(1871).
Una settimana di Pentecoste in Abruzzo.
(1871).
Dopo un inverno faticoso, l'amico Lindemann[78] ed io volemmo concederci
lo svago di una gita, durante la settimana di Pentecoste, nel selvaggio
ed ancora così poco noto Abruzzo.
Avevamo intenzione di vedere Rieti, Aquila e il Gran Sasso d'Italia,
scendere dai monti di Popoli al lago Fucino, visitarvi le opere di
prosciugamento del Torlonia, festeggiare la gloriosa resurrezione
dell'Impero tedesco sul campo di battaglia dell'ultimo Hohenstaufen, e
poi tornare a Roma per Tagliacozzo sulla via Valeria. Tutta questa
regione, indescrivibile paradiso, la visitammo nella fioritura d'un
limpido maggio. Voglio adesso parlarne un poco, almeno dell'ultima tappa
da Popoli a Tagliacozzo, perchè parlare dell'interessantissima Aquila mi
porterebbe via troppo tempo.
Per godere appieno del paesaggio bellissimo della terra d'Abruzzo, che
dovevamo attraversare, salimmo la vigilia del giorno della nostra
partenza da Aquila, verso sera, sulla fortezza di questa città. Essa
appartiene all'epoca di Carlo V; una possente aquila imperiale bicipite,
di pietra, ed una lunga iscrizione latina, ricordante la costruzione di
questo castello per opera del vicerè don Pedro di Toledo, marchese di
Villafranca, stanno ancora sul ben conservato portale di marmo, di bella
architettura cinquecentesca. Questo castello situato in piano,
circondato da una fossa profonda, rammenta quello simile che si trova a
Milano. Esso non ha più alcuna importanza strategica;[79] serve solo
come caserma e dovemmo abboccarci con l'ufficiale di picchetto, per
ottenere di essere ammessi a visitarlo. Quando rispondemmo alla sua
domanda, relativa alla nostra nazionalità, che uno di noi era tedesco
del sud e l'altro tedesco del nord, alleati d'Italia, quell'ufficiale
dall'aria annoiata e dalle forme erculee, si rischiarò in volto, ci
salutò, togliendosi il berretto, e ci invitò ad entrare. Come si
cambiano i tempi! Anche solo pochi anni fa il nome della nostra patria
avrebbe ottenuto l'effetto opposto!
Dai merli del castello contemplammo quel superbo panorama degli Abruzzi,
dove le catene dei picchi nevosi si spiegano solenni e severe. Aquila è
situata sui contrafforti del Gran Sasso, da Aquila vediamo questo re
degli Appennini immediatamente sulla nostra sinistra. Nella trasparenza
dell'aria vespertina esso appare così vicino che si distinguono
benissimo gli anfratti, gli spigoli, i rilievi della sua piramide;
eppure ci vogliono due lunghi giorni di viaggio per giungervi! Pochi
hanno asceso questa montagna, ed essa è quasi mitica e sconosciuta, come
tutta la regione limitrofa.[80] E' un nodo montuoso di figura allungata,
di forme gigantesche e massiccie, almeno per quel che si può giudicare
vedendolo da Aquila. Dal centro di questa massa montuosa si alza ora una
specie di cono o di gobba, coperto di neve; questo è il Gran Sasso, il
punto più alto d'Italia: 9000 piedi di altezza.[81] Alla destra di
Aquila si stende un'altra regione montuosa, senza picchi nevosi, la cui
porzione anteriore è però limitata dai nebbiosi e qua e là nevosi monti
sopra Sulmona, ammantati dalla porpora del tramonto e sormontati dalla
maestosa e scintillante Maiella. Dall'altro lato, verso Rieti, la nevosa
Leonessa,[82] monte bellissimo che si vede da Roma. Esso perde appena in
giugno la sua veste di neve, quando sul Pincio fioriscono i granati. Da
Rieti noi l'avevamo costeggiata andando verso Aquila. Così costeggiammo
il Gran Sasso per raggiungere Popoli.
Questa regione abruzzese non ha ancora ferrovie. Si comincia ora a
tracciarne, essendo esse necessarie, anche per ragioni strategiche. Si
sta costruendo una linea sul Pescara fino al mare Adriatico, dove si
riallaccia alla linea di Ancona, ed è qui il punto centrale di scalo dei
prodotti degli Abruzzi. Questa linea dovrà toccare Sulmona, Popoli,
Aquila, Rieti e Terni e con una diramazione abbracciare la Marsica, il
lago Fucino e Sora, mentre si ricongiungerebbe per Roccasecca alla linea
Napoli-Roma.
Ora si viaggia in piccole vetture di posta molto primitive, che non
differiscono in nulla da quelle in uso nella Sabina e nella campagna
romana. La strada è bellissima: passa per monti e valli, in regioni
pittoresche con lo sfondo del Gran Sasso, fra castelli e rocche in
rovina, come Poggio Picenze, Barisciano, Castel Nuovo, Ritegna (?)
Navelli, tutti sull'Aterno rumoroso. Fra Collepietro e Popoli varcammo
un alto passo, dal quale si gode una magnifica veduta sulla
lussureggiante vallata di Sulmona, che è come un enorme giardino
racchiuso in un cerchio di nevose montagne. Una volta esse racchiudevano
un lago, come quello Velino presso Rieti. In tempi preistorici tutte
queste valli abruzzesi erano laghi; ora non rimane che il lago Fucino,
ed anche questo sarà presto prosciugato. In basso si scorge Popoli, su
una roccia rossastra; su di esso le torri gialle e le rovine della rocca
dei Cantelmi, e dietro Sulmona, patria d'Ovidio, ai piedi della Maiella
che sembra serrare la valle. La strada che conduce a Popoli scende a
zig-zag con gomiti così bruschi e curve così forti, che rammenta la
strada del Gottardo o altri passi delle Alpi.
Nulla di più ridente di questa piccola antica città con i suoi frutteti
e le sue vigne assolate; il fiume Aterno prende da questo punto il nome
di Pescara. Chi non conosce questo nome famoso nella storia di Carlo V?
Appena entrati in città, trovammo la popolazione in gran movimento, essa
aveva aspetto contadinesco; una strana comitiva di uomini ci venne
incontro suonando una fanfara; era preceduta da giovanotti che su di
un'alta pertica portavano una caldaia di rame ed altri lucenti utensili
da cucina, tutti adorni di bandierine, fiori e corone. Era un corteo
nuziale, e, secondo l'uso del luogo, la dote della sposa era portata in
processione per viaggio. Popoli è una città di coltivatori e di
vignaioli. I vini degli Abruzzi, o almeno quelli che si fanno là ed a
Sulmona, sono celebrati in tutta la regione, e sarebbero esportati di
più, se fossero migliori le strade. Ci è stato detto che a Popoli si
compra un litro di ottimo vino per l'inverosimile prezzo di un soldo, e
si piantano dei maglioli per nulla inferiori a quelli di Borgogna.
Popoli, rappresentando il punto di congiunzione delle strade commerciali
di Aquila, Pescara e Sora-Avezzano, è già oggi uno dei luoghi più
popolosi e frequentati degli Abruzzi. Vi notammo infatti un'animazione
che ricordava Napoli e le città meridionali.
Salimmo sull'antica rocca, donde si gode un incomparabile panorama. I
Cantelmi, stirpe provenzale, la eressero; essi eran venuti a Napoli con
Carlo I d'Angiò, resero grandi servigi a questo conquistatore nella
lotta con Manfredi e Corradino, e, arricchiti di molti feudi nel regno
di Napoli, divennero una delle più potenti famiglie feudali. I Cantelmi
possedettero anche per molto tempo la bella Sora sul Liri. In nessun
altro luogo d'Italia il feudalismo ha fiorito come nel Napoletano. I
Normanni, gli Hohenstaufen, gli Angiò, gli Aragona; poi gli Spagnoli,
dopo Carlo V, crearono infiniti feudi, cosicchè in quella regione si può
dire non esista paese cui non sia annesso un titolo di conte o di
marchese. Nessuna regione, anche, cambiò tanto spesso di signoria per
l'eterna lotta delle dinastie e delle nobiltà. Se non erro, l'attuale
duca di Popoli seguì l'ex-re di Napoli, Francesco, nel suo esilio sul
remoto e gelido lago di Starnberg. Il lago di Starnberg è uno dei luoghi
più pittoreschi e suggestivi che conti la Germania, sulla sua tranquilla
riva ospitale, coronata di boschi e di casolari, ben vi possono i
fuggiaschi affaticati della vita e della storia, riposare nel silenzio e
nell'ombra. Ma ci vuole un'anima tedesca per godere la bionda bellezza
di quella natura e non sentirsi intirizzire; potrebbe un luogo come
quello consolare un esule che ha negli occhi e nel cuore il sole di
Napoli?
Noi viviamo in tempi, nei quali la dea Fortuna gira assai velocemente la
sua ruota; quando s'ebbe mai più di ora materia per dissertare sul
vecchio tema _de exilio_ e _de varietate fortunae_? Gli antichi Romani,
da Scipione, esempio dell'esule sereno e rassegnato, molto si distinsero
nell'arte di sopportare degnamente l'esilio. Si dice che la religione
cristiana e la diffusa cultura abbiano ai nostri tempi reso i dolori più
tollerabili che nell'antichità, nella quale il più forte di tutti i
sentimenti era l'amor di patria; questa è, e rimarrà, una bella frase.
Queste considerazioni feci anch'io guardando la rocca dei Cantelmi, che
mi faceva ricordare Starnberg e Chiselhurst. Nello sfondo del nostro
viaggio, nube lampeggiante, stava la lotta spaventosa di Parigi colla
Comune. Appena giunti in paese, chiedemmo dei giornali, per conoscere le
ultime notizie. Ci dissero che in Popoli c'è un _Casino_, o meglio una
_Casina_, come chiamano negli Abruzzi e nella Marsica qualche cosa di
molto simile a quello che si chiama _Museum_ nelle città della Germania
meridionale. La sera ci condussero in un caffè, e da questo, salite
parecchie scale, ci trovammo nelle due stanze dove la _Casina di Popoli_
aveva fissato la sua segreta sede. Alcuni signori giocavano al biliardo
alla luce crepuscolare di fumose lampade; noi fummo gentilmente
introdotti nel gabinetto di lettura, dove trovammo giornali italiani, ma
non molto recenti, che aveva portato la posta di Aquila e di Pescara.
Per il giorno seguente noleggiammo una vettura per recarci al lago
Fucino per il selvaggio monte di Raiano, viaggio di un giorno intero.
Una volta vi era servizio di posta con Avezzano; ora non più, non so per
quale ragione, forse perchè si sta costruendo la nuova strada di Aquila
attraverso la montagna. L'antica strada è bellissima e praticabile.
Traversammo il Pescara, vivace corso d'acqua montanino, ricco di trote,
largo qui come il Liri a Ceprano. Attraverso questa regione incantevole
giungemmo a Pentima, poi sull'altipiano dell'antico _Corfinium_ dei
Peligni.
La bellezza della valle da Sulmona a Popoli, colla catena del Gran Sasso
e le altre montagne intorno, è tale che non può esprimersi con parole.
Io non vidi mai un paesaggio così superbamente stilizzato, come questo
di Corfinio, da non paragonarsi nemmeno colle famose località siciliane.
E' una veduta di alpi e di nevi nella smeraldina limpidezza della luce
del sud. Anche sotto questo cielo i monti hanno nevi eterne, ma queste
non hanno la grandiosità sinistra dell'_elemento_; sembrano essere
state posate sugli spigoli scintillanti da uno spirito di bellezza, per
aumentare lo splendore di queste montagne. Sotto l'azzurro del cielo lo
scintillìo delle nevi ha un risalto speciale, magico. Teatro più bello
dell'altipiano di Corfinio questa scena sublime non potrebbe avere, e si
potrebbero passare delle ore e dei giorni interi assorti nella sua
contemplazione, dimenticando il piccolo mondo degli uomini.
In mezzo a questa natura grandiosa, quasi eroica, in quest'aria fresca e
serena, potrebbe sorgere una forte città dalla popolazione sana ed
esemplare. Vedemmo molti resti di antiche mura, ed una chiesa non
vecchissima, ma d'una considerevole antichità, unico particolare del
quadro che ricordasse il presente ed il tempo. Essa è di travertino
giallastro e brillante. Si chiama San Pelino, e da essa prende il nome
l'altipiano. Deve essere stata eretta verso il 1400, ma, a giudicare
dalle iscrizioni, prima di essa vi doveva già essere in questo luogo
un'altra chiesa, eretta sulle rovine d'un tempio pagano. Il materiale di
costruzione è stato preso da _Corfinium_, come sì rileva dai frammenti
d'iscrizione che si trovano sulla parete esterna.
Presso uno di questi frammenti trovai questo scritto medioevale, coi
caratteri del tempo dei Cosmati, e anche coi nomi e le parole usate dai
Cosmati stessi nelle loro iscrizioni: VGO. HOC. F. OPVS. ARNVLFVS. EP.
PLEBI. DI.--ciò che non mancò di meravigliarmi molto. Ancor oggi sul
tabernacolo di S. Paolo a Roma si legge: _Hoc opus fecit Arnolfus cum
socio suo Petro_.
Come è incomparabilmente grande qui la natura, ugualmente grandi sono le
vestigia della storia di Roma. _Corfinium_ fu per lunga serie d'anni il
centro della più violenta rivoluzione d'Italia, la terribile
sollevazione degli alleati contro i privilegi della sovranità assoluta
di Roma. In questa città gli eroici Marsi, i Sanniti ed altre
popolazioni strinsero alleanza, si dichiararono indipendenti da Roma,
crearono, sotto Quinto Silio, consoli e Senato, e chiamarono _Corfinium,
Italica_. In terribili guerre la Comune delle popolazioni italiane lottò
per la cittadinanza romana; seguirono altre guerre sociali, e la grande
guerra servile: le figure di Mario e Silla, Ottavio, Cinna, Sulpicio e
Rufo, nonchè Pompeo e Cesare, si presentano agli occhi del viaggiatore
che segue col pensiero questa catena galvanica di lotte gigantesche
dell'aristocrazia colla democrazia, del diritto popolare col privilegio,
che conduce all'apparizione del Cristianesimo e del suo ideale
democratico. Ed essa non finisce qui: la lotta è eterna come il
principio che la provocò.
Mentre noi qui, sulla luminosa pianura di Corfinium, riandiamo col
pensiero quelle rivoluzioni e guerre civili per la conquista dei diritti
da parte dei Comuni d'Italia, i comunardi di Parigi chiamano alla
riscossa le città di Francia contro il principio di stato della
centralizzazione; essi abbattono i monumenti imperiali e regali, e
spargono su di essi infiammato petrolio, facendo di Parigi un rogo. Se
mai la ragione e il diritto furono fondamento di una guerra civile, ciò
accadde nel caso della guerra marsica.
Un granellino di ragione Bismarck lo trovò anche nel pandemonio della
Comune di Parigi. Negli eccessi della recente rivoluzione parigina
riconosciamo in parte il fanatismo della furia partigiana latina, ed
anche un po' della grandiosità dell'anima romana. I posteri potranno
forse meglio di noi sceverare il torto dalla ragione in questo periodo
storico, e giudicare in modo più mite quello scoppio d'un malore
sociale. La recente storia di Francia offre infatti una forte analogia
con quella dell'antica Roma.
Già da ottanta anni quella regione è agitata da rivoluzioni che la fanno
oscillare fra la repubblica e l'impero. Il cesarismo romano ha trovato
raramente buon terreno per svilupparsi in Italia, sua terra d'origine,
ma è esulato in Francia.
In Italia, invece, il principio della centralizzazione romana non passò
allo Stato, ma alla Chiesa ed al potere temporale.
Sarebbero ben da compiangere gl'Italiani se facessero di Roma, loro
capitale, un vampiro della nazione; certamente al più presto non
mancherebbe un _Corfinium_. Già troppo le differenze e le autonomie
delle Provincie sono state intaccate in Italia; e si deve alle tenaci
tradizioni ed ai resti dei Comuni medioevali, se ancora non sono
sensibili inconvenienti maggiori del nuovo stato di unità.
Ma, laggiù, da un colle si staccano cupe masse di case, e le torri di
una cattedrale: è Sulmona; e la figura del sereno poeta delle
Metamorfosi e delle Eroidi, poi esule infelice, ci si presenta: Ovidio
fu proprio l'uomo creato per fare le più profonde riflessioni
sull'instabilità della fortuna! Dal luminoso e raffinato mondo romano
egli precipitò fra i selvaggi Sciti del Mar Nero, coperti di pelli di
belve! Quante volte, laggiù, egli non avrà pensato con melanconica e
straziante brama ai monti e alle valli floride della patria sua, ai
giochi della sua giovinezza a' piedi della Maiella!
Un'altra figura storica, lontana da quella di Ovidio, come la notte dal
giorno, come può esserlo un ascetico santo da un sereno pagano, ci
apparisce dietro Sulmona, e riempie delle fantastiche memorie
medioevali l'azzurro leggermente nevoso della Maiella. Da quelle grotte
un timido montanaro eremita fu sbalzato d'un tratto sul trono
pontificio: Celestino V, predecessore di Bonifacio. In S. Maria di
Collemaggio presso Aquila, dove egli fu condotto da re Carlo di Napoli
per esservi incoronato, egli giace sepolto; ed io visitai là il suo
mausoleo. La sua storia è il più strano episodio del Papato, un poema di
santità, tutto fragrante di romanticismo medioevale, incomparabile ed
unico negli annali della Chiesa.
Un altro figlio diretto del medioevo leva la sua ombra sulla Maiella:
Cola di Rienzo, l'ultimo tribuno di Roma, in esilio, e non più vestito
di broccato e di seta bianca, ma nella cella di quei Celestini che il
papa-eremita aveva fondato. Anch'egli fu dunque un eremita della
Maiella, cinquant'anni dopo Celestino. Dopo la sua cacciata dal
Campidoglio, andò errabondo nel napoletano, e si rifugiò poi in queste
solitudini, visse cogli eremiti, assorto in meditazioni sulla riforma
universale, alla quale si credeva chiamato. Di là mosse verso Praga, per
partecipare all'Imperatore Carlo le profezie degli eremiti abruzzesi e
le sue proprie idee geniali.
Da _Corfinium_ quante prospettive storiche si presentano alla mente del
viaggiatore! Quinto Silio, Ovidio, Celestino, Cola di Rienzo. E
dovunque, davvero, in Italia, in questi paradisi naturali che da una
bellezza conducono ad una bellezza più grande, dovunque troviamo vive e
fresche le fonti della storia! Da ogni lato balzano figure del mito e
della storia più ricca e più grande del mondo!
Nessuna terra è più suggestiva, in nessuna terra pulsa come in questa il
sangue della civiltà!
Se oggi essa appare monumentale, e di sasso, essa getterà un giorno la
maschera! Questo inesauribile campo di sèmina della civiltà ha anche
un'altra missione, oltre quella di essere il camposanto di un grande
passato. Lo spirito luminoso di questa nazione tornerà, presto lo
speriamo, a splendere come al tempo di Dante e di Raffaello!
Montammo in carrozza e giungemmo presto a Raiano, piccolo villaggio
all'estremità dell'altipiano, dal quale poi si sale alla Costa (?),
possente fianco del monte, attraverso il quale, dopo molte ore di
cammino si giunge al lago Fucino. Si sale lentamente serpeggiando. A
Raiano rinforzammo con buoi il nostro tiro. Andando innanzi incontrammo
una numeroso gregge di pecore e di capre che i pastori, uomini
giganteschi, coperte di pelli le spalle, impugnando il pungolo,
conducevano lentamente alla montagna. Più oltre vedemmo i pendìi tutti
coperti di greggi, che vi passano l'estate. Cani dal lungo pelame, della
grandezza dei San Bernardo, fanno la guardia; essi portano un collare di
cuoio con punte di ferro, che li protegge dal dente dei lupi abruzzesi.
Giungemmo alla prima altura sopra Raiano, donde si godono sempre nuove e
incantevoli vedute del Gran Sasso, del monte Golgano(?), della Maiella e
di tutta quella regione montuosa, strana solitudine di rupi rossastre
appoggiate la une sulle altre o spaccate da profondi crepacci di mille
forme, sormontate dal maestoso Gran Sasso.
In questo luogo il fiume Pescara si perde sotterra; si passa quindi una
valle, dopo Goriano Sicoli, e più là fra umide e cupe montagne si apre
un passo, chiamato Forca,[83] come molti son chiamati in Svizzera.
Vi giungemmo a mezzogiorno. Si poteva essere a 4000 piedi sul mare, ma
l'aria vi era tepida e dolce; delle allodole cantavano e degli usignoli
svolazzarono da un cespuglio.
A Forca ci imbattemmo cogli ultimi viandanti, cavalieri o pedoni; poi
non si incontrarono più che greggi di pecore inerpicantesi sui dirupi.
Ai lati strade mulattiere conducono ad Alba[84] e ad Avezzano, e sono
antichissime; nel medioevo servivano da strade militari. Così procedemmo
per ore sulla roccia brulla, di color bruno. Degli amici di Roma avevano
trovato rischiosa la nostra gita in questa solitaria contrada che, dopo
le Calabrie, è la più frequentata dai briganti.
Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, ed ancora se ne
incontrano nei dintorni di Sulmona. Il vetturale non si stancava di
narrarci, durante il viaggio, queste storie di briganti; una l'ho ancora
in mente. Sette fratelli, di forza erculea, divennero un bel giorno
banditi e, venuti in queste montagne, si diedero a rubare, ad uccidere,
a sequestrare persone, a far bottino, di notte, di centinaia di pecore.
Cinque di essi morirono, due scomparvero. Alcuni cittadini di Aquila che
qualche anno dopo portarono al mercato di Trieste seta grezza da
vendere, riconobbero i due malandrini in due mercanti che avevano
stabilito in quella città un fiorente commercio. Il governo austriaco li
consegnò a quello italiano, e quei banditi sono ora, rinchiusi nelle
prigioni di Aquila, dove attendono la loro condanna a morte.
Ancora un'altura, e dinanzi agli occhi si stende una profonda
depressione larga più miglia, superbamente circondata da altissimi
monti, oscurati ora dall'avvicinarsi del temporale. A destra si erge una
catena, la cui più alta vetta, una doppia piramide colossale, è ancora
coperta di neve. È il monte Velino, che divide il territorio d'Aquila da
quello di Alba; alla sua base giace il campo di battaglia di Corradino,
e più sotto il lago Fucino. A questo punto fui deluso nella mia
aspettativa. Mi aspettavo uno specchio d'acqua scintillante ed azzurro,
e vidi un lago oscuro per l'ombra del cielo e dei monti, di un
grigio-plumbeo confuso. Mi parve un morente che prendesse congedo dalla
dolce vita, e la sua vista mi depresse e mi mise di cattivo umore.
Ma quando ci fummo avvicinati, a circa un'ora di distanza, esso cominciò
a sorriderci azzurro, e mostrò di avere ancora un bacino abbastanza
considerevole, grande all'incirca come il lago di Bracciano. Pure non
potrà aver più di 21 miglia di perimetro. Quando era ancora intatto ne
aveva 35. Più di 15 miglia mi parve dover essersi ristretto! Scendemmo
alla località più vicina alla riva del lago, ad un castello detto
Cerchio, che ora si trova a 4 miglia dalle acque. Ci riposammo in una
solitaria taverna, e proseguimmo per Avezzano.
Vedemmo per via uomini occupati a costruire strade, ponti, tagliare
pietre; tutta una vita febbrile di lavoro, prodotta dalle opere di
prosciugamento. Ai lati della strada si ergevano ridenti alture coperte
di orti e di vigne, che un tempo erano state in riva al lago. Sopra un
notevole villaggio, detto Celano, si vede un grande castello con mura
merlate; Celano fu un tempo con Alba e Tagliacozzo una delle capitali
della Marsica nel medioevo.
L'antica Marsica, detta anche, per la strada consolare, provincia
Valeria, poi Abruzzo, giungeva fino al lago Fucino. Ma nè
nell'antichità, nè nel medioevo i suoi confini sono nettamente
assegnabili. La sua sorte durante il medioevo o è immersa nell'oscurità,
o è inestricabile confusione. Al principio del secolo VII Valeria è
detta la capitale episcopale della Marsica, luogo d'origine del
pontefice Bonifacio IV (608-615). Se questa città sia scomparsa, se sia
stata l'antico Marruvium, e se sia mai esistita una _Civitas Marsicana_,
è incerto. Quando i Longobardi s'impossessarono delle antiche città
romane, la regione Marsica intorno al lago manteneva il suo antico nome,
ed era un _castaldato_. Il _Castaldius Marsorum_ è nominato spesso nei
documenti del secolo VIII, come anche le città di Celano, Transaqua,[85]
Atrano, Alba, ed altre. Forse esso aveva la sua sede a Celano. Quando i
duchi longobardi di Spoleto soggiacquero ai Franchi, il castaldato
divenne una contea. I conti della Marsica datano, sembra,
dall'imperatore Ludovico II. Stirpi franche soppiantarono le longobarde.
Nel secolo XI la casa dei conti Trasimondo, Berardo e Oderisio divenne
assai ragguardevole; essa affermava di discendere dai Carolingi. I conti
di Celano erano ancora potenti al tempo dell'imperatore Federigo II, dal
quale si staccarono per volgersi al papa. Cogli Angiò altri rapporti si
stabiliscono; le condizioni mutano, e i romani Orsini entrano nella
regione del lago Fucino; alla fine del secolo XIII Carlo II di Napoli
l'investe delle contee di Tagliacozzo e di Alba. Contro di loro lottano
più tardi i Colonna, per il possesso della Marsica, quando Martino V
diede Alba e Celano ai suoi fratelli. I Colonna si chiamarono dal 1432
duchi della Marsica, e vi possedevano allora ben 44 località, fra cui
Alba, Avezzano, Celano e Transaqua. Nel 1463 perdettero Celano che passò
ad Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Mantennero Tagliacozzo e
Alba. Avezzano divenne proprietà degli Orsini, ma per poco tempo; i
Colonna cacciarono dalla Marsica la famiglia rivale.
Noi non avevamo tempo di visitare l'interessante Celano, e ci limitammo
ad Avezzano. Questa cittadina giace in piano, in un ridente e
lussureggiante paesaggio, a tre quarti d'ora dal lago. Ha ancora antichi
edifici di stile gotico-romanico, e la bella rocca degli Orsini.
Il famoso _Gentile Virginio_ la eresse nel 1490, essa ricorda il
castello di Bracciano, eretto da Napoleone, padre di Virginio.
Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, ingrandì il castello, vi
pose dei trofei della guerra contro i Turchi, adornò le sale con
pitture, delle quali non resta più traccia. Sul portale della rocca si
legge una iscrizione, nella quale egli si chiama: _Marsorum
Talliacotiique Dux, Marchio Atisse, Albe et Manupelli Comes_.
I tempi degli Orsini e dei Colonna, di questi re della Campagna romana,
i cui nomi e le cui imprese riempirono dei secoli, sono divenuti
leggendarii, come il ducato dei Marsi. La rocca di Avezzano, oggi
proprietà dei Barberini Colonna, è divenuta una miserabile caserma, e
solo lo stemma degli Orsini e dei Colonna ricorda ormai il suo grande
passato. Il re della Marsica è oggi Torlonia; egli ha denari e possiede
il genio dell'industria. A due passi dall'antico castello si vede una
nuova grande piazza, ad un angolo della quale sta scritto: Piazza
Torlonia. Là il Creso di Roma si fabbrica un palazzo; dovunque si vada
in questi paesi, si sente parlare di lui.
Nelle città della Marsica i coloni e i vassalli maledivano un giorno gli
storici loro tiranni Colonna ed Orsini, che coprivano ogni anno di ferro
e di fuoco quella regione incantata che giace sulle rive del lago di
Fucino. Ma oggi il nome, per nulla storico, di Torlonia è ripetuto qui
con stima e riconoscenza da poveri e ricchi, signori e plebei. Torlonia
coi denari ha fatto risorgere questa regione. Egli arma migliaia di
uomini di pala e di vanga; migliaia di uomini egli nutre; dà in affitto
i campi a famiglie e comunità. Ha riscattato dal lago miglia e miglia di
terra, e vi sorgeranno nuove città; per 99 anni egli sarà il re della
Marsica e possederà la nuova terra; vi avrà un monumento che tramanderà
ai posteri la gloria di questo grande prosciugatore.
All'albergo di Avezzano chiedemmo, maliziosamente, pesci del lago. Non
ne avevano; i pesci erano morti a migliaia sulle rive lasciate a secco
dai lavori intrapresi; devono aver ricoperto d'argento una ben vasta
estensione di terra! Che cosa c'importa dei pesci! ci disse l'ostessa,
fanatica partigiana del prosciugamento, se noi guadagniamo dei campi?
Che c'importa del lago, se avremo dei giardini? Nella nuova terra
fioriranno i nuovi coloni. Ciò è esatto, ma sarà distrutta così una
grande opera naturale, e l'Italia sarà vedovata per sempre di una
meraviglia della natura, di uno dei più fulgidi suoi gioielli. Io non so
assuefarmi all'idea che questo solenne lago, che per migliaia e migliaia
d'anni ha specchiato nelle sue acque questi monti severi e maestosi,
debba scomparire per sempre. Temo che ugual sorte tocchi presto anche al
Trasimeno: anche quello vorranno versare nel mare, per guadagnar pascoli
e campi; e chi sa che già non stiano furtivamente visitando le sue coste
dei funesti capitalisti intenti a calcolare in quanta prosa sonante si
possa convertire questa incantevole poesia naturale! Sì, il denaro e le
macchine a vapore van prosciugando nel mondo la poesia, ma solo un
mercante potrà rallegrarsi di questo.
Le rive del lago non misurano più che tre miglia. Dove poco fa si
agitavano le onde e i pescatori gettavano le reti, sono ora verdi
seminati, campi solcati dall'aratro, e divisi fra loro da segni di
confine portanti lo stemma e le iniziali di Torlonia. L'allodola già ha
nidificato sulla nuova terra, e l'allegra figlia dei campi intona già su
di essa canti di giubilo.
Il Comune di Avezzano intentò lite al Torlonia, facendo valere i propri
diritti sulla nuova regione; ma i contendenti si accordarono per una
certa somma di denaro.
Arrivammo al cantiere dei lavori, dove ci si presentò uno strano
spettacolo, che in piccolo ricordava i lavori del canale di Suez. Un
canale largo e profondo è stato scavato dalla sponda del lago: in questo
scorrerà l'acqua del lago, quando sarà compiuto il prosciugamento e
quando sarà stata tagliata la diga. Delle cateratte massiccie, di pietra
bianca squadrata, sono state costruite con fattura semplice e solida.
Nel canale ed intorno erano centinaia di operai occupati a riempire di
melma dei cesti e a portarli via su di un colle vicino. In gran parte
eran donne che compivano questo lavoro. I loro fazzoletti rossi, le loro
vesti variopinte, secondo il costume di Sora, davano alla riva un
aspetto straordinariamente animato. Il nuovo canale viene a trovarsi in
una posizione molto più bassa dell'antico per mezzo del quale già una
parte del lago era stata prosciugata. E questo canale si dirige
direttamente verso il monte Salviano dove sono anche gli antichi
emissarii di Claudio.
Vedemmo anche tre colossali gallerie, una sopra l'altra, parte in
muratura, parte scavate nella roccia, che si trovano molto al di sopra
della superficie del suolo. Di là dal monte scorre il Liri, presso
Capistrello, attraverso la valle di Nerfa, dalla quale scaturisce presso
Cappadocia; in questo Liri sarà condotto il Fucino. L'emissario di
Claudio fu già espurgato dall'imperatore Federigo II, poichè già per
molti secoli ed anche nell'anno 1826 era stato più volte tentato il
prosciugamento del lago. Questo tentativo ebbe felice esito soltanto nel
nostro tempo; una società di capitalisti, fra cui molti francesi,
intraprese circa 12 anni fa questa grande opera. L'emissario di Claudio
fu in questa occasione riattivato, approfondito ed allargato. Torlonia,
finalmente, assunse per suo conto l'alta direzione di tutta l'impresa.
Fra pochi anni il prosciugamento del lago sarà compiuto.[86]
Dall'alto dell'emissario di Claudio si vede assai bene tutta la
superficie del lago ed i monti all'intorno. A mezzogiorno si elevano i
monti di Sora; nel vederli mi ricordai delle mie gite sul Liri. Cinque
anni fa da Sora, dove mi ero dovuto fermare in quarantena, essendo
scoppiato il colèra, volevo partire per Avezzano, ma i briganti
m'impedirono di prender quella via. I monti della Maiella appaiono ad
occidente. Eppure è sempre il monte Velino quello che attira su di sè
l'attenzione dello spettatore; anche se si è volto altrove lo sguardo,
bisogna riportarlo su di esso, tanto appare mirabile per la sua
adamantina figura. Sembra che non riceva luce dal cielo, ma che
risplenda di luce propria ed illumini i monti, il lago ed i piani.
Che meraviglioso specchio dev'essere stato il lago nella sua integrità!
Ancora esso appare così incantevole nello splendore della sera, che si
può pensare, guardandolo, alle ninfe e alle galatee nuotanti nei suoi
flutti. Le ninfe presto moriranno come i poveri pesci e cederanno il
posto al fieno e alle biade. Le fronti celesti dei monti che si sono
specchiate finora in quest'onda favolosa, presto dovranno prendere
congedo dal loro amico, il Dio Fucino. Presso Trasacco veleggiano ancora
delle oscure barche e lì vicino s'innalzano al cielo bianche nubi di
vapore che vengono dalle macchine che aspirano l'anima al povero lago.
Torlonia, il grande seccatore della natura, è sordo all'appello delle
ninfe; egli non teme neppure la vendetta dei pesci che potrebbero
tormentare i suoi sogni. Egli non crede più alla mitologia d'Ovidio; ha
denari e può sfidare gli dei, che dichiareranno fallimento. Potesse egli
almeno risollevare dal lago le città che vi sono sprofondate, Marruvium
e Pinna! Una leggenda narra ch'esse vi sono sepolte.
Prendemmo di buon mattino una carrozza per andare a visitare il campo di
battaglia di Corradino e la vicina Tagliacozzo. Era un'incantevole
mattinata primaverile, il monte Velino coi suoi campi di neve, tutti i
solenni monti d'intorno, lo specchio azzurro del lago, le castella
merlate sui verdi colli, risplendevano in un'atmosfera limpidissima:
tutto aveva un aspetto fantastico di linee e di forme nella placida
tranquillità della natura. Colle parole non si può esprimere ciò che io
sentivo. Neppure nei sogni più belli potrebbe una fantasia di poeta,
fosse anche Dante od Omero, immaginare uno scenario di così eterea
bellezza, come questo che fu teatro della cupa tragedia di Corradino.
Solo un campo di battaglia conosco, che gli si possa paragonare, sebbene
di genere differente: è quello dove cadde, presso il Vesuvio l'eroe goto
Teia.
Tutta questa scena ha per centro il Velino; esso ha la natura distesa
reverente ai suoi piedi, come un tappeto; il lago, le rive ridenti, i
campi palentini bagnati dal Salto. Dal monte maestoso si staccano delle
alture, sulle quali sorgono le antiche rocche dei Marsi, rovinate e
corrose dall'edera, intere cittadelle medioevali con chiese, conventi e
castelli. A destra si erge, come un'isola verde, e un tempo emergeva
dalle onde del Fucino un colle roccioso, sul quale si trova la favolosa
Alba Marsorum, o Fucentia, con resti di mura ciclopiche e antichi
templi. In essa condusse melanconica esistenza Perseo, re della
Macedonia, cui toccò la sorte di Corradino! In questa lontana Alba egli
si sarà trovato come in un luogo incantato; e invero quale più
straordinaria prigione per un re? Al di sotto, Androsano; più là, su un
dolce pendio verdeggiante, Magliano, e sopra, addossati a gigantesche
rupi oscure, Massa,[87] Corona e Rosciolo. L'Imele, detto anche
Salto,[88] si getta nel fiume Velino, che a sua volta si getta nella
Nera e questa nel Tevere. Esso si svolge in curve fra questi monti,
lungo una valle, nel lato opposto della quale si trova l'ultima montagna
_Fontecellese_. Sul pendio di questa sta Tagliacozzo, ma ancora non si
può vedere.
Con una risoluzione disperata rinunziammo ad Alba, e ci dirigemmo sulla
pianura palentina. Traversammo prima il villaggio di Cappelle, coronato
di giardini. Qui già cominciano i campi palentini che si estendono fin
sotto Scurcola e Tagliacozzo. A destra la pianura è chiusa dal monte S.
Nicola, sul quale si trova Scurcola coronata dalle alture di Magliano e
di Alba. Di fronte ad Alba si alza il colle S. Felice, dove, secondo la
tradizione, il vecchio Erardo di Valery aveva nascosto nei cespugli
quella retroguardia che decise le sorti della battaglia. Anche oggi quel
luogo si chiama _Le difense_.[89] Nello sfondo si scorge il monte S.
Antonio (?) coperto di neve, gli alti monti di Capistrello e Corcumello,
e molte altre punte gigantesche. L'altipiano fra la Scurcola e S. Felice
si chiama _la Palenda_, il vero centro del Campo palentino solcato dal
Salto. Carlo d'Angiò era venuto da Aquila attraverso il passo del Monte
Velino, e aveva preso posizione sulla destra del Salto sotto Alba.
Corradino era venuto da Tagliacozzo per la via Valeria, e si era posto
sulla sinistra del Salto, sulla _Villa Pontium_, sotto la Scurcola. Per
una notte mantennero i due avversari queste posizioni, finchè il
Senatore di Roma, Don Arrigo di Castiglia, passò il Salto e impegnò la
lotta.
La battaglia è chiamata con varî nomi dai cronisti del tempo, di
Tagliacozzo, di Alba, di Campo Palentino, della Scurcola.
Anche Dante dice:
e là da Tagliacozzo
Dove senz'arme vinse il vecchio Alardo;
Questo prova soltanto che Tagliacozzo al tempo di Dante era il luogo
più importante dei dintorni, mentre Scurcola era un piccolo castello
dipendente da Alba, e del quale appena si conosceva il nome.
Indubbiamente la battaglia dovrebbe prender nome dalla Scurcola, perchè
il Campo Palentino, che Carlo in alcuni documenti indica come luogo
dello scontro, si trova esattamente sopra Scurcola. Il feroce vincitore
a ricordo della battaglia costruì lì stesso il convento di S. Maria
della Vittoria, immediatamente presso il ponte sul Salto e presso la
_Villa_ o _Castrum Pontium_, dove Corradino tenne il suo ultimo quartier
generale.
Ecco il fiume ed il ponte! Dei pioppi fiancheggiano il fiume, dove
stanno a lavoro alcune donne con dei bambini. Due passi ancora, e siamo
di fronte a neri avanzi di mura e di pilastri, ultimi resti dell'abbazia
di S. Maria della Vittoria. Carlo d'Angiò più volte visitò questo
convento, per inebriarsi al ricordo della battaglia. Un paio dei
documenti che lo riguardano son datati di là. Non si sa in qual tempo
l'abbazia decadde e andò a rovina.
Ci affrettammo a salire alla Scurcola. Questo villaggio copre col suo
labirinto di strettissime strade il dorso roccioso del monte, la cui
pietra serve in parte di selciato alle vie. Sul punto più alto si trova
la cattedrale, S. Maria, che sembra appoggiarsi alla torre rotonda
dell'antica rocca, oggi in rovina. Gli Orsini la costruirono, secondo mi
fu detto; poi appartenne ai Colonna che anche oggi portano il titolo di
baroni della Scurcola. L'edera avvolge strettamente mura e portale, e
nasconde lo stemma.
Tutto il paese è come il monumento dell'antica battaglia. Si leggono con
strano stupore i nomi storici di queste sporche e strette viuzze: _Via
Carlo d'Angiò, Via Corradino, Via Ghibellina_. Gli abitanti stessi
sembrano viventi tradizioni di quell'avvenimento, che è la gloria e il
vanto del luogo, e l'unica ragione di visitarlo. Come a Benevento non è
spento il ricordo della battaglia di Manfredi, così qui il ricordo di
quella di Corradino. Ogni scurcolano colto sembra conoscere fin nei più
minuti particolari la storia della caduta di quel principe, e potrebbe
servire di guida ad ogni straniero. Un cortese canonico ci condusse
nella chiesa. Essa ha ancora un portale gotico del tempo degli Angiò, ma
nell'interno è del tutto rinnovata; il sacerdote ci mostrò il tesoro più
prezioso del suo luogo natio: un'immagine della Madonna che Carlo stesso
fece eseguire per S. Maria della Vittoria; e ci fornì alcune
indicazioni relative ad essa. L'immagine è di legno dorato, e
rappresenta la Madonna seduta; essa ha fra le braccia il Bambino, che
tiene in mano il globo del mondo. E' un lavoro che non ha nessun
carattere barbarico, di un genere sorto prima in Italia che in Francia,
come conferma la tradizione della Scurcola. Si trovò quell'immagine
sotto le rovine di quel chiostro nel 1757, e fu trasportata nella chiesa
del villaggio. In questa occasione si ebbe il barbaro gusto di coronare
con due laminette d'oro le due teste delle immagini. Nella sacrestia se
ne conserva anche la custodia in legno, fregiata dei gigli degli Angiò e
ornata d'immagini ben conservate e di ottima esecuzione, rappresentanti
la crocifissione di Cristo ed altre scene bibliche.
Scendendo dalla rocca e dalla chiesa girammo nella parte inferiore della
cittadina, cercando se vi fosse nulla di notevole da scoprirsi. Una
piccola piazza, detta _Piazza del Municipio_, attrasse la nostra
attenzione, avendo veduto sullo stemma del municipio questa scritta:
_Domus Universitatis Scurculae_. Nello stemma si distingueva un ponte
con cinque gigli. Il sindaco del luogo, un distinto e solenne vecchio
dalla lunga barba grigia, mi disse che quello stemma aveva origine dal
_Castrum S. Mariae in Pontibus_, che una volta i Templari avevano
posseduto presso il Ponte del Salto; questo dev'essere quel _Castrum
pontium_ dove risiedette Corradino.
Il sindaco ed altri signori si riempirono di ammirazione per le
battaglie tedesche, che han fiaccato perfino la grande Francia, e
riandammo insieme la storia del nostro grande Impero, la sua grandezza e
la sua caduta al tempo degli Hohenstaufen, le sventure e le lotte della
nostra patria che susseguirono: l'apparizione ai dì nostri di un
Barbarossa, tarda ma feconda di un Messia; il rinnovamento dell'Impero
degli Hohenstaufen negli Hohenzollern. Ciò che Arrigo IV aveva invano
tentato, l'unificazione della Germania sotto una dinastia ereditaria, è
stato raggiunto solo ora, dopo 600 anni. Gli Hohenstaufen caddero,
perchè si allontanarono dal suolo nazionale e spostarono il centro di
gravità dell'Impero nella straniera Italia, ancora chiusa all'ideale di
una monarchia universale romana. Anche il nobile Arrigo VII scontò quel
sogno cesareo con una morte subitanea in Italia. Quante rivoluzioni e
quante lotte di pensiero politico e religioso, prima di veder vinto
questo principio imperiale romano, prima che in vista di Parigi
assediata, nel castello di Luigi XIV a Versailles, fosse alfine
proclamato l'Impero nazionale tedesco! «Bisogna che il sangue sparso da
Corradino sia presto o tardi vendicato», diceva, già ai tempi di Carlo
V, Reissner il biografo di Frundsberg. Il sangue di Corradino è ora per
sempre vendicato, ed anche i delitti degli Hohenstaufen in Italia
(seppure, con le idee di quel tempo relative al diritto si può parlare
di delitti) son tutti espiati. I grandi imperatori svevi stanno
solennemente al culmine della nostra storia, e ne rimarranno le più
eroiche figure, finchè duri la memoria tedesca.
Credo che a nessun tedesco prima che a noi due, in quel giorno, sia
stato mai concesso di guardare il campo di battaglia di Corradino con
occhio così orgoglioso e sereno. Con quali sentimenti il nobile Raumer
considererebbe oggi queste pianure palentine, egli che le visitò e le
studiò nel 1817, due anni dopo la caduta definitiva del primo Napoleone?
Come lungi era allora da lui, che ci ha dato una storia nazionale degli
Hohenstaufen, il pensiero che egli avrebbe assistito, in una tarda età
da patriarca, alla caduta di un altro Napoleone e alla ricostituzione
della Germania in Impero nazionale e prima potenza del mondo! Tanto
scherno, tante oltraggiose ingiurie e tanto danno ebbe a patire la
nostra patria dalla Francia fin dai tempi degli Angiò, per tanto tempo
fummo deboli, esautorati, perchè divisi, che ora ci sarà alfine permesso
di alzare orgogliosamente la testa. Dai campi palentini della Scurcola
vada dunque un saluto di giubilo alla patria, al grande nuovo imperatore
del ceppo degli Hohenzollern, al ristabilitore dell'Impero, e a tutti
gli uomini che con la spada e con lo spirito han contribuito a renderci
il nostro Impero tedesco. I loro nomi e le loro imprese passeranno di
generazione in generazione divenendo forse mito, e come oggi dei tardi
nepoti sui campi della Scurcola ripensano ai tempi eroici di quella
battaglia, un giorno sui campi di Wörth, di Metz, Sedan e Parigi, altri
riandranno con la mente ai tempi gloriosi in cui su quei campi si formò
la libera ed una Germania.
Ecco Tagliacozzo! Ha un aspetto cupo, visto così in distanza, con la
rocca dei Colonna in rovina, tutto raccolto sul dorso accidentato del
monte rupestre! Ci aspettavamo una massiccia mole di pietra, quando
passammo attraverso la grande _Porta Marsicana_, e invece trovammo con
meraviglia una piazza gradevole, con una bella fonte, circondata da
pittoreschi edifici con balconi e finestre gotiche, e palazzi del
Rinascimento. Entrammo in un albergo le cui dimensioni di palazzo, come
la grande e bella strada nella quale si trova, ci riempirono di stupore.
Nei secoli XV e XVI debbono aver fiorito qui delle ricche famiglie
all'ombra della signoria colonnese. Io avevo in questa città un amico
che più volte a Roma mi aveva invitato a visitarlo, ma disgraziatamente
non si trovava in città; trovai però sulla porta della farmacia suo
nipote, un giovane che fece volentieri le parti dello zio. Dovemmo alla
sua gentilezza, se visitammo tutto ciò che vi è di notevole in questo
luogo. Nei documenti è chiamato _Taliacotium_, antica città degli Equi o
Cicolani. Ma essendo stato tradotto _Tagliacozzo_ in volgare, così
vediamo nello stemma cittadino due cavalieri che tagliano una clamide.
Vidi questo stemma al municipio, che si è annidato in un antico convento
abbandonato.
Il signor B. ci condusse in molte vetuste chiese e finalmente al palazzo
Colonna, un palazzo che ha apparenza di fortezza, la cui parte superiore
è, per le finestre, di stile gotico del secolo XIV, e il portale invece
appartiene al puro Rinascimento. Lo stemma d'Aragona dimostra che la
costruzione del palazzo va attribuita ad un Orsini; infatti molti Orsini
entrarono nella famiglia degli Aragona di Napoli. Questo castello fu
forse costruito da Giordano Orsini; il nemico di Cesare Borgia, si
chiamava _de Aragonia_, conte di Tagliacozzo. Fu nell'anno 1499 che il
re Federigo di Napoli decretò che Tagliacozzo ed Alba dovessero
appartenere ai Colonna, come anche la baronia di Carsòli.
Nell'interno di questo palazzo trovammo grandiose sale adorne di antichi
ritratti di famiglia, i cui nomi nessuno più potrebbe dire. Alcune pie
suore vi tengono ora una scuola per bambine. Noi ammirammo stupiti la
giovinezza, la grazia e la bellezza di forme di due fra queste monache,
che eran venute dal Piemonte. Esse ci fecero visitare compiacentemente
tutto il palazzo, e anche la cappella notevole per antiche pitture.
Questi dipinti, del secolo XV, sono però molto ritoccati; fra gli altri
vi è una bella adorazione della Vergine e del Bambino. Anche la loggia
del palazzo è degna di nota; queste logge, così belle e pittoresche, non
mancano quasi mai nei palazzi baronali. Quella di Tagliacozzo mi ricordò
esattamente l'altra del palazzo colonnese a Genazzano, nella quale son
dipinte le città che i Colonna possedevano. La loggia di questo castello
si apre sul monte Velino; poggia su colonne corinzie; ha sulle pareti
affreschi della scuola toscana; immagini di imperatori romani e di
generali; vi è anche il poeta Ovidio, in toga rossa come un cardinale.
Visitammo finalmente, per espresso desiderio delle suore, la loro scuola
femminile che occupa una delle più grandi sale del castello. Là dovemmo,
con cipiglio da ispettori, osservare dei quaderni che quelle bambine non
si stancavano mai di presentarci ed anche assistere ad un esperimento di
geografia.
Un antico castello baronale non potrebbe trovare oggi migliore uso che
quello di albergare una scuola. In Italia mancano le scuole popolari ed
esse sole potranno diradare la profonda ignoranza ed anche l'immoralità,
nella quale giace ancora una parte di questo popolo.
Il partito reazionario era molto forte in Tagliacozzo, secondo ci fu
detto, ed il passato governo napoletano conta ancora in questa città i
suoi partigiani. Dopo il sessanta vi furono scontri sanguinosi con le
schiere dei volontari e rappresaglie e vendette da ambo le parti. Questo
stato di cose fu favorito dalla vicinanza del confine dello stato
pontificio, dal quale la reazione potè ancora sentirsi appoggiata, ma
anche qui è cominciato un periodo di calma ed i briganti tanto ufficiali
che privati sono scomparsi.[90]
A Tagliacozzo la via Valeria finisce a cul di sacco. Nessuna strada
carrozzabile conduce in Sabina, dove noi volevamo andare; vi sono solo
strade mulattiere sul ripido dorso dei monti. Noleggiammo dei cavalli da
montagna, grosse bestie dall'ossatura poderosa, che sono abituate ad
arrampicarsi per questi sentieri dirupati. Ognuno di essi aveva _una
guida_ che lo tirava con una fune, guida abituata come lui ad
arrampicarsi. Così andammo cavalcando, da Tagliacozzo attraverso la
gigantesca solitudine montuosa, e per otto ore passammo attraverso rupi
scoscese, boschi di quercie e di faggi dalla densa ombra, traversammo
torrenti e fiumicelli, sui quali non erano ponti.
Vedemmo durante il cammino la rocca di Tagliacozzo in rovina, poi
l'altissima Roccacerro; appena giungemmo qui, cambiammo direzione, dando
l'ultimo addio al paesaggio della Marsica. Presenta esso un panorama
meraviglioso di catene montuose dalle nude sfumatore che salgono al
cielo per giganteschi scalini. Maestosamente s'innalza su di esse il
monte Velino, in lontananza i monti di Sulmona e di Sora; nel centro
s'innalza monumentale, sulla cupa massa delle rupi, la rocca di
Tagliacozzo che sembra liberamente librarsi nell'aria a guisa di
un'aquila. Il mio amico Lindemann, maestro del paesaggio italiano,
rimaneva rapito della sublimità di questa incomparabile scena. Essa
potrebbe ispirare un quadro del più alto stile eroico, ed io mi auguro
che egli voglia farne un'opera d'arte degna del suo _Etna_; mi
piacerebbe anche vedere dipinto dalla sua mano il campo di battaglia di
Corradino col monte Velino per isfondo.
Un pericoloso sentiero dirupato ci condusse a Colli, annidato nell'alta
solitudine delle rupi. Anche qui facemmo l'osservazione che lo stile del
Rinascimento, della fine del XV e del principio del XVI secolo, è la
forma architettonica corrente in tutte le località anche le più piccole
della regione. In questi Castelli durano inalterati degli edifici per
trecento e quattrocento anni, costruiti come sono con le pietre di
questi monti. Trovammo infatti delle bellissime finestre e porte del
Rinascimento nei villaggi più piccoli e più miserabili; mentre negli
Abruzzi, già ad Antrodoco ed a Cittàducale, trovammo predominanti le
forme gotiche. Sembra che queste si siano mantenute più a lungo in
quella regione che nel Romano dove cominciarono a venir meno dopo la
metà del XV secolo. Questi due stili compendiano i caratteri
architettonici di tutte le contrade che visitammo.
Da Colli scendemmo in un bellissimo bosco di quercie, attraverso il
quale scorre un affluente del Salto, il Torano. Passammo quindi per
Carsòli e dopo una cavalcata di parecchie ore attraverso i deserti ed
umidi monti di Riofreddo e di Oricola giungemmo finalmente ad Arsoli
sulla via Valeria, feudo dei romani Massimo, con uno splendido lume di
luna. A questo punto risalutammo con profondo sentimento patriottico, la
vetusta terra romana, la campagna di Roma, come già a quel punto si
chiama. La strada conduce da Arsoli attraverso la bella valle
dell'Aniene a Tivoli, e da Tivoli a Roma.[91]