoglia l'Anonimo, apprenda che male dimostra conoscere la

indole nostra se crede con perfida lusinga indurre noi a collegarci seco

in altrui vituperio. Per quanto serba dominio la volontà sopra le azioni

umane, ci serberemo incontaminati da ogni bassa voglia, da ogni vile

talento, dalle invidie, dalle ire solite a turbare gl'ingegni che

muoiono in un punto stesso _alle memorie e alla vita_. Finchè lo

consentono i cieli (e sempre spero il consentiranno), la mano che verga

questo scritto si manterrà degna di stringere qualunque altra mano

Italiana. Sono le lettere un sacerdozio morale, e guai a colui che sotto

aspetto diverso le considerasse! — Gli tornerebbe in danno la sua stessa

dottrina, e la sua fama sarebbe quella di Erostrato! — L'attitudine a

bene scrivere largita a pochi avventurosi, se volta a ritrarre le

immagini di una calda fantasia, ossivvero ad esporre sentenze di utili

dottrine, feconda fiori immortali a quegli avventurosi; — adoperata in

turpi litigi, vuolsi paragonare alle spade della patria affidate ai suoi

figliuoli per la propria salvezza, e che nell'ira del vino si cacciano

forsennati nelle viscere.

Percorrendo la storia delle sepolte generazioni, gemiamo di sdegno per

le risse letterarie del Poggio, del Filelfo, di Giorgio da Trebisonda,

del Valla e degli altri uomini dotti del quattrocento. Nel sesto secolo

vediamo un Castelvetro comprare da un sicario l'anima di Alberigo Longo

colpevole di averlo biasimato, e Castelvetro fuggirsi nudo per la notte

dalle case che gli aveano incendiato gli offesi dalla sua penna mordace:

— prostituire Annibal Caro _i sacri studi, e le onorate scuole, onde è

simile a Dio la nostra mente_,[35] in turpi motteggi contro quel

_veglio, di cui lo stil, l'inchiostro, e le parole, son la rabbia, il

veleno, il ferro e il dente_.[36] Insaniscono vituperati l'uno contro

l'altro l'Aretino e il Berni. Sacrilego Bettinelli abate si accosta alla

venerata urna di Dante, e ne conturba le ossa; altri ardisce angustiare

l'anima grande di Vittorio. — Ma perchè non paia che noi, siccome ne

avemmo rampogna, più che non convenga ci dilettiamo a cercare per le

colpe umane, ci rimanghiamo dal noverarle più oltre. — Forse vorrà

alcuno gittarci sul volto il nostro stesso esempio, e ci dirà: Tu pure

trascorresti alla ingiuria vergognosa. — Altri coll'altrui esempio si

difenda, non già noi: _peccavi_!.... Ma se alcuna notte vegliammo su i

volumi del vero, se di qualche speranza facemmo lieta la patria, ci sia

rimesso il peccato. Non si conti quel giorno nei giorni dei nostri

anni:[37] noi ne daremmo cento perchè fosse obbliato.

Dunque non saremo migliori mai dei padri defunti? Andrà perduto il

tesoro della esperienza, e dalle passate sventure non ritrarremo nè

anche il retaggio del sapere? Nello spazio brevissimo in cui viviamo

enti pensanti tra polvere e polvere, non ci ameremo mai?

Certo comparvero nel nostro Giornale alcuni scritti immeritevoli di

lode: — basti il rifiutargliela; ma si vorranno biasimare gli animi

pronti, la voglia amorosa che indusse quei cortesi ad adoperarsi in prò

di questo patrio instituto, mentre altri poltriva in ozio neghittoso? —

Dovranno incontrar male per bene? — Forse distesero un cattivo scritto,

ma fecero una buona azione; e se intendiamo biasimare le buone azioni,

noi non vediamo cosa altro ci rimanga ad operare se non che commendare

le pessime.

Imitino questi oscuri Scrittori la modestia dell'_Indicatore Livornese_:

— quale è il libro che sia stato da noi con parole amare ripreso? — Il

tempo vuole le _sue giustizie_ sopra le triste scritture, e noi lasciamo

adoperare a questo unico riparatore dei torti la sua potenza. Le

discipline gentili non si promuovono con gli esempi del pessimo; la

mente e il cuore si scaldano davanti ai simulacri di eterna bellezza, nè

Longino e gli altri retori innamorarono le genti del _sublime_ con i

falli di Omero.

I Bianchi e i Neri: Dramma · 第 3 / 4 段