L'Impero, Roma e la Germania.
A proposito dal Sacro Romano Impero di James Bryce (Londra 1867).
Uno studioso inglese, assai giovane ed intelligente, si è proposto un
tema bello ed importante, quello cioè di seguire l'idea dell'Impero
dalla sua origine alla sua fine (1806), nei suoi diversi momenti; ed ha
condotto a termine il suo lavoro servendosi di una profonda cultura
storica e di un'alta visione filosofica. Il suo libro è tra i migliori
pubblicati sull'argomento, e deve essere per i tedeschi di grande
interesse sentire la voce di uno straniero sulla questione del tanto
esaltato e tanto vilipeso Romano Impero della nazione tedesca. Non pochi
invero penseranno subito che un inglese d'oggigiorno non possa trattare
questo tema che con volterriana ironia, ma dovranno riconoscere, letto
il libro, che mai finora è stato parlato sull'argomento con tanta
ampiezza di vedute, con tanto simpatico interesse per il principio
imperiale e per la sua grandezza.
L'idea imperiale è, coll'idea della Chiesa, uno dei concetti
fondamentali, sui quali si è basata tutta la civiltà occidentale.
Ambedue son formazioni universali, creazioni latine, dalle quali è sorta
la città universale per eccellenza: Roma. Esse hanno plasmato e, fino al
nostro secolo, dominato il mondo europeo; sono state linee fondamentali
della nostra civiltà. Se e perchè, oggi che le reliquie del medioevo
spariscono nell'ultimo processo di dissoluzione, queste idee sono
superate, e se la società europea abbia già acquistato la forza di
prendere una nuova ed organica forma di universale confederazione,
questo dovrà chiedersi ogni pensatore.
Bryce cominciò la sua trattazione col secondo secolo dell'antico Impero
Romano, senza ricercarne le radici fuori della storia particolare dello
stato romano medesimo e senza gettare un rapido sguardo sull'Oriente e
sul principio autocratico giudaico.
Ho altrove parlato dello Stato teocratico e della missione universale
del giudaismo, dal quale poteva solo aver origine l'idea cosmopolita del
cristianesimo, che incontrandosi col principio di dominazione mondiale
del popolo romano, assunse una forma del tutto nuova.
La conquista di metà del mondo conosciuto dovette far sorgere nello
spirito romano il pensiero di uno stato universale romano che, alla
caduta della repubblica, s'incarnò e prese forma decisa nel cesarismo,
assumendo tutta l'importanza di un dogma politico.
Questo dogma tornò poi anche durante il medio evo nella coscienza
romana, anche nei tempi più infelici della sua decadenza, quando Roma
non era più che il Monte Testaccio della storia mondiale!
_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_, era il motto inciso nel
sigillo degli imperatori tedeschi. Dante, l'Isaia del suo tempo, è tutto
pieno di questo dogma, e non meno di lui Petrarca e Cola di Rienzo. I
degeneri Romani si riguardavano ancora come i legittimi signori del
mondo, e i depositarii dell'idea imperiale; di questa s'impadronì il
papato, assimilandola all'idea giudaica di una religione di stato e di
un popolo eletto. Così, collo sparire del principio cesareo pagano, Roma
divenne colla Chiesa il centro della monarchia spirituale e temporale.
Questo principio assunse una forza suprema nella storia dell'Occidente,
che per lunghi secoli fu da esso tutta sconvolta; e nessuno può dirlo
meglio del popolo tedesco, che per il primo, col grande avvenimento
della riforma, cominciò a liberarsene.
Dal tempo di Costantino i confini dell'impero Romano divennero, a poco a
poco, anche quelli della religione cristiana, e quanto più essa
penetrava nello stato, tanto più si diffondeva in esso il principio
imperiale che plasmò e formò la Chiesa romana. Essa divenne la forma
religiosa dell'Impero. Al concetto dell'unità dell'Impero corrispondeva
quello dell'unità della Chiesa. Il capo riconosciuto di ambedue era
l'imperatore, che si chiamò poi anche Pontefice Massimo. Nacque allora
la Chiesa imperiale romana. Come si chiamava romano l'Impero, così si
chiamò romana la Chiesa. Ancora non v'era nessun papa; 400 e più anni
dopo Costantino, si inventò la favola religiosa ben nota, secondo la
quale, quel primo imperatore cristiano si ritirò umilmente in un angolo
del Bosforo per lasciare al Papa il dominio di Roma e di tutto
l'Occidente. Il concetto che il vescovo di Roma non fosse sottoposto
all'Impero e all'imperatore, rimase del tutto ignoto a Costantino, e a
tutti i suoi successori, ed anche ai Carolingi, agli Ottoni, ed agli
Arrighi. La divisione dell'Impero in due parti, Oriente ed Occidente,
non poteva in nessun modo attaccare il principio dell'unità dell'Impero
Romano.
I Bizantini si chiamarono imperatori romani; essi nominavano i papi, o
ne riconoscevano l'elezione.
Ma la caduta dell'Impero Romano d'Occidente sotto i barbari, e
l'invasione germanica che, in mezzo alle onde limacciose dei barbari,
diede all'Occidente una nuova conformazione, provocarono la separazione
effettiva dell'Impero, e necessariamente insieme della Chiesa, che qua
fu romano-germanica, là greco-slava. Anche nell'Occidente si delinearono
così due correnti: romanismo e germanismo, sistema universale
dell'accentramento, e libero individualismo. La storia d'Europa sino ai
nostri giorni si è aggirata intorno ai loro contrasti, alle loro
alleanze, alle loro conquiste, alle loro battaglie.
Ma se i Germani riuscirono a rovesciare l'Impero d'Occidente, non
intaccarono però l'idea dell'Impero, che persistè: la sua tradizione era
inestinguibile. Ogni vita politica delle nazioni era allora concepibile
soltanto sotto le forme dell'Impero, che era il simbolo e l'espressione
della civiltà stessa. Di più il principio imperiale fu validamente
sorretto dalla Chiesa.
A poco a poco essa era entrata nella organizzazione complicata
dell'Impero, che l'avea aiutata a sorgere, ed aveva ripreso il suo
indirizzo nelle provincie tutte politiche e amministrative.
I suoi membri erano in istretti rapporti l'uno con l'altro, e
ricorrevano per ogni questione a Roma, secondo la gerarchia, poichè già
essa era riguardata come il centro ideale dell'Impero, dove il Vescovo,
nonostante non poche opposizioni, rappresentava il capo spirituale della
cristianità. Il solido organismo della Chiesa, che aveva ereditato tutta
la civiltà del mondo or ora tramontato e lo spirito politico dei Romani,
potè offrire resistenza all'invasione barbarica, e, nella rovina della
società, mantenere in sè l'idea universale dell'unità della razza umana
e della repubblica cristiana. Ho già parlato dell'importanza di questa
tenace sovravvivenza della città di Roma, che ci sembra una fatale legge
storica.
La Chiesa salvò e custodì l'idea dell'Impero fra le mura aureliane;
trapiantò nei Germani questa idea latina, e potè così dipoi affermare di
aver essa restaurato l'Impero affidandolo alla nazione germanica. Ma
essa stessa, senza l'Impero, non avrebbe mai potuto mantenere la sua
forza cosmopolita che sarebbe rimasta teorica, o si sarebbe frazionata
in chiese di popoli e di terre diverse, perdendo così il principio
dell'unità e dell'indissolubilità. L'Impero era il correlativo
necessario della Chiesa.
Ora, poichè nello sfasciarsi dell'Impero Romano d'Occidente, fra le sue
rovine rimase essa sola come un organismo incrollabile e un'autorità
morale inconcussa, le convenne lasciar entrare nella cittadinanza romana
i barbari che possedevano ora tutto l'Occidente.
La civilizzazione di quei popoli è il fatto più notevole e grandioso
della Chiesa, così grandioso che difficilmente si può abbracciar tutto
con parole. Dove l'Impero Romano aveva diffuso le sue leggi, la sua
favella, le sue colonie, che erano riuscite a latinizzare i Germani, la
Chiesa si preparava a gettare le basi nazionali della sua signoria
gerarchica. Ma per molto tempo ancora i Germani, ritiratisi nel centro o
verso il settentrione delle loro terre, lontani dal Mediterraneo latino,
avevano opposto efficace resistenza al romanismo, difendendo il
principio della loro individualità, che doveva prima o poi entrare
direttamente in lotta con l'idea centrale del mondo latino: la Chiesa
imperiale.
Ma dapprima la cristianità si romanizzò per le forme esterne
dell'amministrazione e della lingua del culto, per le feste religiose,
per i rapporti con Roma, la nuova Gerusalemme, sulla quale venivano a
poco a poco ad incontrarsi i raggi di due monarchie universali: la
politica e la religiosa.
Ci vollero tre secoli perchè i Germani fossero tanto maturi da prendere
una supremazia decisiva nell'Occidente, e ciò avvenne sotto la forma
dell'Impero Romano, ristabilito da Carlo Magno, re dei franchi
cattolici. In questa risurrezione dell'Impero la Chiesa ebbe una parte
preponderante. Il fatto dell'incoronazione di Carlo diede poi occasione
ad una dibattutissima questione: qual'era l'origine dell'Impero di Carlo
e dei suoi successori?
Di dove era scesa la loro autorità? Il popolo e il Senato romano si
dissero nettamente fonte sola e legittima di quella autorità.
L'Imperatore affermava da parte sua di aver ricevuto la corona da Dio, o
per diritto di conquista, il che per i principi equivale sempre,
praticamente, al diritto divino. I papi rispondevano che era stata opera
loro l'incoronazione e l'erezione del nuovo Augusto, e dichiaravano che
l'Imperatore aveva ricevuto la sua corona per investitura papale, come
_Feudo Christi_, o del suo vicario e sotto questo titolo ancora la
riteneva.
Ma questa famosa disputa appartiene ad un periodo posteriore, quando
verrà ad affermarsi la suprema potestà del papato. Al tempo di Carlo
Magno non c'era ancora nessuno che dubitasse che l'Imperatore, il
successore legittimo di Augusto, di Trajano e di Costantino, non fosse
anche il capo supremo di tutta la repubblica cristiana, ed anche,
perciò, della città di Roma e del suo vescovo. Egli aveva confermato il
papa nel suo ufficio, e questi era stato eletto sotto gli occhi dei suoi
legati plenipotenziari; poteva anche giudicarlo col suo Tribunale. Carlo
Magno indicò a reggere l'Impero suo figlio, in una adunanza imperiale,
senza interpellare il pontefice: non vi poteva essere alcun alto potere
legittimo che quello che veniva dall'Imperatore, o che era da lui
riconosciuto.
Così si produsse per un momento nella monarchia universale di Carlo
l'accordo e l'unità dell'Impero e della Chiesa, quando suo invitto ed
incontrastato arbitro era l'Imperatore, il cui ufficio era quello di
reggere e mantenere in armonia la repubblica cristiana come _Imperator
pacificus_.
Ma questo stato ideale fu presto turbato dagli elementi d'inimicizia
rimasti fino allora latenti. Il principio imperiale venne presto a
trovarsi in contrasto col principio romano pontificio; l'Imperatore col
Papa. La lotta di questi due, la più lunga ed acerba che la storia
ricordi, produsse ed accompagnò il processo della civiltà europea.
L'idea latina della monarchia universale fu soltanto pienamente messa in
pratica dalla Chiesa Romana, erede della romanità classica, mentre i
Germani vagheggiavano quell'idea piuttosto da un lato teorico, essendo
troppo contrario a quel principio il loro spirito d'individualità e di
nazionalità nel potere temporale (feudalismo) e spirituale. Essi avevano
la tendenza costante e tenace ad allontanarsi dal centro. Già la
divisione di Verdun aveva spezzato la monarchia occidentale di Carlo
Magno, e al tempo degli ultimi Carolingi la maestà imperiale si era
offuscata al punto da sottomettersi all'investitura papale. La Chiesa
era venuta prendendo chiaramente la forma di una monarchia spirituale
col vero centro in Roma, ed i suoi membri gerarchici eran venuti
attorcigliandosi strettamente all'Impero, avviluppandolo in una
inestricabile e soffocante intessitura. Centinaia di vescovi e di abati
erano i potenti strumenti dei papi, tanto più pericolosi per
l'Imperatore, inquantochè essi erano insieme suoi vassalli, principi
dell'Impero, e membri della feudalità spirituale. La Chiesa si fece così
ogni giorno più potente, finchè colla sua organizzazione, la sua
armonia, e la sua forma spirituale rimase nei suoi dominii speciali; ma
quello stesso indebolirsi progressivo dell'Impero la minacciò ad un
tratto di tale rovina, che essa comprese esserle immediata e
imprescindibile necessità di mantenere o di ristabilire l'Impero stesso
nei suoi diritti.
Colla caduta dei Carolingi si erano determinate condizioni tali da
produrre nuove invasioni barbariche: il papato vide in pericolo l'unità
della Chiesa, poichè facilmente si sarebbero potute formare delle Chiese
nazionali appoggiate ai principi locali, come già era stato tentato al
tempo dei Carolingi.
Roma e l'Italia erano agitate da pericolose fazioni. I duchi nazionali
d'Italia cercavano di rendersi indipendenti dall'Impero e di far latina
ed italiana la corona imperiale, ciò che avrebbe portato la conseguenza
di proclamare forzatamente Roma capitale dell'Impero. In Roma stessa la
nobiltà acquistava potenza; essa mirava a fare dell'ufficio pontificio
quasi un feudo derivante dalla sua investitura diretta; ciò che, al
tempo dei conti di Tuscolo, le riuscì esattamente!
Ma la politica dei papi era nettamente tracciata fin dal tempo del
ritiro di Costantino a Bisanzio. Non consentire in Italia nessun impero
o regno nazionale, e mantenersi libera e fedele Roma. I papi volevano un
Imperatore, e ne avevano bisogno; ma questo doveva star lontano da Roma,
e rimanere unito ad essa solo da un principio teorico che essi stessi
dovevano dirigere e governare. L'Imperatore doveva tutt'al più venire a
Roma per ricevere in ginocchio la corona nella basilica di San Pietro,
come un'investitura papale, e per giurare di difendere la Chiesa e di
rispettare i diritti degli stati che da lei dipendevano. Ma aveva appena
l'Imperatore formulato queste promesse, che il Vicario di Cristo cercava
di disfarsi al più presto del suo gravoso e molesto difensore,
rendendosene di fatto indipendente e riservandosi di chiamarlo in Italia
ogni volta che il suo dominio temporale fosse minacciato da gravi
pericoli, per imporgli il mantenimento delle sue promesse ed esigere
l'opera del suo esercito.
Non senza gravi motivi la Chiesa aveva sempre cercato di mantenere la
dignità e la potenza imperiale nella dinastia germanica dei Franchi, che
era e rimaneva totalmente straniera.
Carlo, dopo aver donato ai papi l'ingente patrimonio, aveva abbandonato
Roma, senza farla capitale e sede dell'Impero, e non per mistica
deferenza per il pontefice, ma per quella stessa necessità politica che
costrinse Diocleziano e gl'Imperatori che gli succedettero, a stabilire
la loro sede là dove era necessario tener unite tutte le forze per
resistere alle invasioni barbariche. Così anche il mondo germanico, al
quale era passata l'autorità temporale, doveva cercare il suo centro di
gravità nel suo interno, e non in Roma.
Per ciò, alla caduta dei Carolingi, la Chiesa si affrettò, per la
necessità della propria conservazione, a rendere l'autorità imperiale ai
Germani, contro il desiderio e malgrado gli sforzi dei duchi italiani.
Ottone il grande fu così il secondo restauratore dell'Impero, che
avvinse alla monarchia tedesca, alla quale rimase per sempre, formando
l'Impero romano dalla nazione tedesca. Da Corrado, i suoi re si
chiamarono, dopo l'elezione, anche re dei Romani, considerando la corona
romana appartenente ai Germani. Così questo stato assunse la legittimità
di un diritto, non però di un dogma, poichè in tempi posteriori i
monarchi di Francia aspirarono alla corona imperiale e lottarono ancora
per ottenerla, e ne portarono una volta il titolo uno spagnolo ed un
inglese, eletti dagli Stati dell'Impero medesimo.
La continuazione dell'Impero sotto la forma di una dinastia nazionale
(la tedesca) era però contraria al principio romano dell'Impero;
giacchè, dopo che furon sopite nell'antica Roma le lotte nazionali, col
diritto universale alla cittadinanza romana ascesero al trono senza
distinzione Siriaci, Traci, Arabi, Spagnoli, Greci e Goti. Ogni libero
cittadino di Roma poteva aspirare al supremo potere, secondo il concetto
dell'Impero universale. La Chiesa assunse lo stesso principio, essendo
anch'essa universale, Siriaci, Greci, Latini, Germani occuparono senza
contrasto la Santa Sede. Ogni cittadino romano libero poteva occuparla,
purchè vestisse l'abito ecclesiastico. A questo principio la Chiesa
dovette gran parte della sua diffusione e della sua potenza; il giorno
in cui essa rinunziò ad esso, e legò definitivamente la tiara ad una
nazione, l'italiana, come il diadema imperiale si era ristretto ad
un'altra nazione, la tedesca, quel giorno segnò la limitazione della
potenza pontificia e la fine della funzione cosmopolita del Papato.
Intanto non era un semplice accidente storico quello che risolutamente
attribuiva alla nazione tedesca la potenza imperiale. Il tempo ha
mostrato poi il significato profondo di questo fatto che al tempo di
Ottone I non era stato ancora afferrato. Infatti la nazione tedesca
aveva in sè, più di molte altre, il principio stesso della
universalità, e lo portò fino ai nostri giorni: l'Impero che la dominò
e che durò fino al 1806, fu l'espressione della natura idealistica di
questo popolo. Esso possiede da tempo quella facoltà che le altre
nazioni hanno acquistato appena ai dì nostri, di penetrare
nell'esistenza e nella coscienza profonda dei popoli stranieri, e di
assimilarseli senza perdere la propria individualità, intendendo lo
svolgimento completo dell'umanità in tutte le sue varie fasi. Lo spirito
tedesco è atto a lasciar agire su di sè gli spiriti degli altri popoli,
e farsi così, quasi direi, un'officina della mondiale civiltà. Esso
somiglia in ciò al popolo greco, lo spirito del quale esso aveva preso
dal popolo italiano, per adempire ad una missione mondiale. Novello
Ercole, esso si è sobbarcato a molte fatiche per il bene degli altri, e
anche all'increscioso e lungo servizio della tutela. Anche oggigiorno si
intravede che questo popolo, dopo un languore solo politico, non
intellettuale, si rialzerà ed avrà per sè l'avvenire, poichè la sua
missione non è compiuta, e si compirà sotto nuova forma, ben diversa
dalle conquiste imperiali! La nazione tedesca è paziente e giusta; la
sua rivalità ha già un carattere di universalità; i popoli si lasciano
attirare da essa, perchè subiscono l'influenza del pensiero filosofico
della patria nostra. C'è presso di lei solo _un popolo_ che abbia uno
spiccato carattere mondiale, è la libera Inghilterra anglosassone,
essenzialmente pratica nel suo dominio del mare, nelle sue industrie,
nelle sue colonie.
Mentre così l'Impero si nazionalizzava con Ottone I, la Chiesa era
minacciata da un grave pericolo; quello della separazione del germanismo
dal romanismo, i quali prima o poi dovevano impegnare una lotta a morte.
Seguiremo il processo di questa lotta, e considereremo i suoi risultati:
la liberazione della Germania dal principio romano, e il ritorno del
Papato e della chiesa imperiale al romanismo.
L'idea dell'Impero, Impero internazionale, astratto ed ideale, si era
indebolita, mancandole una base nazionale; rifiorì subito e prosperò
invece appena potè appoggiarsi alla nazione tedesca. Passarono tre
secoli da Ottone I alla caduta degli Hohenstaufen, nel qual tempo la
Germania si alzò ad un universale dominio. Sotto gli Ottoni la Chiesa
dovette inchinarsi alla potenza imperiale. I papi furono, come i vescovi
di tutto l'Impero, nominati dagl'Imperatori che si erano arrogati il
diritto della loro scelta. Grande fu la potenza della dinastia Franca:
sotto Arrigo III l'Impero toccò l'apice della potenza. Ricadde poi per
la debolezza dell'infelice Arrigo IV. Le cause di questo fatto sono
molteplici, ma due fra di esse sono essenziali: il movimento
dell'aristocrazia feudale tedesca e la riforma gerarchica della Chiesa,
compiuta dal grande pontefice Ildebrando. L'Impero si era completamente
feudalizzato; l'aristocrazia dei conti e dei duchi cresciuta in potenza
si era arrogata il diritto dell'elezione imperiale, e lo stesso aveva
fatto la nobiltà spirituale dei vescovi, degli abati e dei prelati, i
quali, forniti di smisurate proprietà, avevano preso il primo posto fra
gli Stati, come principi dell'Impero. Così sorse un sistema
clerico-feudale che fiaccò la Corona. Questo fu il principio di ogni
susseguente indebolimento della Germania.
Al contrario il Papato, rialzandosi dalla sua profonda abbiezione,
saliva ad alta ed universale potenza colla riforma di Ildebrando, il
rivolgimento più grande e profondo che abbia avuto la Chiesa prima della
riforma tedesca. La Chiesa non si staccò dall'Impero, ma si rese
indipendente. La scelta dei pontefici fu sottratta all'influenza
imperiale ed alla sua approvazione, e affidata ad un Senato di
cardinali; la scelta dei vescovi toccò ai Capitoli. La Chiesa tornò alla
gerarchia. Il celibato dei preti alzò una barriera fra il numerosissimo
clero--che era uno stato nello stato, un popolo nel popolo--e la
comunità, dalla quale prima il potere spirituale proveniva direttamente
per elezione. L'abolizione dell'investitura laica del clero minacciava
di sottrarre del tutto quest'ultimo alla potenza imperiale, e, mentre
mirava ancora a fare di tutta Europa un feudo della Chiesa, il papa, con
la donazione della contessa Matilde, si costituiva uno Stato nel cuore
d'Italia, che, a detta del pontefice, gli serviva come emblema della sua
signoria universale. Il diritto canonico, il cui nucleo principale era
formato dal principio della sovranità assoluta del pontefice sulla
Chiesa e sulle nazioni, fu contrapposto al diritto imperiale, e imperò
solo nella lunga lotta contro le eresie, gli scismi, le falsificazioni
dei monaci sulla donazione di Costantino e sui falsi decretali
d'Isidoro. La grande lotta delle investiture agitò l'Europa per mezzo
secolo e finì con un compromesso o concordato che lasciava la vittoria
al Pontefice.
Il potere spirituale minacciava di soffocare quello temporale: lo
sviluppo della civiltà e la libertà umana in ogni campo risentirono di
questa tendenza, e l'Europa fu minacciata dal pericolo di un dispotismo
orientale. Questo poteva aver origine o dal fatto che l'Impero
soggiogasse la Chiesa o dall'altro che la Chiesa soggiogasse l'Impero.
Ildebrando aveva allontanato il primo pericolo, ma esso ora ricompariva
dall'altro lato, dal lato del papa. Gli Hohenstaufen lo combatterono;
sulla loro bandiera è scritto il principio ghibellino: Separazione del
potere temporale da quello spirituale; il clero privato di ogni diritto
politico usurpato, e ricondotto alle primitive e pure condizioni
cristiane; il potere temporale tolto al pontefice. Questa era l'idea
germanica di Arnaldo da Brescia che non tramontò più, sebbene questo
primo riformatore della debole politica dell'Impero cadesse vittima del
suo tentativo.
Gli Hohenstaufen opposero all'autocrazia papale l'autocrazia bizantina
imperiale; essi combatterono il diritto canonico col diritto romano che
si era elevato già a scienza; quando i papi affermavano di essere i
vicarii di Cristo, signore della terra e del cielo, e perciò anche
padroni della terra per grazia e diritto divino, ribattevano i dotti
germanici che, secondo il diritto romano, nessun altro monarca v'era
sulla terra all'infuori di Cesare. Ma questa teoria aveva perduto ogni
sua forza col feudalizzarsi dell'Impero. Quel monarca del mondo era in
Germania stessa combattuto dalla nobiltà feudale, che si faceva sempre
più forte, e in Italia dallo spirito nazionale e dalla democrazia. Il
pontefice si alleò coi tre nemici dell'Impero; si nazionalizzò col
principio guelfo; divenne italiano, patriottico proprio, mentre l'Impero
andava perdendo radici in Germania sotto gli Hohenstaufen, e cercava in
Italia una base. Ma non essendogli riuscito di fondersi con la monarchia
tedesca nazionale, l'Impero doveva cadere.
La lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro il Barbarossa segna il
momento, in cui in Italia si formò una nazionalità latina e di carattere
comunale; gli elementi germanici avevano perduto ogni forza ed ogni
personalità. La feudalità era germanica, straniera, e importata: il
comune latino la soverchiò; ma le città italiane non combatterono nella
loro gloriosa guerra il principio imperiale romano, ma il principio
feudale imperiale che era germanico. Il grande Barbarossa si ritirò
saviamente dall'Italia, e rese alle città la loro indipendenza.
Allora l'Impero avrebbe potuto risorgere e riprender vita come monarchia
tedesca, frenando a tempo questa rinuncia all'Italia. Ma il fatalissimo
matrimonio siciliano di Arrigo VI, e la non ancora esaurita lotta di
principii fra l'Impero e la Chiesa resero questo impossibile. L'astuto
Arrigo arenò nel suo disegno di rendere ereditaria in Germania la corona
imperiale a dispetto dell'aristocrazia temporale e spirituale. In
Italia, dove egli aveva aggiunto alla sua casa le corone di Napoli e di
Sicilia, restaurò il feudalismo germanico sotto le forme di principati
feudali tedeschi, limitò gli Stati della Chiesa, e strinse un anello di
ferro intorno a Roma ed al Papa. Ma la sua morte precoce, la vacanza
dell'Impero e le lotte per la conquista del trono, depressero d'un
tratto nuovamente la potenza imperiale. Il grande Innocenzo III impugnò
la bandiera della nazionalità italiana, battè i signori feudali
tedeschi, e si fece signore di uno Stato della Chiesa rinnovellato, e
protettore d'Italia. Con questo famoso pontefice la Chiesa raggiunge il
suo massimo splendore. Egli fece del Papato il tribunale supremo e
internazionale d'Europa, ciò che era stato un tempo l'Impero ed avrebbe
dovuto essere ancora e rimanere. Il potere temporale e spirituale per un
momento si trovarono riuniti, e minacciarono l'Occidente con un
dispotismo cesareo-papale.
Contro questa pericolosa potenza della Chiesa al tempo di Innocenzo, che
risolutamente tendeva alla dominazione universale, mentre considerava il
suo stato come un suo feudo privato, sorsero a combattere l'eresia
evangelica e l'Impero monarchico rinnovato dal grande Hohenstaufen
Federico II. Se questi due elementi si fossero alleati, una precoce
riforma avrebbe fiaccato la Chiesa gerarchica; ma i tempi non erano
maturi nel secolo XIII, e non erasi ancora formato un forte stato
nazionale; ma già i germi di una riforma futura da parte della Germania
si diffondevano per tutta Europa. Invano Federico II chiamò i re ed i
popoli ad unirsi sotto la sua bandiera per strappare al papa la
giurisdizione temporale e per rendere al clero il suo carattere
spirituale; rimase solo nell'eroica lotta. Lo spirito indipendente dei
reami che si erano sottratti all'autorità imperiale, l'aristocrazia e la
cittadinanza democratica lo avversarono, alleati del fanatismo
religioso, mentre egli stesso si era allontanato dalla terra nazionale
germanica che, sola, poteva dargli autorità, potenza, vigore. La sua
patria non voleva più in quel tempo sostenere guerre italiche per uno
scopo dinastico; essa lasciò cader Federico. Egli morì incompreso dal
suo tempo, in tragica solitudine, l'ultimo vero Imperatore del grande
Impero; incapace di riunirlo tutto di nuovo in una forte forma
monarchica, egli fu vinto. Gli epigoni della casa Hohenstaufen, Corrado,
Manfredi e Corradino lottarono invano per la ricostituzione del
legittimo Impero. Il tempo lo aveva soverchiato. L'accordo che sembrava
regnare fra l'Italia e la Germania dal tempo di Ottone I, si sciolse;
l'Italia si rese indipendente, di fatto, dall'Impero, le cui ultime
provincie si dissolvevano grado a grado, mentre l'autorità imperiale si
andava perdendo anche in Germania durante il lungo interregno.
Si potrebbe credere a questo punto che anche l'idea imperiale dovesse
andar perduta sotto le rovine della dinastia degli Hohenstaufen; ma ciò
non accadde in nessun modo. Essa continuò a vivere in Germania e in
Italia come un principio tradizionale di gloria, e dalla Chiesa medesima
essa fu conservata con cura. Solo in apparenza questa era riuscita
vincitrice nella gigantesca contesa cogli Hohenstaufen; in realtà essa
era profondamente scossa ed esaurita dalle sue lotte. Praticamente essa
non poteva mantenere nelle sue mani l'artifizioso congiungimento
dell'autorità temporale e spirituale; esso rimase come dottrina teorica
della Chiesa, alla quale si opponevano lo spirito stesso del
cristianesimo e l'indole occidentale. Il papato si vide isolato, solo,
alla vertiginosa sua altezza. L'Italia, dove esso era tornato come un
trionfatore, non gli offrì più una base razionale, poichè lo vide
incapace a riempire l'abisso che separava tuttora i Guelfi dai
Ghibellini, ed a rovesciare la democrazia comunale che era venuta in
potenza anche nella città di Roma.
Gl'Italiani si erano liberati dall'Impero feudale tedesco coll'aiuto del
Papa, ma non avevano ora nessuna intenzione di subire la signoria
teocratica di lui. Lo spirito d'individualità insorse contro di lui,
sotto la forma sia di repubblica cittadina, sia di tirannide o signoria.
Si presentò intanto un altro pericolo: lo stato nazionale monarchico,
del quale Federico II aveva portato in Sicilia il disegno, e che si
sviluppava già in Francia. La debolezza della Germania e dell'Impero
fecero sempre la forza della Francia: dopo la caduta degli Hohenstaufen
l'autorità politica passò necessariamente con gran vigore a quella
nazione. Con essa però si era alleato il papato per combattere gli
Hohenstaufen; esso aveva chiamato in Italia una dinastia francese, e,
con Carlo d'Angiò, l'aveva posta sul trono delle Due Sicilie. Così
questa dinastia, appoggiandosi alla Francia, minacciò di divenire un
pericolo per il papato come lo era stato, sullo stesso trono, la
dinastia degli Hohenstaufen che si appoggiava alla Germania. Era
cambiata la provenienza del pericolo, ma il pericolo rimaneva, e presto
il papato se ne doveva accorgere a sue spese. Esso si affrettò a
ristabilire l'impero nella nazione tedesca: Rodolfo di Asburgo fu eletto
re dei Romani e come tale riconosciuto dal Papa. La restaurazione
dell'Impero della nazione tedesca per mezzo degli Asburgo non era più
che una vana apparenza. Gli Asburgo divennero volentieri i difensori
della Chiesa, e ad essa abbandonarono senz'altro tutti i diritti
imperiali, e riconobbero nell'Impero un feudo del pontefice. Già i primi
fondatori di questa dinastia, nella quale la Chiesa ha trovato sempre
finora (1866) la sua più valida difesa, cedevano al romanismo e ad esso
si alleavano. Intanto però lasciavano il papato e l'Italia
tranquillamente al loro destino, giacchè nè Rodolfo, nè Alberto
passarono le Alpi per venire a prendere la corona Imperiale, ciò che
Dante riprova così severamente. I nuovi difensori della Chiesa non
salvarono nemmeno Bonifacio VIII, e non liberarono il papato dalla
schiavitù francese, nella quale esso doveva necessariamente languire
dopo aver voluto ad ogni costo annientare la potenza imperiale.
L'Impero, entità astratta, non aveva potuto trionfare sulla Chiesa
gerarchica; la nazione francese lo potè. Il papato cadde per sempre
dall'altezza a cui l'aveva innalzato Innocenzo III; esso era stato
forte, finchè era stato in lotta coll'Impero; questa lotta l'aveva
rafforzato; appena essa cessò, il papato si sentì debole.
Riprendendo l'idea di una completa signoria sulle anime e sui corpi di
tutti gli uomini, di tutti i principi, di tutti i popoli, Bonifacio
VIII lanciò la famosa bolla _Unam Sanctam_, ritorcendo la teoria del
congiungimento dei due poteri nelle mani del pontefice, contro la
monarchia francese, e, ciecamente sfidandola, precipitò in sua balìa. Il
papato fu condotto prigioniero ad Avignone. Là si gallicizzò, e per
settanta anni rimase vassallo dei re di Francia. La Chiesa d'Ildebrando
e l'Impero degli Ottoni erano finiti, deformati dall'aristocrazia
gerarchica e feudale, dall'arbitrio sfrenato e dagli abusi. Queste
grandi forme universali, nelle quali aveva riposato per tanto tempo
l'Occidente, si dissolsero rapidamente sotto l'influenza
dell'individualismo germanico. La monarchia incipiente e l'approssimarsi
della riforma laceravano quà in modo visibile e rapido, là in modo lento
ed oscuro, la grande tela dello spirito medioevale.
Quando, al principio del secolo XVI, il papato abbandonò il suo terreno
storico, l'Italia, e si ridusse nella lontana Avignone, in quella terra
che agitavano terribili lotte fra Guelfi e Ghibellini, dovè tornare d'un
tratto l'idea dell'Impero e dell'Imperatore come una via di salvezza.
Questo principio latino si risvegliò con tale delirante e ardente fede
nell'animo degl'infelici Italiani, da ricordare l'attesa del Messia da
parte dei Giudei. Infatti gl'Italiani di quel tempo somigliavano, nelle
loro sventure agli Ebrei: Dante fu il loro profeta. Il suo immortale
ditirambo: _Ahi serva Italia di dolore ostello_, ha avuto la sua
significazione e giustificazione storica fino al nostro tempo, quando
nel dicembre 1866 gli ultimi francesi si imbarcarono a Civita Vecchia.
L'apoteosi dell'Impero fatta da Dante, egli ne vide l'aquila librarsi
fino in paradiso, i suoi ammonimenti all'imperatore, il benvenuto dato
ad Arrigo VII, sono prove del culto per l'Impero che aveva
tradizionalmente profonde radici nel mondo latino, anzi in tutto
l'Occidente.
Arrigo di Lussemburgo rispose all'appello dei Ghibellini e venne in
Italia a placarla come _Imperator Pacificus_ e a restaurare l'imperiale
maestà, _veltro allegorico_, per dirla con Dante. Ma il suo tragico
viaggio verso Roma e le infelici sue lotte in Toscana mostrarono la
debolezza dell'ideale di fronte alle pratiche circostanze della vita,
l'evanescenza del sogno di fronte alla realtà. Il suo sarcofago, nella
ghibellina città di Pisa, è il monumento funebre di tutto l'impero.
Ma l'idea imperiale non era morta, e si nutriva col nuovo spirito della
riforma. Sua arme era lo spirito irrequieto e anelante al meglio, che
anima l'umanità, e con essa combatteva ancora la Chiesa dottrinaria.
Mentre dunque l'Impero precipitava sempre più in basso, e perdeva ad uno
ad uno i suoi diritti e le sue provincie, esso persisteva in Occidente
come teoria filosofica, alla quale si alleavano gli elementi
eretico-evangelici che uscivano dal seno della Chiesa corrotta.
Alle pretese degli arditi papi francesi, i quali, ritirati in Avignone
al sicuro dagli Italiani e dai Tedeschi, reclamavano la signoria
imperiale come loro dovuta, e sempre più cercavano di umiliare l'Impero,
rispondeva lo spirito secolare del tempo nella scuola dei monarchisti,
dei quali era guida e luce Dante Alighieri. La monarchia fu simbolo di
rigenerazione, per la gioventù che cresceva; il principio monarchico
segnò, caso unico nella storia, il progresso della riforma nello spirito
umano per la sua liberazione dai ceppi della Chiesa gerarchica
medioevale. L'opera famosa di Dante, _De Monarchia_, poneva le basi alla
nuova scienza di un diritto di stato, sebbene egli non trattasse di
stati reali, ma di una grande ideale monarchia, o repubblica universale,
sotto lo scettro dell'Imperatore. Con una dialettica scolastica e
sofistica Dante dimostrava che la monarchia universale, l'Impero, era
necessario al bene della società umana; chè l'autorità imperiale
apparteneva di diritto al popolo romano, e, attraverso questo,
all'Imperatore; che l'autorità dell'imperatore derivava immediatamente
da Dio e non dal pontefice. Dimostrava l'indipendenza dell'Impero dalla
Chiesa, e, colla separazione dei due poteri già tentata da Arnaldo da
Brescia e dagli Hohenstaufen, riduceva la Chiesa nei suoi veri confini.
Il principio ghibellino della indipendenza della monarchia fu subito
diffuso nelle regioni più civili di tutto l'Occidente, considerato da un
punto di vista più o meno filosofico. Le correnti di pensiero
riformatore della Chiesa, muovendo dal dogma della povertà evangelica,
col quale prima i Valdesi, poi i Francescani combatterono la dominazione
universale della Chiesa, la sua gerarchia e il suo potere politico, si
concentrarono nel principio monarchico, e la futura alleanza fra il
regno e la riforma era già di fatto stabilita. Sorse una schiera di
riformatori. I nomi di Marsilio di Padova, di Guglielmo d'Occam, di
Giovanni di Janduno, di Enrico di Halem e di Luitpoldo di Bebenburg
segnano lo svolgimento della nuova lotta per la riforma dell'impero
occidentale e della Chiesa.
L'opera famosa di Marsilio, il «_Defensor Pacis_» costituiva il
programma di questa grande ed acuta scuola di riformatori, precursori di
Lutero. Essa andava oltre i concetti ancora scolastici di Dante; non si
limitava soltanto ad affermare l'indipendenza dell'Imperatore dal Papa,
ma pretendeva senz'altro la sottomissione del Papa alla potenza
imperiale. Negava e metteva in ridicolo la teoria tomistica
dell'infallibilità e del primato del pontefice; negava la sua autorità
spirituale medesima come capo supremo della Chiesa; affermava
l'uguaglianza evangelica di tutti gli Apostoli e di tutti i sacerdoti.
Il Concilio diceva essere superiore al pontefice, e affermava unico
documento originario della dottrina cristiana essere la Sacra Scrittura.
Di questi elementi nel tempo si servì Ludovico il Bavaro, quando
intraprese la famosa lotta contro Giovanni XXII. Secondo la teoria di
Dante, che il popolo romano fosse la fonte dell'autorità imperiale, e
secondo la dottrina dei monarchisti, che il re dei Romani, una volta
eletto, non aveva bisogno dell'incoronazione, nè dell'unzione, nè della
confermazione del Papa per essere di pieno diritto Imperatore, Ludovico
prese in S. Pietro a Roma la corona imperiale dalle mani del popolo
romano o dei suoi delegati, i baroni laici. Fu questa una rivoluzione,
il crollo del principio legittimista degli Hohenstaufen, che negava al
popolo romano questo diritto di sovranità.
Nel giudizio del suo tempo, Ludovico democratizzò l'impero non solo, ma
deprezzò la corona dei Cesari fino a farne un feudo del ruinato
Campidoglio e della meschina repubblica di Roma. La sua azione che
appare così acuta che potrebbe esser chiamata moderna, non era però
l'espressione di una convinzione reale, ma di un sentimento passeggero,
insolente ed altero. Questo primo Imperatore che ebbe la corona dalle
mani del popolo, fu un uomo senza tenacia di volere e senza genio. Egli
si disse, in presenza del Papa, peccatore pentito, e ad Avignone chiese
umilmente l'assoluzione e l'incoronazione papale. Egli rese al pontefice
la sua autorità, sebbene gli Stati di Germania avessero a Rense e a
Francoforte, proprio in quei giorni, fatto la dichiarazione solenne
della indipendenza della corona imperiale dalla Chiesa e dal Papa.
Questa famosa dichiarazione fu il risultato pratico di quella lotta fra
Ludovico e il papato, nella quale l'Imperatore era il reale, se non
apparente, trionfatore. Essa proclamava la separazione della Germania da
Roma, separazione che prima o poi doveva di fatto verificarsi. L'Impero,
che si andava sottraendo così all'autorità della Chiesa, si
circoscriveva sempre più strettamente, o per limitarsi finalmente al
solo Impero tedesco.
Le idee di Dante e del Petrarca sull'eterna significazione di Roma come
capitale universale e metropoli dell'umanità, e centro della universale
monarchia, trovarono già in quel tempo, col teorico rinascere dello
spirito romano, un'espressione fantastica nel Campidoglio medesimo.
Mentre il papato stava lungi nella sua cattività francese, l'Imperatore
lontano anch'esso e scaduto dall'antica dignità, e l'Impero stesso era
dissolto, sorse il tribuno popolare Cola di Rienzo e proclamò sulle
rovine capitoline gl'inalterabili diritti di sovranità del popolo e del
Senato romano, dinanzi al tribunale del quale, egli invitò a presentarsi
l'Imperatore, i principi dell'impero, e gli alti prelati della Chiesa.
Nel suo delirante pensiero si trovava pure un metodo non privo di
logica; ed i suoi sogni non erano soltanto parto accidentale della sua
fantasia, ma spiegabili derivazioni del processo storico dell'idea
dell'Impero e di Roma, che avrebbero potuto ricondurci ad una misura e
ad un disegno politico che una volta per sempre offrisse un programma
degno di seria considerazione.
Così l'Impero doveva di nuovo essere nazionalizzato italiano; un
italiano doveva, per libera elezione di tutti i delegati della penisola,
per un plebiscito anzi, essere fatto Imperatore e risiedere in Roma.
Tutte le città furono dichiarate libere e fu accordato loro il diritto
di cittadinanza romana, a titolo originario della loro libertà; tutti
furono invitati a radunarsi, per mezzo dei loro delegati, in Roma loro
madre, ed a formare una confederazione italiana, dalla quale fossero
esclusi gli stranieri. Il motto moderno l'_Italia farà da sè_, e l'idea
della indipendenza nazionale italiana e della sua unità furono in
sostanza già nel pensiero di Cola chiari e precisi, e ciò assicura al
geniale sognatore uno dei primi posti fra i patrioti d'Italia. Il grande
disegno trovò ostacolo nella fugacità del genio politico di Cola, nella
gelosia delle città e dei tiranni della penisola, nell'avversione della
Chiesa, ed anche perchè era vana e irrealizzabile l'idea di una
restaurazione dell'antica repubblica romana. Con Cola il dogma politico
di Roma tramontò, ma la rinascita del mondo antico si effettuò sotto
forme ideali e letterarie. Vicino a Cola dobbiamo porre il Petrarca, il
grande apostolo del Rinascimento, in cui si formò allora quell'ambiente
particolare, sul quale poterono dissolversi e perdersi i partiti dei
Guelfi e dei Ghibellini ed anche l'idea dell'Impero.
Il disegno di portare in Italia la dignità imperiale fallì così
completamente, ed essa rimase alla corona tedesca. Anzi, caso strano,
più d'una volta essa fu rivestita dal ramo slavo del Lussemburgo, poichè
i successori di Arrigo VII furono i re di Boemia. Con Carlo IV, nipote
di Arrigo, l'Impero toccò l'infimo grado della sua potenza: secondo il
Villani, questo re si recò alla sua incoronazione come un mercante si
reca alla messa. Secondo le istruzioni del pontefice egli si trattenne
in Roma le ore strettamente necessarie per compiere la cerimonia
dell'incoronazione. Abbandonò Roma e l'Italia in mezzo alle ingiurie e
alle beffe, ma con la borsa piena, il più deplorevole Messia che mai
apparisse in Italia, dove era stato chiamato dalle vane e idealistiche
speranze nutrite dal Petrarca; come un tempo suo nonno da quelle di
Dante! Il viaggio di Carlo a Roma finì di distruggere l'ideale dei
ghibellini che fin allora avevano voluto vedere nell'Imperatore il
salvatore d'Italia.
Nondimeno, l'idea imperiale continuò a vivere, e il potere imperiale fu
ancora teoricamente riguardato come il più alto e più atto a reggere il
mondo; così l'Impero ebbe un vivace risveglio al principio del secolo XV
con Sigismondo, re dei Romani, ultimo discendente di Arrigo VII. La
causa di questo risveglio teorico, ma che pure ebbe anche pratici
risultati, deve ricercarsi nello stato di profonda decadenza nel quale
era precipitata la Chiesa, la quale chiese di nuovo aiuto al potere
imperiale per tentare una via di rinnovamento e di salvezza. Il ritorno
del papato da Avignone a Roma fu seguìto dalla rovina della Chiesa, la
più spaventevole che mai si sia data.
La sconfinata corruzione della Chiesa minacciava di farle seguire la
sorte dell'Impero, e di scinderla in più Chiese regionali; e per la
durata di due pontificati sembrò imminente una separazione di essa in
una metà germanica ed una romana. Stava in giuoco il concetto
fondamentale della sua universalità: allora accadde che d'un tratto
l'idea dell'Impero acquistò una forza internazionale nuova. La dottrina
di Dante e degli imperialisti del tempo di Ludovico il Bàvaro riprese
vigore e fu seguita anche in Francia, dove il principio monarchico si
era molto sviluppato dopo la lotta fra Bonifacio VIII e Filippo il
Bello.
Tutti i popoli dell'Occidente guardavano ora all'Imperatore come al capo
della universale Repubblica e al legittimo giudice della Chiesa, il
quale doveva chiamarla dinanzi al suo tribunale supremo per sentenziar
sui corrotti pontefici. Gerson e Pietro d'Ailly presero il posto
occupato un tempo, ma in un cerchio ben più ristretto, da Marsilio da
Padova e dai suoi compagni di lotta. Il Concilio si erigeva sul
pontefice: Sigismondo lo convocò, come re dei Romani, a Costanza.
Questo grande Concilio, che, per l'autorità dell'Imperatore, depose papi
e fece scegliere da un Conclave di deputati nazionali il nuovo Papa,
segnò un'epoca nella storia del mondo. L'idea dell'Impero apparve allora
per l'ultima volta come un principio internazionale di ordine e di pace,
che portava con sè il ricordo di un glorioso passato. Ma con esso si
chiudeva la storia dell'Impero, poichè esso più non riposava sopra un
potere effettivo, ma sopra un dogma ideale.
Col secolo XV tutti i rapporti politici subiscono grandi variazioni: i
popoli escono dalle forme cattoliche della Chiesa e dell'Impero, e
assumono forma moderna. Il mondo europeo entra in una fase totalmente
nuova del suo sviluppo, e nel secolo XVI esso offre l'aspetto di varii
nuovi gruppi di stati uniti fra loro per mezzo di alleanze e di leghe
determinate da bisogni dinastici o nazionali. Il grande rivolgimento di
tutto l'Occidente, cominciato alla metà del secolo XV e continuato nel
seguente, fu operato da molti e possenti fattori: invenzione della
stampa, rinascimento della cultura e dell'arte classica, caduta sotto i
Turchi dell'Impero bizantino, caduta del dominio arabo in Spagna,
formazione della monarchia spagnola, scoperta dell'America, fondazione
della potenza della dinastia degli Asburgo, sviluppo della monarchia
francese, e finalmente la Riforma.
Dall'anno 1439 la Corona imperiale tornò agli Asburgo, e rimase in
quella dinastia fino all'anno 1806 senza interruzione, se non di
brevissima durata. Federico III fu anche l'ultimo re che fu incoronato a
Roma, se eccettuiamo fra i successori Carlo V che fu sì incoronato dal
Papa, ma a Bologna, nessun altro Imperatore fu unto e incoronato più
dalle mani stesse del pontefice, ma i re tedeschi dopo la loro elezione
si chiamarono, secondo gli articoli imperiali, imperatori eletti, e fu
aggiunto: del Sacro Romano Impero _della Nazione tedesca_. Di fatto, si
trattava veramente di un Impero tedesco. Si spezzò così ogni legame fra
Roma e l'Italia, e l'Impero, e l'Imperatore tedesco non si recò più in
quella regione che per trattare affari politici o dinastici che
casualmente lo avessero richiesto.
La dinastia degli Asburgo, nella quale era di fatto divenuta ereditaria
la carica imperiale, radunò sotto di sè, dal tempo di Massimiliano, uno
straordinario dominio, dal Reno al Danubio inferiore, ed a questo fatto
si deve la durata della dignità imperiale in quella casa e lo slancio
che la storia della Germania ha avuto fino ai nostri giorni. Infatti
l'Impero, avendo perduto le sue provincie primitive: l'Italia, la
Borgogna, la Provenza, la Svizzera, cercò nel dominio degli Asburgo,
nella parte orientale dell'Impero, il suo centro di gravità, là dove i
popoli danubiani potevano formare una massa compatta contro l'irruzione
di nuovi barbari, Turchi e Slavi, entro i confini. Bisognava poi pensare
a stabilire un ostacolo ad occidente contro il pericoloso estendersi
della monarchia francese. Ma tanto questi che quei confini furono
debolmente muniti, e la caduta di Vienna sotto i Turchi fu solo impedita
dall'aiuto della Polonia, mentre i confini occidentali furono
ignominiosamente abbandonati. La dinastia degli Asburgo, preoccupata
soltanto di sè e delle sue terre ereditarie, lasciò la Francia spingersi
fino al Reno, mentre, per motivi concernenti la sua politica
particolare, cambiava nel secolo XVIII la Lorena, provincia imperiale,
per la Toscana, che divenne così un possesso dei secondogeniti della
casa di Asburgo.
La formazione di questa sovranità austriaca, che si andava aggravando
sulla Germania propriamente detta, minacciava di ridurre il popolo
tedesco ad un'appendice dell'Austria, come giustamente dice Bryce. Gli
Asburgo salirono presto sotto Massimiliano e Carlo V ad una tale
potenza, che essi furono di nuovo preoccupati delle antiche idee di
dominio universale, ma con basi molto più reali e positive di un tempo.
Massimiliano tentò seriamente di realizzare la grande idea di farsi
pontefice, per riunire in sè i due poteri temporale e spirituale e
riformare Chiesa ed Impero; suo nipote Carlo V, dopo avere ereditato
l'Olanda, la Spagna intera, Napoli, e conquistato Milano, si vide
arbitro di un grande Impero cesareo, quale nemmeno Carlomagno aveva
posseduto con tanta estensione e potenza d'armati.
Carlo V, imperatore, avendo ricacciata nei suoi confini la Francia,
eterna rivale della Germania, ingranditasi a spese dell'Impero, si
ripresentò nella storia dell'Occidente un breve periodo simile a quello
reso illustre da Carlo Magno; un periodo storico che poteva consentire
la formazione di un dominio imperiale costretto nelle ferree leggi del
Cesarismo, valido a rendere indipendenza e libertà ai possedimenti già
sottratti all'Impero.
Per coronare l'edificio, Carlo V avrebbe potuto abbattere il Papato, e
dar mano egli stesso alla desiderata riforma; così avrebbe riunito le
due potenze della Chiesa e dell'Impero, e, nuovo Costantino, fondato una
nuova Chiesa imperiale e nazionale.
Ma in questi giganteschi disegni non si teneva conto dello spirito
germanico; la Riforma, questo grande fatto liberatore, diede nel momento
opportuno un gran colpo al _Cesaropapismo_ di quell'arbitro del mondo.
Essa fu il risultato di un secolare processo svoltosi nella Chiesa e
nell'Impero; suoi precursori furono tanto gli antichi Imperatori
germanici che combatterono l'assolutismo e il potere temporale dei Papi,
quanto gli eretici evangelici che avevano combattuto il dogma, la
gerarchia e la supremazia spirituale esclusiva del pontefice. L'idea
romana dell'accentramento fu soverchiata e soffocata dal principio della
libertà del pensiero, e l'idea della comunità universale, rappresentata
fin allora dalla Chiesa cattolica romana e dall'Impero a lei legato, si
perdè nella luce della nuova libertà spirituale.
Gli effetti della rivoluzione degli stati dell'Occidente sarebbero stati
incalcolabili, se Carlo V si fosse messo a capo del movimento della
Riforma. Ma alcuni possedimenti del suo impero, come Napoli, Milano, e
la Spagna bigotta, lo designavano nemico della Riforma, mentre questa
stessa, per il suo principio di decentramento, era pericolosa nemica
dell'idea imperiale e della sua inseparabile Chiesa imperiale. La
Riforma colpì a morte l'idea imperiale; e fu monarchica, perchè aveva
bisogno dell'appoggio dei principi per poter tener testa all'Imperatore
ed al Papa. La vittoria del principe Maurizio di Sassonia pose termine a
questo movimento, arrestando d'un colpo la potenza di Carlo. Il
riconoscimento della confessione di Augusta fiaccò definitivamente il
principio dell'Impero e della Chiesa imperiale.
Era necessaria un'aspra lotta di cento anni combattuta dalla Chiesa
riformata per la propria esistenza contro la Chiesa cattolica romana,
dalla quale si era scissa, perchè l'opera di Lutero e dei suoi seguaci
acquistasse solida consistenza. Questa terribile lotta per l'esistenza
fiaccò la Germania e la rese politicamente debole. La faticosa
liberazione della nostra patria dalla Chiesa di Roma le costò in fatto
uno sforzo immenso che l'esaurì più profondamente, che non avesse fatto
l'antico legame con Roma e l'Italia che aveva per secoli asservito la
nostra forza nazionale ad un dogma politico-religioso, in una terra
straniera. Ma lievi furono i sacrificii fatti dalla Germania dal tempo
delle guerre di religione fino alla pace di Vestfalia, poichè valsero a
conquistare la libertà della fede e del pensiero, che è la base della
moderna civiltà europea. Il grave pericolo che derivava dalle primitive
tendenze monarchiche della Riforma, per cui si poteva ancora pensare a
riunire il potere temporale e quello spirituale in un pontefice,
principe protestante (secondo l'aforisma _cujus regio ejus religio_), fu
allontanato e superato per lo spirito germanico d'individualità e per
l'indipendenza territoriale dei principi tedeschi. Invece di una Chiesa
generale riformata si ebbero tante singole Chiese, ma anche così
frazionato, lo spirito della Riforma rimase abbastanza potente da tener
testa alla grande nazione del cattolicismo, sia pure colla perdita di
qualche provincia. Il principio della libertà di coscienza ha oggi
generalmente trionfato; anche in Italia, nella immediata vicinanza del
pontefice, esso è divenuto un diritto, oramai acquisito per sempre. E'
il diritto universale di cittadinanza dello spirito occidentale: la
vecchia Chiesa, legata all'Impero o allo Stato, scompare; essa ricade,
libera anche essa, in seno alla società.
La Riforma aveva risollevato il diritto medioevale dell'Impero, ma il
trattato di Vestfalia, riconoscendo l'eguaglianza delle due confessioni,
nell'Impero, legittimava la separazione di esso da Roma.
Nel sistema medioevale Chiesa ed Impero non formavano che un solo
organismo; l'Imperatore era difensore di quella, doveva vegliare sulla
sua unità ed inseparabilità, e soprattutto dar opera ad estirpar
l'eresie. Ma ora principi protestanti sedevano in Parlamento presso i
cattolici; ora l'Imperatore era eletto da voti di cattolici e da voti di
eretici, contemporaneamente. La corona rimaneva elettiva: perchè non
avrebbe potuto un principe protestante essere eletto all'Impero? Ma
questo segreto disegno dei protestanti non fu mai colorito. La dignità
imperiale rimase, di fatto, agli Asburgo, per via ereditaria, e per la
tradizione e per la grande potenza privata di quella dinastia. L'Austria
frattanto dominava dunque in Germania, e l'Imperatore mirava solo a
scopi che concernevano l'Austria stessa, il che non mancò di suscitare
nelle grandi case tedesche un vivo malcontento. Già al tempo della pace
di Vestfalia il famoso giurista Chemnitz (Hippolytus a lapide) mirava a
strappare la corona agli Asburgo, sostenendo che il loro dispotismo
imperiale, il loro egoismo di schiatta erano le sole cause della
decadenza della nazione tedesca. «_Extirpatio domus austriacae_» è il
profondo grido che i protestanti gettarono poco prima del 1648. Essi
volevano che tutto ciò che sapeva di romano, fosse estirpato dalla
Germania, che doveva crescere da sè per propria virtù e potenza, e
attaccarono naturalmente anche l'idea imperiale latina che ancora
trovava un'espressione nella casa di Asburgo, così strettamente legata
a Roma. Così colla pace di Vestfalia essi ottennero, la Francia si
affrettò ad assentire, che i principi territoriali della Germania
fossero dichiarati sovrani.
Quel trattato dichiarava finito l'antico Impero, ed infatti esso non era
più che un'alleanza fra molti stati indipendenti retti da piccoli
sovrani assoluti, il cui capo titolare rimaneva l'Imperatore, i cui
antichi diritti sulla aristocrazia del Parlamento (Reichstag) non erano
più che un'ombra. La sua potenza non gli derivava dall'essere
Imperatore, ma dal popolo delle terre appartenenti alla corona degli
Asburgo, a mantenere ed ingrandire le quali, assiduamente mirava.
L'Impero non più romano ma tedesco condusse dopo la pace di Vestfalia
un'esistenza che offre la visione storica più deplorevole. Gli stati
vicini erano venuti intaccando le sue terre di confine; la Francia era
giunta, a forza di astuzia e di abili manovre, fino al Reno; la Svezia e
la Danimarca avevan conquistato le Provincie del Nord; la Polonia si
stendeva fino all'Oder; le terre numerose degli Asburgo formavano, nel
sud-est, uno Stato a sè che tentava di assorbire a poco a poco la
Baviera. Il resto della Germania era un caos di staterelli sminuzzati,
di signorie territoriali, di principati retti a sistema assoluto, nei
quali il sentimento nazionale era caduto più in basso che nella vicina e
meno divisa penisola italica. L'Impero stesso era incurabile; le riforme
fatte da un grande imperatore, quale fu Giuseppe II, dovettero
naufragare.
Per la rigenerazione nazionale e politica della Germania, caduta in così
tristi condizioni, doveva nel nord presentarsi un aiuto insperato. La
storia della formazione e dello sviluppo della monarchia prussiana è
l'unica bella pagina nella storia della lunga decadenza dell'Impero. In
seno a questo nobile germe giaceva nascosto l'avvenire della patria. Lo
stato prussiano divenne la rocca del protestantismo nel continente
europeo, e suo ufficio fu quello di difendere la Germania contro le
ingerenze di Roma, contro la Francia, le popolazioni slave che
minacciavano ad Oriente, e contro la Scandinavia che minacciava al Nord.
Questo ufficio fu coscienziosamente eseguito.
L'erezione della Prussia a regno nel 1701 segna un'epoca nuova nella
storia tedesca. Da quel punto questo piccolo stato vide nettamente
tracciata dinanzi a sè la strada che doveva seguire. Necessariamente
esso aspirò ad una supremazia sulla parte settentrionale della
Germania, e si trovò rivale della casa d'Austria per l'egemonia tedesca.
L'esistenza della monarchia prussiana era evidentemente e fatalmente
pericolosa per l'Impero: si determinò un dualismo di natura politica e
religiosa che già la Riforma aveva prodotto, e che ebbe per effetto
particolare la formazione della monarchia prussiana. La lotta della
dinastia degli Hohenzollern contro la dinastia degli Asburgo, del regno
tedesco contro l'Austria e l'Impero, fu il punto centrale della storia
della Germania, le cui vicende ormai dipenderanno dalle vicende di
quella lotta. Federico il Grande, vincendo Imperatore ed Impero,
consolidò validamente la sua monarchia; questa, come già quella degli
Asburgo, ma in minori proporzioni, ripeteva le sue origini da una
piccola dinastia mezzoslava; ma seppe tedeschizzarsi, questa piccola
monarchia egoistica, ciò che non riescì mai alla dinastia degli Asburgo
con tutte le sue terre ereditarie, e divenire un'immagine, un modello,
un microcosmo della Germania, assorbendo a poco a poco antiche famiglie
tedesche, annettendosi questa e quella provincia dell'Impero, e
tollerando entro di sè, l'una vicino all'altra, tre confessioni che
godevano tutte di un eguale diritto di cittadinanza. Il sorgere e lo
svilupparsi della Prussia, questo nuovo germoglio fiorito dal tronco di
un vecchio ed illustre albero rinnovellato, l'Impero, è una mirabile
evoluzione, una fatale trasformazione dell'Impero stesso. Quando essa
sarà compiuta, la Prussia passerà, tramonterà anch'essa, cioè ascenderà
gloriosamente nella nuova giovane Germania. Lo spirito della nazionalità
tedesca, con le sue speranze nel futuro, con la sua attività letteraria
e scientifica, si rivolse, fin dal tempo di Federico il Grande, alla
Prussia come al cuore della patria, benchè essa, come già l'Austria
degli Asburgo, sembrasse seguire egoistici disegni d'ingrandimento,
senza preoccuparsi troppo dello sviluppo nazionale. Ma le guerre
d'indipendenza delinearono nettamente la missione della Prussia. Queste
guerre salvarono la nazionalità germanica: l'Impero non c'entrava più,
era da un pezzo tramontato; esse spezzarono il nuovo dominio romano
universale che si era alzato sulle sue rovine.
L'idea universale dell'Impero, combattuta dalla Riforma, dalla
separazione della Germania da Roma, dal trattato di Vestfalia e dal
sistema politico che ne derivò, era risorta con forza mirabile dalla
Rivoluzione francese e formò il nuovo Cesarismo napoleonico. Il geniale
conquistatore, di razza latina, riportò sul suo trono il principio
della monarchia mondiale, mentre egli, come tutti i suoi predecessori,
si dichiarava successore di Carlo Magno. Con abile mossa storica, egli
si impadronì di un antico e tradizionale principio, e con esso animò,
infuse uno spirito al suo Impero improvvisato, che, altrimenti, sarebbe
stato una riunione ingente di paesi conquistati, che anche un Attila o
un Gengiskan avrebbe potuto raccogliere. Secondo la sua gigantesca
fantasia, egli somiglia per essa come per molti altri tratti a Cola di
Rienzo, ma in grandi proporzioni, la dominazione romana doveva
rinnovarsi e passare dalla nazione tedesca, nella quale si era a lungo
indugiata, a quella francese. Questa era detta una _Translatio_ o
_Restitutio Imperii ad Francos_. Il ristabilimento della Chiesa
cattolica, che la Rivoluzione aveva abbattuto, sta in stretta relazione
con questo disegno napoleonico. Con la Chiesa egli strinse il
Concordato. Egli si rivolse al Pontefice per essere da lui solennemente
unto ed incoronato, come a lui si era un tempo rivolto il re franco
Pipino, per ottenere da lui, in nome della Chiesa, il riconoscimento e
la convalidazione della sua usurpazione.
Così si trovava ora di nuovo in Europa un Imperatore coronato dal
Pontefice vicario di Dio, il quale, di fronte all'Italia e a Roma,
prendeva l'attitudine che avevano avuto gli antichi Imperatori
germanici. Egli s'incoronò con la corona di ferro dei Longobardi. Chiamò
suo figlio re di Roma, e, come doveva logicamente accadere in questo
rinnovamento dell'idea imperiale, entrò poi in lotta col Pontefice, come
i suoi predecessori, e gli contese, come essi, lo stato, il _dominium
temporale_. Anzi egli giustificò il fatto di togliere al Papa le sue
terre con l'espressiva dichiarazione che egli intendeva revocare tutti i
privilegi che gl'Imperatori suoi predecessori avevano concesso al Papa.
Cola di Rienzo aveva un tempo emesso un editto simile, quando aveva
proclamate nulle le donazioni fatte dagl'Imperatori tutti, fin dal tempo
di Costantino, che ritornavano di diritto al popolo e al Senato romano.
Bryce osserva che l'Impero tedesco ed il suo Imperatore si trovarono di
fronte all'usurpatore Napoleone nella stessa situazione, in cui si trovò
l'Impero bizantino, quando Carlo Magno usurpò la corona di Costantino.
Ma Vienna o Regensburg fece meno opposizione al conquistatore ed alle
sue pretese di dominio mondiale, di quello che non aveva un giorno fatto
Bisanzio. Quando, alla formazione della Confederazione del Reno, gli
Stati tedeschi del Sud si staccarono dall'Impero, e riconobbero
Napoleone quale loro protettore, l'Imperatore Francesco II depose per
sempre la corona di Costantino, di Carlo Magno, di Carlo Quinto; rimase
Imperatore dei suoi dominî ereditarî di Austria. Non si nota qui una
singolare coincidenza di forme storiche rinnovate? Non si poteva
considerare quella famosa Austria, il baluardo dell'Europa contro i
Turchi, come una specie di nuovo Impero romano d'Oriente? E non subì
essa la stessa sorte dell'Impero bizantino, che si andò lentamente
esaurendo?
Quando apparve l'atto d'abdicazione dell'Imperatore tedesco del 6 agosto
1806, esso non produsse, osserva con stupore il Bryce, nel mondo che lo
udì, un'impressione molto maggiore di quella che aveva prodotto, al
tempo del conquistatore Odoacre, la caduta dell'antico Impero romano.
Nondimeno ogni patriota ed ogni uomo di pensiero doveva essere
profondamente commosso dalla considerazione che in quel momento la più
antica istituzione dell'Occidente toccò il suo estremo tramonto.
Quell'impero infatti datava da Giulio Cesare! Aveva avuto, come nessuna
altra istituzione all'infuori della Chiesa, 1800 anni di esistenza! La
dignità imperiale era rimasta per un millennio, salvo interruzioni
momentanee, in seno alla nazione tedesca. Le più grandi memorie della
storia dell'Occidente erano ad esso indissolubilmente legate; i
caratteri, le vicende, le forme varie dei popoli erano inseparabili
dalle vicende, dalle forme, dal carattere di esso. L'idea più nobile ed
alta, quella della solidale unione dell'umanità intera, scopo verso il
quale questa deve assiduamente dirigersi, aveva costituito il principio
fondamentale e particolare di questo Impero. Ora, venendo esso ad
estinguersi, non doveva essere una mancanza sensibile nell'organismo
europeo?
Occupato da lunghi anni dalla trattazione di questo tema, che è uno dei
fondamentali per chi studii la storia della città di Roma nel medio evo,
ho accolto con vera soddisfazione il bellissimo libro del signor Bryce e
ne ho fatto tesoro, e quest'opera è invero ben degna di ogni
considerazione per l'oculatezza e per la chiarezza della visione che
l'autore ha saputo risuscitarci dinanzi, dell'idea imperiale nella
storia. Egli mi aveva già in Roma partecipato le sue idee, oggetto per
me di vera ammirazione. Nemmeno un tedesco potrebbe aver trattato quel
soggetto con maggior perspicacia e profondità. Il suo libro si aggiunge
alla lunga serie di trattati di scienza politica sul principio
imperiale, serie che comincia col _Libellus de Imperatoria Potestate_
del IX secolo e che continua fino ai dì nostri. Gli studiosi conoscono
a questo proposito la collezione di Schardius e Goldast.
Nella conclusione della sua opera, Bryce così parla, a glorificazione
dell'Impero, e nelle sue parole pulsa ancora il pensiero di Dante e di
Petrarca:
«L'opera dell'Impero medioevale fu benefica, ma a proprio danno; esso
nutrì, apparentemente combattè, le nazioni che erano destinate a
prendere poi il posto occupato da lui; esso pose un freno alle barbare
popolazioni del Nord, e le ridusse ad una forma di civiltà; favorì e
conservò le arti e la letteratura dell'antichità. In tempi di violenza e
di dominazione, esso impose ai suoi sudditi il dovere di un'ubbidienza
razionale verso una autorità, il cui motto era: Pace e religione. In un
tempo, in cui più si inasprivano gli odii di nazionalità, esso tenne
alto il principio di una confederazione dei popoli europei, nuocendo
così a sè stesso, poichè aveva bisogno di un potere dispotico centrale.
Non basta: esso insegnò agli uomini il retto uso dell'indipendenza
nazionale, insegnò loro ad innalzarsi ad un concetto di attività e di
libertà spontanee, concetto che è sopra, ma non contro, la legge, e per
giungere al quale l'indipendenza nazionale, se bene intesa, non è essa
stessa che un mezzo». «Da Augusto a Carlo V il mondo civile intero
credette alla sua necessità come fondamento di un eterno ordinamento del
mondo, e i teologi cristiani, non meno chiaramente dei poeti pagani
affermarono che _la caduta dell'Impero doveva essere anche la rovina del
mondo_. Pure ora l'Impero è caduto, ed il mondo sussiste, e si accorge
appena del mutamento. Ma che cos'è questo che abbiamo detto in confronto
a tutto ciò che si potrebbe dire su questo profondo e vastissimo
argomento? Ciò che qui sarebbe necessario, e che praticamente è
impossibile, si è considerare l'Impero come un tutto, come una sola
istituzione, nella quale ha avuto il suo centro la storia di diciotto
secoli, e la cui forma esteriore è rimasta immutata, mentre è cambiato
il suo spirito e la sua essenza. Chi, del resto, sarebbe capace di
rappresentare esattamente il papato? Coloro che non vedono in esso che
un gigantesco albero Upa, pieno di fronde e di eresia, sono tanto lungi
dall'aver penetrato il mistero della sua esistenza, quanto i politicanti
convenzionali, che con frasi rotonde spiegano il suo sviluppo, lo
analizzano come un'opera dell'arte meccanica, misurano le sue energie e
danno uno sguardo sommario e semplicista ai suoi effetti, così ai buoni
come ai cattivi. Egualmente il sacro romano Impero è superiore ad ogni
descrizione o spiegazione. Sapremo ben poco di lui quando avremo
conosciuto le idee che nutriva Giulio Cesare, allorchè gettò le sue
basi, sulle quali Augusto seppe costruire, o quelle di Carlo Magno che
ne ricostruì l'edificio, o quelle di Barbarossa e del nipote di lui,
quando si diedero a frenarne la precipitosa ruina. Le genti future ne
sapranno poco di più, quando considereranno il medio evo ad una maggiore
distanza di noi, che viviamo ancora in un periodo di reazione contro
ogni forma medioevale. Essi vedranno e concepiranno nuove forme della
vita politica, la cui natura noi potremmo appena intuire. Ma quando essi
vedranno più vasto orizzonte, non vedranno perciò più profondamente; al
contrario la loro vista sarà superficiale e leggera. L'Impero, che noi
scorgiamo ancora come una gigantesca figura all'orizzonte del passato,
si sommergerà sempre più nell'ombra ai loro occhi, quanto più essi
seguiranno la strada dell'avvenire. Nondimeno, come potrà esso mai
perdere la sua importanza nella storia del mondo? In lui infatti si è
concentrata la vita dei secoli passati, tutta intera; da lui è fiorita
tutta la vita del mondo moderno».
Tornerò a questo punto, andando verso la conclusione, all'anno 1806, nel
quale si spense definitivamente l'Impero, nella forma tedesca degli
Asburgo. La vita europea si svolse allora per sedici importantissimi
anni in mezzo a lotte di supremazia e di sviluppo, che diedero origine,
sulle rovine dell'Impero, a forme sociali di tale natura, che sembrarono
avere distrutto fino ai suoi ultimi resti il medio evo per compiere un
nuovo assetto politico. Si spense dunque così del tutto quel principio
dello spirito occidentale, dal quale erano germogliati, e nel quale
avevano trovato la loro espressione, l'Impero e la Chiesa? Oppure, quale
aspetto visibile e riconoscibile hanno questi assunto?
Osserviamo che l'idea imperiale non tramontò nel 1806, poichè Napoleone
se ne impadronì e la trapiantò dalla Germania, sua sede ormai legittima,
in Francia, fondando una nuova monarchia universale. Era suo disegno di
dare a questa, come autocrate, i cui vassalli fossero i re
dell'Occidente, eguali leggi ed eguale indirizzo verso una forma
generale di civiltà. Come un antico imperatore egli si spinse
nell'Oriente barbarico per allargare i confini dell'Impero, ed avrebbe
trasportato fino a Bisanzio le aquile imperiali, come aveva fatto a
Roma, se la natura stessa delle cose lo avesse consentito. La sua storia
meravigliosa, se considerata esteriormente e da un solo punto di vista,
sembra risuscitare il gigantesco sogno mondiale di Roma, ed il vecchio
principio dell'Occidente, dal quale l'Europa potrà liberarsi solo,
quando avrà raggiunto una forma superiore di libertà e di civiltà. Il
grande sogno si dileguò per incanto al soffio possente del libero vento
che, dal tempo della riforma tedesca, conduce invincibilmente l'Europa
alla libertà e combatte e ricaccia indietro lo spirito medioevale della
reazione. La riforma ha sciolto dai vincoli il pensiero individuale; la
rivoluzione francese ha fatto libera e cosciente l'attività e l'energia
della nazione. Ambedue hanno cooperato a illuminare i popoli, a farli
liberi, forti e clementi, tali infine che non possono più tollerare
alcun dispotismo militare. La caduta di Napoleone dimostrò chiaramente
l'impossibilità di un grande potere centrale. Il mondo diverrebbe più
facilmente tutto repubblicano o cosacco!--era questo un motto famoso del
grande uomo.
Quando il cesarismo napoleonico precipitò, era giunto il momento di
condurre a termine una riforma politica per mezzo di un concilio di
popoli. Le circostanze si presentavano simili a quelle del tempo, in cui
l'Europa vide il papato minacciar rovina, e tenne a Costanza un
concilio. Come allora inutilmente si tenevano i concilii, così ora
inutilmente si bandiscono i congressi. Il Congresso di Vienna ebbe tanto
buon successo nel dare un nuovo assetto politico all'Europa, quanto il
Concilio di Costanza nel portare riforme sostanziali nella Chiesa. Così
accadde che la storia degli ultimi cinquant'anni non contiene
propriamente altro che la reazione dei popoli contro gli accordi presi
al Congresso di Vienna e la distruzione dell'artificiale edificio che
questi avevano edificato. L'Impero dunque non fu ristabilito, ma rimase
il concetto--non di una potenza centrale europea, ma di una autorità
internazionale, atta a tenere uniti ed alleati i popoli colla _pace_ e
nella _religione_;--questo concetto, che esprimeva un bisogno serio e
reale, che tornava a farsi sentire, fu tradotto in atto nell'alleanza
delle potenze. Il Sacro Romano Impero si cambiava nella Santa Alleanza,
la quale, per quanto nociva allo sviluppo politico degli Stati, aveva
originariamente per base un principio di universale umanità.
Allora, guidata dalla Santa Alleanza e dai suoi Congressi, comincia la
vergognosa reazione contro le libertà che con tanta fatica erano state
conquistate. Questa reazione non riuscì: i popoli dicevano sempre più
chiaramente le loro ragioni e le loro aspirazioni verso un lontano
ideale di autonomia politica e d'indipendenza.
La scossa napoleonica aveva destato i popoli dalla loro apatia, e, sotto
la sua impressione, le nazioni si eran levate, coscienti, alle guerre
della liberazione. Egualmente Napoleone, abbandonando ormai il vecchio
sistema dello stato medioevale, aveva attraversato l'Europa, spargendo
su tutti i popoli il fecondo seme democratico della rivoluzione
francese. Questo seme non andò perduto, e le vibrazioni della
rivoluzione continuavano, allargandosi in cerchi sempre più ampi e
sonori. _Riforma e principii del 1789_, erano virtù nascoste e latenti
in quel seme. La teoria dell'equilibrio artificiale delle potenze, che
doveva assicurare la pace all'Europa, cadde completamente, avendo la
base in un'innaturale costrizione e in un mutilamento teorico delle
nazioni, tale che le riducesse alle volute proporzioni rispettive! La
partizione della Polonia era l'ultima grande preoccupazione della
politica del Gabinetto europeo. La lotta del nazionalismo contro le
tendenze della politica ai nostri giorni è stata ben combattuta, e
talora vittoriosamente. Ristabilire la nazionalità voleva dire
rispettare, anzi difendere la sua unità e la sua indivisibilità.
In questo movimento di tutta l'Europa due nazioni hanno acquistato di
fresco un'importanza decisiva: l'Italia e la Germania, queste due
antiche sorelle nemiche, che un ideale d'universale dominio aveva per
mille anni tenuto in contesa perenne. L'una era stata sede della Chiesa
e del pontefice; l'altra dell'Impero e dell'imperatore. Esse si erano
divisi fra loro questi due poli del mondo politico. Esse avevano
fatalmente subìto la medesima sorte di universale grandezza e di
debolezza nazionale, l'una per causa dell'Impero, l'altra per causa del
Papato. Nell'una s'insinuava tenacemente la Chiesa come una potenza
straniera (romana); nell'altra egualmente l'Impero come una potenza
straniera (tedesca). Ed anche quando l'Impero fu tramontato, e precipitò
la grande monarchia francese, le medioevali relazioni fra le due regioni
continuarono, poichè l'Austria rimase in possesso della Venezia e della
Lombardia, mentre cercava di mantenere la supremazia sulla Germania
intera. Così continuava una fittizia autorità dell'Impero, mentre
l'Austria acquistava, coi secondogeniti della Casa regnante, una grande
potenza nel centro d'Italia. Manteneva intanto, con le strette relazioni
colla Chiesa, quell'ufficio di protettrice della Santa Sede, che già fu
suo nel medio evo, e non perdeva la sua influenza sulla Chiesa stessa.
Recentemente stringeva con Roma il famoso concordato.
In ambedue queste regioni, l'Italia e la Germania, la lotta per la
nazionalità offre aspetti analoghi. Il Piemonte e la Prussia, divenuti
regni sul principio del secolo XVIII, si rassomigliano per la loro
situazione nordica, per le loro tendenze nazionali ed anche per la
tenace fermezza dei loro sforzi, che presero le mosse da così modesti
principî. Così anche offrono fra loro dei punti di contatto i loro due
uomini di Stato dei tempi recenti; soltanto le proporzioni e le energie
furono differenti. Scopo della nazione italiana erano l'indipendenza e
l'unità, e il Piemonte si mise alla testa della popolazione tutta per
raggiungerle. Le nemiche erano l'Austria, col suo resto di potenza
imperiale, il paese straniero ed oppressore, e la Chiesa, che nel 1815
aveva riottenuto il suo stato politico, l'alleata naturale dell'idea
imperiale, la nemica naturale dell'unità d'Italia, come di tutta la
civiltà moderna. La vittoria fu ottenuta straordinariamente presto per
il concorde sforzo nazionale, l'aiuto della Francia, le condizioni della
Prussia che lottava per lo stesso fine, e l'opinione pubblica europea
che voleva alfine libera l'Italia.
Il governo di Napoleone III, senza la volontà del quale l'Italia non
sarebbe mai stata libera, rappresenterà una pagina molto importante
nella storia del nostro secolo, giacchè in esso si trovarono riunite le
idee tutte del tempo e le tendenze politiche, e in esso agirono forze e
correnti contraddittorie in modo assai caratteristico; l'imperatore
stesso poi aveva dato il primo impulso, con e senza la sua volontà, a
quel tentativo di riforma politica che aveva naufragato al Congresso di
Vienna. Era suo il programma delle Convenzioni del 1815: una vera
rivoluzione nella diplomazia europea! Egli si fece così l'alleato dei
popoli che lottavano per la nazionalità, e restaurò quell'Impero
francese di suo zio che aveva soggiogato le nazioni. Ciò faceva il suo
governo incerto in tutte le direzioni; egli spezzò la Santa Alleanza e
la lega delle potenze. Si alleò egli stesso coll'Inghilterra, e ciò gli
assicurò il trono, quel trono che l'Inghilterra stessa, d'accordo colle
terre del continente, aveva rovesciato quando vi sedeva sopra suo zio.
Questi artificî diplomatici però non avrebbero fatto di Napoleone l'uomo
dell'epoca, se egli stesso non si fosse impadronito, per svolgerle,
delle tendenze della sua nazione durante quel periodo, come già nel 1848
aveva trovato la sua strada appunto al primo scoppiare di quelle
tendenze. L'aiuto che egli offrì all'Italia, ormai matura per la
liberazione, gli valse una riputazione ed una preminenza in Europa. Egli
era salito al trono in mezzo agli assalti che Oudinot aveva dato alle
mura di Roma, e portato e sostenuto dal clero cattolico. Egli si
assicurò Roma, e con essa avocò a sè la più grande questione del
secolo, quella dell'esistenza della Chiesa medioevale come potenza
politica; era il suo turno oramai, dopochè l'Impero che l'aveva fondata
e sorretta aveva toccato la sua fine. Napoleone divenne il protettore e
l'avvocato della Chiesa e occupò quel posto di giudice ed arbitro
internazionale, che prima di lui solo gl'imperatori tedeschi avevano
propriamente occupato. Effettivamente ricomparve per un momento nella
storia l'idea dell'Impero nella potenza temuta di Napoleone III. E'
stato detto che egli avrebbe potuto, imperatore, raggruppare le nazioni
latine sotto la sua egemonia, ma l'indomabile spirito nazionale lo
incamminò su altra strada. In quest'uomo tutto fu dubbioso, equivoco; la
sua spada, a due tagli, ferì anche lui stesso. La bomba di Orsini
affrettò nel suo stato la reazione. Napoleone, protettore di Roma,
doveva anche divenire protettore della nazione italiana che tendeva
all'acquisto e di Venezia e di Roma. Lo spirito nazionale d'Italia lo
soverchiò e gli strappò successivamente le varie parti del suo primitivo
programma. Il progetto di una confederazione guelfa, della quale doveva
far parte l'Austria, ormai ridotta in tristi condizioni, e della quale
il Papa doveva prendere la direzione, venne meno dinanzi alla lotta che
l'Italia intraprese per raggiungere l'unità, nella quale essa si
rinchiuse come per un processo di cristallizzazione. Le provincie della
Chiesa furono acquistate da lei col consenso di Napoleone: la
convenzione di settembre limitava ancor più la potenza del Pontefice, e
della posizione politica della Chiesa faceva una pura questione
territoriale italiana. Seguì poi la emancipazione della nazione
italiana, appena formata, dalla Francia per mezzo dell'alleanza colla
Germania, il grande risultato della quale fu duplice: la rovina
dell'Austria e l'acquisto della Venezia. Napoleone, usando per l'ultima
volta della sua autorità di arbitro internazionale, consegnò questa
all'Italia. Il ritiro dei francesi da Roma nel dicembre 1866 annunziò
definitivamente che Napoleone rinunziava alla sua preminenza imperiale e
lasciava pienamente libera l'Italia una.
A questo punto un gran mutamento si opera nella storia d'Europa, che il
tempo renderà più visibile e che a noi, attualmente, sembra consistere
principalmente nella caduta irreparabile dell'idea imperiale e della
Chiesa imperiale. Mentre Napoleone abbandonava il Papa al suo destino,
mentre l'Italia si metteva nettamente in contrasto col papato, essendo
divenuta nazione libera, completamente indipendente da Roma, fu dato il
colpo di grazia a quell'antico principio romano, che, non poteva più
sussistere quando la Chiesa aveva perduta la sua sovranità. La debolezza
del papato, inoltre, significa la debolezza del principio di legittimità
e di autorità. L'antica lotta dei due principii dell'Occidente, dello
spirito latino e dello spirito germanico, è stata finalmente decisa,
almeno così sembra, coll'unità d'Italia a spese della Chiesa, e colla
grande battaglia di Sadowa a spese degli Asburgo e della potenza
francese. Lo spirito tedesco della riforma ha ottenuto sui campi della
Boemia una nuova vittoria, che sarà feconda di conseguenze, sul mondo
medioevale, e verosimilmente renderà alla Germania la perduta potenza.
L'Impero si rinnoverà colla Casa degli Hohenzollern che ascende
invincibilmente verso di esso, ma non sarà più una potenza cesarea di
conquista, all'uso antico, ma un'alleanza nazionale, la quale, posta nel
cuore d'Europa, starà a vegliare e salvaguardare la pace, la libertà, la
civiltà dall'Occidente. In questo nuovo Stato tedesco la Chiesa sarà
quantità trascurabile, perchè non più politica, ma socialmente libera.
Nell'avvenire questo Impero tedesco potrebbe radunare intorno a sè in
una confederazione tutti gli elementi germanici dell'Occidente, mentre i
gruppi dei popoli slavi e latini si riunirebbero analogamente fra loro.
La storia mira evidentemente a questo triplice risultato. Allora una
eguale potenza di tutti i popoli, finalmente appagati in tutti i loro
bisogni nazionali, ed una civiltà libera e generale, a cui si giungerà
certamente attraverso mille vie e mille canali, potranno preservarci dal
pericolo di uno squilibrio di potenza, sia dall'una che dall'altra
parte.
* * * * *
Quando io scriveva le precedenti pagine, non poteva prevedere quale
stupendo sviluppo fosse per prendere in breve volger d'anni la storia
della mia patria. La folle dichiarazione di guerra di Napoleone III,
derivata dal culto barbarico per l'idolo militare che ancora perdura in
Francia, ha prodotto conseguenze di primaria importanza storica.
L'intelligenza e la forza della nazione tedesca spezzarono la temuta
potenza della Francia imperiale come una canna marcita. L'imperatore
francese, i suoi generali, i suoi marescialli, il suo grande esercito,
una volta terrore del mondo, come per una malìa, son fatti d'un tratto
prigionieri di guerra. Il grande Impero francese si dissolse in polvere
al tocco elettrico dello spirito nazionale tedesco, ed il papato,
l'antico papato imperiale e millenario, si piegò anche esso inaridito ed
inerte. Il re-papa latino e lo imperatore latino precipitarono insieme,
ed in cospetto di Parigi assediata, nella notte di Natale del 1870, 1070
anni dopo Carlomagno, l'Impero, potenza nazionale tedesca, è ritornato
alla dinastia protestante degli Hohenzollern. La fine dell'Impero nel
1806 appare oggi dunque soltanto come il principio di un interregno, il
più lungo che la storia tedesca conosca. Ora noi incominciamo la riforma
politica della Germania. E' sorprendente e bello poter oggi considerare
la tenacia e la durata dell'idea imperiale, che è divenuta ora mirabile
espressione del principio moderno della libertà di coscienza e della
nazionalità.
Roma, Natale, 1870.