(1876).
Storia del Tevere.
(1876).
Caeruleus Tibris, coelo gratissimus amnis (VIRGILIO).
Per un istante il mondo civile fu compreso di sgomento al pensiero che
il Tevere stesse per scomparire da Roma, e che al posto delle sue sacre
onde che si svolgono in dolci curve sotto sei vecchi ponti, e traversano
una parte della sublime città,--non fosse più visibile che un magro
ruscello, o un canaletto melmoso, o una via tra due monotone file di
case.
Questo bizzarro, o, come lo chiamano oggi a Roma, questo fanatico
progetto fu preso da Garibaldi al gran Giulio Cesare. Come il valoroso
generale ebbe compiuto le titaniche lotte della sua esistenza,
combattute contro i mostri della tirannide che straziavano la sua
patria, venne a Roma per intraprendere l'ultima fatica, a simiglianza
di Ercole: e domare il divino fiume Tevere che nemmeno dai Cesari era
stato vinto. Egli somiglia ora al vecchio Faust che si dà a coltivare i
campi, a prosciugare paludi, a bonificare terreni.
Un uomo, infatti, che come lui aveva consacrata tutta la vita ad
un'opera di distruzione di un vecchio mondo, e di ricostruzione di un
nuovo stato di cose, nel campo politico e sociale, difficilmente avrebbe
potuto, almeno io credo, nella sua azione indefessa, sentire, come noi
sentiamo, il fascino delle memorie storiche e la santità
dell'espressione monumentale, di cui per secoli si è improntata la città
di Roma. Egli non contemplò forse mai Roma dalla cima di Monte Mario o
dal Gianicolo col sentimento profondo di venerazione di Cola di Rienzo,
del Petrarca, di Flavio Biondo, oppure di Gibbon e di Niebuhr; egli non
pensò, fissando lo sguardo sulla maestosa corrente del Tevere, che cosa
sarebbe divenuta Roma, l'eterna città, senza il suo fiume!
Togliere il Tevere a Roma sarebbe più che togliere gli occhi ad un volto
umano, e lasciare al loro posto le vuote occhiaie. Sarebbe strappare
violentemente alla divina metropoli, se non l'anima, almeno il pensiero.
Sì, il Tevere è il vivo pensiero di Roma; se lo si deviasse e si
colmasse il suo letto, non sarebbe più possibile concepire con
esattezza la configurazione e la forma di Roma; molti luoghi, cui son
collegati ricordi di leggenda o di storia, diverrebbero d'un tratto
irriconoscibili, e Roma sarebbe ridotta ad un palinsesto, del quale
nessuno potrebbe decifrare la primitiva scrittura.
Finchè il Tevere attraversa Roma e la sua classica campagna, esso è un
fiume sacro della civiltà; è il Nilo dell'Occidente. La leggenda fa
anche nascere dalle sue stesse acque il dominio mondiale di Roma; furono
le sue acque che deposero Romolo e Remo presso le radici dell'albero di
fico, sotto il Palatino; e così fu fondata Roma. Sulle rive del Tevere
furono edificati i templi ai due fondatori del secondo impero romano:
San Pietro e San Paolo; e nei flutti del Tevere fu sommerso, secondo la
leggenda, il simbolo originario della religione giudaica: il candelabro
dai sette bracci del Tempio di Gerusalemme.
Mille memorie dei tempi antichi e medioevali si specchiano nel Tevere.
Il Ponte Sant'Angelo, sul quale da più di mille anni i popoli
dell'Occidente passano per peregrinare a San Pietro, e Castel
Sant'Angelo, lì presso, costituiscono essi soli due cronache, nelle
quali è racchiusa tutta la storia del Medio Evo. Che sarebbe di loro, se
il Tevere cessasse di scorrere sotto le arcate di quello, sotto le mura
di questo?
A sua volta ognuno degli antichi ponti della città di Roma è una via
della storia; sotto i loro archi si direbbe che scorra il fiume stesso
del tempo. Chi, stando sul Ponte Cestio--che unisce l'isola al
Trastevere--può contemplare senza commozione profonda l'indescrivibile
aspetto di Roma che si stende sulle due rive, co' suoi antichi templi,
le rovine del palazzo dei Cesari, le brune torri del medioevo, le arcate
spezzate dei ponti, le innumerevoli chiese, le case vetuste e
singolari,--e tutto questo riflesso, come per un raggio sublime, nella
dolce, bionda, luminosa acqua del fiume? E si dovrebbe un giorno, da
quel punto stesso, contemplare una strada, su cui, fra due pareti di
pietra, corressero le vetture e i carri?
E l'Aventino colle sue verdi e ripide pendici, e il Campidoglio non
dovrebbero più dominare la maestosa corrente? La Ripa romea o grande, la
Ripa greca, l'antichissima Marmorata non dovrebbero più trovarsi se non
nei libri degli antiquari? Il nome di Trastevere diverrebbe dunque
ironia? Le gialle ripe dell'Acqua Acetosa e dei monti Parioli, dove il
Tevere ricorda veramente il Nilo, e dove dopo aver ricevuto l'Aniene
selvaggio, si avanza in tutta la sua maestà per fare il suo ingresso
solenne in Roma: tutto ciò dovrebbe sparire, perdersi nella sabbia? E la
Basilica di San Paolo, là dove il Tevere ha ancora barche a vela,
verrebbe a trovarsi sul limite di una strada polverosa?
È assurdo parlare con serietà di un simile progetto. L'antico dio
fluviale non si lasciò domare nemmeno da Achille. Come in Omero lo
Scamandro atterrito ricorse a Giunone contro le violenze di Vulcano; un
simile timor panico poteva incutersi al dio Tevere minacciandolo di
morte per esaurimento: così esso fu punito del suo formidabile scoppio
d'ira nel dicembre 1870. Questo anno fatale per le immani catastrofi,
l'anno, in cui precipitò l'impero del terzo Napoleone, in cui si
costituì novamente l'Impero tedesco, in cui il debole Pio IX si lasciò
riconoscere dal Concilio l'attributo della divinità, poco prima di
perdere la sua potenza temporale, quest'anno portò a Roma una delle più
terribili inondazioni. Il Tevere, dicono a Roma, ha sempre predetto i
grandi avvenimenti, o la sua onda li ha di poco seguiti. _Vates_,
veggente, lo chiamò Plinio.
La corrente uscì subitamente dalle sue rive sulla via Flaminia il 28
dicembre, alle cinque del mattino e, subito, tutta la parte bassa della
città fu sommersa dalle onde. L'acqua si incanalò, limacciosa e cupa,
pel Corso, e giunse a via del Babuino fino a Piazza di Spagna. Tutto
Campo Marzio, la Lungara, Ripetta, il Ghetto furono coperti dalle acque;
la bellissima Piazza del Popolo si cambiò in un lago, dal quale emergeva
solitario l'obelisco di Eliopoli, la cui base, fino ai leoni che gettano
acqua dalla bocca, era del tutto coperta dai flutti. Si andava per il
Corso e per le altre strade in barchetta, come nei canali di Venezia. I
danni si calcolarono a parecchi milioni.
I bacchettoni gridarono subito che era quello il dito di Dio, effetto
della scomunica di Pio IX; l'infallibile pontefice poteva ben crederlo,
sebbene egli stesso avesse provocato in Roma una più violenta
inondazione.
Ogni volta che le cronache medioevali accennano alle piene del Tevere,
parlano anche di un mostruoso drago, o serpente d'acqua, che avrebbe
provocato la piena, scatenando le onde sulla città; ma questa volta
l'inondazione fu accompagnata dalla visita di un nobile re, Vittorio
Emanuele; fu essa che lo condusse nella città, offrendogli un pretesto
per la prima un po' imbarazzante visita. Egli giunse la mattina del 31
dicembre, e scese al Quirinale. Venuto a prender possesso della città di
Roma in nome dell'Italia, la trovò allagata e desolata, come l'aveva
rappresentata un giorno Cola di Rienzo nelle sue allegorie. A
mezzogiorno si fece condurre, avendo a fianco Lamarmora, per le vie di
Roma, sfigurata e melmosa, e pur prodiga a lui di caldissime
acclamazioni: firmò al Quirinale il primo decreto datato da Roma, col
quale prendeva atto del plebiscito romano. La sera ripartì per Firenze.
Il papa non visitò la sua Roma sofferente, ma restò come _prigioniero_,
chiuso nel suo Vaticano, guardando pensieroso il diluvio dalle alte
finestre.
Questa inondazione del 1870 eternamente memorabile riportò sul tappeto
un'antichissima e vessata questione: come por fine ad un male che spesso
si ripeteva con grave danno della città, la quale, per di più, stava per
divenir sede del governo italiano? Ai molti e gravi ostacoli di ogni
maniera che si dovevano vincere, si unì anche la minaccia perpetua di
un'inondazione del Tevere. Il Governo italiano, ed anche il Municipio di
Roma (decreto reale 1º gennaio 1871), nominarono delle commissioni che
studiassero e riferissero sui loro lavori intorno a questo problema;
oggi possediamo stampati i risultati di questi studii, ma non sono
decisivi. Disegni e progetti furono presentati in gran quantità allo
scopo di regolare e tener a freno la corrente del Tevere, e a questi
molti altri progetti si aggiunsero, periodicamente rinascenti di secolo
in secolo, e vertenti sul collegamento di Roma al mare, sul rinnovamento
del porto di Traiano, sul prosciugamento delle paludi pontine, sulla
bonifica dell'agro romano.
Dal 1870 la letteratura relativa al corso del Tevere si è
considerevolmente aumentata. Da quell'epoca sono stati pubblicati più di
80 nuovi scritti, sul problema del Tevere, da ingegneri, tecnici,
professori di matematica e di scienze naturali. A questi studî zelanti
non fu estraneo Garibaldi che si interessò sempre della questione; e
questo è già un merito non indifferente pel grande uomo, non diminuito
dal fatto che i suoi progetti non offrivano possibilità di pratica
attuazione.[65]
La letteratura sul Tevere non data solo dal 1870, ma segue la storia
delle piene del fiume e, come vedremo, non è possibile rintracciarla
oltre l'anno 1495. Da quest'anno, famoso per la grande inondazione, al
tempo di Alessandro VI Borgia, essa ha proceduto senza interruzione,
poichè ogni nuova manifestazione della collera del fiume ha risollevato
sempre il problema e ha dato origine a scritti sull'argomento.
Il benemerito bibliotecario dell'Alessandrina di Roma, Enrico Narducci,
ebbe la felice idea di riunire in un catalogo tutti gli scritti
sull'argomento, così pubblicò il suo _Saggio di Bibliografia del
Tevere_.[66] La biblioteca dell'antico _Pater Tiberinus_ non conta oggi
meno di 412 numeri di scritti di ogni specie e natura; di epigrafia,
storia, geografia, archeologia, tecnica, epigrammatica, poesia, e via
dicendo, ed anche di bolle e editti papali;[67] e in essa si ha uno
specchio delle facoltà scientifiche ed immaginative di parecchi secoli.
Se il Narducci ha compilato questo catalogo con grande cura ed amore,
talchè merita non piccola lode per questo lavoro bibliografico, che per
la sua rarità ed importanza è tale da destare grande interesse in ogni
bibliofilo, esso però non può chiamarsi completo, perchè anche alla
ricerca più diligente qualche scritto doveva necessariamente sfuggire.
Da tutte queste fonti letterarie si potrebbe ricostruire una vera storia
del Tevere, e trattarla sotto varî punti di vista. Il primo sarebbe
quello fisico, e sotto questo aspetto la questione è stata
esaurientemente trattata. Giuseppe Ponzi, professore di storia naturale
a Roma e senatore del Regno, ha pubblicato scritti di questo genere fin
dall'anno 1860: una _Storia geologica del Tevere_ e una _Storia naturale
del Tevere_, degli studii sul suo delta, con la riduzione in scala più
piccola delle carte idrografiche e topografiche del Canevari.
Un'altro punto di vista sarebbe quello topografico-storico, e si
ricollegherebbe alla storia naturale del Tevere, sebbene la descrizione
dell'aspetto del territorio di Roma, nei tempi preistorici, debba essere
lasciata alla fantasia dei poeti (come ha tentato l'acuto Ampère nella
sua _Histoire Romaine à Rome_), in tempi in cui il Soratte era un'isola,
Monte Mario un promontorio, ed isole erano i sette colli; tuttavia le
più antiche condizioni topografiche dell'origine e della conformazione
di Roma in rapporto al Tevere possono essere ben comprese e
ricostruite.
Voglio solo ricordare il prosciugamento delle depressioni più antiche,
come il Velabro ed il Foro, che costituisce la prima lotta che Roma
abbia sostenuto contro il Tevere; i rapporti dell'antica fortezza
capitolina, dell'_Arx_, col fiume; l'opera di costruzione delle cloache
della città, e finalmente la costruzione dei ponti.
Dall'anno 1530 fino ad oggi la storia delle inondazioni del Tevere è
stata accuratamente trattata in relazione alle cause delle inondazioni
stesse. Questa storia rappresenta la desolazione della città di Roma per
opera di quel fiume stesso cui essa deve la sua origine, e che mai ha
potuto tenere a freno. Strano a dirsi, la capitale del mondo maltrattata
da un fiume che è tra i più piccoli d'Europa![68] E non poterono averne
ragione nè gli imperatori romani, dominatori di una metà del mondo, che
provvidero Roma e le provincie di ingenti costruzioni, strade, canali e
porti, nè i loro successori, i papi. E questo rapporto di Roma col
Tevere ci sembrerà tanto più strano, se penseremo alla piccola Olanda
che sostenne col mare le sue lotte titaniche e vittoriose. Il fiero
fiume, in apparenza così mite, rimase effettivamente il solo ribelle
dell'Impero Romano, di cui sempre derise ogni sforzo diretto a domarlo!
La storia delle sue inondazioni comincia con lo sbarco dei gemelli
Romolo e Remo, quindi con l'origine mistica di Roma, e prosegue,
naturalmente con molte lacune, attraverso i lunghi secoli della
Repubblica e dell'Impero, secondo i dati degli antichi scrittori.
Ogni straripamento del Tevere spaventava gli antichi romani come
prodigio, come presagio di gravi avvenimenti, o come minaccia dell'ira
divina: e questo pregiudizio continuò sotto il dominio dei papi. Per lo
più all'inondazione seguivano, per le acque rimaste stagnanti qua e là,
gravi malattie con febbri pestilenziali nella popolazione.
Livio dice più di una volta che queste inondazioni, ai tempi della
Repubblica, spargevano un vero terrore nel popolo e riporta che per
l'espiazione si consultavano i libri della Sibilla e venivano ordinati
pubblici sacrifici e preghiere. Sotto l'imperatore Ottaviano il fiume
visitò nuovamente la città e danneggiò gravemente parecchi edificii nel
Campo Marzio.
Il popolo superstizioso attribuì una volta (22 a. C.) questo sinistro al
fatto che Augusto non aveva rivestito l'autorità consolare. Si sollevò
allora sdegnato e minacciò di incendiare la Curia, dove si teneva chiuso
il Senato, se questo non avesse subito creato Augusto dittatore e
censore a vita. Così un'inondazione del Tevere contribuì a rafforzare il
potere monarchico. Ricordiamo i versi di Orazio:
Vidimus flavum Tiberini, retortis
Litore etrusco violenter undis,
Ire dejectum monumenta regis
Templaque Vestae.
I danni prodotti dal Tevere nella parte bassa di Roma furono già
nell'antichità assai gravi. Più volte il Ponte Sublicio, allora il più
importante, fu rovinato dalla corrente. Si pensò al modo di por rimedio
a questo danno; ma poichè non sappiamo che cosa abbiano progettato
gl'ingegneri di Roma del tempo della Repubblica, possiamo dire che la
storia della questione del Tevere cominci veramente con Cesare.
Fra i giganteschi progetti di lui eravi quello di deviare il corso del
fiume da Roma, in modo che, girando intorno al Gianicolo, andasse poi a
scaricarsi nel mare attraverso le Paludi Pontine presso il capo Circeo,
invece che ad Ostia. La morte di Cesare impedì la realizzazione di
questo progetto, come di molti altri. Se fosse stato eseguito, non solo
sarebbe mutata la configurazione della città, ma avrebbe subìto grandi
alterazioni anche la sua storia, cambiando praticamente i suoi rapporti
coll'Italia meridionale.
Il successore di Cesare, Augusto, riprese ad occuparsi della questione
del Tevere, ma in proporzioni più modeste. Egli nominò una Commissione
di più che 700 tecnici, ma non ne risultò che un ripulimento del letto
del fiume, e la creazione di una magistratura permanente i: _curatores
alvei et riparum Tiberis_. Augusto stesso coprì questa carica, ed
Agrippa fu _Curator Tiberis_ a vita.
La leggenda giudea favoleggiò allora che il primo imperatore di Roma
avesse fatto rivestire il letto del fiume con lastre metalliche.
L'inondazione del 14 d. C. fece prendere a Tiberio altre misure; egli
affidò lo studio della questione ai senatori Ateio Capitone e Lucio
Arunzio, e nominò una commissione di cinque senatori da scegliersi ogni
anno per la sorveglianza del fiume. Questi si trovarono una volta
d'accordo nel disegno di deviare l'acqua della Chiana (che esce dal lago
di Chiusi e si gettava anticamente nella Paglia, e con questa nel
Tevere) nel letto dell'Arno, ma i fiorentini si opposero, e il Senato
rigettò il progetto. Oggi il senatore Francesco Brioschi, uno dei più
attivi membri della Commissione per la sistemazione del Tevere, chiama
questo la prima idea di un reale rimedio, che l'antichità abbia avuto in
proposito.[69] Nel secolo XVI i Medici di Firenze ripresero quest'antico
progetto e, dopo importantissimi lavori idraulici, la Chiana fu
finalmente portata nell'Arno.
Sotto l'imperatore Claudio, come afferma un'iscrizione scoperta a Porto
nel 1836, per questo nuovo porto del Tevere furono scavati dei canali
dal fiume al mare (_Emissisque in mare urbem inundationis periculo
liberavit_). Nerone, nel suo pensiero delirante, concepì anche il
disegno di condurre il Tevere a scaricarsi nel golfo di Napoli. Traiano
riprese i lavori dei canali di Claudio, dopo che una piena aveva
desolato Roma, e da lui ebbe nome il canale di Fiumicino (_Fossa
Trajana_), che è il solo rimasto navigabile, mentre il braccio sinistro
del Tevere, naturale, si interrava presso la foce.
Aureliano che circondò Roma di quelle storiche mura, alle quali,
principalmente nei primi secoli del medioevo, essa dovette la sua
conservazione e i papi la loro indipendenza, fu l'ultimo imperatore
romano che ebbe cura di pulire il letto del fiume e di arginare le
rive.
Dal tempo di Claudio in poi, i _Curatores_ si limitarono a questi lavori
immediati di ordine pratico, e Plinio, in un passo ove parla
dell'arginatura del fiume, afferma che era divenuto difficile passare da
una riva all'altra (_Hist. Natur._ III. 5). Ogni grandioso progetto fu
abbandonato.
Il Brioschi scrive: «L'antica Roma, che tanto dovè soffrire delle
inondazioni del Tevere, non ci ha lasciato nulla di durevolmente utile
contro le inondazioni stesse; essa non ci ha lasciato alcun esempio da
seguire, non ci ha additato alcuna strada che potesse condurre alla
soluzione del problema».
Le cause più gravi dei ripetuti straripamenti del fiume vanno senza
dubbio ricercate nella quantità d'acqua portata a lui dai fiumi Paglia,
Nera ed Aniene. Ultimamente vi si è aggiunta anche quella quantità
d'acqua che i molti acquedotti dell'interno della città versano nel
fiume ed è anche possibile che vi abbia contribuito. Ma anche quando i
Goti assediarono le città e distrussero le condotture d'acqua, le
inondazioni non cessarono, furono anzi in quegli anni molto gravi:
bisogna però anche tener conto del fatto, che dopo la caduta dell'impero
romano e dopo la scomparsa del Senato e di tutte o della più gran parte
delle autorità preposte alla cura ed all'amministrazione della città,
non fu fatto più nulla per lo spurgo dell'alveo e per l'arginatura del
fiume.
Col vi secolo dell'èra nostra cominciano, con alcune lacune, nelle
cronache medioevali i racconti delle inondazioni. Una delle più
terribili avvenne nel novembre 589, sotto Pelagio II, e fu seguita dalla
peste.
Gregorio da Tours l'ha descritta: in seguito ad essa caddero dalle
fondamenta gli antichi granai dell'Aventino e molti edificii del Campo
Marzio. Miracolosamente il Panteon resistè, quantunque da tanti secoli
si fosse trovato assai spesso in così grande pericolo, cui edifici men
solidi non avrebbero potuto resistere.
Molte volte questa magnifica Rotonda d'Agrippa fu inondata a tale
altezza, che si doveva andarvi per mezzo di barche, giungendo la piena
fino all'altar maggiore.
Non voglio qui ripetere la storia delle piene del Tevere nel medio evo:
da parte dello Stato nulla più venne fatto per la prevenzione del male;
gli argini anzi avvallarono[70], il letto del fiume si alzò, cosicchè i
danni sofferti dalla parte bassa della città dovettero essere più
rilevanti che nei tempi precedenti. Più volte, narrano i cronisti, ponti
e porte furono smantellati. Il crollo d'un antico portico presso S.
Marco (Porticus Palacinae) fu opera d'una piena dell'anno 791, ed ancor
oggi alcuni avanzi di ponti che si trovano nel letto del fiume stanno a
ricordare le inondazioni. La piena penetrava quasi sempre, come nel
decembre 1870, dalla Porta del Popolo (Flaminia) e irrompeva furiosa
nella via Lata, l'attuale Corso, giungendo fino alle falde del
Campidoglio. I mesi delle inondazioni erano da novembre a febbraio, fra
i quali pericolosissimo il primo.
Dal IX al XIII secolo la storia delle piene è assai monca, non perchè il
fiume visitasse meno spesso la città, ma perchè le cronache non ne
parlano. Il 1º febbraio 1230 Roma fu colpita da una inondazione
spaventosa. Era allora papa, Gregorio IX, il vivacissimo nemico del gran
Federico II di Hohenstaufen. Egli si trovava fuggiasco a Perugia, quando
la repubblica di Roma si levò in arme contro di lui. L'improvvisa
inondazione fece sui Romani l'effetto che già aveva fatto su di essi al
tempo di Augusto; preso da superstizioso spavento, il popolo mandò
legati al Papa supplicandolo di ritornare a Roma. Egli tornò e trovò la
città immersa nella desolazione, cercò di sollevarla, fece ricostruire
il ponte dei Senatori (oggi Ponte Rotto) che era stato abbattuto dalle
acque, fece ripulire i canali di scolo otturati, e altri ne costruì.
Quarantasette anni dopo, il 25 novembre 1277, mentre la Santa Sede era
vacante e il collegio dei Cardinali riunito a Viterbo doveva eleggere il
nuovo pontefice sotto le pressioni di Carlo d'Angiò (contro i desideri
del quale nominò poi Nicolò III Orsini), il fiume devastò Roma
nuovamente. Questa inondazione è notevole particolarmente, perchè con
essa ha principio la non breve serie di iscrizioni, con cui i Romani
solevano ricordare, sulle facciate delle chiese o delle case, l'altezza
raggiunta dalle più gravi inondazioni. Ancora non esistevano idrometri.
L'iscrizione di quell'inondazione suona così:
HUC TYBER ACCESSIT SED TURBIDUS HINC CITO CESSIT
ANNO DOMINI M.CCLXXVII. DIE. VI. NOV.
DIE VI. ECCLESIA VACANTE.
Il Narducci ha trovato quest'iscrizione, fino allora sconosciuta, in un
manoscritto scorretto della Biblioteca Angelica; essa si trovava in una
scala di marmo presso la chiesa dei Santi Celso e Giuliano in via dei
Banchi. È ancor oggi ben conservata; io stesso la vidi, anni fa, murata
sotto un piccolo arco, non lontano dal palazzo Cicciaporci, sulla parete
della casa che gli sta dirimpetto. È incisa su una lunga e stretta
tavola di marmo, coi caratteri degli ultimi tempi degli Hohenstaufen,
che segnano il passaggio al così detto carattere gotico.
Gli uomini di quel tempo solevano dare a queste notizie, che noi
esprimiamo con brevità e semplicità statistiche, un'intonazione solenne
e poetica. In ciò sta non piccola parte dell'attrattiva dell'epoca
medioevale, come più di ogni altra cosa dimostrano le iscrizioni
funerarie. Durante il Rinascimento, quando l'epigramma tornò a fiorire,
queste notizie sulle piene del Tevere divennero vere e proprie graziose
poesie latine. Si soleva rappresentare sulla lastra di marmo il fiume
col simbolo di linee ondeggianti, in mezzo alle quali appariva una
barchetta pericolante: una mano coll'indice steso accennava l'imagine.
Spesso vi era anche una croce. Col secolo XVIII l'uso dell'epigramma
tiberino cessa, e prende il suo posto la notizia nuda e cruda. Ora poi
ci si contenta di una linea che segna il livello massimo dell'acque e
delle parole: _Alluvione del Decembre 1870_. Per la maggior parte tali
iscrizioni furono poste sulle facciate delle chiese del Campo Marzio, e
in particolar modo la facciata della Minerva è da considerarsi come
l'idrometro del più lontano medioevo[71].
Dopo l'iscrizione del 1277 troviamo una lacuna di cento anni.
L'alluvione dell'8 novembre 1376 si trovava ricordata alla Minerva, su
una lastra di marmo che è andata perduta. Questa alluvione precedè il
più grande avvenimento dell'epoca, il ritorno dei papi da Avignone sotto
Gregorio IX. Dal secolo XV, e precisamente dal 25 Novembre 1415,
possediamo la esatta e completa serie cronologica delle inondazioni,
fino ai nostri giorni. Come esempio dò qui un'iscrizione del tempo di
Sisto IV:
CREVIT AD HOC SIGNUM TRANSCENDENS LIMINA TYBRIS
OCTAVA JANI, QUAE MEMORANDA DIES.
TERRITA ROMA, NOE REDEUNT NUNC TEMPORA, DIXIT,
DILUVIO, ATQUE ITERUM CORRUET OMNE GENUS.
HUNC ANNUM VERSU LONGO EST DESCRIBERE VERUM
QUAE NUMEROS SIGNAT HIC NOTA JUNCTA DOCET.
M.CCCC.LXXVI.
Alessandro VI si trovò a due grandi alluvioni, nell'ottobre 1493 e il 5
decembre 1495. Poco dopo le onde del Tevere dovevano trasportare il
cadavere del figlio di lui, duca di Candia. Suo fratello, Cesare
Borgia, lo aveva fatto trucidare e gettare nel fiume; quel Cesare Borgia
che aveva fatto precipitare dalle mura di Castel Sant'Angelo l'infelice
Astorre Manfredi e tante altre vittime. Al tempo del terrore dei Borgia
non passava notte che non si trovasse qualche ucciso nelle placide onde
del fiume. Ma esso aveva trascinato al mare ne' suoi flutti fatali anche
due imperatori romani, Massenzio e Massimo, un papa romano, Formoso, e
le ceneri di Arnaldo da Brescia.
L'alluvione dell'anno 1495 è ancora ricordata da parecchie iscrizioni
nel Campo Marzio e cominciano in quell'epoca a pubblicarsi in Roma
scritti relativi al Tevere, per mezzo della stampa, che già dalla
Germania era giunta a Roma.
Il Narducci indicava come primo scritto di questo genere la poesia del
noto poeta popolare Giuliano Dati dal titolo: _Del Diluvio di Roma del
MCCCCLXXXXV adì IV. di Dicembre. Et daltre cose di gran meraviglia_, con
una incisione in legno rappresentante l'inondazione.
A questo possiamo aggiungere il componimento poetico di un umanista
tedesco. _Jacobi Locher, alias Philomusi, Carmen de diluvio Romae
effuso. Ibid. Dec. 1495._
In questo tempo sembra si siano riprese le ricerche tecniche sulla
questione del Tevere; Bramante, a quel che pare, diede il consiglio di
ritrarre sui colli la Roma abitata, e fece il progetto dei lavori. La
spesa per questo progetto, che è restato assai oscuro, era stata
preventivata in un milione di scudi, per il che Leone X non ne fece poi
niente. Il lettore potrebbe stupirsi che al tempo di Nicolò V, qual
grande ideatore di progetti sull'edilizia romana, che voleva perfino
render navigabile l'Aniene, non si sia pensato a provvedere al fiume, ma
ciò si spiega pensando che il Tevere sotto il suo pontificato si
mantenne abbastanza tranquillo.
Ci fu un'inondazione sotto Leone X nel 1519; poi la più terribile di
tutte quelle avute sin'allora, quella dell'8 ottobre 1530. Era pontefice
quel disgraziato Clemente VII, sul quale un destino crudele sembrò
dilettarsi a radunare ogni sorta di sventure; tre anni prima egli aveva
assistito al sacco di Roma. I contemporanei ci hanno lasciato
descrizioni complete di quest'ultima inondazione. Vi sono anche
parecchie iscrizioni che vi si riferiscono. Eccone una:
SEPTIMUS AURATUM CLEMENS GESTABAT ETRUSCUS,
ARTE PEDUM SALIIT QUAM VAGUS VSQUE TIBER
QUIPPE MEMOR CAMPI, QUEM NON COLUERE PRIORES
AMNIBUS EPOTIS IX NOVA TECTA RUIT.
VTQUE FORET SPATII IMPLACABILE ULTOR ADEMPTI
ET CEREREM ET BACCHUM SUSTULIT ATQUE LARES.
RESTAGNAVIT VIII. IDUS OCTOB.
AN. MDXXX.
(sulle mura dell'antico convento degli Agostani a S. Maria del Popolo).
Cinquant'anni non bastarono, si disse, a rimetter Roma dai danni che
soffrì in quell'inondazione, che raggiunse, secondo si può rilevare
dall'idrometro di Ripetta, metri 18.97.
E poco prima Roma aveva subito l'invasione dei soldati di Carlo Quinto!
Allora il poeta Luigi Alamanni scrisse il suo poema _Il Diluvio romano_,
che dedicò a Francesco I di Francia.
A quel tempo risale la prima storia delle piene del Tevere, scritta
dall'auditore di Clemente VII, Ludovico Gomez, stampata a Roma nel 1531.
Essa è la base di ogni posteriore lavoro sull'argomento. _De prodigiosis
Tiberis inundationibus ab urbe condita ad annum MDXXXI. Commentarii
Romae apud F. Minutium Calvum, Anno MDXXXI_, in-4.
Il secolo XVI vide anche le piene del 1547, 1557, 1572, 1589, 1598;
ognuna diede occasione a pubblicazioni dei contemporanei. Andrea Bacci,
famoso medico e scienziato, scrisse nel 1558 il suo libro sul Tevere,
nel quale tratta della natura della corrente e delle inondazioni. Nel
1576 seguì la _Tiberiade_, trattato del giurista Bartolo da
Sassoferrato. La piena del 24 dicembre 1598 diede occasione ad una
quantità grandissima di scritti, e fu la più violenta conosciuta,
raggiungendo un'altezza di metri 19.56. La corrente sommerse il ponte
Sant'Angelo, e ne asportò i parapetti; abbattè metà del ponte Palatino
(chiamato da allora ponte Rotto) e ruinò tutta quella fila di case che
da Tor di Nona va a Ponte Sant'Angelo. Era allora papa Clemente VIII
Aldobrandini.
Tre giorni prima era tornato trionfante da Ferrara dove aveva preso
possesso degli Stati di Casa d'Este.
Pubblicò la bolla _De luctuosa Tyberis_ e ordinò pubbliche preghiere.
Un epigramma, a Castel Sant'Angelo, ora scomparso, diceva:
ANNO CHRISTIANAE SALUTIS MDIIC
DIE XXIV DECEMBRIS
ERIDANI IMPERIO CLEMENS, ET PACE PER ORBEM
AUREA REDDIDERAT SAECULA, ROMA, TIBI.
CUM SUBITO TYBERIS ASSURGENS HUC EXTOLLIT UNDAS
ET TE PENE SUIS CONTUMULAVIT AQUIS.
SCILICET EXTOLLANT ANIMOS NE GAUDIA NOSTROS
TEMPERAT ADVERSIS PROSPERA QUAEQUE DEUS.
IO. FRANCISCUS ALDO BRANDINUS ARCIS HUJUS
ET. S. R. E. COPIARUM GENERALIS PRAEFECTUS POSUIT
Furono pubblicati in quell'occasione importanti scritti del Castaldi,
del Castiglione, degli architetti Carlo e Domenico Fontana, di Paolo
Beni, e di altri, che ricercavano le cause del male e proponevano
rimedi. Il governo pontificio prese atto dei progetti, chiese consiglio
a tutti i tecnici d'Italia, emanò editti e decreti, ma nulla fece di
concreto, si ricorse perfino agli incantesimi piuttostochè alla scienza:
Pio V fece gettare nel fiume un _Agnus Dei_ di cera, e credette con
questo di aver scongiurato definitivamente nuove inondazioni.
Gli scritti sul Tevere continuano nel secolo XVII in grande abbondanza.
Quel secolo contò cinque grandi piene negli anni 1606, 1637, 1647, 1660
e 1686. La terza cadde sotto il pontificato di Innocenzo X Pamphili, al
tempo della famosa Olimpia Maldacchini, sua cognata, il cui favorito era
un tal Conte Fiume.
Ciò diede materia allo spiritoso Pasquino per un salacissimo epigramma
che fece scoppiar dalle risa tutta Roma; vi si vedeva raffigurata una
donna nuda, delle linee ondulate, rappresentanti le acque, giungevano
fino alla metà del corpo; e sotto si leggeva:
_Fin qui arrivò Fiume._
Notevoli sono gli scritti di Filippo Maria Bonini: _Il Tevere
incatenato_ (1663) e dell'ingegnere Cornelio Mayer, olandese. Ingegneri
e dotti chiedevano sempre più insistentemente che il Tevere fosse reso
navigabile e che fossero ristabiliti gli antichi porti di Ostia e Porto.
Numerose pubblicazioni trattano l'importante questione, dibattuta fino
ai dì nostri. Si pubblicarono anche delle elegie sul Tevere; un poeta,
Caracci, scrisse una _Assemblea dei Fiumi_ che dedicò a Cristina di
Svezia. Vi si raffigurava un Tevere piangente, uno coronato, uno lieto e
uno festoso nello stile di quell'epoca, in occasione di feste di nozze o
per adulare persone principesche.
Già nell'anno 1545 Francesco Maria Molza aveva fatto pubblicare la sua
Ninfa Tiberina.[72]
Nel secolo XVIII il Tevere inondò la città negli anni 1702, 1742, 1750,
1772, 1780, ma senza produr gravi danni. Il Brioschi dice che nel 1742
si pensò al primo lavoro serio e scientifico per risolvere la questione
del Tevere: la livellazione del fiume dalla confluenza della Nera al
mare, eseguito dagli ingegneri bolognesi Chiesa e Gambarini nel 1744,
per incarico di Benedetto XIV, e stampata a Roma nel 1746.
I tecnici si erano mostrati contrarii alle proposte di arginare le rive
del fiume, dare un'altro sfogo ai canali di scolo della città; deviare
una parte della corrente, a monte di Roma, con uno o più canali, e
accorciare con tagli opportuni il corso serpeggiante del Tevere al di
sotto della città.
Essi avevano invece consigliato di togliere i mulini da Roma; di
demolire i resti dei ponti Trionfale e Sublicio, di pulire con gran cura
il letto del fiume, di dare maggiore apertura agli archi dei ponti, di
rimuovere insomma tutti gli altri ostacoli, tenendo conto anche di
quelli prodotti dall'isola tiberina (di San Bartolomeo).
I consigli pratici di questi ingegneri, nota Brioschi, rimasero
infruttuosi, e dei loro lavori non è rimasto che il piano di
livellamento, che ancor oggi può vantaggiosamente venire consultato.
Il XIX secolo conta quattro grandi inondazioni; quelle del 1805, 1843,
1846, e del 1870. La prima accadde il 2 febbraio, mentre Pio VII era a
Parigi, ove era andato ad incoronare imperatore Napoleone. In seguito a
quella piena, Ponte Molle, che assai aveva sofferto, fu restaurato come
oggi lo vediamo. Nei primi decennî del secolo videro la luce nuovi
scritti sul Tevere, dei quali son degni di memoria quelli degli
archeologi romani Carlo Fea, Nibby, Rasi e Piale.[73]
Anche la piena del 1843 accadde nei primi giorni di febbraio, le due
ultime si verificarono il 10 e il 28 decembre. Queste segnano per un
caso assai strano, il sorgere e il cadere dello stesso papa, Pio IX,
l'ultimo dei papi che ha governato Roma da monarca terreno.
Quando avvenne la prima di queste inondazioni, il 10 dicembre 1846,
erano passati solo cinque mesi dall'elezione di Mastai: il nuovo papa
festeggiava i trionfi dell'amore e dell'entusiamo d'Italia, come non li
ebbe forse mai alcun suo predecessore. Le sue vedute e azioni, ancora
colorite idealisticamente, si unirono con la corrente di pensiero del
tempo, per favorire quella rivoluzione nazionale, le cui onde scatenate
dovevano poi il 20 settembre 1870 inghiottire lo stato della Chiesa.
Ma quando avvenne l'inondazione del 28 dicembre 1870, Pio IX vide le sue
devastazioni come pontefice infallibile, ma anche come principe
detronizzato e volontario prigioniero in Vaticano. Nello stesso tempo
Napoleone III, precipitato dal trono, giaceva prigioniero in un castello
tedesco!
L'inondazione del 1870 sarà forse l'ultima a devastare la città di Roma;
se si può supporre che il nuovo governo trovi il vero rimedio al male.
Esso ha trovato la questione totalmente insoluta, perchè dal 1803,
sotto il governo pontificio non si mandò innanzi la cosa: si presero
solo le misure relative al fiume dagli ingegneri Benedetti e Venturoli;
fu messo l'idrometro a Ripetta, e diminuito il numero dei mulini
galleggianti, che datavano dal tempo di Belisario, come asserisce
Procopio.
Col 1º gennaio 1871 comincia una nuova era nella vessata questione del
Tevere. Le Commissioni di ingegneri del governo italiano e del municipio
romano gareggiarono in attività. Ne risultarono molti lavori tecnici e
memorie degli ingegneri Canevari[74], Possenti, Vescovali e Baccarini.
Furono pubblicate altre opere private: ho già nominate quelle del
Brioschi, che del resto appartiene alla Commissione, e raccomando ai
lettori in modo speciale l'opera del Carcani pubblicata prima del 1870,
alla quale debbo molte notizie, particolarmente per quel che riguarda i
tempi antichi.[75]
Questi studi, dice Brioschi, condussero ad un progetto generale e tre
particolari. Il primo si accorda (prescindendo dalle condizioni mutate)
con quello che i tecnici avevano proposto ad Augusto, e che da lui fu
cominciato ad eseguire, e fu poi tre secoli dopo ripreso da Aureliano.
Consiste soprattutto nel pulire il letto del fiume, liberarlo dagli
ostacoli e regolarizzare la corrente. A questi si aggiunsero altri
progetti, la cui arditezza, per quel che riguarda il costo e la
grandiosità dell'impresa, fu poi superata di molto dal progetto di
Garibaldi. Questi considerava il suo piano sotto tre aspetti, come
Giulio Cesare: liberare Roma dalle piene; allacciare la città al mare
con un canale navigabile ed un porto; finalmente bonificare la campagna
romana.
Due ingegneri, Filopanti e Amadei, limitarono e ridussero questo
progetto, concretandolo in queste linee: deviamento del Tevere in un
nuovo letto; arginamento di questo nuovo letto; deviamento dell'Aniene
nel medesimo; costruzione di un porto fluviale presso Roma; di un canale
nella città e di una strada al posto dell'antico letto, fiancheggiata da
case sui due lati.
La novità e l'arditezza dell'idea di allontanare da Roma il Tevere,
l'arteria della sua storia, fece rumore nel mondo intero, che non
ricordava più il progetto di Giulio Cesare. I difensori del progetto
facevano anche brillare il miraggio degli innumerevoli tesori che si
sarebbero trovati nel letto del Tevere.
Questa attraente previsione non poteva dirsi del tutto infondata. Solo
dieci anni prima il rinvenimento dell'antico deposito di marmi sotto
l'Aventino, fatto dal Visconti, aveva meravigliato il mondo intero, ed
ora l'aspettativa di preziose scoperte era esaltata da quel che già si
era rinvenuto negli scavi dell'Esquilino e del Viminale, dove erano
sorti i nuovi quartieri.
Nonostante tutto ciò che è stato estratto dal secolo XV ad oggi, si può
affermare con sicurezza che nel seno di Roma innumerevoli tesori
aspettano la bacchetta magica che li porti alla luce. Il pensiero di
questi tesori nascosti eccita in modo speciale la fantasia dei Romani;
una volta, con l'autorizzazione del governo pontificio, io stesso ne fui
testimonio, si ricercò nel Colosseo un tesoro del quale alcuni
pretendevano di aver trovato in un libro l'esatta descrizione.
E non potrebbe il Tevere nascondere tesori nel suo seno intatto?
Se l'onda del Reno nascondeva il palazzo dei Nibelungi, come dice la
leggenda, non dovrebbe il Tevere albergare qualche antica e più nobile
stirpe? Che cosa non rivelerebbe il suo fondo allo sguardo
dell'universo, quanto oro, quanto marmo, quanto bronzo, quante
iscrizioni? Anche rinunziando a cercare nel suo fango il Licnuco d'oro
di Gerusalemme, molto resterebbe a scoprire di raro e di prezioso che vi
si è affondato nel corso dei secoli. Si narrava nel medio evo che
Gregorio Magno avesse fatto gettare nel Tevere molte antiche statue, e
questa favola probabilmente accenna al fatto che molte opere d'arte vi
si sono, comunque, inabissate.
Del resto più volte il Tevere ci ha restituito opere dell'antichità.
Lo scultore Flaminio Vacca ci dà notizie in proposito nel suo ben noto
scritto: _Memorie di varie antichità, trovate in diversi luoghi della
città di Roma_ (1594). Sotto Clemente X fu trovato a Ripa Grande un
tesoro di monete d'oro. Già il Cardinal di Polignac (+ 1741) emise il
progetto di pulire il letto del Tevere e trarne fuori gli oggetti
antichi che vi si trovano. Nel 1773 si fecero ricerche di questo genere
e il genovese Bernardo Poch scrisse in quell'occasione: _De' Marmi
estratti dal Tevere e delle iscrizioni scolpite in essi_. Anche nello
antico porto di Trajano furono trovate varie antichità e così
nell'Aniene. Nel fondo di questo fiume deve ancor trovarsi una tavola
di pietra coll'iscrizione di Narsete, che eresse il ponte Salaro, tavola
che precipitò alla fine del secolo XVIII. E quante preziose sculture che
ornavano le splendide ville che sorsero un tempo sulle due rive, non
potrebbe nascondere l'Aniene! Il progetto di prosciugare il Tevere per
estrarne i tesori nascosti tornò in ogni tempo ad allettare gli spiriti:
lo proponeva nel 1855 Annibale Nuvoli nel suo scritto _Del Tevere_; e
nel 1818 si era già pensato di istituire a quello scopo una società.
L'idea dunque di un mondo fatato di tesori immersi nel fiume assicurò
per un istante un interesse fantastico al progetto di Garibaldi. Ma
quale più grande e mirabile tesoro per Roma, del Tevere stesso? Come
rassegnarsi a perderlo per l'incerto rinvenimento di questi tesori?[76]
Ecco il giudizio del Senatore Brioschi sul progetto di Garibaldi:
«Considerandolo dal punto di vista igienico, edilizio, e tecnico, questo
progetto non dovrebbe nel suo complesso venire respinto, ma sotto altri
aspetti esso ha in sè qualche cosa di assolutamente contrario alle
esigenze e ai criteri della moderna civiltà. Mentre infatti tanti
stranieri archeologi e storici vengono a Roma, a passar buona parte dei
loro anni per investigare nei suoi monumenti e nelle sue iscrizioni la
vita di questo popolo che fu il dominatore del mondo; mentre prima cura
del governo nazionale fu di prender possesso di quelle località, dove
nuovi scavi possono condurre a nuove scoperte, e di dare a queste
ricerche un indirizzo saggio e scientifico; sarebbe inconcepibile
determinazione quella di trattare Roma, senza una necessità assoluta,
riconosciuta e dagli italiani tutti e dal mondo civile intero, come una
città dell'America del Sud, e derubarla del suo più grande monumento, di
quel monumento che più d'ogni altro ha determinato, fissato, prodotto la
sua storia. Non so se il generale Garibaldi e i suoi collaboratori hanno
pensato alle conseguenze del loro progetto; ma io oso affermare, e non
dubito che molti saranno con me, che, piuttosto, io mi contenterei come
Augusto, di diminuire in varî modi la violenza delle inondazioni, o
secondo il consiglio di Bramante, riedificherei Roma sui colli».
Sembra del resto che Garibaldi stesso abbia limitato poi il suo progetto
a diminuire la massa d'acqua del Tevere, lasciandolo scorrere
assottigliato sotto i ponti, fra due ripe provviste di muraglioni e di
banchine.
A Roma è infatti accarezzata l'idea di costruire un Lungo Tevere che da
Piazza del Popolo conduca a Castel Sant'Angelo. Esso potrebbe, se
grandiosamente costruito e senza badare a risparmiare i milioni,
arricchire la città di un incomparabile ornamento. Pure non si
potrebbero trovare, io spero, molti Romani che desiderassero di vedere
trasportata a Roma la compassata e rigida figura di Firenze moderna coi
suoi Lungarno dai monotoni parapetti di pietra.
L'Arno, che nell'estate si assottiglia tanto da scomparire, traversa
Firenze tra due muraglioni eguali e diritti, ed ha l'aspetto d'un canale
artificiale. Il Tevere invece ha una corrente vivace, impetuosa, piena
anche nel cuor dell'estate, e la sua bellezza consiste appunto in questa
sua natura selvaggia e libera.
Esso conserva fin dentro Roma l'aspetto di un libero figlio dei monti, e
scorrendo nella città dei Cesari, non ha dimenticato i verdi colli ed i
campi dell'Umbria, dalla quale discende.
Al suo ingresso in città, a Porta del Popolo, ai prati di Nerone, a
Ripetta, esso rapisce lo spettatore per la idillica e campestre bellezza
delle sue rive. In quale altra grande città sarebbe dato vedere un fiume
così pittoresco, nel quale, presso il porto di Ripetta, un vecchio
barcarolo, il Caronte del Tevere, da lunghi anni traghetta i passeggeri
sulla sua antica barca coperta da un rozzo e sghembo tetto di legno,
raccomandata ad una lunga fune? Egli lascia la riva laggiù, presso il
luogo dove è stabilito l'idrometro, dove un giorno fu precipitato nel
fiume il duca di Candia, figlio di Alessandro VI, e approda al più
originale e naturale di tutti gli approdi, sulla rena della spiaggia,
dalla quale si sale la ripa su scalini, che i piedi stessi si sono
creati affondandosi nel terreno, per giungere subito, in mezzo alla più
tranquilla solitudine, fra i verdi boschetti e le vigne.[77]
Al posto di questa classica riva io non mi rassegnerei mai a vedere dei
noiosi e monotoni Lungotevere: questo alito della campagna e della
solitudine, che penetra fin dentro la città, dà a Roma un incanto
speciale e tutto suo.
La bellezza del Tevere, entro la città, consiste poi soprattutto nelle
sue serpeggianti volute, che i gruppi architettonici delle sponde fanno
così varie e pittoresche!
Il senatore Brioschi un giorno, mentre mi rassicurava riguardo al
progetto di Garibaldi, dicendomi che sarebbe certamente caduto, riuscì
ad infondermi un altro timore, affermando che si aveva l'intenzione di
togliere al Tevere le sue più forti curve, tagliandole opportunamente,
per facilitare la discesa della corrente. Così ora, appena sfuggito alle
arginature di Garibaldi, il padre Tevere corre quest'altro serio
pericolo!
I progetti in proposito non sono ancora definitivi ed ancora è incerto a
che cosa riusciranno. Ahimè! già nel 1871 dovemmo dire addio per sempre
all'antico, caro, storico aspetto di Roma; così, presto o tardi muterà
anche l'aspetto del biondo Tevere. Si ricordino però gl'Italiani di
tener conto dei desiderî di tutto il mondo civile: di non guastare
l'antico senza assoluta necessità, e di mantenere con amore ciò che
forma la bellezza tutta particolare della città, bellezza che non
potrebbe più esserle restituita, ed il suo incomparabile incanto
storico.