Ma di tale soggetto avendo fin quì ragionato quanto era necessario per

conoscerlo, e fondare con qualche precisione i nostri giudizj positivi

su' Profeti, non meno che sopra tutto ciò che direttamente riguarda le

gesta de' medesimi, le loro predizioni, o vaticinj, entrare ora ci è

duopo ad esaminare le loro portentose operazioni, rispettosamente

denominate _miracoli_, o _prodigj_; le illazioni esatte, che risultare

vedremo dalle indagini ponderate che noi entriamo a fare sulla

possibilità, e l'intrinseco valore, che come veri Israeliti siamo nel

pressante dovere di attaccare alle medesime, ci condurranno alle

ricerche le più curiose, ed alle più interessanti conclusioni, Tale è

dunque il soggetto al grado massimo utile, quanto importante che noi ora

ci affrettiamo ad esaurire colla massima accuratezza, e precisione.

(151) Se noi non consultassimo che il solo Spinosa intorno questa

materia, lo udiremo certamente darci delle idee così meschine, e

degradanti de' Profeti, non meno che delle profezie fino ad annientarle:

sebbene questo filosofo incredulo avesse attinti i suoi principj da'

Rabbini fra i quali esso crebbe, e si educò, egli deduceva delle

conseguenze molto più metafisiche, e più forti di quelle ch'esso avea

da' medesimi ricavate. Esso accordava a' Profeti molta più immaginazione

che ragione, ed è perciò appunto che essi ignorano molte cose, e che

secondo lui s'ingannavano sovente sugli arcani della natura; (ved.

_Spin. Tract. Theol. Polit. Cap. 2. p. 17. 18. 19_) mentre è cosa omai

ben dimostrata, che rare volte porta ceco l'impronta di certezza, ciò

che non è che il semplice risultato dell'immaginazione; ciò di che

dobbiamo convenire noi pure, siccome ci riserbiamo a renderlo più

espresso nel Cap. seguente, allorchè imprenderemo a ragionare su'

miracoli, sulla solidità, e sull'oggetto de' medesimi.

Non è poco, per altro, che Spinosa rappresentandoci i Profeti come

persone che propalavano tutto ciò che una fantasia riscaldata può

suggerire, confessava, nulladimeno, che la loro morale era esemplare, e

che poteasi ad ogni riguardo liberamente consultarli sulla condotta

della vita: ma ciò solo era egli forse bastante per essere Profeta?

Spinosa lo crede, ma ei s'inganna.

(152) La ferma credenza delle predizioni, e degli avvenimenti decantati

miracolosi, erasi talmente impossessata dell'immaginazione de' popoli, e

gli trascinava a delle stravaganze tali, che verso il secolo nono

_Agobardo_ Vescovo di Lione, compose un trattato per abbattere, e

annientare le superstizioni accreditate a tale riguardo fino ne' suoi

tempi: _Tanta jam stultitia_, dic'egli, _oppressit miserum mundum, ut

nunc sic absurdae res credantur a christianis, quales antea ad credendum

non poterat quisquam suadere Paganis_. Agob.

Infatti se si rimarca le tante predizioni allora in voga fra i

Cristiani, si conchiuderà che non avea tutto il torto questo saggio

vescovo di reprimerle come abusive, e condannarle come irragionevoli;

per tacere infinite altre, noi non faremo quì speciale menzione che di

quella nuova Città di Gerusalem che dovea discendere dal Cielo,

costruita entro lo spazio di una notte (ved. _annot._ 72) l'Apocalisse

annunziò questa prossima sorprendente avventura e tutti i cristiani de'

primi secoli della Chiesa la credettero fermamente; s'immaginarono de'

nuovi canti _Sibillini_ da' quali questa nuova Gerusalem supponevasi

predetta; essa apparve ancora questa portentosa Città, nella quale,

ovunque diceasi che i fedeli dovevano abitare mille anni dopo l'estrema

consumazione dell'universo; essa discese dal Cielo per quaranta notti

consecutive, (ma quella pare che sparisse da che era fatto giorno)

_Tertulliano_ la contemplò, la conobbe, la vide co' propri occhi suoi;

un tempo verrà, senza contrasto, in cui niuno persuadere si potrà che

tali grossolane inezie conoscono per autori enti dotati di pensiere, e

di ragione.

(153) Non saprei in vero, se quando _Erodoto_ si fa rapportatore di

tanti avvenimenti straordinari, che dovevano, secondo lui accadere

(_Hist. Lib. 1._) ne foss'egli stesso realmente convinto e se allorchè

veggiamo _Tito Livio_ compilare tutte quelle stravaganti predizioni che

erano in voga presso i Pagani (_Decad. III. Lib. 3. pag. 114._) ne

convenisse egli pure, con intimo senso: benchè coloro che si sforzano di

giustificarli asseriscano che la sola necessità di adattare i loro

pensieri al gusto dominante del loro secolo, gli abbia entrambi

costretti (siccome avvenne a tanti altri istorici ritrovatisi in egual

caso) a dovere assumere il dettaglio di tutte quelle gesta prodigiose

accreditate da que' popoli, de' qual essi impresero a trasmetterci le

istorie.

(154) Questo è il nome con cui i dottori ebrei distinguono la

rivelazione che Dio ha fatta di sua volontà (com'essi opinano) al Popolo

ebreo, dopo che la Profezia verbale è cessata in Israel, cioè, dopo i

Profeti _Aggeo_, _Zaccaria_, e _Malachia_ (_Ghem. Sotha Cap. 9. pag.

48._) È sopra questa voce intuitiva che gli ebrei Talmudisti fondano la

massima parte delle loro tradizioni, e de' loro usi rituali pretendendo

che Dio gli ha rivelati a' loro progenitori, non già col mezzo di una

profezia articolata, nè con una inspirazione segreta, ma per la via di

una straordinaria rivelazione ch'essi chiamano בת קול (Bat Kol) _figlia

della voce_.

I Rabbini riconoscono tre maniere di Profezie, primo coll'_Urim_, e

_Tumim_ (di cui sarà da noi parlato altrove) che faceva intendere la

spiegazione di ciò che domandavasi col mezzo di caratteri

prodigiosamente impressi sul _pettorale_ del Pontefice Sommo; la seconda

collo spirito di Profezia, che inspirò i Profeti non meno aventi la

promulgazione del Pentateuco che dopo Mosè; la terza mediante il _Bat

Kol_. La prima è durata, secondo essi dalle costruzione del tabernacolo

fino alla edificazione del primo tempio; la seconda dall'origine del

Mondo fino alla morte di Malachia l'ultimo de' Profeti sotto il secondo

Tempio, benchè l'uso più frequente di esse riconoscasi essere ente

unicamente sotto il primo Tempio; la terza finalmente cominciò dopo

Malachia, ed ha sussistito nella nazione d'Israel fino alla compilazione

della _Misnah_. Essi pretendono altresì che il Batkol è una voce

procedente immediatamente dal Cielo, che si fa sentire di una maniera

articolata presso a poco simile a quella che chiamò il giovine Samuel

per reiterate volte, allorchè Dio volle rivelargli ciò che dovea

succedere al gran prete Helly ed alla di lui famiglia. V. _Reg. I. Cap.

2. V. 5. e 6._

CAPITOLO XIX.

Indagini analitiche su' miracoli; quale si crede essere il loro

principale oggetto; ogni Setta ne vanta in profusione; come pervenire a

conoscerne i veri, e distruggere le obbjezioni che agitano gli increduli

contro de' medesimi.

L'uomo per sua intima natura, tanto è più limitato nelle sue proprie

cognizioni, tanto la sua curiosità diventa estesa oltre i confini di

ogni dubbio, in cui esso non si adatta facilmente dia restare, almeno

per lungo tempo; questo è uno stato che lo angustia, e che sembra

toglierli qualche parte di quella vanagloriosa dignità, che si è

temerariamente attribuita. Or siccome baldanzoso egli cimentasi a

discutere, o investigare i fenomeni della natura, benchè desso ne ignori

onninamente l'essenza non meno, che le proprietà intrinseche di

quest'essenza, da quando il di lui meschino sapere è ridotto al periodo

estremo dell'inscizia, esso ricorre ad una causa soprannaturale;

allorquando i fatti sono un poco remoti, e che mancano i solidi principj

da mettere in campo, l'esatta distinzione del chimerico, e del vero,

riesce per esso lui un assunto molto arduo ad intraprendere, ed

eccessivamente spinoso ad eseguire; la pigrizia naturale dell'uomo, e la

sua insita deficienza vi ripugnano d'accordo, egli è in questo solo caso

ch'esso fa intervenire il prodigio, il quale fa dissipare in un istante

dalla sua mente tutte quelle impossibilità che la rendevano come affatto

inerte, e paralizzavano tutto le di lui ardite intraprese: _Il est trop

flatteur pour la creature_, dice un pensatore illustre, _de voir le

créateur bouleverser l'ordre préétabli en sa faveur_. In questa

circostanza come in tante altre di simile natura, il suo circoscritto

discernimento non gli accorda l'adito a riflettere ch'egli è

positivamente impossibile che una cosa esista, e non esista insieme ed

un tempo medesimo. Ecco il solo punto di rilievo, che servì molte volte

di appoggio a quegli uomini che vollero farsi rispettare da' popoli, e

che i primi conobbero la sicura maniera di soggiogarli.

Per poco che rivolgiamo con attenzione l'Istoria, essa ci convincerà

evidentemente ad ogni tratto, che tutti i capi, e fondatori di nuove

Sette, in qualunque epoca del mondo, hanno tentato di provare la lealtà

delle loro particolari missioni col mezzo di straordinarie operazioni,

variamente immaginate da essi e di supposti prodigj (155). Ma avanti

d'internarci a conoscere il valore intimo, che religiosamente dobbiamo

noi attaccare a questi decantati prodigj, analizzare ci è duopo, di

passaggio essenzialmente cosa mai sia per se medesimo un miracolo. Ad

una sì fatta ricerca, io odo ripetermi essere questa una straordinaria

operazione; opposta del tutto direttamente alle leggi della natura,

preestabilite già da tempo immemorabile dall'Eterno consiglio del suo

Divino Autore. Per altro, questa diffinizione sembrami altro non essere

che un semplice raffinamento dell'idea che gli uomini ebbero in origine

del termine _miracolo_, cioè, _res miranda_, _prodigium_, _portentum_,

_monstrum_, cosa ammirabile, che annunzia, cosa stupenda, che reca

novità, oggetto da mostrarsi come raro, ec.; e in questo senso anche la

stessa nostra esistenza potrebbe fondatamente considerarsi un continuato

miracolo.

Noi però ci siamo formati tutt'altra idea del miracolo; questo è secondo

l'opinione volgare ciò che non era mai accaduto, e che succedere mai non

potrà in tempo alcuno; come sarebbe, per esempio, il colloquio del

serpente con _Eva_; quello dell'asina con _Balaamo_; la carrozza di

fuoco che condusse nel Cielo il Profeta _Elia_; la caduta delle mura di

_Gerico_ al suono di tromba, e molti altri dell'ordine medesimo, de'

quali ci fa espressa menzione la Scrittura.

Comunque siasi però; l'opinione recentemente adottata incontra delle

forti opposizioni dalla parte di certi stravaganti filosofi del secolo;

quindi poichè Dio è il sommo Creatore di queste Leggi (ci ripetono essi

temerariamente) Dio che ha tutto preveduto, ed a cui il passato, il

presente, e l'avvenire, sono sempre del pari ad esso in egual grado

astanti, come avrebb'egli mai contrariate queste Leggi medesime che la

sua ineffabile saggezza avea imposte alla natura? Non potendo mai

supporre ch'esse fossero mancanti, si dovrà non per tanto dunque

opinare, che in certe circostanze quelle più non si accordassero cogli

eterni disegni di quest'Essere Supremo, poichè si pretende farci credere

che ha esso dovuto sospenderle, o contrapporle? Inoltre, come si oserà

egli sostenere che un Dio (questi audaci miscredenti persistono ancora)

il quale non ha potuto fare che delle Leggi perfettissime, ed

immutabili, ad ogni esperimento, com'è la sua natura, sia costretto ad

impiegare de' cambiamenti ad oggetto di fare sortire felicemente le di

lui mire divine, o che accordare voglia alle sue creature l'assoluta

possanza di operarli, onde la sua eterna inalterabile volontà resti per

ogni parte compiuta? È egli credibile per alcun modo (essi conchiudono

infine) che un Dio Sommo, ed infinito abbia d'uopo del concorso di un

essere terrigeno, e limitato affine di rendere manifesti sopra la terra

i alti ammirabili prodigj?

Or come superare tali obbjezioni, ed altre moltiplici sì fatte, che

baldanzosi mettono in campo sovente i furibondi avversarj de' miracoli

contro di noi, che pervenuti siamo a conoscerne i veri, ed a

esperimentarne, ad ogni tratto, i salutari effetti? La più efficace

risposta che potremmo noi addurre dalla parte nostra, si è che le vie

dell'onnipossente sono incomprensibili per l'uomo, che un Dio il quale

può creare, e trarre le cose dal niente, e l'edifizio ammirabile

dell'universo dal Caos orrido, informe in cui giacea sepolto, può

altresì tutto rivolgere egli stesso, a suo piacere, in via

straordinaria, e ad un tempo medesimo abilitare i suoi eletti

dell'assoluta facoltà di operare dei prodigj, i quali viemaggiormente

confermano in essi l'amore e la venerazione per l'opifice supremo della

natura.

Ma tuttochè le nostre adotte ragioni sieno troppo bene fondate, ed

inconcusse per elleno medesime, pure i nostri pertinaci oppositori le

riguardano come un debolissimo baluardo per la difesa a cui noi

pretendiamo di farle efficacemente servire; frattanto lasciamo pure

costoro immersi nel paludoso pelago delle loro tenebre deplorabili, e

procuriamo noi di rischiarare le nostre colla fiacola eterna dell'esimia

incontaminata religione, che abbiamo la felicità di professare (156).

Ragionando però con quell'acume di cui al provido Creatore piacque

fornirci onde meglio contemplare possiamo le di lui opere sorprendenti,

noi dunque stabiliremo che un miracolo altro per se stesso non è

(secondo ancora gli odierni sani filosofi, ed i Teologi pure) solo che

un eccezione positiva, e reale alle divine leggi preestabilite della

natura: ma con quali dati giudicare mai possiamo di un miracolo senza

un'esatta, e profonda cognizione di tutto queste Leggi, che l'uomo,

d'altronde, in vano tenterebbe giammai di acquistare sopra le

terra (157)? In tale precaria posizione di deficienza, come potrebb'egli

pervenire in alcun tempo a discernere con qualche probabilità il genuino

carattere de' venerabili miracoli che procedono dalla volontà immediata

onnipossente dell'arbitro disponitore de' Cieli, e della terra, da

quelli che propriamente non sono che il mero effetto qualche volta

dell'accidente, bene di raro della scienza, e molto sovente

dell'astuzia (158)? Mosè operava de' miracoli sorprendenti: ciò è

innegabile, ma frattanto lo Scrittura medesima chiaro ci dimostra che

gli aruspici, ed i maghi dell'Egitto gli operavano essi ancora con

eguale successo (_Exod. C. VII. v. 12_) non è già per questo che noi

titubiamo un solo momento a decidere quali fossero fra questi que'

prodigi emanati direttamente da Dio, e quali conoscessero per prima loro

base l'artifizio, la scienza, o i sortilegj, mentre tutto concorre

intimamente a persuaderci che altri fuori che il solo Mosè non potea

essere il vero depositario degli arcani supremi di un Dio, e l'organo

immediato della di lui Eterna volontà ineffabile, ed altro io quì non

faccio che rendere un semplice ragguaglio meramente dell'ardita

incredulità di certuni per rapporto a' miracoli; ma nulla ostante,

questa nostra convinzione riesce un debole sostegno di difesa, contro

gli assalti ostili degli avversarj; nè ha per se stesso forza bastante a

dissuadere i filosofi del secolo da' loro opposti principj, il quali

prendono tanta maggiore possanza nelle loro menti sovvertite, quanta è

più esorbitante l'affluenza de' miracoli di ogni specie da cui osservasi

inondata tutta la terra dall'origine della sua popolazione fino a' tempi

nostri (159); ed a fronte di tutto il rispetto che protestiamo di

nutrire perpetuamente per i sacri Codici, non meno che per tutto quanto

essi contengono; ci troviamo astretti a dovere confessare con _Bayle_,

che chiunque si è formato delle vere idee dell'ignoranza, della

credulità, e dell'incuria del volgo, riguarderà sempre mai le opinioni

come altrettanto più sospette; quanto che le ritroverà esso più

stabilmente propalate. Gli uomini, per la massima parte, non esaminano

niente, essi lasciansi ciecamente condurre da un abitudine macchinale, o

dall'autorità, e le loro sacre opinioni tradizionali specialmente, sono

quelle appunto ch'essi hanno meno il coraggio, e la capacità di

esaminare; e siccome non è loro permesso di fare uso della propria

ragione sopra questa dilicata materia (160), essi debbono gemere nel più

torpido silenzio, e sopportare con paziente rassegnazione il giogo

ferale ch'essi medesimi s'imposero. Quale solido vantaggio possono

recarci mai tutte quelle regole che ogni settario non ha mancato di

fornirci dal canto suo, come sicure per discernere i veri da' supposti

miracoli, se una volta stabilita questa distinzione, niuno fu mai più

imbarazzato per consolidare il suo trionfo sulle basi medesime del

principio già fissato? Questo inconveniente procede da ciò che la regola

è presa quasi sempre dalla stessa natura delle prove, che ciascuno si

sente capace di produrre, e sostenere; è appunto sopra un tale proposito

che un critico de' nostri tempi dicea: _Un vrai_ _faiseur de miracles

pourrait trancher toute difficulté quelconque à leur égard, en rendant

la vie à un homme au quel on aurait arraché le coeur, ou coupé la tête:

l'esprit raisonneur serait bien humilié à la vue d'un tel prodige_

(_Trait. des mirac. Introd. p. 25._)

Ma ciò che più di ogni altra cosa concorre a disgustare ogni niente

illuminata, e che noi non possiamo contemplare senza fremere, malgrado

il religioso trasporto che intimamente nutriamo per i giusti, e per i

bene fondati miracoli, si è, oltre l'immensa quantità di prodigj, non so

come scaltramente introdotti sulla scena del mondo, il vedere adottare

alla rinfusa come tali le azioni le più ridicole, i più puerili

aneddoti, e le favole più insensate; è in vano che _Crisostomo_ ci

ripete incessantemente che oggi la chiesa più non opera per via di

miracolo non avendone più d'uopo, e che _Agostino_ dopo di avere

seriosamente interrogato perchè mai que' miracoli che operavansi altre

volte più non si miravamo ripetere a' giorni suoi, produce la medesima

ragione: _Cur_, dic'egli, _nunc illa miracula quae praedicatis facta

esse non fiunt? Possem quidem dicere necessaria prius fuisse, quam

crederet mundus, ad hoc ut crederet mundus_ (_Aug. De Civit. Dei Cap.

XXI._)

A fronte di tali autorevoli opposizioni frattanto questi supposti

prodigj ripullulare si mirano bene di frequente fra gli uomini, e ciò

che di peggio si è coll'impronta il più delle volte della menzogna, e

della contraddizione (161).

Da tutto quanto abbiamo fino ad ora significato, non meno per ciò che

riguarda le profezie, che per quello che rapportasi a' miracoli, o alle

intuitive apparizioni che ne fanno parte (162), può illativamente

inferirsi che non v'ha delirio più pericoloso nell'uomo di quello da cui

esso fu sempre mai predominato, cioè di pretendere a tutta forza di

rivelare quegli arcani avvenimenti, che Dio volle rendere occulti alla

sua specie, avviluppandogli in una oscura notte, senza lasciargli

neppure la debole speranza di potergli in alcuna maniera

penetrare (163). Egli si schernisce de' superbi mortali che tentano di

portare arditamente le loro inquiete ricerche oltre il punto che fu ai

medesimi prescritto, e che all'umana deficienza si compete. Fu ricercato

un giorno ad un filosofo ciò ch'egli opinerebbe se vedesse il sole

arrestarsi nel suo corso (cioè se l'annua rivoluzione della terra

intorno quest'astro cessasse); se tutti i morti resuscitassero in sua

presenza; se gli uomini si metamorfosassero in bruti, e tutto ciò per

provare qualche verità importante, come per esempio, l'efficacia del

_Lampadario_ del _Sabato_, o la _grazia versatile_; ciò che io penserei

rispose il filosofo? Io mi farei tosto Manicheo; io direi che avvi

assolutamente un principio nella natura che rovescia, e disordina tutto

ciò che un'altro avea precedentemente disposto, e sistemato.

V'ha poche persone sulla terra le quali soddisfatte unicamente del

presente, non inclinino d'imbarazzarsi dell'avvenire; questa esemplare

condotta l'appannaggio de' sani, e de' religiosi filosofi, essi sanno

che è un eccesso di demenza quello di tentare l'acquisto della

cognizione di ciò che per se stesso dovrà essere eternamente

impenetrabile alla mente dell'uomo (164); e persuasi di non potere

risentire alcun solido vantaggio a sapere ciò che dee necessariamente

succedere, solo restano paghi del presente, riconoscendo, per

esperienza, quanto riesce malagevole per l'uomo di tormentarsi

futilmente per l'avvenire: _Ne utile quidem_ (riflette sensatamente

Cicerone) _est scire quid futurum sit; miserum est enim nihil

proficientem angi_ (_De Nat. Deor. Lib. III. Cap. 6._)

La facilità di credere, e l'orgoglio smodato di volere tutto conoscere,

verità infinite volte rimarcata da' saggi, furono sempre mai le due

funeste inesauribili sorgenti di tutti gli errori degradanti, che

oscurarono i pregi della primitiva religione de' popoli, e resero lo

spirito umano incapace di lumi, di coltura, e di ragione: _Dans tous les

siecles, et dans tous les pays_ (osserva l'erudito _Freret_, _mem. de

l'Acad. des Inscrip. T. 23. p. 187_) _les hommes ont été également

avides de connoítre l'avenir, et cette curiosité doit être regardée

comme le principe de presque toutes les pratiques superstitieuses qui

ont defigurée la Religion primitive chez tous les peuples_.

I veri dotti parlano dubbiosamente delle cose dubbiose, e non esitano di

confessare con ingenuo candore, la loro propria incapacità relativamente

a quelle che oltrepassano la portata dello spirito umano; è ben vero

ch'essi credono di sapere molto meno cose di ciò che orgogliosamente

vantano coloro che pretendono tutte conoscerle; ma almeno i primi sono

garantiti di quelle ch'essi sanno, quando gli ultimi all'opposto

ignorano eziandio quelle ch'essi immaginano di conoscere con evidenza.

Quanti prodigj sparirebbero, in fine dalle menti ottenebrate de' popoli,

quanti miracoli cesserebbero di essere tali in faccia di essi, se gli

uomini volessero assumere l'ardua impresa di ripiegarsi un solo istante

sopra essi medesimi, di ponderare accuratamente tutto ciò che si passa

nel loro proprio individuo, e in tutti gli esseri che gli circondano;

eglino allora si assicurerebbero, con positiva certezza, della causa

necessaria che tutto regge, che tutto dispone, ed alimenta

nell'universo, essi riconoscerebbero altresì con perfetta cognizione di

causa, che ciò che volgarmente chiamasi miracolo, prodigio, cosa

straordinaria, altro per se stesso non è che la conseguenza immediata

della maniera di esistere del nostro mondo, di cui il disordine

apparente, o reale, rientra nell'ordine preestabilito dal provido

consiglio del suo Eterno Creatore. Con tale mezzo essi resterebbero

ampliamente convinti di una verità sì urgente, e sì essenziale alla loro

felicità, ed alla loro tranquillità inalterabile: quindi è perchè la

natura, non meno che le sue intime proprietà saranno mai sempre un

mistero indissolubile per l'uomo, il quale spera indarno di penetrarvi

giammai, fino a tanto che desso non si determinerà di proposito ad

opinare, ed a credere fermamente col più saggio filosofo della Grecia

(_Socrate_) che le cose che sono al di sopra della condizione umana,

riescono affatto straniere per noi, e sotto qualunque siasi aspetto che

si riguardino, concernere non ci possono giammai di sorte alcuna, come

appartenere non potrebbe al corpo nostro un sesto senso esterno, di cui

non potremmo in verun modo concepire un'idea.

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 20 / 23 段