Or se gli antichi farisei, come è provato; altro per essi medesimi non

sono, in massima, che il prototipo genuino de' recenti Settatori del

Talmud, non abbiamo che richiamare il Culto che si esercita da questi,

perchè la religione che professavasi da quelli rendacisi a prima vista

dimostrata con evidenza. Il loro fondamentale principio era l'esistenza

dell'Essere Supremo, e l'immortalità dell'anima umana; essi ammettevano

il purgatorio, e l'inferno, ed erano, così pare, intimamente persuasi

che esistessero delle anime le quali erano vaganti sulla terra, e

condannate a dover fare penitenza vicino al corpo che avevano esse

abbandonato; tale appunto, in ogni senso, è l'opinione della massima

parte de' Rabbini (138). Essi credevano inoltre fermamente la

_Metempsicosi_ in punizione de' peccati commessi in questa vita;

volevano che le anime infette da reprobe inclinazioni, e che avevano

contratte delle abitudini terrestri, e viziose, passassero dopo la morte

nei corpi delle bestie, invece che le anime integre, ed illibate

andrebbero ed animare i corpi umani i meglio organizzati, i più sani, e

i più perfetti (139). Questo dogma era pure in gran voga presso gli

orientali, e molti sono anche di parere ch'essi ne sieno stati gli

inventori, e che lo stesso Pitagora, che fu riguardato il primo ad

introdurlo fra gli uomini lo abbia tratto propriamente da' soli

orientali (140).

Non si è parimenti mancato di imputare i farisei di partigianismo del

destino, e creduli all'eccesso dell'influenza de' pianeti non meno sulle

erbe, e sugli elementi, che sopra tutto il corpo umano (141).

Ecco tutto quanto possiamo noi di proposito asserire intorno alla Setta

de' farisei, sulla quale fummo costretti a digredire forse di soverchio,

attesa la prossima analogia che rimarcasi fra la pratica del Culto

conosciuto da essa, ed il sistema di religione seguitato dal popolo

Israelitico de' nostri tempi, ommettendo però le sottili classificazioni

fatte da' Rabbini per rapporto e questa Setta (142); e tale è la

descrizione che ci parve conveniente di potere dare delle altre Sette,

delle quali abbiamo fin quì diffusamente ragionato, come quelle che

fecero più strepito, e che maggiormente si distinsero nell'ebreismo con

una tenue differenza però rimarcata da' Critici fra le medesime, che i

Saducei accordavano troppo alla libertà dell'uomo; essi, come

l'osservano appunto varj autori moderni erano gli antenati di

_Celestio_, e di _Pelagio_, che rendevano l'uomo l'arbitro delle proprie

sue azioni, e della sua sorte; gli Esseni davano tutto al destino, ed

inclinavano alle parte degli Stoici da' quali avevano essi presa la dura

morale, ed i costumi feroci; i farisei tenevano la via di mezzo fra

queste due Sette, come si può chiaramente rilevarlo da quanto abbiamo

significato altrove per rapporto a' medesimi Settarj; in somma, si può

giustamente conchiudere che i farisei erano _Semipelagiani_; i Saducei

_Pelagiani_; e gli Esseni _Predestinatisti_; avendo noi stimato affatto

indifferente di riportare tutte quelle altre Sette oscure, formate dagli

entusiasti delle testè accennate Sette, come sarebbero i _Gortemani_, i

_Masbotei_, i _Genisti_, i _Meristi_, e varie altre che non giova quì

annoverare, e dei quali i soli nomi sarebbero appena conosciuti oggi da

noi, se _Voltaire_ non ce gli avesse fatti, pervenire alla nostra

cognizione.

Vi fu ancora un altra Setta denominata _Evadiana_, ma ignorandosi

l'epoca precisa da cui la medesima cominciò a prendere voga, ed i

principj su' quali essa reggevasi, noi non ne faremo ulteriore menzione

di sorte alcuna, tanto più che si pretende, ch'ella non durasse al di là

del tempo che durò la fortuna, il credito, e la possanza d'Erode,

generalmente riguardato suo capo, e fondatore.

Ma avanti di terminare questo proposito interessante delle Sette

dell'ebreismo, tacere sicuramente non dobbiamo quella che per lo scisma

terribile che ella sparse nelle contrade tutte della Giudea, può essere

posta al confronto di tutte le altre poco fa indicate. Questa è dunque

la Setta denominata _Samaritana_.

Or quantunque lo scisma di questi Settarj, non potesse propriamente

cominciare a prodursi che nell'epoca della dissoluzione delle dieci

tribù suscitata da _Geroboamo_, poichè è in conseguenza di essa che

avvenne la loro più antica separazione; non per tanto i Samaritani non

volendo riconoscere questo capo di ribelli per loro fondatore legittimo,

essi rimontano fino a Jesuè, e sostengono essere egli quello che edificò

il loro Tempio sulla montagna di _Gurizim_, e nel quale hanno essi per

lungo tempo dopo, sempre adorato il creatore Supremo, ed esercitate le

cerimonie, e i riti che ad essi prescriveva il loro Culto.

La scrittura, per altro, in chiari sensi, ci significa che gl'Israeliti

i quali abitavano la provincia di Samaria essendo stati vinti, e

sconfitti da _Salmanasar_, e la Città presa (_II. Reg. 15_) il di lui

successore _Assaradon_ vi fissò altre colonie in loro luogo; queste

abbracciarono una parte della Religione Israelitica, e rigettarono

l'altra; esse non vollero più alcuna specie di relazione cogli altri

ebrei dimoranti in Gerusalem, e perciò appunto i medesimi desisterono di

andarvi, così dunque avvenne che questi diventarono mutuamente

implacabili nemici, come lo sarebbero a' nostri giorni ancora, se ve

n'esistessero fra noi; la loro dissenzione ha sopravissuto alla loro

patria, che si vuole essere stata _Samaria_; da cui quella Setta ripete

precisamente il suo nome, e la capitale di essa era _Sichem_, calcolata

ad una distanza di dieci delle nostre leghe da Gerusalem; l'attiguità

così limitrofa fu una ragione di più per questi due partiti

dell'Israelismo di perpetuare l'un l'altro il loro accanimento

inesorabile.

Non ostante però che i Samaritani abbiano avuto fra loro de' profeti,

essi frattanto non ne ammettevano alcuno come sacro fra i loro libri

canonici, contentandosi del solo Pentateuco; essi sono positivamente

uniformi cogli altri ebrei nell'osservanza delle feste le più solenni, e

principali; essi ammettono la stessa circoncisione, sono rigorosissimi

nell'osservanza del sabato, benchè vi apponghino delle notabili

modificazioni; essi riguardano l'umiltà, e l'indigenza come un voto

necessario, analogo allo stato di umiliazione, a cui sono attualmente

ridotti que' meschini residui di essi, che esistono soggetti al dominio

musulmano di cui nè le leggi, nè il governo sono veramente molto

incoraggianti. Ecco tutto quanto possiamo noi asserire di verosimile,

relativamente alla Setta de' Samaritani, non iscorgendovi alcuna solida

utilità in un dettaglio più circostanziato, e più diffuso (143).

Tali sono infine dunque le nozioni generalmente considerate le più

ovvie, e le più ammissibili che abbiamo potuto attignere da limpida

sorgente intorno a quelle Sette, delle quali fu da noi ragionato

estesamente fino ad ora, e che osservammo scaturite dal seno

dell'Israelismo antico. Ma questa materia essendo già state

sufficientemente esaurita quanto il bisogno nostro lo esigeva, passare

ora ci è duopo ad altro soggetto non meno urgente a conoscersi, ma di

quello assai più necessario al caso nostro, ed infinitamente più utile,

e più interessante al progresso felice del piano salutare, che ci siamo

quì proposti di stabilire.

(134) I farisei sostenevano, con asseveranza, che oltre la Legge data

sul prodigioso monte di Sinaj a Mosè dall'Essere Supremo, questi avesse

confidato verbalmente allo stesso Legislatore un gran numero di riti,

dogmi, e Cerimonie, ch'esso avea fatto indi passare alla posterità senza

scriverle; essi giugnevano per fino a nominare gl'individui, dalle

bocche de' quali queste tradizioni furono fino a' loro tempi

genuinamente tramandate; essi attribuivano loro il valore, e l'autorità

stessa del Pentateuco, supponendole per le tradizioni, come lo rimarca

sensatamente _Bayle_, è passato da' farisei antichi a' farisei moderni;

se quelli le difendevano con ogni sforzo, ed accanimento, questi col più

deciso entusiasmo sostengono che chiunque, o rigetta, o mette in dubbio

un solo istante la Legge Orale dee essere considerato come un מין (min)

_appostata_, o eretico, e per conseguenza è dannato irremissibilmente

nell'altra vita, e reo di morte in questa, una veruna formalità di

processo; e noi abbiamo a sufficienza già fatto conoscere altrove l'odio

inesorabile che nutrono gli ebrei Talmudisti contro i Settatori Caraiti,

pertinacemente attaccati alle semplici scritture, senza volere conoscere

tradizione di sorte alcuna, ed il disprezzo con cui per altra parte

questi trattano i primi per vederli sovente preferire i mistici fantasmi

tradizionali che traviano la mente, alla chiara semplicità della

scrittura, che edifica il cuore.

(135) Se è vero quanto si narra de' farisei, non dobbiamo più

sorprenderci che un tale ascendente acquistassero i medesimi sull'animo

specialmente degl'Israeliti ammaliati da quelle penitenze apparenti

esercitate astutamente da' medesimi di gran lunga più austere di quelle

de' frati della Trappa, e di altri più ascetici eremiti dei nostri

tempi: si vuole ch'essi si privassero del sonno cotanto necessario alla

conservazione dell'animale vivente, che digiunassero frequentemente, e

lungo tempo, che si coricassero sui bronchi, e sulle spine; pretendesi

ancora che ne attaccassero alla estremità inferiore de' loro abiti,

affine di fare sgorgare il sangue dalle loro gambe allorchè caminavano;

si percuotevano il corpo ad ogni tanto, ed essi distinguevansi parimente

colla eccessiva lunghezza de' loro _Zizith_, e la grossa mole de' loro

_Totaffoth_, o filatacteri (di cui fu già da noi e sufficienza ragionato

altrove annot. 54) che portavano incessantemente colla più insoffribile

ostentazione, e sulla loro fronte, e sugli angoli opposti delle loro

vestimenta; sempre camminando colla testa inclinata verso il suolo, e

dunque così ch'essi aggiugnevano nuove divozioni alla vera Legge;

sebbene il giogo, come osservammo, une fosse già oneroso da superare le

umane forze per sostenerlo; ed è appunto in sì fatta maniera che i

farisei estorcevano il rispetto, e l'ammirazione de' più creduli, e de'

più inesperti del popolo d'Israel.

(136) _Simon_ (nel suo _Grand Diction. de la Bible T. II. p. 312_).

Seguìto da varj altri critici moderni fa instituire questa Setta da un

certo nominato _Semei_, circa l'anno del mondo 3950, sotto il

Pontificato di Gio. Ircano figlio di Simeone il quale dette a' seguaci

della medesima il nome di _farisei_ dall'etimologia ebraica פרץ

(_paratz_) che significa _spiegare_, _interpretare_, e _separare_, con

il loro fondatore di cui la santità era, per quanto vantano, senza

esempio, colle regole, e gli statuti che loro avea prescritti, gli

obbligò a condurre una vita separata, e tutta differente da quella del

resto dell'Israelismo, e quindi a ritirarsi dalle Compagnie, a dedicarsi

alle studio assiduo delle scritture, ad interpretarle con criterio, ed a

bene intenderne i riti, e le cerimonie fondamentali, che necessario

credevasi al vero Israelita di conoscere, e di praticare.

(137) Lo stile parabolico è stato sempre in grande estimazione presso

tutti i popoli orientali; molti hanno fermamente creduto che i libri di

Job, di Tobia, e di Giuditta (benchè gli ultimi due non sieno stati mai

ammessi per Canonici dagli ebrei) non erano che delle sante finzioni

fatte in metodo parabolico al solo oggetto (come generalmente

supponevasi) d'inspirare devozione, rassegnazione, integro timore

divino.

Infatti questa maniera di scrivere parabolico era molto familiare ancora

a' primi scrittori del Cristianesimo (ved. _Sim. Hist. Crit. du V. Test.

Lib. IV. c. 8._) e questa bizzarra foggia d'instruire il popolo è stata

sempre mai la sola preferita dalla Setta de' Farisei, la quale, come

rimarcammo, può dirsi oggi nella massima teoretica la sola Setta

dominante fra gli Ebrei, astrazione fatta di quelle pratiche insane, e

ributtanti ostentazioni che facevano lo scopo del sistema religionario

degli antichi farisei, e che gli ultimi non hanno. Così anche il

_Talmud_, il _Zohar_, e la massima parte degli antichi scritti di tale

natura sono pieni ovunque di allegoriche finzioni, che non bisogna

spiegare alla lettera, come se si rapportassero a delle Istorie vere, e

reali. D'altronde, sia che un libro comprenda aneddoti istorici, sia che

racchiuda parabole, o frammenti mischiati di parabole, non è perciò meno

vero, che può esso in qualche modo riescire assai proficuo, purchè la

materia che ne forma il soggetto non conosca altra guida che il solo

buon senso, e sia basata radicalmente sulla ragione: Le opere di

Maimonide, di Menasse ben Israel, di Abravanel possono giustamente

annoverarsi in questa Classe.

(138) Anche gli Ebrei moderni sostengono le medesime opinioni; essi

pretendono di fare viaggiare le anime, durante l'intervallo di dodici

lune consecutive, nel quale spazio le fanno andare, e venire intorno

delle tombe dove sono racchiusi i corpi che vestivano in questo labile

tirocinio, e pe' quali esse conservano tuttavia qualche adesione: quindi

è che gli Ebrei Talmudisti sogliono pregare per suffragio di tali anime

con una certa rapsodia ch'essi chiamano קדיש (Kadish) _santificazione_,

a cui attribuiscono un'efficacia, e forza tale, fino a trasformare la

sorte delle medesime in un'istante; ma ciò si vuole, per altro, che non

sia che per le sole anime lordate da qualche impurità, giacchè i rabbini

asseriscono, che quelle de' santi, e delle morigerate persone ascendono

direttamente nell'empireo celeste appena escono dal mondo (ved. _Eliahu

Levi in Tisbi. Menas. Ben Isr. De Resur. mortuor. Lib. II. C. 6. p. 171_

_R. Abd. Sfor. in Hor. Ascem. p. 91._)

(139) Non è già tenue il numero de' Rabbini, peraltro, celebri che

sostiene un sentimento si stravagante, non si sa se preso da Pitagora,

da Platone, oppure dagli Orientali; essi lo fondano da una parte sul

dovere pressante in cui è l'anima Israelitica di osservare i 613

precetti racchiusi nel Pentateuco di Mosè, e l'impotenza massima in cui

essa trovasi dall'altra di eseguirlo, atteso lo spazio circoscritto

delle vita che all'essere umano è accordato sopra le terra; quindi

persuasi di giugnere con tal mezzo a superare simile ostacolo, essi

fanno ritornare le anime nel loro pristino domicilio, affine di compiere

quel grado di perfezione della quale sono elleno mancanti, ciò che nel

Talmudico linguaggio chiamasi גילגול (Ghilgul) _Rivolgimento_. Se questo

calcolo è giusto, la riduzione da me fatta dell'indicato numero di

precetti, mi astrignerebbe a dovere ripetere un simile viaggio dieci

volte almeno fra i viventi: quale deplorabile insania! Gli Ebrei,

siccome ancora Pitagora e Platone estendono la trasmigrazione delle

anime umane fino entro i corpi delle bestie: Agostino, parlando di

Platone, relativamente a questo sistema, dice in termini espressi: _Nam

Platonem animas hominum post mortem revolvi usque ad corpora bestiarum,

Scripsisse certissimum est_. (_De Civit. Dei Lib. X. C. 30. p. 267_). Ed

il sistema di Pitagora sul quale è basato quello di Platone vi è

chiaramente descritto da _Erodoto_ (_Hist. Lib. II._). Gli ebrei, per

altro, credono che il passaggio ne' corpi delle bestie, non facciasi

luogo che di quelle anime lordate di grevi trasgressioni, o di delitti

criminosi, essendoci già noto quale sorte avventurosa era espressamente

preparata alle anime sagge, alle religiose, alle umili. (_Vedi Zohar.

Phil. De somniis Tract. I. De Revol Pars. alter. collect. prim. Cabalah

denud. p. 375. P. III. Plan. Theol. du Pitag. par Mourg. T. I. p. 533_)

(140) Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri

sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare

assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale

il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che

inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora

fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per

instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il

citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno

stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa

passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato

da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo

umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre

mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più

presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È

indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare

che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi

sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così

pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. _D'Olivet_

sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi _D'Oliv.

Theol. des Philos grecs p. 83_).

(141) Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa

quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei

nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose

circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) _con buon

augurio_, _con propizio pianeta_; volendo riferire, con buona fortuna; e

molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli

ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato

a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva

parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (_Lib. XIII. Cap. 9. p.

542 antiq._), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo

consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere

necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà

di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la

virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia

l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può

riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua

sciagura, e il suo tormento.

Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo,

come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. _i Maronit in Philos.

Lib. 1. C. 6._) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause

primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi

hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così

il pianeta _Giove_ presso gli ebrei portava il nome di בעל _Baal_;

_Marte_ quello di מולך _Moleh_; Venere quello di עשתרות _Astaroth_;

_Mercurio_ quello di בעל נבות _Nebot_, in una parola, tutti questi nomi

si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli

Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità

pagane, come ce lo descrive il _Seldeno_ (_D. Diis. Syr. Cap. 1._); ciò

che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi

che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali

facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di

_Culto de' Corpi Celesti_.

(142) Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava

l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non

alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro

le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto

occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando

all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente _cosa

è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che

io non abbia fatto?_ il sesto obbediva per semplice amore per la virtù,

e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non

inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.

Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni

Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette

particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e

la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore,

o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro

correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.

(143) Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori

supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci

dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili:

L'_Epifanio_ gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (_Lib. XI.

Cap 8. haeres._) Il Rabbino _Meyr_, presso i Talmudisti, gli pretende

Idolatri (_Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43._) _Leonzio_ rimprovera loro di

non riconoscere l'esistenza degli angeli (_De sectis Cap. 8._) ma il

detto _Reland_ prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte

(_Dissert. misc. p. II. p. 25._) opinando che i Samaritani intendevano

per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per

agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de'

suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù

naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli

aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove

ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio.

Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i

Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe

adattarsi che agli ultimi (ved. _S. Epif. Lib. X. Cap. VII._)

CAPITOLO XVII.

Osservazioni filosofiche su' Profeti, e sulle profezie annunziate da'

medesimi: si discute il vero tropologico senso con cui debbono essere

quelle propriamente spiegate ed intese.

È senza contrasto, la qualità essenziale dell'ignoranza di preferire

sempre l'occulto, il misterioso, e sovente anche il terribile, a ciò che

per sua natura è in ogni senso chiaro, semplice, edificante. Il vero non

dà certamente all'immaginazione delle scosse così vive nel modo che

osserviamo fare le finzioni, che d'altronde ciascuno è l'arbitro di

sistemare a livello delle proprie sue mire, ed a seconda dei suoi

medesimi capricci. La classe ignara dei popoli, non richiede altro

meglio che di ascoltare delle favole che la seducano e de' vaticinj

percuotenti che le sorprendano; quelli fra gli uomini che furono più

accorti per distinguerne il debole, scavando, per così dire dal niente

le anagoriche illusioni, efficaci a condurli al termine de' loro

tenebrosi disegni, hanno ad essa renduto il servizio che impetrava; essi

si sono attaccati gli entusiasti, le femmine, e gl'ignoranti; esseri di

questa tempera si appagano agevolmente di ragioni che non perverranno

giammai ad esaminare con verità nè con criterio (144). L'amore del

semplice, e del vero, dice _Fontenelle_ non si trova che nel ristretto

numero di coloro, l'immaginazione de' quali è metodicamente nutrita

dallo studio, e regolata dalla riflessione.

Io non oserò già quì di asserire in verun modo, che gli uomini sieno

stati in ogni epoca del mondo più inerenti ad ammettere l'errore, la

menzogna, e l'illusione, senza esame, che ad investigare la verità colla

fiaccola inestinguibile della ragione, malgrado che tutta l'antichità

Pagana, forniscami profusamente le traccie le più evidenti, e le più

sicure di una simile ripugnante condotta del genere umano ma ciò che

senza timore d'ingannarmi, potrei accignermi a dimostrare di proposito

si è, che molto agevole dovrà essere riuscito a coloro, che i primi si

decantarono fra le prische idolatre popolazioni della terra, gli arbitri

plenipotenziari delle false divinità che adoravano, e gl'inspirati delle

loro fattizie intuizioni, di abusare enormemente della stupida credulità

del volgo, il quale ignorando benanche il nome d'impostura, ed i gradi

fino dove può ascendere la scaltra ipocrisia dell'imposture, era ad esso

del tutto impossibile in tale stato d'imperizia, e di smarrimento di

fissare un'adeguata distinzione specifica fra la verità, e la menzogna,

fra l'inganno, ed il candore; degli uomini di tal fatta se ne calcolano

a migliaja fra le nazioni, specialmente del gentilesimo, presso le quali

l'arte della divinazione era in tanto rispetto, come consta

evidentemente da Cicerone, e da vari altri scrittori suoi contemporanei,

i quali tutti convengono, d'accordo, che gli Egizj, i Caldei, i Fenicj,

e qualunque altro popolo asiatico, avea i suoi particolari aruspici, i

suoi profeti, i suoi indovini, e forse molto avanti che gli ebrei

predicessero le cose che dovevano accadere, nella remota successione de'

tempi; e v'ha per sino chi assicura, che la massima parte de' riti,

degli usi, e delle cerimonie religiose praticate non solo da questi, ma

da tutti gli altri popoli che conosciamo, non traessero in massima la

loro primitiva derivazione, che dai sistemi religiosi differenti,

stabiliti, e propalati dalle vaste popolazioni della terra (145).

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 18 / 23 段