Da quanto i monumenti più lontani ci contestano, resta sensibilmente

dimostrato, che l'arte di vaticinare l'avvenire, riconosce la sua

primitiva sorgente dalla più remota antichità (146); e che in ogni epoca

il mondo fu sempre, e ovunque pieno di falsi, come di veridici profeti,

di sibille, di aruspici, ed indovini (147); e ciò che rendeva molto più

comune, e più esteso questo mestiere si era, che non essendo esso, nè

una marca distintiva di qualche rango qualificato, nè esigendo vaste

cognizioni per riuscirvi, chiunque fingeva di avere, o avea infatti una

intuizione particolare, od un estasi divina, annunziava l'avvenire ad

alta voce, o ballando, o cantando al suono del salterio; noi lo

rimarchiamo, fra i tanti altri nella persona di _Saulle_, il quale, con

sorpresa di tutto il popolo, si vide fare il Profeta, non ostante

ch'egli fosse in disgrazia dello spirito divino, come apparisce dalle

sacre pagine medesime (148).

Per altro, la situazione avventurosa nella quale dovette necessariamente

ritrovarsi il primo vaticinatore che comparve fra i mortali, avrà, senza

dubbio, eccitata l'emulazione, e forse ancora l'invidia di tutto il

resto degli uomini, su' quali la di lui arte sorprendente, e tutto

nuova, gli avrebbe accordato un assoluto, e quasi incontrastabile

diritto di primazia; è infatti allora, che si sarà veduto comparire una

folla immensa di estatici divinizzatori, tutti opposti a vicenda ne'

loro principj, ed ancora più discrepanti nelle conclusive illazioni che

dessi ne traevano; ed allora quando trattavasi che uno di questi

antiveggenti prefiggevasi di abbattere come assurde, o ripugnanti le

predizioni del di lui antagonista, le più deboli, e inconcludenti

ragioni bastavano ad effettuarlo, giacchè regolarmente il trionfo nelle

controversie teologiche suole spiegarsi per colui che è il primo

attaccante. I vantaggi diventando alternativi, e reciproci, si sarà

dovuto ricorrere da entrambe le parti a' prodigj, affine di sforzarsi a

rendere più autorevole con tale mezzo la supposta efficacia della

vantata missione, come osservasi che fece appunto con tanto successo il

vero Profeta Elia, quando volle sensibilmente convincere di menzogna i

falsi Profeti di Acabbo Sovrano d'Israel (_Reg. I. v. 21 e seg._)

E che? Forse di tutto ciò la scrittura medesima, non ce ne somministra

essa le prove le più convincenti, e irrefragabili? Non è forse

precisamente quella, che in tante circostanze chiaro ci partecipa la

discordia inveterata, che allignava fra gli stessi Profeti d'Israel, che

supporre non dobbiamo nè mendaci, ne impostori? E l'accanimento

inesorabile che manifestavano a vicenda, non andava fino ad oltraggiarsi

villanamente, ed a trattarsi gli uni gli altri da forsennati, da

visionarj, da mentitori, da scaltri? (149) Non si saprebbe certamente

come conciliare il ministero eccelso a cui erano essi chiamati

d'accordo; tutti egualmente _Nebiim_ (Profeti), tutti organi, e veggenti

di una stessa consolante religione, e tutti finalmente interpreti del

pari dell'eterna volontà medesima di un solo Essere Supremo, colla sì

detestabile maniera di procedere fra di essi (150).

Or senza la debita venerazione che protestiamo nutrire intimamente per i

Profeti dell'Israelismo, quanto non comparirebbero essi mai ributtanti e

opposti allo spirito che gli animava, guidati come apparivano essere

mutuamente di continuo, dal livore, dalla detrazione? Ma il rispetto

integerrimo che nutriamo pe' medesimi, non meno che per gli oracoli che

pronunziavano ce gli rende in gran parte scusabili, e ci fa d'altronde

persuadere che tutto quanto fu da noi riferito a loro riguardo, non

fosse a' medesimi accaduto che in visione meramente, come di tante altre

gesta operate da quelli avvenne, e che per eterna confusione de'

miscredenti, io mi credo in dovere di riportare in chiari sensi nel

Capitolo seguente.

(144) Il popolo (come sensatamente lo rimarca _Graziano_ nel suo

_Criticon p. 415._) arresta la sua immaginazione su' primi oggetti che

lo percuotono; le apparenze penetrano il suo spirito, lo predominano, ed

incapace lo rendono di approfondire le verità, che possono essere

racchiuse nelle cose; sempre più imbecille in rapporto alla più forte, o

più debole impressione che i medesimi fanno sull'animo suo, esso non

cura giammai d'illuminarsi sopra i di lui veri interessi; l'esteriore lo

arresta, lo seduce, e attonito lo rende; la semplice verità, la pretta

ragione, spogliata dalle chimere che sono ad esso artifiziosamente

insinuate, sembragli troppo nuda; esso cerca qualche cosa di

straordinario, che questa sia vera, o falsa poco gli cale, basta che lo

spirito vengane ammaliato, e percosso; è perciò che le fantastiche

visioni de' mitologici, hanno sovente ritrovata cieca fede presso il

Gentilesimo, e che gli altri popoli, che ne successero hanno riguardato

sempre con illimitata venerazione tutto quanto venne a' medesimi

trasmesso dalle loro differenti orali tradizioni. Quindi è, per ultimo,

che la sua credulità macchinale sorpassa di gran lunga la scaltrezza di

coloro che cercano di trarre partito dalla sua pieghevole buona fede, e

se alcuno tentasse per accidente (come fu altrove già da noi avvertito)

di fare risplendere nel centro dell'umana società la fiaccola eterna

della ragione, è generalmente riguardato come l'innovatore della

credenza de' suoi simili, come un'individuo sospetto, e forse ancora

convinto di miscredenza, e di appostasia: in una parola, chiunque brama

di vivere in grazia della moltitudine, a meno che non pensi come Orazio

(_Epist. XIX. Lib. 1._), il quale solea dire,

_Non ego ventosae plebis suffragia venor_,

dee studiarsi accuratamente di rendersi più caro questo ceto, di

qualunque siasi altro.

(145) Lancisi uno sguardo ponderatore nelle istorie le più classiche del

mondo, si considerino esattamente i dogmi conosciuti, e adottati da

tutti i suoi primi abitatori, se ne faccia il dettagliato confronto con

quelli che si mirano praticare attualmente dalle nazioni de' tempi

odierni, e si vedrà non esservi cerimonia praticata dalle antiche

popolazioni dell'universo, che le religioni che conosciamo nella nostra

età, non ne abbiano conservate le traccie, non lo seguitino ancora col

più deciso trasporto. Per convincervi di questa verità innegabile di

simile natura, che non è mio disegno già di riportare, non abbiamo che

consultare diligentemente il _P. Accosta_, _Pietro martire_, il _Paw_,

ed il _Raynal_, ed i più accreditati viaggiatori, i quali c'instruiranno

con la massima esattezza possibile di tale massima conformità di cui

parliamo, la quale non ha lasciato, per altro, di somministrare, al

solito, qualche debole argomento agl'irrequieti miscredenti contro

l'esimia Religione che felicemente professiamo.

(146) Molti critici sono di ferma opinione, che _Enosh_ fosse il primo

institutore dell'ordine de' Profeti, che si rese in seguito manifesto

fra gli uomini, mentre desso fu il primo, per quanto si assicura, ad

invocare il nome dell'Essere Supremo, e quest'ordine, si suppone essere

stato successivamente diviso in molti altri, quali di maggiore, e quali

di minore credito, siccome rilevar lo possiamo agevolmente dalla stessa

Scrittura.

(147) _Balaamo_ sebbene non Ebreo, ma Pagano, mirasi frattanto

annoverato nella categoria de' Profeti, secondo tutto quanto a suo

riguardo ci narra espressamente la Scrittura, e noi rimarcheremo nel

Capitolo seguente, esservene stati molti altri fuori degli Ebrei che

operarono delle cose che sembrano prodigj, nella guisa che fecero

appunto i maghi dell'Egitto, alla presenza dello stesso Mosè inviato da

Dio; dal che si comprende che la profezia, o le predizioni, od i prodigi

medesimi, non erano sempre il contrassegno positivo, ed infallibile

della santità di una persona, o della perfezione inalterabile delle di

lui qualità individuali.

I Pagani ebbero pur essi parimente in quest'arte delle femmine, che ne

riescirono molto perite, come sono state appunto le rinomate Sibille; ed

i sogni di _Abimelek_, di _Faraone_, di _Baldassar_, e di altri

siffatti, erano altrettante immediate rivelazioni positive di ciò che

accadere dovea in lontano avvenire, e che realizzate poscia si videro un

giorno quali erano precisamente indicate, come la Scrittura chiaro ce ne

instruisce, allorchè ad essa emerge di parlare di simili soggetti.

È ben vero, per altro, che quando noi rendiamo omaggio a quelle verità,

che predicono certi Profeti, che non meriterebbero d'altronde la nostra

buona fede, noi non onoriamo già in simile caso, il Profeta che parla, e

che antivede, ma quell'essere unicamente che lo abilita a parlare, e che

lo inspira; poichè come lo riflette Ambrogio: _non confitentis meritum,

sed vocantis oraculum est revelante Dei gratia_ _S. Ambr. Lib. VI. Cap.

37._

(148) Si legge nel _Cap. X. del primo Lib. de' Re_, che Saulle

ritornando da Rama, dove il Profeta Samuel gli avea conferita l'unzione

regale, incontrò nella Città di Gabaa uno stuolo numeroso di Profeti che

cantavano al suono di concerti d'istrumenti musicali, e che Dio avendolo

riempiuto del suo spirito, si mise pur esso a profetizzare ad alta voce,

co' medesimi.

D'altronde, per quanto apparisce dalla stessa Scrittura, sembra che

l'arte della Profezia non andasse mai disgiunta da quella della musica

specialmente istromentale, mentre dessa ci fa chiaramente capire, che

_Assaff_, Heman, ed alcuni altri di tal fatta, profetizzavano

continuamente suonando le Arpe, i Cembali, ed i Salteri, accompagnandoli

talvolta coll'armonioso concerto delle loro voci.

(149) Chi non fremerebbe ad un tale proposito d'intendere esclamare

_Ossea_ (_Cap. 9._) _Stultum, et insanum prophetam, insanum verum

spiritualem_? E _Sofonìa_, quando dicea che i _Profeti di Gerusalem sono

stravaganti uomini senza fede_? Che diremo noi di quello schiaffo sonoro

che il Profeta _Sedechia_ vibrò impetuosamente al Profeta _Michea_

ritrovatolo a predire de' vaticinj calamitosi al Re di Samaria,

dicendogli: _Come mai lo spirito di Dio è egli partito da me, per

trasferirsi a te?_ (_Paralip. c. 18._) _Geremia_ il quale profetizzava

in favore di Nabuccodonosor inflessibile tiranno del Popolo d'Israel, si

era messo delle corde al collo, ed un giogo sul dorso, poichè secondo

lui questo era un simbolo, ed esso dovea mandare questo simbolo a'

limitrofi Regoluzzi differenti per invitargli a sottomettersi allo

stesso Nabuccodonosor: il Profeta _Anania_ che riguardava Geremia come

un veggente sospetto, e degno di poca fede, gli svelle a gran forza le

sue corde, gliele spezza, e getta il di lui basto a terra. Questi non

sono già certamente gli effetti delle visioni intuitive di un Dio, ma

quelli altresì dell'orgoglio, e della imbecillità dell'uomo abbandonato

a se stesso, ed alle sue proprie tumultuose passioni.

(150) Il termine נבאים (nebiim) plurale di נביא _Profeta_ viene dal

verbo נבא (naba) che significa _predire_, _indovinare_; e questo

vocabolo è variamente preso nella Scrittura in rapporto alle persone

differenti che sono state rivestite di simile attributo. È però da

rimarcarsi che l'ispezione principale de' Profeti era negli antichi

tempi quella di raccogliere gli atti di tutto ciò che si passava di

considerabile nella Giudea, e di scrivere i libri sacri, non tacendo

pero ch'essi aveano inoltre la qualità di Oratori pubblici, e come tali

arringavano in presenza del Popolo, secondo il bisogno dello stato,

predicevano gli infortunj da' quali era esso minacciato, e Dio servivasi

del loro mezzo per rendere noto al mondo la sua eterna volontà, e per

rilevare le cose occulte. Queste arringhe, o Profezìe erano registrate,

e conservate negli Archivj della stessa maniera di tutti gli altri atti,

o documenti; distribuivasene ancora molte copie affinchè il popolo

poteste leggerle a suo libero piacere, e ad un tempo medesimo emendarsi

colle salutari esortazioni che vi si contenevano.

Queste grazie straordinarie del Cielo facevano loro conferire il nome di

_veggenti_, come si rimarca in Saulle, il quale volendo consultare il

Profeta Samuel sulla perdita degli armenti del di lui genitore, e

prendere cognizione da esso del luogo in cui potevano quelli ritrovarsi,

egli domandò ad alcune ragazze che ha incontrate _Nam hic videns?_ (_1.

de Reg. Cap. 9_); e nello stesso Cap. vi si legge inoltre che ne' tempi

di Samuel, quelli che noi distinguiamo col carattere di Profeti non

erano allora chiamati che veggenti; e quindi supponibile che non si

chiamassero tali, se non se per ch'essi vedevano da lontano le cose che

dovevano accadere, e rivelavano ciò che era occulto al resto degli

uomini.

Aggiungasi ancora che un tempo si è dato pure il nome di Profeti a certe

persone, le quali viveano separate dal resto del mondo, adunandosi

unicamente a certe fissate ore del giorno, e della notte per tenere

delle conferenze sulle scritture, per cantare gli encomj del Creatore,

quali solevano accompagnare sovente da varj armonici strumenti, e ciò ad

oggetto di eccitarsi meglio alla devozione, ed alla vita religiosa, e

contemplativa che si erano prescelta.

CAPITOLO XVIII.

Continuazione del medesimo soggetto.

Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità

essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo

era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere

la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed

anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti,

senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro

talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del

popolo. Ne sono un esempio autentico _Amos_ il quale era boaro, ed

_Eliseo_ lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità

della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda

è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale,

poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e

vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a

tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile:

la terza finalmente è quella che appoggia il _Maimonide_ (_Morè Nevoh.

p. 2. Cap. 32. p. 285_), cioè che la profezia non allignava giammai solo

che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni

esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute

necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º

un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in

ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha

giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un

anima reproba, od un uomo perverso (_Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4_).

Veduti che abbiamo i requisiti necessarj, e conosciute quanto basta le

qualità essenziali che debbono caratterizzare il Divinizzatore, o il

Profeta, senza fermarci quì ad investigare più oltre l'intimo valore

delle preallegate opinioni, onde adottare l'una in preferenza

dell'altra, noi possiamo ragionevolmente conchiudere che la sola

vocazione divina, munita di una sana morale, era quella unicamente che

formava in massima i profeti, senza riguardo alcuno al temperamento

rettificato dallo studio, nel modo, che lo pretendono i Rabbini

fermamente, nè all'interno declivio naturale degli uomini, od alla

riscaldata immaginazione dei medesimi, come bizzarramente lo suppone

_Spinosa_ unito a' suoi miscredenti fautori.

Ora passiamo ad esaminare le predizioni, le gesta; o le profezie di sì

fatti veggenti, onde possiamo fondatamente desumere in quale senso

debbono essere quelle propriamente intese, e quale per tanto è

l'adeguato valore che può ad esse meritamente convenire.

Fra i moltiplici scrittori, che hanno di proposito ragionato con

criterio, sopra questa materia, il _Maimonide_ sensatamente pretende

(_Morè Nevoh. p. 1. Cap. 21 e 30_) che quasi tutte le azioni che sono

dal volgo attribuite generalmente a' Profeti come vere, e reali, quelle

non si debbono intendere, soltanto, che in sogno meramente, in estasi, o

in visione come quando la scrittura ci descrive l'apparizione degli

angeli ad Abramo sotto mentita spoglia umana (_Gen. Cap. 18. v. 9_); la

lotta sostenuta prodemente da Jacob col messaggere celeste, in sembianze

di uomo (_Ibid. Cap. 32. v. 25 e 26_); il colloquio di Eva Col serpente

(_Ibid. Cap. 3. v. 3_) quello di Balaamo colla di lui asina che

cavalcava (_Num. Cap. 22. v. 28_), ed un gran numero di altre

apparizioni sì fatte, le quali ben lungi del considerarle, coll'ignara

moltitudine, visibilmente accadute, non debbono quelle, secondo lui

essere intese nè spiegate alla lettera, ma in semplice visione, o sogno

intuitivo, dove propriamente consiste la base radicale della profezie;

lo stesso dicasi come allorquando i Profeti parlano di un cammino, che i

medesimi hanno fatto da un luogo all'altro, dell'intervallo di tempo che

ci hanno i medesimi impiegato, e di tante altre simili cose che

testificano di avere mirabilmente operato in molte foggie differenti,

ciò, che lo stesso autore prova col mezzo di vari sensibili esempi della

scrittura.

Infatti quale altro espediente più efficace di questo potrebbe giammai

sottrarre dalle invettive pertinaci de' traviati miscredenti, certe

profezie che sembrano, ad ogni riguardo, assolutamente ripugnare al buon

senso, e fare insulto alla ragione, se non si riguardassero in massima

come semplici visioni; ma che, al contrario, prese quelle fossero alla

lettera? Quindi seguendo il senso meramente letterale della volgata,

cosa potrebbe mai opinarsi di un Ossea, a cui Dio comanda di prendere

una meretrice, e di avere de' figli di meretrice? _Vade sume tibi uxorem

fornicationem, et fac tibi filios fornicationum_ (_Ossea Cap. 1._) al

che il Profeta immediatamente obbedendo prese _Gomer_ figlia di Ebalaim

dalla quale poscia ebbe tre figli: quale giudizio dovremo noi fare di un

_Ezechiello_ che dice d'avere dormito 360 giorni consecutivi sulla parte

sinistra del di lui corpo, e 40 sulla diritta, di avere trangugiato un

libro di pergamena, di avere mangiato del pane coll'escremento umano per

comando dell'Essere Supremo? (_Ezech. Cap. 3. v. 1 e 2, e Cap. 4. v. 4,

5, 6_) Cosa potrà dirsi mai del proposito indecente che lo stesso

Profeta fa tenere al Creatore del mondo colla giovine _Oolla_? (_Ibid.

Cap. 23. v. 2, 3, 4_) che penseremo noi di vedere camminare _Isaia_

interamente nudo per le' pubbliche contrade di Gerosolima, durante lo

spazio di tre anni? (_Is. Cap. 20, v. 2 e 3_) Cosa conchiuderemo noi di

_Eliseo_, allorchè trovasi che fece divorare 40 fanciulli dagli orsi,

per averlo derisivamente chiamato testa calva? (_Reg. II. Cap. 2. v.

23_) Cosa diverebbero per ultimo essi mai, questi, e molti altri

aneddoti della medesima natura, di cui sono pieni ovunque tutti i

Profeti, presi nel senso materiale quali si leggono? Ben lontano dal

conciliarsi la nostra ammirazione, il nostro affetto, essi non farebbero

certamente che attirarsi la nostra ripugnanza, il nostro obblìo ma

riguardandoli nel modo che l'insigne Maimonide ci esorta, noi allora,

senza mettere alla tortura la ragione, possiamo a colpo sicuro dissipare

le oltraggianti, quanto insensate opposizioni degl'increduli, e quelle

dello Spinosa in particolare (151); dimostrando loro con evidenza che un

sogno può bene farci comparire stravaganti qualche volta in faccia delle

persone veglianti; ma che d'altronde lo stupore cessa, il folto velo

dell'illusione si squarcia in mille brani, tosto che noi riprendiamo

sicuri la uso degli assopiti nostri sensi, e che discernere possiamo con

tutto quell'acume di cui siamo capaci, il vero che c'illumina, e ci

giova, dall'apparente che ad ognora c'inganna orribilmente, e ci seduce.

Lo stesso proposito è da tenersi parimente delle infinite predizioni

fatte da' medesimi Profeti, le quali prese alla lettera ci

trascinerebbero esce pure nel più imbarazzante labirinto di ostacoli, e

di assurdi, e forse ancora diminuirebbero in noi quella dose di buona

fede, che concepire dobbiamo a loro riguardo.

Ma se deviando un solo istante dal nostro incamminato sentiere,

trasportare volessimo la nostra mente fino a contemplare il vortice

immenso delle numerose predizioni trasmesseci da' Codici tradizionali di

altri popoli, noi ve ne troveremmo, senza, dubbio, di quelle che

dovrebbero in ogni senso eccitare le nostra commiserazione, il nostro

scherno (152).

Ma quanti fabbricatori di sì fatte predizioni, non ci offre mai

l'Istoria de' secoli decorsi? Per altro, molti fra essi, non potendo più

a lungo dissimulare la ridicolezza, e l'inverosimiglianza delle

medesime, non hanno esitato di confessare apertamente con _Curzio_:

_Equidem plura transcribo quam credo, nam nec adfirmare sustineo de

quibus dubito, nec subducere quae accepi_ (153).

Però non ci diffondiamo di soverchio sopra una materia, che niun

vantaggio solido può sicuramente recarci di approfondire, o discutere, e

solo avanti di porre l'estremo fine al soggetto di cui trattiamo, non mi

sembra inutile assunto di fare quì una rapida menzione della tanto

decantata _voce intuitiva_ che facevasi armonicamente intendere presso

gli ebrei antichi, e da' quali si foce tenere le veci, ed il carattere

di profezia, dopo che l'influenza Divina di questa, venne interamente a

cessare nel Popolo d'Israel (154).

Il Talmud fra i moltiplici gradi di profezia che il medesimo distingue,

pretende annoverare una certa voce che scaturiva dal centro degli

oggetti, e che facevasi capire dagli astanti in chiari, e bene espressi

accenti, della quale voce, aggiugnesi da quello, Dio non servivasi per

parlare a' Profeti che di notte (Vedi luogo citato). È dunque da tale

voce intuitiva, che i Rabbini ricavarono (come lo abbiamo testè

osservato) il loro Batkol, ovvero _figlia della voce_, la quale

asseriscono che supplisse nel secondo tempio alla interna inspirazione

recondita de' Profeti, adducendo per comprovarlo l'Istoria di _Samuel_,

e quella di _Nghelly_, scossi entrambi per tre volte dall'eccitamento

che cagionato avea loro questa voce (_Sam. I. Cap. 3. v. 4. e seg._) per

ben tre volte ripetuta; e gli stessi Rabbini agitando fra essi

alternativamente qualche teologica questione, si pretende che nel

bollore della medesima, impetrassero l'assistenza di tale voce, volendo

ch'ella decidesse da quale parte era il torto, e quale dovea meritamente

aspirare alla vittoria sul partito antagonista; le accanite

interminabili controversie che si agitavano di tanto in tanto dalle due

più rinomate accademie della Giudea, quella d'_Illel_, e quella di

_Sciamaj_ ne formano la prova incontestabile; esse l'invocavano molto

sovente (Ved. Pirchè Avoth Cap. VII.) e infatti i Rabbini si accordano a

sostenere che quella voce sovrumana si udisse realmente proferire

secondo le circostanze, l'opportunità, ed il bisogno הלכה כבית הילל

(Alahah chebet Illel) cioè; _la Decisione è secondo Illel_, se

l'opinione di questi fosse stata la più ammissibile: ovvero הלכה כבית

שמאי (Alahah chebet Sciamai) cioè, _la Decisione è secondo Sciamai_, nel

caso contrario.

Tali erano dunque gli effetti, per quanto ci è noto, di quella

portentosa così nomata _figlia della voce_, ritrovata, come si disse,

nella cessazione, o nel deperimento della inspirazione occulta che

animava i vetusti Profeti del Popolo d'Israel, e di cui facevasi tenere

le qualità, e le veci equivalenti.

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 19 / 23 段