INVITO STRASORDINARIO

Per la sera der giorno de Giuvedine 27 Gennaro der mille ottocento

cinquantatrene. A Benefiziamento della prima donna Pantomimica

assoluta Marietta Descarsi. Si rappresenterà come dice il

cartellone, Purcinella Impicciato in tra' una Mucchia de sorci dopo

na nova pantomimica tutta de spettacolo, fadica d'un regazzino

granne de 5 anni e questa se chiama Er Naufragiamento de Tom-Pusse.

Nella Camerata lunga si darà la stessa sera di nuovo il primo

dramma, poi un «Balletto in punta e tacco» quindi il Capo d'Opera

der Sor Pietro Metastasio «Didone abbandonata», infine la

Pantomimica e balletto. Perciò, conchiude il cartellone, venite e

ridete e fate ridere anche l'attrice, di cui è oggi la beneficiata,

ed essa vi darà per rincompensa «tutto quello che tié chiuso nder

petto».

Dante nel suo libro «De vulgari eloquentia» chiama il dialetto romano il

più brutto dei dialetti d'Italia.[53]

I due teatri di burattini di piazza Montanara e di S. Apollinare sono

col teatro Emiliani le scene veramente popolari di Roma, che hanno

carattere locale. Conviene aggiungervi nell'inverno il grande teatro

Alibert[54] per l'opera, ed in principio della bella stagione il teatro

popolare che occupa gli avanzi del mausoleo di Augusto.[55] Gli altri

teatri non hanno carattere locale; soltanto quello Capranica, che sta

nella piazza di fianco al collegio dello stesso nome, può essere

considerato come teatro di transizione fra quelli popolari ed i teatri

seri. Vi si recitano tragedie, commedie, drammi, azioni spettacolose,

opere, pantomime e balli di ogni genere. Le parti giocose vi sono

sostenute dallo Stenterello, specie di buffone toscano senza maschera

caratteristica, che quantunque giocoso sostiene qualche volta pure parti

di una tal quale serietà. Egli può dirsi il Pulcinella di tutta l'Italia

superiore e centrale, e lo si vede anche ogni tanto al teatro Emiliani a

fianco di Pulcinella stesso. Per un teatro popolare toscano un buon

Stenterello è indispensabile, quanto un buon tenore od una buona prima

donna per un teatro d'opera. I cartelloni teatrali non mancano mai di

aggiungere, ai titoli delle produzioni rappresentate, le parole _con

Stenterello_ come si aggiungono a quelli dei teatri di burattini le

parole _con Pulcinella_.

Oltre il teatro Capranica, vi sono in Roma i teatri Torre Argentina,

Valle, e Tordinona detto anche Apollo; quest'ultimo è dedicato

particolarmente all'opera in musica; nell'ultimo inverno vi si dava il

_Trovatore_, opera nuova del Verdi. Il teatro Valle è il più grande fra

quelli in cui si recitano tragedie e commedie; da Pasqua vi recita ed

entusiasma il pubblico che preferisce la tragedia, una buona compagnia

torinese, di cui è principale ornamento la distinta signora Ristori. Vi

si recitano spesso, come in Germania, traduzioni dal francese, qualche

volta anche drammi di Kotzbue e raramente produzioni di Goldoni, di

Silvio Pellico, e più raramente ancora dell'Alfieri, troppo inviso alla

censura papalina. Tutti questi teatri non rientrano nella sfera di

questi cenni sui costumi e sulle cose di Roma.[56]

Ma è ormai tempo di calare il sipario e di riporre tutti questi fantocci

entro le loro scatole. «Nella commedia, come in questo mondo, dice Don

Chisciotte, recitano imperatori, papi e cento altri personaggi; ma

quando si arriva alla fine, quando scompare la vita, giunge la morte che

spoglia tutti degli abiti e dei costumi dai quali si riconoscevano e si

differenziavano; nella fossa tutti sono uguali».

Ed ora, lettori miei, voglio presentarvi un personaggio romano, che sta

esposto rigido e morto sul suo letto di parata fra le torce che ardono,

contemplato avidamente a bocca aperta da numerosa folla, particolarmente

di popolani, che non osavano innalzare i loro sguardi verso di lui,

mentre era vivo e che si levavano timidi e rispettosi il cappello quando

passava nella sua carrozza di gala. Era un cardinale, ora giace in una

sala del palazzo della Consulta, steso sul letto funebre rivestito

delle sue principesche vesti rosse. Che meschino apparato per un uomo

che governò lo Stato romano, ed il cui nome fu congiunto agli

avvenimenti più grandi della storia contemporanea! La sala è piccola e

non è delle più pulite. Le stoffe di seta nera del letto funebre sono

vecchie, logore, macchiate, rappezzate in più punti, e di certo hanno

già servito a più di un cardinale. Ardono due ceri, un sacerdote ritto

contro un leggìo recita le preghiere per i morti. La folla entra ed

esce; nella maggior parte sono operai, donne e ragazzi, che contemplano

con indifferenza il viso livido del cadavere, che rammenta una colonna

rotta, di porfido rosso, di un qualche tempio antico. La testa è

voluminosa, marmorea, con pochi capelli bianchi; i suoi tratti denotano

una volontà ferrea e una rassegnazione tranquilla. Poco mancò che si

posasse nel 1846 su questo capo la tiara pontificia, oggetto delle sue

lunghe speranze; quando morì Gregorio XVI, nessuno dubitò della elezione

a Sommo Pontefice di questo rinomato uomo di Stato, ministro di

Gregorio, arcivescovo di Genova, gran priore di Malta, abate di Farfa,

antico nunzio pontificio a Parigi, molti dei cardinali erano sue

creature, il suo partito a Roma era esteso e potente; radunatosi il

conclave, alla prima votazione raccolse la maggiore quantità di voti.

Egli non dubitava affatto della sua elezione e, tranquillo sul suo

esito, già pensava al nome che avrebbe assunto. Ma l'elezione al papato

è come una lotteria; a questo cardinale toccò un biglietto bianco. Un

sacerdote che aveva bussato un giorno alla sua porta a Genova,

chiedendogli protezione e appoggio, il povero conte Mastai Ferretti

ottenne la tiara pontificia, ed il vecchio Lambruschini si dovette

inginocchiare innanzi a lui, e baciare i piedi di Sua Santità. Ora è qui

esposto Lambruschini, il genovese altero, inflessibile, che non aveva

mai ceduto a nessuno, che aveva regnato per Gregorio: uomo di grande

energia, di natura dispotica, di un rigorismo monacale, inaccessibile a

tutte le passioni umane, preoccupato unicamente della signoria della

Chiesa, uno dei pochi superstiti del tempo antico, della vecchia scuola.

Vide cinque papi sulla cattedra di S. Pietro, il sesto gli tolse la

tiara. A quali solenni avvenimenti non aveva egli assistito dalla

rivoluzione francese a quella di Roma del 1848! Quante persone,

imperatori, re, principi regnanti e spodestati, non aveva conosciuto!

Invecchiato nel culto della teocrazia, promotore indefesso dello

assolutismo della Chiesa, gli era toccato assistere all'ultima

rivoluzione che Pio IX stesso aveva provocato colle riforme; decrepito,

sull'orlo della tomba, aveva dovuto fuggire da Roma come un malfattore.

Lo avevo visto molte volte nelle solennità della Chiesa, accasciato per

gli anni, incurvato, tremante, dignitoso come un patriarca, seguire

vacillante la processione, o entrare nella cappella Sistina. Tutti gli

occhi erano rivolti su di lui, e la folla mormorava «Quello è

Lambruschini!» Ed ora il mendicante cencioso, il povero operaio, lo

contemplano sul suo catafalco, e ripetono franchi e liberi da ogni

timore: «Ecco Lambruschini!» Ora giace là, oggetto indifferente,

estraneo al mondo, alla storia, fantoccio ormai dimenticato che ha

sostenuto la sua parte, e che deve cedere il posto ad altri. Tutta

questa pubblicità, questa esposizione di un cadavere, ha qualche cosa

che incute terrore, e mi spingeva quasi a rivolgere un ultimo discorso

al defunto cardinale, mentre stavo pensando al suo grado eminente, alla

sua grande attività, alla sua vecchiaia, e contemplavo con rispetto la

sua salma.

Ma chi si dà pensiero della vita o della morte d'imperatori, re, papi,

cardinali, o di qualsiasi altra persona, qui in Roma? In mezzo a tutte

queste grandi rovine della storia universale, tutto quanto in altri

luoghi sarebbe grande, solenne, qui diventa piccolo, meschino, come una

rappresentazione di marionette; poichè qui impera quasi un tanfo di

porpora e l'aria è come impregnata di nomi d'imperatori e papi defunti.

Proseguendo a passare in rivista questo mondo di fantocci dove dovrò

condurre i miei lettori? Sul Corso, dove pendono da ogni finestra

tappeti rossi gallonati d'oro; dove mille belle donne sorridono dai

balconi, gettando un nuvolo di fiori, che cadono a terra come quelli

della pianta di pesco, quando il venticello di primavera agita i suoi

rami. Rechiamoci alla chiesa di S. Antonio presso le terme di

Diocleziano, dove si dirigono in lunga fila cavalli bardati in varie

fogge, dove potremo ammirare le carrozze del papa e la sua bella mula

bianca, e lo stupendo equipaggio del duca Boncompagni-Ludovisi tirato da

sedici cavalli, che l'abilissimo cocchiere guida da solo stando in

serpa.[57] Ma tutto questo attrae meno folla che la comparsa

meravigliosa del _grasso lucido_.

La nostra attenzione però si concentra su quella lunga fila di persone

che camminano solennemente a due a due, e che sembrano tuttora

appartenere al medio evo come altrettante figure dipinte da Giotto, dal

Ghirlandajo, o da Sandro Botticelli. Tutti questi uomini, vestiti di una

lunga tonaca rossa, hanno la testa coperta da un cappuccio a punta, che

scende fino a ricoprire anche la loro faccia, con due aperture per gli

occhi; camminano tutti a piedi scalzi. Hanno i lombi cinti da un

cilicio, alcuni portano croci, ma i due spettri rossi che aprono la

marcia portano in mano teschi umani e ossa di morto.[58] Mormorano preci

camminando. E' la compagnia dei Sacconi rossi; la loro figura è proprio

bizzarra, e riconduce ai tempi antichi. Ma vi sono anche confraternite

di altri colori, e passeggiando la sera per Roma è facile imbattersi in

cortei funebri, nei quali i fratelli portano cappuccio nero, o celeste,

e sono vestiti di bianco o di giallo. Queste figure si possono vedere

ogni giorno per Roma, e quando s'incontrano nei quartieri più deserti e

più antichi della città, come le regioni Monti, Campitelli, o in

Trastevere, o soltanto quando i cappuccini precedono il feretro colle

loro tonache color tabacco, colle loro barbe inargentate, portando un

cero acceso, preceduti alla lor volta dalla croce, le piazze e le

strade deserte della città assumono un aspetto indicibile di morte e di

malinconia.

Il culto di Roma, anzi tutta la vita interna della città, ha il

carattere di una processione; e questa è davvero la città delle

processioni. E quando non si fanno processioni, che cominciano

principalmente nei mesi di maggio e di giugno, vi sono altre comitive

che vanno a due a due per le piazze della città, e danno loro un aspetto

solenne. Osservate: sono ragazzine che camminano processionalmente,

guidate e dirette da monache. Sono vestite di nero con un fazzoletto

bianco al collo, portano una cuffia bianca con nastri neri; precedono le

più piccine, quindi in linea crescente arrivano giovani dai diciotto ai

venti anni. Sono allieve di un istituto, che vanno alla passeggiata.

S'incontrano con una camerata di giovanetti, pur essi condotti a

passeggio guidati da preti. Anche questi camminano a due a due, disposti

del pari in linea crescente. Vestono abito nero, portano il cappello a

cilindro anche i più piccoli, e questa schiera di trenta a cinquanta

ragazzi, vestiti in questo modo severo, che li fa sembrare nani

invecchiati, produce un'impressione che eccita l'ilarità. Quando

s'incontrano questi ragazzi neri con quelle ragazze nere, si lanciano a

vicenda sguardi pieni di desiderio; ma si passano a fianco senza dir

parola. Poverini! Non parlano, non odono, sono sordomuti gli uni e le

altre, e soltanto a segni possono comunicarsi i loro pensieri.

Sarebbe impossibile enumerare tutte le corporazioni e le comunità che

s'incontrano per Roma, procedenti così due a due, nella loro uniforme.

Sono centinaia, in questa città, le provincie del socialismo clericale,

centinaia i falansteri ecclesiastici, da superare la fantasia di Goethe

o di Fourier.

Ecco, compare un'altra comitiva di giovani vestiti di una specie di

_caftan_ alla turca, col colletto diritto, filettato di rosso, fra loro

vi sono due mori, e molte faccie olivastre, abbronzate, parlano tutte le

lingue dell'Europa, dell'Africa, dell'Asia; parlano il cinese,

l'indostano, il persiano, l'abissino, il copto, le lingue del Malabar e

dell'Orange: sono allievi del collegio di Propaganda, futuri missionari.

Questi altri invece che s'avanzano, dalla capigliatura bionda e

dall'abito tutto rosso, parlano tutti tedesco; sono allievi del Collegio

germanico.[59] Ed ecco ancora altri collegi dalle vesti turchine, nere,

bianche, sono inglesi, scozzesi, allievi del Collegio Nazareno, o

dell'altro dei nobili. Chi li potrebbe nominar tutti?

Intanto questo _grasso lucido_ che ci ha sempre seguito e accompagnato,

vuole oramai che si parli di lui; deve però avere ancora un tantino di

pazienza, perchè abbiamo da vedere ancora un altro spettacolo curioso.

Venite meco, o lettori, sulla piazza di S. Giovanni in Laterano, e

ricordate che siamo nello splendido mese di giugno; qui deve svolgersi

una gran processione: vi saranno tutti gli ordini religiosi,

innumerevoli confraternite, parecchie belle ragazze con coroncine

d'argento in capo, e abiti che non sono cuciti, ma tenuti insieme

unicamente a forza di spilli come un mosaico;[60] vedrete croci

gigantesche oscillare nell'aria, non sostenute dagli uomini che le

portano, ma che si appoggiano soltanto su di una borsa di cuoio che i

portatori recano sul petto, e ciò malgrado son maneggiate con tale

destrezza che ogni giocoliere invidierebbe.[61] Questa processione

sterminata passerà in mezzo all'ospedale di S. Giovanni tra una fila di

letti, sui quali sono donne e ragazze malate, che riceveranno la

benedizione. Avete visto o sentito mai, lettori miei, nulla di simile?

Ragazze ammalate che ricevono visite non solo dai loro cari, ma dal

popolo romano, da tutti i Quiriti? Le porte dell'ospedale sono aperte,

dovunque sono fiori e fronde, alabardieri svizzeri stanno impalati sulla

soglia imponenti e rossicci come garofani o gigli rossi, ma a nessuno è

vietato l'ingresso: entrano le persone a centinaia; entriamo noi pure.

Qual vista! Dove siamo mai? Passiamo pian piano, non ci è permesso

fermarci presso i letti. Osservate, quanto è bella e ariosa la corsia,

con quanto gusto è decorata! Oggi la malattia celebra la sua festa e

prende in prestito dalla salute belletto e ornamenti, poichè in questa

Roma tutti vogliono fare la loro comparsa almeno una volta, tutti avere

la loro festa, la gente ricca e felice, i mendicanti, gli storpi ed

anche i morti. Guardate la doppia fila di letti, come sono puliti e

bianchi, come sono ornati di tappeti rossi, gallonati d'oro e di fiori

artisticamente disposti. Ogni letto pare una poesia di Matthisson, o di

Geibel. In ognuno sta seduta o coricata languidamente una ragazza o una

donna, vestita di lini candidi come la neve. Molte hanno l'aspetto

aggravato, ma molte appariscono più belle per la malattia. Osservate

quella ragazza, come la sua fisonomia è trasformata dalla convalescenza,

e come splende pel fascino incontrastabile della debolezza; i suoi occhi

nerissimi scintillano come illuminati dalle reminiscenze. Non tarderanno

a riacquistare tutto il loro splendore. Vorreste arrestarvi, o miei

lettori? Ma non è permesso; ai piedi di quel letto, custode dell'onore,

sta un giovane soldato armato di fucile, tal quale come se fosse di

sentinella ad una polveriera. E là, dove sta seduta quella ragazza, cui

l'ardore della febbre imporpora le gote e i cui sguardi si perdono quasi

vaganti nello spazio, là siedono le vecchie infermiere, vestite di

giallo, simili alle Parche. Usciamo, usciamo, che questa stanza è più

pericolosa della stessa malaria, al lume di luna. Potrete ora dire di

avere visto una scena di spedale, di questa singolarissima città di

Roma.

Come potremmo intanto sfuggire al _grasso lucido_! Ecco un circolo di

persone, in una strada qualunque, dal cui centro sorge una voce che

declama. Andiamo a quella volta, che cosa troviamo? _Il legittimo grasso

lucido._ Scorgiamo sull'angolo di una casa un cartellone rosso,

attaccato or ora: ci affrettiamo a leggerlo; che cosa sarà mai? _Il

legittimo grasso lucido._ Siamo seduti al caffè Ruspoli, un ragazzetto

s'aggira per le sale, offrendo un foglietto agli avventori. Che cosa vi

sta scritto? _Il legittimo grasso lucido._ Questo _legittimo grasso

lucido_ ha dunque esso pure un diritto incontestabile di attirare a sè

l'attenzione generale, e certo non è poco merito l'aver inventato,

nell'anno 1850 dalla nascita di Cristo, una vernice lucida; che non

contiene nè vetriolo, nè alcun'altra sostanza corrosiva, e che non solo

ammorbidisce in sommo grado qualunque cuoio, ma possiede per di più la

virtù di aumentarne la durata in modo incredibile e meraviglioso. Una

tale invenzione è degna di esser esposta al pubblico, ai piedi

dell'obelisco, in faccia al Panteon. Stanno là, presso un tavolo coperto

di scatolette di latta, contenenti la preziosa vernice, due oratori

popolari che parlano per ore intere, con un fiume di eloquenza che mai

non si arresta nel suo corso, della eccellenza del _grasso lucido_. Se

si desse al più grande fra tutti i filosofi l'incarico di dire qualcosa

in lode di un lucido da scarpe, in due minuti avrebbe finito; ma

quest'uomo con un abito unto e con un panciotto di velluto, che sembrano

anch'essi coperti di grasso lucido, parla ore intere senza mai fermarsi,

sulle materie che compongono il _grasso_ _lucido_, sui suoi pregi, e

non divaga mai dal suo tema; trova sempre nuovi argomenti, nuove idee,

nuove immagini, riferentesi al _grasso lucido_, e al rapporto che ha con

l'economia domestica, con la civiltà umana, con le varie specie di

corami, col tempo, con la temperatura, col sole, con le stelle, con la

sua influenza sull'anima umana.

Fin dalla prima mezz'ora cadono le bende dagli occhi degli uditori,

cominciano quasi a persuadersi delle specialità, dell'eccellenza del

_grasso lucido_; a poco a poco giungono a capirne l'immensa importanza,

e, quasi quasi, non riescono a spiegarsi come abbiano potuto vivere fino

a quell'istante privi di quel ritrovato sublime. Intanto l'oratore

continua a spolmonarsi. Gorgia, Protagora e Carneade non hanno mai

vantato tanto la giustizia, quanto egli il _grasso lucido_. Meriterebbe

che si istituisse nella Università di Padova una cattedra, dalla quale

potesse parlarne _ex professo_; egli si dà già per professore e membro

di parecchie accademie scientifiche, come pure il suo collega; e

additando questo, avverte che il signor professore ha scritto non meno

di undici volumi intorno al _grasso lucido_. «Non è vero, professore,

che hai dimostrato nel tuo decimo volume, che questo insuperabile

_grasso lucido_, unico in Europa, possiede la proprietà di ammorbidire

il più duro cuoio di bue, e di renderlo soffice come un velluto?». Il

professore risponde di sì e siccome l'altro è rauco, e non può ormai più

continuare, comincia a sua volta a vantare i pregi dell'incomparabile

specialità.

Dimostra in primo luogo in che consista il _grasso lucido_. «Si vorrà

sostenere, egli dice, che questo _grasso lucido_, contiene sali

alcalini, sostanze corrosive. Ora domando io, credete voi che un uomo

vivente possa trangugiare impunemente del vetriolo? Credete voi davvero

che un uomo possa mangiare acido solforico? Ebbene, voglio darvi una

prova convincente; mangerò alla vostra presenza questo _grasso lucido_,

esso non mi ucciderà, non mi darà alcun disturbo, ma al contrario mi

procurerà la stessa soddisfazione che potrebbe darmi la polenta più

squisita». Detto fatto, il professore trangugia una discreta quantità di

_grasso lucido_, dopo di che l'uditorio rimane profondamente scosso e

persuaso che il _grasso lucido_ certo non contiene vetriolo. «Compratelo

dunque, urla il grande filosofo, approfittate di questo solo e unico

_grasso lucido_ eminentemente economico, indispensabile e innocuo. La

scatoletta non costa che tredici baiocchi. Ma che ho detto? Tredici

baiocchi? Sono dodici! Guardate! Anzi ve la do per dieci!».

E per dimostrare che il grasso rende lucida qualsiasi sostanza, agguanta

un pezzo di carta e lo vernicia con singolare destrezza, e con un

sorriso di compiacenza; afferra quindi un giovinotto, e sempre

declamando e gesticolando gli lustra una scarpa. Il giovane è raggiante

di soddisfazione, quasi non è ancor persuaso della fortuna toccatagli,

poichè non gli è accaduto mai, dacchè è al mondo, di avere una scarpa

lucida. «Vedete, dice il professore, questa scarpa pareva poco fa la

scarpa di un porco, ora riluce come l'argento; un bambino appena nato

potrebbe ridurla così, senza la menoma fatica». Il giovinetto se ne va

con una scarpa lucidata e l'altra no, e non alza l'occhio per tutta la

strada dalla sua scarpa lustra, come se volesse specchiarsi nella sua

felicità.

Questa rappresentazione del _grasso lucido_ ci mette in grado di

frequentare la buona società, e di andare anzi ad una festa da ballo.

Questa non si darà nè presso il duca Torlonia, nè in casa del duca

Braschi; ma sarà più interessante e più degna di osservazione che non un

ballo in appartamenti principeschi e nei costumi dell'epoca di Luigi

XIV. Sarà il così detto ballo dei modelli, in una vasta e deserta sala

di via Claudiana.[62]

Vi è in Roma una classe di persone, la cui vita è tanto strana e

singolare, che potrebbe fornire ai novellieri migliori argomenti, che

non la vita di quella Maria dei Fiori, e di quelle _grisettes_ che la

moderna letteratura francese innalzò a ideali della bellezza muliebre e

al grado di muse della poesia. Le persone che troveremo a questo ballo

sono modelli degli artisti, tanto uomini quanto donne, che hanno la

triste sorte di dover stare parecchie ore della giornata nella

immobilità più perfetta. Campano la loro esistenza in grazia delle belle

e caratteristiche forme del corpo. Si presentano in tutti gli

atteggiamenti possibili. Una ragazza rappresenterà oggi la Venere dei

Medici, domani Diana, Arianna, la Madonna, una Baccante, la Maddalena,

Psiche, una dea, una schiava, Miriam, una vestale; oggi sarà nuda,

domani tutta velata; vestita dei costumi più ricchi e più svariati: ora

da turca, ora da greca, ora da donna di Albano, o della campagna romana,

o da antica romana. La povera creatura deve ridursi ad una specie di

statua, il cui incarico è di rimanere quanto più sia possibile

immobile, nella posizione assegnatale dall'artista che la tratta quasi

come un manichino, facendole muovere gambe e braccia, e tutto il corpo

fino a che l'abbia ridotta a quella attitudine che desidera.

Oltre le grandi accademie, dove si tiene in giorni ed ore determinate la

scuola di disegno, vi sono anche accademie private che provvedono

modelli, e nelle quali si può avere accesso pagando una modica

retribuzione. La più famosa è quella di Nicola di via Claudiana che ha

una particolare abilità nel fare il modello, e nell'arte della

rappresentazione plastica può gareggiare col migliore commediante.[63]

Una sala di disegno del modello offre uno spettacolo veramente nuovo e

singolare; non l'avevo veduta mai nemmeno dipinta, e il vederla in

natura, mi persuase che potrebbe dare argomento ad un bel quadro di

genere. In una squallida sala il modello, sia uomo che donna, sta

immobile come una statua, su di una specie di piedistallo. Intorno a lui

seggono i disegnatori disposti ad anfiteatro, e talvolta salgono ad un

centinaio, appartenenti a tutte le nazionalità, francesi, inglesi,

tedeschi, americani, polacchi, russi, danesi, belgi, italiani. Ognuno ha

davanti a sè un tavolinetto e un piccolo lume, e copia il modello ora

seduto, ora in piedi, di fronte, a tergo, di fianco; chi lo disegna a

matita, chi col gesso, altri ancora all'acquerello, taluni addirittura

da principianti, altri mediocremente, alcuni in modo eccellente. Gli uni

lo disegnano tal quale è, gli altri lo abbelliscono, e quella specie di

statua assume diversi caratteri, come uno scritto affidato a diversi

copisti. Questa sala fa pensare ad una tipografia, dove ogni

compositore, seduto, colla sua lampada innanzi, getta a capo chino il

suo sguardo alternativamente sul manoscritto e sulla composizione. Nel

vedere i movimenti simultanei di tutti quei disegnatori silenziosi,

collo sguardo di continuo rivolto verso il modello che sorge immobile

dal suo piedistallo come un idolo, mentre da una parte non è possibile

trattenere il sorriso, dall'altra si prova compassione per quella povera

creatura, bersagliata da continui ed incessanti sguardi, condannata a un

supplizio di genere nuovo, quello di farsi vedere e lasciarsi disegnare.

Già da due ore la vittima si trova nella stessa posizione; la sua faccia

è accesa; l'occhio infuocato, tutti i suoi lineamenti e la respirazione

affannosa accennano a stanchezza. Che penserà mai quella statua vivente?

Probabilmente a nulla. Di quando in quando spunta sulle sue labbra un

sorriso, e si capisce che le chiude convulsamente per non prorompere in

uno scroscio, che d'un colpo guasterebbe la sua posizione. Forse si

sente ridicola; forse le sembrano stupidi e ridicoli tutti quei

disegnatori; forse la fisonomia di uno scarabocchiatore biondo sembrò

buffa alla giovane romana, ed eccitò la sua ilarità.

Il proprietario di quella sala dà in carnevale, in onore dei modelli,

una festa da ballo, alla quale essi prendono parte in costume, e vi sono

invitati gli artisti e i loro amici; anche gli stranieri possono

procurarsi un biglietto d'invito.

Per avere un'idea delle danze nazionali dei romani, per vederle eseguite

in tutta la loro varietà, in tutta la loro grazia, bisogna assistere ad

uno di questi balli, offerti ai modelli. Lo spettacolo è reso ancor più

attraente dalla varietà dei costumi, tra i quali primeggiano quelli

della campagna romana, e i migliori sono quello di Albano, e l'altro

così ricco di Nettuno. Anche l'orchestra, composta di mandolini e di

tamburelli, ha carattere completamente nazionale. Anche d'ottobre si può

vedere la gioventù romana eseguire nelle osterie e nei campi le sue

danze nazionali, perchè nel tempo delle vendemmie accorrono fuori delle

porte, specialmente della porta Angelica, numerose brigate di ragazze e

di giovanotti; e si possono vedere suonare il tamburello, e ballare alle

falde di Monte Mario, sulle strade, o nelle osterie. Talora alla sera

queste ragazze rientrano in città, cantando, e quando si vedono passare

per le vie, talune con un tirso adorno di fiori, altre con fiaccole,

cantando vivaci ed allegre canzoni si crederebbe di veder passare un

corteo di Menadi o di Baccanti.

Entriamo ora nella vasta sala di via Claudiana che il proprietario ha

decorato con particolar cura. Dalla volta pendono ghirlande di fiori,

altre corrono lungo i muri, altre sostengono il lampadario. Non mancano

strisce di carta d'oro e d'argento, nè numerose lanterne colorate. La

decorazione ha qualcosa di campestre, il pavimento è nero come la terra,

e per di più ineguale; i suonatori sono già al loro posto, coi loro

strumenti, tamburelli e mandolini, le modelle stanno sedute presso le

pareti, prosciolte questa volta dalla loro immobilità, anzi piene di

vivacità e di brio. Molte vengono dal Corso, dove sono state, sedute

sopra sedie date a nolo lungo i palazzi, a ricevere od a distribuire

fiori. Le madri accompagnano le figlie, perchè tutte le modelle che

hanno cura della loro reputazione, sono sempre accompagnate dalla mamma,

anche quando vanno nelle accademie a posare.

La società è molto mista, perchè arrivano anche dal Corso numerose

maschere di second'ordine, e la sala non tarda ad essere invasa da

forestieri di ogni paese, che desiderano veder ballare le modelle. La

decenza naturale, i modi piacevoli e disinvolti di queste povere ragazze

sono davvero sorprendenti; la finezza naturale del popolo italiano si

trova sempre e dovunque in tutte le classi della società; se questo

ballo, in cui i modelli danzano con trasporto, durasse anche fino a

giorno chiaro, lo spettatore non potrebbe mai sorprendere un atto meno

che conveniente, o che, soprattutto, varcasse i confini della decenza.

Sono giovani allegre e piene di brio, che godono nel ballare; ed è un

vero godimento ammirare la vivacità e la grazia dei loro movimenti, e

vedere sui loro volti dipinta la gioia e la soddisfazione. Chi non

avesse mai assistito ad un ballo nazionale nei paesi meridionali, o vi

avesse visto solamente le feste del gran mondo, e le assurdità dei balli

da teatro, non potrebbe fare a meno di prender viva parte alla mimica

animata e vivace di uno di questi balli veramente popolari. La musica

adatta dei mandolini e dei tamburelli, coi loro suoni alquanto

striduli, la varietà dei costumi e dei colori, l'oro, il rosso, il

verde, le belle e giovanili forme dei ballerini e delle ballerine, la

distinzione e la nobiltà di quei profili romani, producono un effetto

stupendo, e spesso l'intrecciarsi di tutte quelle figure, il loro

volteggiare, cambiar posizione, apparire, scomparire, ricomparire,

sempre con grazia, vivacità, e disinvoltura, danno l'idea di una

scoltura fantastica in rilievo.

Si ballano varie specie di danze, tanto nazionali che straniere. Il

ballo nazionale, prettamente romano, è il saltarello che vien ballato da

una coppia sola di ballerini. Esso non si svolge in grandi linee;

consiste piuttosto in piccoli movimenti molto rapidi, particolarmente

della parte superiore del corpo. Possiede una somma vivacità mimica, ha

qualcosa delle baccanti, è però meno aggraziato di un ballo saltato che

si svolga in linee circolari.[64] Le ragazze ballano anche la polka che

oramai ha conquistato tutto il mondo, e si provano pure nel waltzer

strisciato, senza raggiungere però l'eccellenza dei tedeschi che si

muovono in linee orizzontali, mentre in Italia, secondo l'indole della

danza nazionale, lo si salta. Il ballo tedesco è una danza comune a due

persone, mentre il ballo italiano consiste piuttosto nell'esporre la

bellezza delle forme del corpo, in una danza di due persone, l'una di

fronte all'altra, ed è quindi più drammatico.

Intanto che le belle e giovani romane stanno ballando e facendo pompa

delle loro grazie, andremo in fretta a vedere incendiare la girandola,

affinchè tutte le svariate figure che abbiamo visto, e che ebbero

principio colla danza dei morti, abbiano termine, come si conviene, con

un fuoco d'artificio.

Una volta la girandola si incendiava al Mausoleo di Adriano, lo stesso

giorno in cui s'illuminava la cupola di S. Pietro; ora invece la si

incendia al Pincio, verso piazza del Popolo, sulla quale prospetta

quella stupenda passeggiata. Dicono che da Castel S. Angelo l'effetto

fosse migliore ed è molto probabile, perchè si poteva vedere da tutta la

città; ad ogni modo, anche dal monte Pincio, è sempre uno spettacolo

magico.

Appena da Castel S. Angelo vien dato il segnale con un colpo di cannone,

tuonano le artiglierie sul Pincio, e la girandola come un'eruzione

vulcanica, o un fiume di fuoco, si slancia fumando e sibilando dalla

spianata che sovrasta la facciata del Pincio. Sorge da terra simile a un

manipolo gigantesco di grano, o ad una pianta di palma, e fischiando,

scoppiettando, sale verso il cielo che pare voglia ricoprire per metà.

L'occhio, affascinato da tutto quel lampo di luce, non ha tempo di

discernere i particolari; prima che si possa fissare, tutta quella mole

di fuoco si trova di già al di sopra del capo di chi la sta osservando

ai piedi dell'obelisco di piazza del Popolo; e mentre va dileguando,

pare piovano miriadi di stelle dal cielo. Non è propriamente uno

spettacolo, ma una vista subitanea e repentina di un'immensa fiammata,

che in un batter d'occhio abbaglia e scompare, lasciando quasi

l'impressione di una visione fantastica.

La girandola è scomparsa, una nuvola di fumo si dilegua lentamente sulla

piazza del Popolo; le stelle splendono nuovamente nel cielo limpido e

sereno e comincia dietro le piante del Pincio lo scoppio dei mortaretti,

e dei petardi senza luce, quasi forieri di nuove apparizioni. Uno di

questi ultimi scoppia dietro le sfingi di marmo, che stanno all'ingresso

del Pincio, e mentre seguono ai colpi alcune scintille che salgono verso

la nuvola di fumo, le sfingi cupe e misteriose sembrano esseri diabolici

evocati dall'abisso. Ora un fuoco artificiale illumina la facciata di

una chiesa gotica, o di un tempio, che sullo sfondo scuro dei pini

assume l'aspetto di una creazione magica. Il tempio va scomparendo a

poco a poco, ed allora scoppiano le bombe e si sprigionano razzi tinti

in rosso, in violetto, in bianco, che si riversano in innumerevoli

scintille, come pioggia di stelle. La piazza è continuamente illuminata

da tutti questi serpenti di fuoco che salgono nell'aria, e in mezzo a

questa luce, l'obelisco di Sesostri, dedicato un giorno al Sole nella

lontana Eliopoli, sorge solitario offrendo alla vista i geroglifici

della sua meravigliosa scrittura figurata. Le sfingi, l'obelisco

orientale, i pini, i cipressi, le varie e molteplici statue del Pincio,

le colonne rostrate, le fisonomie malinconiche degli schiavi daci col

berretto frigio, Roma armata di lancia, e le tante altre immagini di

marmo che ora compaiono, ora scompaiono in quella luce dubbia, sono un

apparato eccellente, per produrre un effetto veramente magico. Tutto ad

un tratto l'intera città è rintronata dallo scoppio di una bomba e dal

fragore delle artiglierie, e appare immersa in un mare di fuoco ardente,

la bella immagine di Roma eterna, che attraverso tutte le vicende della

storia, mantenne sempre la sua maestà, a cominciare dalla prima

invasione dei Galli ancora barbari, fino all'ultima dei discendenti di

questi.

Ecco ora un nuovo spettacolo sorprendente! Scaturiscono dai due lati del

Pincio cascate di fuoco, onde fumanti, fosforescenti, che producono

precisamente il rumore di una caduta d'acqua, e sono una riproduzione

stupenda e naturalissima delle cascatelle di Tivoli. Anche queste

scompaiono; ma continuano i razzi a stella, i fuochi d'artificio di ogni

specie, di ogni forma, che riempiono l'atmosfera di luce, di fumo,

dilettevoli a vedere; seguono ruote di fuoco, scintille, covoni

fiammeggianti; tutto ciò strepita, sibila, rimbomba, tutta l'atmosfera è

avvolta in un fumo infuocato e gli spiriti degli elementi sembrano

migliaia di folletti di fuoco, draghi di luce, lucertole, mosche,

lucciole, serpenti di fuoco che festeggino il più pazzo carnevale di

streghe nell'aria, o che traversino il cielo.

E ora di nuovo silenzio e oscurità. Sono spenti gli ultimi avanzi della

chiesa gotica sul Pincio, e comincia un altro spettacolo. Sorgono fra le

piante del monte, fra i pini, i cipressi, gli allori, figure di animali,

di pesci, che illuminate si innalzano lentamente, e si librano nell'aria

sopra la porta del Popolo. Sono palloni volanti illuminati all'interno,

che salgono ora isolati, ora a tre o quattro insieme; s'innalzano,

scendono, vanno a destra e a sinistra; alcuni molto in alto, presso le

stelle, altri si tengono pigramente in basso; così essi traversano

l'aria smeraldina. Qua e là uno spirito dell'aria prende uno di questi

pesci e lo porta lontano; qui un altro prende fuoco ed avvampa. Anche

quest'apparizione scompare, tuonano ancora una volta tutte le

artiglierie, ancora una piccola girandola di razzi; un ultimo colpo di

cannone e tutto è finito.

Ma come è mai possibile ritornare a casa, rinchiudersi in una stanza

oscura e malinconica, mentre la luna piena splende in quel cielo

trasparente, e illumina della sua magica luce queste moli gigantesche

della città eterna?

Bisogna girare per Roma, al lume di luna, evocando i morti che non

tardano a sorgere tutti dalle loro tombe, imperatori e re, guerrieri e

poeti, papi e tribuni, cardinali e nobili del medio evo, per rianimare

tutte queste rovine.

Saliamo al palazzo dei Cesari, i cui ruderi giganteschi, colonne, archi,

mura, sorgono dai cespugli. Abbiamo sotto i nostri piedi illuminato

magicamente dalla luna, il Colosseo, simbolo della storia grandiosa di

Roma imperiale, quasi gigantesca conca granitica, in cui sembra questa

Roma abbia radunato tutto il sangue della storia universale; di fianco

sorge l'arco di Costantino, limite di separazione fra il mondo pagano ed

il Cristianesimo; più in là l'arco trionfale di Tito, limite di

separazione fra il Giudaismo ed il Cristianesimo; dovunque lo sguardo si

spinga, s'imbatte in rovine della storia, e tutto è silenzioso, tutto

tace. Nelle rovine del palazzo dei Cesari non si ode che il grido della

civetta. Quanti avvenimenti si avvicendarono in questi luoghi! Quante

persone si aggirarono in queste sale imperiali! Augusto, Tiberio,

Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, gli Antonini, Eliogabalo, gli dei

della terra ed i suoi demoni. Qui regnarono tutte le passioni; virtù e

vizio, generosità, follia, saggezza, malizia infernale; qui si provarono

tutti i sentimenti che cuore umano può albergare. Qui il mondo fu

governato, torturato, sciupato, giocato in una notte. Qui regnarono

persone di ogni età e di ogni sesso; vecchi e donne; uomini e ragazzi;

schiavi ed eunuchi; qui tutti dettarono leggi. Ora tutto è morto e

silenzioso, quando non si sente il grido della civetta che svolazza

sotto le volte cadenti. Volgiamo lo sguardo alla parte opposta verso la

città eterna; splendono migliaia di lumi, ma essa tace. Centinaia di

cupole, di torri, di colonne, di obelischi s'innalzano verso il cielo

azzurro, rischiarate dalla luna; di quando in quando si sente il suono

di una campana. Tranquillità magica, profonda, quasi il tempo stendesse

su questa Roma un velo impenetrabile di silenzio e di pace.

Due colonne emergono nella notte da quel labirinto di case, sormontate

da due statue di bronzo, che rappresentano i patroni della città,

dopochè ne discesero gli imperatori. Sono gli apostoli S. Pietro e S.

Paolo, che hanno preso posto sulle colonne di Antonino e di Traiano; il

primo colle chiavi in mano come conquistatore del cielo, di cui può

aprire e chiudere le porte; il secondo con la spada in pugno, come

conquistatore della terra. Stanno questi due guardiani di Roma nel

silenzio della notte, nella aerea loro dimora, dominando tutte le rovine

e tutti i palazzi.

Forse stanno preparando una solenne allocuzione o una lode a Maria,

perchè fra poco non saranno più soli a dominare Roma; a giorni sorgerà

sopra una terza colonna un'altra figura, una bella vergine coronata di

stelle sopra una mezza luna. Già si vede sulla piazza di Spagna l'antica

colonna pagana sormontata da un casotto di tavole. Furono già poste le

fondamenta e benedette solennemente; gli operai stanno di già lavorando

a lustrarne il fusto, e gli artisti nei loro studi stan preparando la

statua della Vergine Immacolata che Pio IX vuole innalzare su quella

colonna.

Roma l'8 dicembre 1854 assunse tutto ad un tratto l'aspetto di Nicea.

Due cento cinquantacinque vescovi e prelati, convocati da tutte le parti

del mondo, un popolo di vecchi, un'assemblea di patriarchi dell'orbe

cattolico, uomini simili a Matusalem e Noè, vi si erano radunati.

Ovunque si andasse, ci si aggirava come tra apostoli, padri della Chiesa

e papi risorti. In quelle stesse strade che pochi anni prima brulicavano

delle bandiere tricolori della libertà moderna, non si scorgevano più

che le teste di Medusa antiche e canute dei vescovi della Spagna, del

Portogallo, del Brasile, dell'Irlanda, dell'Austria, delle Indie, della

Scozia, della Francia; si sarebbe potuto credere che per una magia il

tempo fosse tornato indietro di alcuni secoli e fosse risorta la Roma

del medio evo con un concilio lateranense.

Fu l'8 dicembre 1854 che Pio IX proclamò solennemente il dogma

dell'Immacolata Concezione. Fu questa la conclusione gesuitica delle

riforme del papa, una volta intellettuale e liberale. Su queste riforme

del 1847 e sulla rivoluzione, cui diedero origine, sorgeranno quella

colonna e quella Madonna, per insegnare ai posteri come ogni cosa al

mondo rapidamente si trasformi.

Fra non molto la Madonna di piazza di Spagna, di fronte al palazzo di

Propaganda, terrà compagnia ai due apostoli, e molte cose avrà da

raccontar loro e da lamentare con loro; poichè in ogni modo sarà anche

essa la Madonna più recente, e in certo modo figliastra della

rivoluzione. Ma dimenticavo la sorella maggiore di lei, che già sorge

sulla più bella colonna di Roma, e che da due secoli e mezzo tiene

compagnia ai due apostoli. E' questa la Madonna di S. Maria Maggiore,

collocata sulla grandiosa colonna corinzia dell'antico tempio della

Pace. Essa è figlia della restaurazione della religione cattolica,

eretta nel 1614; una maestosa Madonna di bronzo, che fu spettatrice

della guerra de' trent'anni. Quanto dovrà meravigliarsi, quando vedrà

sorgere la giovane sua sorella in atto di implorar protezione!

Ho adempito ora al mio compito: avevo promesso ai miei amici di

presentare loro una varietà di figure romane, le une più degne di

attenzione delle altre; e ora non mi è possibile salire più alto, a meno

che non voglia salire al cielo sulle ali degli angioli, e sulle nuvole,

con quegli uomini e quelle donne che Pio IX ha santificati in questo

stesso anno. Ma un tal volo d'Icaro è pericoloso; ci contenteremo di

rimanere presso S. Pietro e S. Paolo, perchè anche la loro dimora aerea,

in cima ad una colonna, è pur sempre più ferma e più sicura delle

nuvole.

«Ma», mi domandava un amico, «che cosa ne pensate? verrà un giorno, in

cui S. Pietro e S. Paolo scenderanno dalle loro colonne, e fuggendo per

le porte di Roma, s'incontreranno nel Salvatore, che dirà loro:

«_Domine, quo vadis?_» Quale pazzia fare una simile domanda! ma maggior

pazzia sarebbe il rispondere. Poichè, diceva il savio Apollonio di

Tiana, convien prestar fede a Sofocle, che ha detto stupendamente:

«vecchiezza e morte

Soli ignoran gli dei; le umane cose

Tutte tramesce onnipossente il tempo».

Passeggiate per l'Italia, vol. 2 · 第 13 / 29 题