_Lemmo_ Perchè quello

Che in pensando il tuo cor freme, — in altrui

Vuoi sospettar? — Questo non è nè giusto

Nè onesto; e il nome nostro delle genti

All'orecchio fin qui non suonò infamia.

L'anima sconfortata nel dolore

Non ode l'argomento della mente,

Nè palpito paterno ragion vince! —

O auguste mura dei miei padri, — un giorno

Men superbe sorgevate, ma certo

Di tutela ospital, di cortesia

Vi riparava il perseguito, — certo

Delle oneste accoglienze il cavaliero; —

Come della innocenza e del valore

Al sacro asilo tutti. — Men superbe

Sorgevate: — ma or son del signor vostro

Le notti tutte quiete? — Il pianeta

Vi schiara sì; — ma non v'allegra; — cade

Suo raggio sopra voi, come su l'arca

Del potente defunto. — O patria mia!

Da quei muri esce un grido di minaccia;

Però che guai alla terra ove castello

Tal'erge il cittadin che può oppressarla:

Guai! In breve, o il suo signor fia per te spento,

Od ei ti fie tiranno. Insomma questo

Dee pur finire in pianto... — Or parmi, e certo

Scorgo una giovanetta in alcun'opra

Intesa tutta: — oh! se della famiglia

Di colui fosse cui nomar non oso.

Fratello, — a lei chieder potria di Dore... —

Gentil donzella, se benigno il cielo...

_Bianca_ Gran Dio! qual voce è questa! Lemmo!...

_Lemmo_ Tanto

Nei miei consorti può l'odio, che desti

La mia voce terrore?

_Bianca_ Amor la voce

Vostra, ed amor dolcissimo risuona

Su l'anima di Bianca.

_Lemmo_ Tralignato

Non è il buon seme di colei che madre

A te, ed a me dolce cognata, or siede

Su in ciel santa. Or deh! dimmi: — il figliuol mio?

_Bianca_ Degli avi suoi nella casa securo

Vive. —

_Lemmo_ Se come bella sei cortese,

Non l'odii tu?

_Bianca_ Odiare io Dore!

_Lemmo_ Arrossi? —

Tanto ti grava un pensiere di pace,

Che a diffonderti valga su pel volto

Il colore dell'onta?

_Bianca_ Ahi! duro detto.

_Lemmo_ Gemi? Ah! tu ben per tempo sei nudrita

Nella scuola dell'ira. — Ah! ben per tempo

Sai esultar nella gioia di futura

Vendetta, e dolce un retaggio esser l'odio,

Che dee di figlio in figlio tramandarsi.

Pur chi il diria? così cortese sembri...

M'ingannai...

_Bianca_ V'ingannaste... il figliuol vostro...

Io amo...

_Lemmo_ L'ami? ma tuo padre... l'odia...

_Bianca_ Io gliel svelava...

_Lemmo_ Ne fremeva il figlio

Di mio padre?

_Bianca_ Il fratel vostro?[16] — Vermiglia

Fu questa terra del sangue di Geri; —

Or non è traccia: — tal dalla sdegnosa

Anima sparve l'ira... perchè Dore

È un innocente.

_Lemmo_ Gioventù feroce! —

E a te grazie, o leggiadra giovanetta.

Che sì pietosa al genitor favelli

Del figliuol suo. — Di', non aborre dunque

Gualfredo Dore?

_Bianca_ Ei ci nomava figli. —

_Lemmo_ Figli!

_Bianca_ E già mosse per alcun consorto,

Onde lieto messaggio a te portasse

Parola di amistà.

_Lemmo_ Cara! non sai

Quanta gioia nell'anima mi versi!

E io dirtela non so; perchè — profonda, —

Inesprimibile è. — Signor, mercede!

Hai veduto lo spirto contristato

Nell'angoscia di morte, e n'hai sentito

Pietà; — non vuoi che nel sepolcro scenda

Affranto nell'affanno il servo tuo.

Or tu, diletta, al mio fratello vola;

Digli che un cuore nel pensier dell'odio

Inaridito spandersi sospira

Per lo suo affetto intero: — un labro, amaro

Finor per ira, ansa cambiare il bacio

Di amistà sul suo labro; — e le mie braccia,

Digli che mai fur giunte alla preghiera

Dal dì che più gli si gittaro al collo

Come pegno di amor. — Va... vola... parla

Quello che vuoi, nè posso dirti io tutto.

Chè al fervido sentir dell'alma è manca

Favella umana; ma secreto un senso

Prepotente e misteriosa fibra

Dette il cielo ai gentili. Or dunque digli

Quel che sentisti, non quel ch'io ti dissi.

_Bianca_ Spirto non mosse mai sì lieto l'ale

Verso del suo fattor, com'io del padre

Ora al cospetto.... Quella via men lunga[17]

Percorrerò.

_Lemmo_ Verso la piazza io muovo

Del castello; — colà se mia venuta

Tuo padre assente... a dirmi vieni, o manda;

Nè già ti prego io ratto; — chè qual spina

Sia l'incertezza più che dirtela io,

Potrai sentirla tu.

SCENA VII.

LEMMO.

Questa è ben gioia!...

Ma è figlia del travaglio. — Nel dolore

Si nasce,... nel dolor si muore,... e l'ora

Tra il nascimento e la morte è un dolore...

S'ei tace, — godi... — in altro modo lieto

Esser non puoi quaggiù. — Oh! non è questa

La patria nostra... non è questa... In cielo,

Al cospetto di Dio è vera gioia.

ATTO QUARTO.

Però bestemmio in prima la natura

E la fortuna con chi ne ha potere,

Di farmi sì dolere;

E tocchi a chi si vuol, ch'io non ho cura;

Che tanto è il mio dolore, e la mia rabbia,

Ch'io non posso aver peggio di ch'io m'abbia.

FAZIO DEGLI UBERTI.

SCENA I.

Scena come nel secondo Atto. È giorno.

BIANCA.

Triste un silenzio di morte qui regna.

Qual fora mai cominciamento all'odio

Se tal cominci, o amore? — Il padre or come

Trovare io posso? — inoltrarmi non oso.

SCENA II.

GERI, E DETTA.

_Geri_ Bianca, che cerchi?

_Bianca_ Il padre.

_Geri_ O Dore?

_Bianca_ Il padre.

Ma fie a me sempre, così piacque al cielo,

Di Dore il volto un gaudio, perchè volto

È d'uom giusto...

_Geri_ Dal mio diverso tanto?

_Bianca_ La lode al buono è vitupero al tristo...

Tal ti se' fatto, che ti giunga amara

Del cugin tuo la lode?

_Geri_ Io! — no... ma il padre,

Dimmi, a che cerchi?

_Bianca_ Il fratel suo mi manda

A chiedergli se fie sua vita salva

Nella casa paterna...

_Geri_ Oh! ben ne venga

Lo dolce zio! — Riedi per esso; — digli

Gualfredo testè giunto, alto aver mosso

Lamento, onde nè in casa mai nè in via

Gli occorresse; — ch'ei venga; — nè per ratto

Muoversi farà mai che il gran desire

Ne' suoi consorti di abbracciarlo agguagli.

_Bianca_ Vado.

_Geri_ Bianca, — la suora di tua madre,

A Dio sacrata, di ferventi preci

Empie e di pianto la romita cella;

Or dirle cessi il lamentare, e Dio

Avere inteso il suo sospiro; — insomma

La nostra gioia dirle — non saria,

Bianca, pietade?

_Bianca_ Io ben pensava a questo,

Fratello; — ma deh! pregoti, di pompa

Abbian mie nozze nulla, di terreno

Nulla... tutto di Dio... Dei convitati

Parco il numero; — all'anima che intera

Nell'amor si abbandona ei son di freno

Insoffribile; — caste nell'ornato,

Dovizia abbian di affetti.

_Geri_ È tuo disire

Legge. — Or va; — ma perchè ristai pensosa?

_Bianca_ Fratel!...

_Geri_ Sorella!...

_Bianca_ Il priego di una afflitta

Puote in te nulla?

_Geri_ Onde mertar sì fatta

Domanda che fec'io?

_Bianca_ Parla sincero...

L'anima tua veracemente l'ira

Depose?

_Geri_ Il lieve dolore del corpo

Rimase spento dal gaudio dell'alma: —

Ella è serena — come ciel d'Italia.

_Bianca_ I canti delle vergini la lode

Esaltino del pio, dell'uom potente,

Che offeso perdonò; sol questo è calle

Per cui la polve fino a Dio s'innalza.

Il ciel cortese di pietosa donna

Ti sia, e di figli onore ai tuoi verdi anni.

Conforto ai tardi, — a tutti gaudio... Addio.

SCENA III.

GERI.

Dove mai questo cor toccar potesse

Gemito di pietà... tu mi faresti

Piangere...

SCENA IV.

GUALFREDI, E DETTO.

_Gualfredi_ Or dove mai Dore si asconde?

_Geri_ Testè a diporto pel giardino errante

Lo vidi.

_Gualfredi_ Fate ch'ei qui venga.

_Geri_ Padre...

Il fratel vostro...

_Gualfredi_ Lemmo!

_Geri_ È in queste case. —

_Gualfredi_ Che fa? perchè non viene? Andate, solo

Convenire amo con esso.

SCENA V.

GUALFREDI, LEMMO.

_Gualfredi_ A che stai?

Fratel, non osi? — temi? — In questa casa

Pensa che visse il padre tuo, — fratello...

_Lemmo_ Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia

A non lo udire; — egli nasconde un suono

Che di amoroso brivido mi scuote. —

Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello.

_Gualfredi_ Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi,

Più che le dotte carte, a me la spada

Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri

Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio

Ci divise, — pur mai nemici fummo.

Indurarci la mente al ciel non piacque:

Ella era amica, ma taceva; — i figli

Non ci videro il cor che in suo secreto

Forte piangeva la perduta pace. —

Ei crebbero nell'ira; — essi son rei

Di nostre colpe; — seminammo l'odio, —

Raccogliamo il misfatto.

_Lemmo_ Il ver pur troppo

Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre

Della colpa, che poi rampogna al figlio,

Avesse offerto, di gran pianto franca

Saria la stirpe umana; ma di polve

Figli, — dannati al male, — non ci è dato

Schifar, ma solo riparare al fallo.

_Gualfredi_ E si ripari. — Il fato che gli eventi

Regge, senza cercarla, offre una via

Soave, un laccio d'oro, onde torniamo

Amici nell'amor dei nostri figli.

_Lemmo_ Se eterno di quest'anima sospiro

La pace sia, fratel comprendi. Tale

Mi fai proposta, che volendo ancora

Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta

Magnanimo mi credo; or veggo a prova

Che tu vinci d'assai. Regale stato

Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca;

Ma un viver mite, quale ad uom privato

Conviene e a cittadino.

_Gualfredi_ A me di farle

Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno

Adoprerò e la spada.

_Lemmo_ Oh! dunque il tempo

A più mite consiglio non ti volse? —

Perchè di Dio la creatura intendi

Contristar nel servaggio? — A che mai questa

Tra le nequizie dell'uomo infinite

Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? —

Sale il tiranno e muore, e le insultanti

Strida, e il riso feroce dell'oppresso

Lo disperano al letto della morte:

Suo scettro è fuoco che la man che il serra

Arde, dannata per giudicio eterno

Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno

Temi delle vendette. Iddio soverchia

Chi sta sopra la legge, e la tremenda

Ira di pazienza offesa.

_Gualfredi_ Onesta

È tua ragione, come di uom che i casi

Della vita, raccolto entro sua cella,

Specola. — Ma cosa è questo vantato

Viver libero che serbar non sanno

Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma

Per via gittata; ed io che possa assembro,

E senno deggio far che in man non cada

Di chi in mal la converta. Di Dio poi

Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme

Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo

Di surrogare un vivere civile

A sanguinente libertà. — La spada.

Io tel ridico, a ogni altro basta.

_Lemmo_ Sali

Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando

La fiumana trabocca e mena in volta

Dei tapini la vita, ed a frenarla

Non valgo, sto sopra la riva e piango,

Nè sulla libra dell'ira di Dio

Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera

Il nome, asconda il corpo e la memoria

La terra del sepolcro, ma non viva

Scritta di sangue per la storia; — il pianto

Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa

Lodevol via, basti alla polve umana

Di uno amico la lagrima o di un figlio

Al gran tragitto dal tempo all'eterno...

_Gualfredi_ Credimi, Lemmo, è tal nostra natura.

Che il ferro stesso che al suo mal la stringe

Vuolsi a condurla al bene.

_Lemmo_ Ad ogni costo

Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge

Senza mozzare molti capi in terra

Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo

Verrai, in che fie di un secol pianto un detto

Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta;

Erra la mente, e si trascorre al male.

_Gualfredi_ Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto

Ti travagli per esso? Ah! mal conosci

Di queste sedi la stirpe esecrata. —

Virtù maligna dalle stelle piove

Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. —

Anch'io nei primi giorni della vita,

Quando i sogni son di Angioli, e la mano

L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride

Al fior della bellezza, e al fior de' morti,

Alla cicuta e alla rosa, — uno amico

Vagheggiava pur io sopra ogni volto.

Stolto! e credei che l'anima, non altri,

Informasse le voci. — Ahi! che ben presto

Conobbi a dura prova unirci l'odio. —

Fa al figlio il padre scontare il delitto

Di averlo ingenerato; — fa l'amico

Scontare amaro all'amico il delitto

Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo

Eterna è guerra; — in chi la scure teme,

O Dio, non è di sangue, ma di frode. —

Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai!

Se della scure il timore: — avventarsi

Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. —

Ma vivi lascia la strage di tutti

Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene

L'anima che fuggiva, — egri, — carponi

Strascinansi; — son presso, — alzan la mano

Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto

Tronca la morte, — spirano. La tomba

Gli uomini in pace unisce sola.

_Lemmo_ E verga

Del Signor fatti: egli è temuto Dio,

Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta

È virtù; — vive questa via di stelle;

Questa nei piani di Betuelle apparsa

Mistica scala, che alla terra il cielo

Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura

Diroccate, dal suol sparso di sale

Della regia Milano assorge cinto

Di aureola immortal l'Italo genio: —

Vedi fuggire i Federighi, e in altre

Portar terre la rabbia di mal spenta

Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. —

Vili fummo divisi, — uniti, invitti.

Natura invan co' monti e con le nevi

Ci difende; non v'è figlio d'Italia

Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende

A suo grand'agio; — averi toglie e vite,

E ci deride. — patria mia, ti strigni

Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati

Di poche spanne, in battagliarvi eterni

Che fate voi? — un regio manto in brani

Siete... V'unite, e surgeran più belle

Le itale glorie che non fur mai morte;

Però che il sole e la virtude spenti

Fieno a un punto in Italia.

_Gualfredi_ L'amistanza

Che sia del forte non intendi; — meglio

Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto

Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui

S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato,

Con l'ala del pensier sorgi tant'alto

Che al baleno dell'occhio il mondo tutto

Scorga, ed i piani del passato. — Vedi,

Questa è vicenda di bene e di male;

Ma gemesi mille anni nel dolore

Per un lampo di gioia, e per la notte

Vagasi in traccia un secolo di un punto

Luminoso che appresso ha falsa luce. —

Son tenebre per tenebre: — che giova

Travagliarci? soffrire è la condanna

Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi

Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto

Ho con natura; di fuggire il danno.

_Lemmo_[18] Cielo d'Italia, perchè non ti anneri.

Poichè la gente che il tuo azzurro allegra

Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole?

Qui non contempli più le ardue battaglie

Che illuminavi un dì... qui non le geste.

Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue.

O campi, o selve d'orror sacro piene,

Copritevi di lutto; — il vostro aspetto

Ridente mi contrista; — echi educati

Agl'inni dell'onore, or vi ammutite.

Qui non suona che gemito; sia nero

Il manto della bara, — oscuro: — insulto

È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.

SCENA VI.

GERI, MANENTE, GUIDO, NELLO, E DETTI.

_Geri_ Pace, — una volta — pace; — è breve il varco

Dall'ira all'odio, e or qui spirar dee amore.

_Lemmo_ Falli, Geri; non è suon d'ira il mio,

Ma di pietà...

_Gualfredi_ Per altri serba, Lemmo,

Codesta tua pietà; per me saria

Non sopportabil peso. — Esser temuto

Io voglio, — non compianto.

_Lemmo_ Odi, Gualfredo,

Cosa che in mente riporrai. — Son pochi

In questa terra i buoni, — i tristi molti; —

Agevol quindi è assuggettarla. — Capo

Di parte avversa a te mi dice il grido,

Ma nè anco potendo io ti sarei

Nemico, chè uomo esser di sangue aborro,

E tu mi se' fratello. — Uccidi e vinci. —

Forse tepido il sole al fiore stretto

Per gelo tornerà; — forse la scarsa

Scintilla fie che un dì riviva in fiamma. —

Quel che per colpa dei padri perdemmo

Racquisteranno con virtude i figli;

Così giova sperare. — Ai miei castelli

Mi ritrarrò.

_Gualfredi_ Dove il piacer ti mena

Ti scorti il cielo; e quando mai consiglio

Mutassi, — come il cor, teco diviso

Sarà l'imperio mio.

_Lemmo_ No, — abbilo tutto,

E l'abbominio....

_Geri_ Ora a men triste cose

S'intenda. — Volga fortuna la ruota,

E il villano sua marra. — Or dite, Lemmo,

Berrete voi per la salvezza nostra

Una coppa? Fia dessa in che bevea

Lo padre vostro.

_Lemmo_ E perchè di sua casa

Non berrà Lemmo alla salvezza? — Oh! viva

Mille anni, — viva e gloriosa sempre...

Ma e il mio figlio vi sia...

_Geri_[19] Porgi la coppa.

Prendi...[20]

_Lemmo_ Ma... e Dore?

_Geri_ Or vi sarà...

_Lemmo_ Gualfredo!

Sovvienti come il padre nostro — (il cielo

Faccia pace a quell'anima) i bei fregi

Di questa coppa scorrere godeva

A parte a parte, e mostrarne il fin niello:

Quindi additava l'arme: — ecco il lione,

Dicea, rampante, ecco la immagin nostra,

Sdegnosi e grandi. — O figli miei, lioni

Siatevi sempre, — e non mai volpi.

_Geri_ Bevi.

_Lemmo_ Bevo. — Cortese il ciel vi sia... Ma questo

È sangue!

_Geri_ E t'abbi entro quel sangue il figlio...

_Lemmo_ Tu... Dore hai morto?... Dio eterno!

_Gualfredi_ Oh misfatto![21]

_Lemmo_ Dov'è il mio figlio, scellerato? il figlio

Rendimi... Ah! tu non lo uccidesti? — Cessa

Dal triste giuoco; — egli feroce è troppo: — Le

mie paterne viscere dirompe; —

Io sopportar noi posso. — O Geri, in nome

Di Dio chiamami il figlio...

_Geri_ Il suono indarno

Le sue orecchie percuote... ei non lo intende; —

Perocchè dorme...

_Lemmo_ Oh! — s'ei riposa... statti.

Forte lo udii nelle trascorse notti

Travagliarsi nei sonni... A lui mi guida

Tacitamente; — ch'io lo vegga, lascia: —

Vedere un figlio al genitor chi nega?

_Geri_ Vieni, — lo vedi, — e mori.

_Gualfredi_[22] Scellerato!

Se il giudicio di Dio non mi tenesse...

Io parricida... — A te che dir mai posso,

Caro infelice?... maladetto l'uomo

Che confida nell'uomo... entrambi fummo

Traditi. — Oh! non confondermi nell'ira

Co' rei: — deh! nel pregar da Dio vendetta,

Non maledirmi; — del misfatto questa

Ben è la casa, — ma innocente io sono.

_Lemmo_ Sii benedetto... ma mi rendi il figlio...

Le mie castella vuoi? — l'abbi. — Di patria

Fuori desii che ramingando io vada? —

Andrò. — Ma deh! fratel mio dolce, — Dore

Rendimi, — Dore... solo...

_Gualfredi_ Ah! s'io potessi

Renderti il figlio, — sallo il ciel se a prezzo

Del sangue mio lo ti rendessi. — O servi,

Da questo infame luogo il rimovete...

Infortunato! — in te l'angoscia ha spento

La luce della mente...

_Lemmo_ Chi mi strappa

A forza? — o Dore, il padre aita. — Fuggi,

O ch'ei ti ucciderà... possente ha braccio

Siccome bello ha il core: — eccolo! — Vieni;

Beami nel tuo amplesso. — Ahimè! disparve;

Ei sotterra disparve. — Occhi miei tristi,[23]

Spegnetevi, dacchè veder v'è tolto

Il figliuolo nostro.

_Gualfredi_ O deh! non farlo, misero![24]

Solo, — come da fulmine percosso

Di Dio merti le lagrime; — da questo

Terreno affanno una pietà profonda

Ben tosto ai gaudi dell'eterna vita

Ti avvierà: — piagni, ma spera; — il cielo

Me poi condanna al pianto, e alla paura.

Vedi, uom di sangue, la bell'opra? —[25]Godi.

_Lemmo_ Io ebbi amici, e non son più! — consorte

Io m'ebbi, e non è più! — aveva un figlio,

E non è più! — Ramingo... disperato

Come Caino, e non ho colpa. — Dio,

Perchè col peso del tuo sdegno aggravi

Uno innocente?

SCENA VII.

GUALFREDI, GERI, MANENTE.

_Gualfredi_ Il giorno in che la donna

Dal materno alvo accolseti, e a me volta

Disse: — Gualfredo, avete un figlio, — giorno

Fu di dolore a Dio, e di tremenda

Gioia a Satano.

_Geri_ E porpora più vaga

Al mondo fu di quella tinta in sangue

Di un odiato? — E quale ebbe Fiorenza

Vivo colore che al paraggio valga

Di quel che scorre per entro le vene

Di un nemico?...

SCENA VIII.

NELLO, E DETTI.

_Nello_ Gualfredo! — a rumor mossa

È la terra, — qui piegano aspramente

Feriti i Bianchi: — per Dio! sorti...

_Gualfredi_ Oh! tutti[26]

Si trafiggano, — tutti; — e il corpo mio

Faccia coperchio alla universa tomba.

SCENA IX.

GUIDO, E DETTI.

_Guido_ Damiata è cinta: — ognun di voi domanda,

Messere, e traditor vi appella.

_Gualfredi_ Il tristo.

Buon tempo egli è che pei sembianti appresi

Starsi, — non per le cose. — Il nome è nulla, — E

E poichè infame io non la temo... guardo

Fiso la morte, e alla morte sorrido.

SCENA X.

ALTRO SERVO, E DETTI.

_Servo_ Messer... la porta scassinata... a terra

Cadde. — Lazzarri, il fier nemico vostro.

Porta un capestro, e di appiccarvi grida

Al balcon del castello.

_Gualfredi_ Oh! nequitosa

Plebe! — me appeso! — me d'infame morte

Ucciso! — Ov'è una spada? — Or proverai

Che sia destar lion quando si posa. —

Io niuno stringo; — seguami chi vuole...

Qualche bel colpo or la mia morte onori.

SCENA XI.

GERI, MANENTE.

_Geri_ Inferocisti alfine! — Or corri ratto

Manente a Uberto: — per la minor porta

Esca, — furtivo i Neri a tergo assalga. —

Io finch'ei giunga terrò fermo: — vola, —

Pensa qui andarne di morte o di vita.

ATTO QUINTO.

Innamorata se ne va piangendo

Fuora di questa vita

La sconsolata, che la caccia Amore.

Ella si muove sì dolendo,

Che anzi la sua partita

L'ascolta con pietade il suo Fattore.

DANTE ALIGHIERI.

SCENA I.

Facciata di una Chiesa intorno alla quale stanno le arche de'

Cancellieri. È sera.

BIANCA.

Grato ufficio compiei. — Trovai l'angoscia,

Ho lasciato il contento... Oh! di qual puro

Gaudio brillò! dei Santi gaudio egli era. —

Quanti pochi deliziarsi sanno

Nel gaudio altrui! Povera zia! di gioia

Ben era tempo. — Tu piangesti tanto!

Altro, e più mesto ufficio avanza. — In questa

Tenebra, chi mai la diletta tomba

Additerammi? — Il core. — Eccola... è dessa. —

Polve che dentro di quest'arca stai,

Di tal che fu tua figlia odi la prece: —

I baci miei del marmo che ti fascia

Temprino il freddo e ti riscalda. — Sorga

Qualche scintilla dell'antico amore...

Non risponde che l'eco. — E qual del cielo

Parte ti accoglie, o madre, che non m'odi?

Forse ti specchi in Dio, e nel suo ardente

Riso ti fai beata? — Oh! a questa valle

Volgi il guardo, e vedrai cosa che in cielo

Anco ti fie diletta. — Ah! noi raminghi

Di Eden condanna allo sapere al pianto; —

Forse più che non temo a me si appresta

Di travaglio... — A soffrire ti apparecchia...

Meditiamo la morte...[27]

SCENA II.

DUE UOMINI CHE PORTANO UNA BARA.

_1º Uomo_ A quel superbo

Che per meglio punire il cielo innalza

Piegan tutti, non io. — Ti aborro, o vile

Idol di creta.

_2º Uomo_ Alto corriam periglio...

_1º Uomo_ Pari al piacer di dire allo infelice

Padre: — piagnete qui; — qui dentro è il corpo

Del figlio vostro. — Senza croce, — a lume

Spento, volea ch'io lo gittassi a' cani. —

Ma tu pria che a congiungerti alla terra

Ritorni, — oscuro sì ma pur sincero

Avrai, misero, il pianto.

_2º Uomo_ Infortunato!

Dei begli anni sul fior tolto alla vita

Chi mai lo avrebbe detto? — Sì cortese.

Sì costumato egli era.

_1º Uomo_ Amico! il core

Come per morte di un mio stesso figlio

Ho sanguinente.

_2º Uomo_ Sua dimora ha tolto

Fra Lotteringo in questo monastero;

Andianne a lui, e lo preghiam che venga

Di acqua aspergerlo santa, e dei defunti

Dirgli la prece pria che in tomba ei scenda.

_1º Uomo_ O buon Gaudente, qual sarà il cor tuo

All'atroce novella? Indarno pace

Bramasti; ch'ella in questa terra frutta,

Della scienza nuovo arbore, la morte.

_2º Uomo_ Esaudisci, Signor, la mia preghiera;

Questo spirto raccogli sotto il manto

Di tua misericordia.

_1º Uomo_ Così sia.

Requie eterna concedi a lui, Signore.[28]

SCENA III.

BIANCA.

Esser pareami in cielo... Or dove sono?

Misera me! oltre il dovere assente

Stetti; — al castello di tornare è tempo. —

Polve diletta, che secondo spiro

Per avviarmi a lieto porto sei,

Vale: — estremo a involarti nella notte,

Primo a spuntare sul mattino, — dolce

Pensiero e caro. O santa madre mia,

Volgi talvolta un guardo di conforto

Alla figlia nella ora che frappone

Ai nostri amplessi desiati il tempo.

Ma alcun qui mosse: — già non v'era dianzi

Quella torcia! — Che fia? — Cristo! un feretro!

Ahi! come tremo io forte... Il tristo trema

All'aspetto dei morti, o Bianca; — tutti

Saran com'esso, e tu... Or chi fie questo

Che come maladetto senza prece

È portato alla fossa? — Ove a te ogni altra

Manchi, — infelice! — avrai la mia: — ma in volto

Io vo' vederti. — Ah mi si strigne il core;

Nol far... Me preme una secreta forza.[29]

Dore... Gran Dio! l'anima stanca acco...gli.[30]

SCENA IV.

GUALFREDI, GERI, MANENTE, UBERTO E SUA MASNADA, ED ALTRI PARTIGIANI.

_Partigiani_ Vivano i Bianchi!

_Altri_ Viva!

_Al Al tempio.

_Tutti_ Al tempio.

_Gualfredi_[31] Da questa plebe che aborro travolto,

Mi accosto al tempio tremando e sperando

Che se reietti, non saranno almeno

Esecrati i miei voti... Scellerato!...

Come l'osate voi?...

_Geri_ Ogni uom si stringe

Dove gli torna la cintura. — Ogni uomo

Provegga alla sua anima. — Volete

Che io batta al tempio?

_Gualfredi_ Scostati, demonio...

Dio non s'insulta... Io batterò...

_Geri_ Battete.

SCENA V.

FRA LOTTERINGO DAL TEMPIO, E DETTI.

I Bianchi e i Neri: Dramma · 第 2 / 4 段